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Full text of "L'Italia nella natura, nella storia, negli abitanti, nell'arte e nella vita presente .."

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L'ITALIA 



r 



OF THE 



E. RECLUS - A. BRUNIALTI 



L'ITALIA 

nella natura, 
nella storia, negli abitanti, nell'arte 
e nella vita presente 



VOLUME PRIMO 



| 




1902 

SOCIETÀ EDITRICE LIBRARIA 



MILANO ■ VIA KRAMER 4 ■ fiali. De Cristoforis 



Milano, 1902 - Tip. Indipendenza Corso Indipendenza. (Via Giulio Uberti), 



CAPITOLO I. 



Considerazioni generali. 



L'Italia è uno dei paesi meglio disegnati dalla natura, 
poco meno che se fosse una terra insulare; è la terra « che 
il mar circonda e FAlpe », per guisa da farne quasi un mondo 
a parte, specie nei secoli in cui non era facile l'accesso dei 
valichi montani ed i mari erano ancora temuti. Dai promon- 
tori liguri delle Marittime, sino a quelli che si bagnano nel 
golfo del Quarnero, le Alpi si innalzano come una muraglia 
continua, le cui breccie superano quasi tutte la zona consue- 
tamente abitata, fra le nevi od almeno fra i pascoli e i pini. 
Anche la Spagna è chiusa così dai Pirenei, ma questi s'adi- 
mano alle estremità, e sono da esse più facilmente accessibili; 
anche la Grecia è separata da montagne, ma sono più basse 
ed intrecciate di tal guisa da essere in ogni parte superate. 
L' Italia, come nessun altro paese, costituiva già per l'an- 
tichità un mondo a parte; la natura stessa l'aveva destinata 
a diventare il teatro di una speciale evoluzione dell'umanità. 
L'uomo ha potuto successivamente modificare gli aspetti della 
natura e le Alpi, che non seppero essere efficace baluardo, si 
aprirono in più punti alla folla impaziente delle genti mo- 
derne; conquistatori di varie favelle riuscirono a stabilirsi di 
qua di esse in più punti, come in altri traboccarono invece gli 
Italiani, ma il confine geografico non cessa d'esser netto e 
preciso come in nessun altro paese d'Europa. 

La penisola latina non è così nettamente limitata soltanto 

L'Italia. 1 



716488 



2 



L'ITALIA 



dal rilievo del suolo, fra le montagne dai picchi nevosi ed il 
mare ; essa ha i suoi proprii incanti di natura e di cielo, il 
clima delizioso, le campagne ricche di messi. Ohi supera le 
nevi o i valichi delle Alpi, chi vi si affacci oggi uscendo d'im- 
provviso dal tenebrore delle catacombe ferroviarie, scorge tut- 
t' altri aspetti da quelli che ha lasciati a settentrione: pendici 
illuminate dal sole, un'aria più pura, fiori più olezzanti, si av- 
vede che tutto è cambiato intorno a lui, che si trova sopra 
una nuova terra. In molte regioni non esiste fra le isole ed 
il continente vicino un più aperto contrasto. Così la salutava 
Virgilio : « Salve terra Saturnia, madre feconda di messi, fe- 
conda d'eroi » ; così W. Goethe ammirava « la terra dove 
fiorisce il cedro, e sulle foglie brune scintillano come d'oro 
gli aranci, dove spira per l'azzurro cielo un dolce venticello, 
e crescono il mirto e l'alloro » ; così Leopoldo Schefer vi 
si affaccia come in un sogno. « Sono giunto, sono desto, non 
sogno. Era il verde occhieggiano, come donne innamorate, gli 
aranci. Batte il cuore, trema il piede, esulta ricreato lo sguardo. 
Il belato della greggia, il canto dei pastori per i declivi ameni 
$ei monti penetrano dolcissimi nell'orecchio; un sospiro ce- 
lestiale, un olezzo inebriante spira nella purissima aria im- 
balsamata. Salve, o sole, che qui spandi i tuoi raggi, salvete 
o fiumi che qui scorrete. Beati voi agnelli, che qui pascete, 
pastori felici che mandate a queste aure il vostro canto, cultori 
che fecondate questa terra, mendicanti che la premete » . E 
Byron : 

Quanto può dar natura e dar può l'arte 
Tutto s'aduna in te, giardin del mondo. 

Le barriere delle Alpi che la proteggono ed i mari che là 
circondano attribuiscono dunque all'Italia una distinta configu- 
razione geografica, come a poche altre regioni del mondo. Dai 
piani di Lombardia alle coste della Sicilia, tutti i suoi pae- 
saggi hanno alcune linee rassomiglianti e sono come bagnati 
dalla medesima luce. Ma questa grande, meravigliosa unità è 
piena dei più graziosi contrasti, delle più pittoresche diversità, 
per cui nessun paese è nel medesimo tempo pili vario nella 
sua stessa unità. La catena degli Apennini, che si congiunge 
con l'estremità meridionale delle Alpi marittime, è la causa 
principale di siffatti contrasti. Questa catena costeggia dap- 
prima il mare come una enorme muraglia sostenuta di tratto 
in tratto da poderosi contrafforti; poi si sviluppa in un vasto 
semicerchio attraverso la penisola italiana, talora assottigliali- 



OF THE 



unmnr 

OF THE 



IL MARE E GLI APENNIXI 



3 



dosi in creste, tal'altra allargandosi in gruppi, distendendosi 
in altipiani, ramificandosi in catene e promontori. Le vallate 
dei numi e le pianure la intersecano per ogni verso, alla base 
delle sue roccie si stendono bacini lacustri, qualcheduno ancora 
pieno d'acqua, la maggior parte già colmati dalle alluvioni. 
Alcuni coni vulcanici si rizzano dalle campagne, opponendo 

X. 1. — MONTE BIAXCO. 




Scala di 1 a 100,000. 



il contrasto delle forme regolari coi declivi scoscesi degli 
A pennini. Il mare, accolto e respinto volta a volta dalle inse- 
nature del lembo peninsulare, disegna nei litorali una serie 
di baie che vi si succedono con sapiente euritmia, e quasi 
tutte presentano la figura di archi di cerchio regolari. Al nord 
della penisola esse non si spingono molto entro terra ; al sud 
invece s'inoltrano lontano nelle campagne e formano veri golfi. 
Ma codesta forma della penisola è relativamente recente; se- 
condo ogni probabilità esistette un'antica Italia granitica che 



4 



L'ITALIA 



oggi non è più; l'Italia presente è quasi tutta di formazione 
moderna, come l'attestano le roccie ond'è composto l'Apennino 
e quelle delle catene parallele e delle pianure interposte. Sol- 
tanto nell'epoca eocenica i suoi varii isolotti si sono riuniti 
in un'unica penisola. 

Pochi paesi sono stati infatti teatro di grandi commozioni 
telluriche come l'Italia. Sorse dal mare eocenico con le altre 
terre, quando i nembi scroscianti riuscirono a dominare i fuochi 
primitivi della massa ignea, quando Giano fu vinto dall'amore 
di Oamesena: 

Egli dal cielo, autoctona virago 

ella ; fu letto l' Apennin fumante 
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque 

l'itala gente. 

Prima l'ammasso di gneiss che forma lo scheletro della Cor- 
sica e della Sardegna, poi le roccie granitiche non stratificate 
delle Alpi, che spostarono, inclinarono, spezzarono le sovrap- 
poste formazioni marine e posero in luce i primi strati sub- 
oceanici con le piante fossili e le conchiglie; più tardi an- 
cora le Alpi Apuane, i monti metalliferi dell'Elba, le creste 
siciliane ed apenniniche, infine i coni vulcanici euganei e la- 
ziali. I frantumi delle roccie lavorati dagli elementi formarono 
i primi banchi di materia incoerente adatta alla vita vegetale 
e animale, scesero a valle trascinati dalle piene diluviali, col- 
marono i mari interni, arrotondarono i monti, scavarono le 
valli dei fiumi. Poi vennero i primi uomini, nati, secondo 
gli antichi, « dai tronchi delle dure quercie » , certo dopo gli 
altri animali, dai quali l'uomo, fattosi vigoroso e ben propor- 
zionato, ognor più si differenziò, reggendosi sulle estremità 
inferiori, contemplando il cielo e la natura, rendendosene pa- 
drone. Abitarono per secoli le grotte e le caverne, o si rico- 
verarono nelle palafitte dei laghi, nudi, nel silenzio delle ver- 
gini foreste, vivendo di pesca e di caccia, conoscendo dopo 
molti secoli il fuoco ed il sale, poi le armi di metallo, le 
zattere e i remi, ina vieppiù adattandosi all'ambiente, ad un 
ambiente, salvo in casi eccezionalissimi di terremoti ed eru- 
zioni vulcaniche, ormai adatto alla vita sociale e civile. 

L'Italia, a paragone della Grecia che è tutta bizzarramente 
frastagliata e sminuzzata nei frantumi di isole che le fanno 
corona e ne costituiscono la più marittima fra le terre d'Eu- 
ropa, presenta una grande sobrietà di linee, inferiore tuttavia 
a quelle della penisola iberica, che è perciò assai più massiccia 
e continentale. Le montagne si prolungano in catene più re- 



L'ITALIA E LA GRECIA 



5 



golari, che nulla hanno di paragonabile al labirinto dei Bal- 
cani e dei monti della Grecia settentrionale ; le sue coste non 
hanno le profonde e numerose insenature, i capi e i promon- 
tori quasi innumerevoli, e più spesso e lungamente si dis- 
tendono in paludi e maremme, dove tuttodì l'opera dell'uomo 
è alle prese con la natura ben altrimenti non avvenisse delle 
paludi prosciugate da Ercole. L'Italia non ha arcipelaghi nu- 
merosi e vasti che si possano paragonare alle Cicladi, e le 
isole che ne dipendono e sono quasi frammenti di essa, hanno, 
come la penisola, contorni poco meno che geometrici, per cui 
si paragonano a un triangolo la Sicilia, a un rettangolo la 
Sardegna, a un'ellisse la Corsica, ed hanno tutte tre aspetto 
di piccoli continenti. La posizione geografica corrisponde allo 
sviluppo delle forme: la configurazione generale delle rive del- 
l'Italia forma come una transizione tra la Grecia ridente che 
serba ancora la grazia e l'incanto dell'Oriente, e l'Iberia grave 
e massiccia che già ci fa indovinare gli altipiani dell'Africa. 

Nel suo complesso, la penisola italiana offre un notevole 
contrasto con quella dei Balcani. Questa è rivolta specialmente 
al mare Egeo e guarda ad Oriente, la parte veramente pe- 
ninsulare dell'Italia, al sud delle pianure lombarde, appare 
invece più animata nella sua faccia occidentale. Le rive del 
Tirreno offrono porti più sicuri e numerosi ; su questo mare, 
aperto verso l'Oceano, si dilungano le più ampie e fertili pia- 
nure, per modo che le campagne all'ovest degli Apennini nu- 
trirono in ogni tempo le popolazioni più attive, più intelli- 
genti e politicamente più importanti; si direbbe che questo è 
il lato della penisola in piena luce, mentre il versante adria- 
tico, rivolto ad un mare quasi chiuso, sovra un golfo, giace, 
per così dire, quasi nell'ombra. Vero è che verso l'estremità 
meridionale della Penisola le pianure feraci della Puglia, 
volte ad Oriente e bagnate dall'Adriatico, sono più ricche e 
popolate delle regioni montuose dell'aspra Calabria; tuttavia 
anche qui la vicinanza della Sicilia finì coll'assicurare la pre- 
ponderanza al litorale occidentale. All'epoca della grande in- 
fluenza della Grecia, quando Atene, le città dell'Asia Minore, 
le isole del mare Egeo, erano il punto di partenza d'ogni 
iniziativa, le repubbliche volte ad Oriente, Taranto, Locri, 
Sibari, Siracusa, Catania, avevano sulle città del litorale occi- 
dentale una incontestabile preminenza. Per tal guisa la con- 
figurazione fisica dell'Italia aiutò in modo singolare il movi- 
mento storico della civiltà che mosse dal sud-est al nord ovest, 
dall'Jonia verso le Gallie. Il golfo ampio di Taranto ed i 
lidi orientali della Magna Grecia e della Sicilia, l'Italia del 



6 



L'ITALIA 



sud, liberamente si aprivano all'influenza ellenica, e da quel lato 
infatti essa ricevette il grande impulso vitale. Più a nord, la 
Penisola si volge d'improvviso verso occidente, e per conse- 
guenza il movimento d'espansione delle idee verso l'Europa 
occidentale riuscì di gran lunga agevolato. Se l'Italia fosse 
stata diversa per conformazione e contorni, la civiltà avrebbe 
seguito diverse vie. 

Ma, ahimè, come la terra bella e dilettosa servì in ogni 
tempo piuttosto a sedurre conquistatori, che a fortificare i 
suoi naturali abitatori ! A quanti stranieri i condottieri loro 
additavano, come ai Franchi nell' « Adelchi » , il riposo, 

Là, nella bella Italia, in mezzo ai campi 

Ondeggianti di spiche e ne' frutteti 

Carchi di poma ai nostri padri ignote; 

Fra i tempi antichi e gli atri, in quella terra 

Rallegrata dai canti, al sol diletta, 

Che i signori del mondo in sen racchiude, 

E i martiri di Dio ! 

Ben augurava il Eilicaja che essa fosse « men bella o 
alinen più forte », ma quanti secoli passarono prima che 
essa potesse costituirsi politicamente, e non ancora perfetta, 
a quella forte e compatta unità, cui dalle oscure età geolo- 
giche l'aveva destinata natura! Per questo F. Halm, can- 
tando insieme la natura e la storia, la chiama « fiore e spina 
in una parola, gioia e dolore in un pensiero, paradiso e in- 
ferno in una terra. Giammai buccia più bella rivestì frutto 
più acerbo, giammai più dolce nome espresse maggiori sven- 
ture. Tu sei bella, o Italia, e miri riflesso in due mari il fiore 
di tue bellezze immortali. Tu sei bella, dalla serena Como, 
dalle rive olezzanti delle isole Borroinee, dalle spiaggie popolose 
di Genova, dai marmorei palazzi di Venezia, dagli ameni colli 
di Firenze sino all'eterna Roma; tu sei bella nel golfo ri- 
dente di Napoli e nella verde Sorrento, nella lava ardente 
del tuo Vesuvio e nella vetta nevosa del tuo Etna, nell'ulu- 
lato del tuo Scilla, nelle cascate di Tivoli, bella in ogni parte. 
E per questo traggono a te i pellegrini di tutta Europa, il 
taciturno britanno, il violento moscovita, il gaio francese, il 
lento alemanno, la cupida schiatta d'Israello, i biondi figliuoli 
del nord, e tutti baciano la sacra terra, tutti ammirano la 
tua vetustà. Il poeta sugge l'ispirazione divina dai canti ri- 
petuti sulle tue culle, il pittore attinge i suoi colori dalla 
variopinta tua veste, lo scultore impara le forme delle tue 
vaghe sembianze». Ma poi il poeta si fa triste e ricorda «il 
sangue corso a fiumi su questa terra prediletta da Dio, dal 



BELLEZZE E NOMI D'ITALIA 



fratricidio di Renio, su cui sorse Roma, dalle stragi di Siila,, 
dagli eccidi di Nerone, ai fratricidi, alle stragi, agli eccidi 
d'ogni età e di ogni sito. Un diluvio di popoli si riversa 
infuriando sulle tue ridenti pianure, e tu già regina, cadi in 
servitù, cupida di nuovi signori per non serbar fede ad alcuno, 
pronta a dilaniarti con le tue proprie mani quantunque volte 
ti sorrida un raggio di libertà. Così le tue discordie, non la 
spada del tedesco, dello spagnuolo, del franco, ti recisero i 
nervi, e tu giacesti per secoli, cadavere di bellezza inghirlan- 
dato di fiori e di allori immortali, bella ancora nel tuo lutto, 
nei ruderi della tua Roma eterna, negli avanzi commoventi 
della tua Pompei, nei tuoi templi, nei dipinti, nei marmi, nei 
ricordi immortali della tua grandezza, bella sempre nel verde 
delle tue pianure, nello splendore del tuo cielo, nell'azzurro 
del tuo mare, nella perpetua primavera dei tuoi giardini ; bella 
nella bruna avvenenza dei tuoi contadini, nella grazia impa- 
reggiabile delle tue donne, bella persino, o Italia, nel santo 
tuo nome » . 

I Greci l'avevano chiamata Esperia perchè su di essa ve- 
devano tramontare il sole, Enotria per i vini prelibati e fu 
pur detta Ausonia, Japigia, Saturnia, Argessa, Camesena ; plu- 
rima nomina Imbuii , come scrisse Servio, ma su tutti prevalse 
il nome d'Italia. Ne fecero uso per i primi, a memoria di 
storici, Ippone da Reggio e Antioco di Siracusa, e fu tolto da 
un favoloso eroe Italo, da una voce caldea che designerebbe 
« la terra della pece », che si traeva forse dalle immense foreste 
di conifere, da una greca che significherebbe « la fiammante », 
a cagion dei vulcani, o dal generico nome dato in sanscrito 
alla terra, « tala » , ma più probabilmente, per consenso ormai 
quasi pacifico di eruditi, dal vitello, vitulus, perchè era ricca 
di bestiami bovini, come la Beozia e l'Eubea, ovvero perchè 
le genti che prime vi si conobbero adoravano un torello e l'as- 
sunsero a loro simbolo etnico, come il lupo, gli Irpini ed il 
pico i Piceni \ Il nome di Yitalia, poi Italia non fu dato 
d'un tratto a tutta la terra, ma prima all'estrema Calabria, e 
forse alla Lucania, poi, con le gioventù migranti nelle sacre 
primavere dietro il vitello, divinità tutelare, si venne sosti- 
tuendo a quello di Magna Grecia, per raggiungere allo scoppio 
della prima guerra punica la valle del Po, e al finire della 
seconda, la chiostra delle Alpi- Il valore geografico del nome 
incominciò a diventare politico allorché, nel 91 avanti Cristo, 
scoppiava contro Roma il nembo tempestoso della guerra 

1 Le relative controversie sono state discusse specialmente da Heisterbergk,. 
Friburgo 1881, e Racioppi, Cocchi, Gentile e Gr. Marinelli, Venezia 1892. 



8 



L'ITALIA 



dei confederati, che fu appunto condotta nel nome d'Italia, 
quando sulle monete si incise l'antico e sacro Vitello italico 
che ferisce con le corna ed abbatte la lupa romana. Quasi 
completa è questa denominazione alla fine dell'era pagana, 
quando il confine dall'Arsa, dove sbocca nel Quarnero, se- 
guendo, per quanto era nota, la cresta delle Alpi, riesciva al 
Varo, sì che Plinio dopo averne entro questi limiti enumerati i 
popoli alpini, esclama : haec est Italia, diis sacra, haec gentes ejus, 
haec oppida populorum. Più tardi vi si compresero la Sicilia 
e le altre isole, quando Diocleziano rimaneggiò l'impero, e 
costituì la Diocesi d'Italia : si ebbe così definitivamente il 
bel paese 

Ch'Apennin parte e '1 mar circonda e l'Alpe. 

Ormai V « espressione geografica » era completa, e poco importa 
se la politica per secoli non la riconosce. Le carte geografiche 
del medio evo, con mirabile accordo, disegnavano le Alpi, 
come una muraglia che divide l'Italia dalla Germania e dalla 
Grallia. Sebbene si limiti ancora al Regno Longobardo, e Rug- 
gero II normanno si chiami re di Sicilia e d'Italia, l'idioma 
volgare che sorge e si diffonde, aggiunge un altro elemento di 
unità al « bel paese là dove il sì suona » . La repubblica ita- 
liana del gennaio 1802 e il Regno d'Italia del 1805 rinnegano 
ancora i confini della natura, ma appunto il principe di Met- 
termeli, nel dispaccio memorabile del 6 agosto 1847 agli in- 
viati austriaci all'estero, la chiama « una espressione geografica » , 
quello che pochi altri Stati d'Europa furono mai, quello che 
non fu nè sarà mai l'Austria, una espressione geografica, che, 
cementata dall'etnografia, dalla lingua, dalla storia, diventò al- 
fine anche una espressione politica. 

Ancora giacevano nelle tenebre della barbarie primitiva 
tutti i popoli dell'Occidente quando, già fiorita d'arti e di 
lettere, l'Etruria stringeva in lega gagliarda la città fra il 
Tevere e l'Arno, ricacciava forse alle colonie litorali l'inva- 
sione pelasgica, e spingendo le robuste propaggini sino ai piedi 
delle Alpi e ai due mari, informava a reggimento federale 
tanta parte della penisola. Ma la mistica luce dei sepolcreti 
di Vetulonia, già ottenebrata nelle paci inoperose e nelle guerre 
infeconde, presto fu vinta dal baleno delle brevi spade romane. 
E in men di due secoli Roma diventò il centro di tante genti, 
che acquistata la comunanza delle nozze, degli uffici, delle 
formole legali, mutando i vinti meglio in alleati che in sud- 



g? THE 



ETRUSCHI E ROMANI 



11 



diti, condussero la Repubblica a tale rigoglio da spegnere ogni 
tentativo di emuli in Africa e in Grecia, ed assurgere sovrana 
in tutto il Mediterraneo. Ma quando allo strazio e alle rovine 
delle parti civili si unisce lo strazio della guerra italica, e 
si avvicendano dittature e proscrizioni, la fortissima stirpe, 
strumento al genio di Cesare e alle ambizioni di Augusto, 
si va esaurendo sotto i successori, mentre da lungi s'addensa 
il nembo barbarico, mentre un nuovo principio d'associazione 



N. 2. — ROMA E L'IMPERO ROMANO. 




Scala di 1 : 36,000,000 



spontanea nelle vietate catacombe corrode le fondamenta 
dell'immane edifìcio. 

Ancora dura, è vero, la vigoria degli intelletti e degli studi, 
postuma fioritura di germi scaldati dal sole della libertà, pro- 
cede non interrotta la serie delle emancipazioni civili, e trionfa 
coi giureconsulti nel privato diritto la saviezza che informerà 
i codici futuri; ma i Cesari, sempre più schiavi delle loro 
libidini e dei pretoriani, non sanno altrimenti sottrarsene se 
non abbandonando l'Italia e foggiando l'impero ad autocrazia 
orientale. Tentano anche l'appoggio delle soldatesche straniere 



12 



L'ITALIA 



e la soggezione al nuovo simbolo religioso, ma mentre il so- 
vrano teologizza fra retori e sofisti, la corona appare facile 
preda ai suoi mercenari, che indarno s'abbrancano ai mal vie- 
tati confini. Allora comincia l'irruzione dei barbari; questi 
non riescono però a spegnere il genio italico, che mantiene il 
pieno dominio romano sotto l'allodio ed il feudo, informa il 
regno conciliatore di Teodorico, e si ricovera nei municipi 
sotto le grandi ali della Chiesa fuggendo la truculenza dei 
Longobardi e la inerte rapacità degli Esarchi \ 

Tolto di mezzo, con quella grande rovina, il dispotismo im- 
periale, la civiltà e l'ordine si reintegrarono per opera dei 
municipi, governati dai capifamiglia e dal clero, arbitri dei 
contributi, conservatori delle leggi romane. Da principio la 
Chiesa offre il valido presidio della sua forza morale contro 
il prevalere della forza bruta, poi si disciplina a gerarchia 
intraprendente e alle forme democratiche dei municipi sovrap- 
pone la riverenza alle insegne sacerdotali. Ma lungi dallo spe- 
gnere all'origine le divisioni rinascenti dovunque, i vescovi di 
Ronia vi scorgono nuove occasioni di salire in autorità e in 
potenza, e quando più nulla ebbero a sperare, ricorsero all'e- 
lemento straniero, incarnando nella potente personalità di Car- 
lomagno l'antica larva dell'impero. Allora incominciò per noi 
quella secolare servitù, che ci fece odiare lo stesso principio 
unitario incarnato nell'impero, e quella grande fatalità della 
nostra storia, per cui le più splendide conquiste del genio ita- 
liano dovevano esser fatte tutte a spese dell'unità. Così dalla 
dissoluzione del mal rinnovato impero d'occidente germoglia- 
rono vigorosi i Comuni, e nella loro breve cerchia venne ma- 
turandosi quel nesso di forze che riusciva impossibile alle dis- 
locate membra della nazione. Di fronte ad essi dovettero 
ottundersi le esorbitanze feudali, mentre si sviluppò la co- 
scienza delle masse popolari, e gli Statuti affermarono il dogma 
della sovranità popolare e prepararono il trionfo della demo- 
crazia. 

Si direbbe che allora più che mai si mostrano i frutti della 
configurazione del nostro paese. Le divisioni imperversano 
fra i suoi cittadini, persino « fra quei che un muro ed una 
fossa serra » , trascinati a dritta od a manca nelle lotte del sa- 
cerdozio e dell'impero, guelfi o ghibellini, impotenti sempre ad 
assurgere a qualsiasi idea unitaria, che manca, infatti, anche 
nelle pagine più sublimi della nostra storia. Infeconde restavano 
così le glorie della Lega Lombarda ; che se i collegati di Pontida 

1 Tullo Massa hani, L'idea italiana attraverso i tempi, pag. 8. 



GLORIE E SVENTURE DELL'ITALIA MERIDIONALE 13 



mostrarono come si poteva rintuzzare lo straniero, allentati i 
vincoli della servitù comune, ogni città è paga delle proprie 
franchigie, e dall'altare su cui avrebbe dovuto deporre le misere 
gelosie, trae le pietre per ricostruire i propri valli. Così rifio- 
riscono le arti, prosperano i commerci, si erigono monumenti 
superbi, si diffondono riveriti e temuti fino all'Africa ed al- 
l'ultimo Oriente i nomi d' Amalfi, di Pisa, di Genova, di 
Venezia, e negli Statuti si ammira una meravigliosa sa- 
pienza civile, ma il tarlo delle fazioni corrode l'edifìcio, le 
influenze oltramontane lo scrollano, e le alleanze e gli accordi 
dettati da angusti e transitori interessi, profittano solo al- 
l'ambizione di un pontefice o di una famiglia signorile. Tutte 
le occasioni eli e la storia e la fortuna ci avrebbero offerte 
per comporci ad unità sono peggio che inutili: il concetto 
di Gregorio VII riesce rimpicciolito e degenere nei successori ; 
Federico II, appena l'idioma, l'ingegno, i baldi propositi lo 
chiariscono italiano, si vede sorgere dovunque ostacoli, si sente 
spezzato nelle mani dalle folgori papali il fascio dell'italica 
monarchia, ed anche Manfredi passa come gli altri, quan- 
tunque avesse cuore d'eroe, antenati gli Svevi, amici che an- 
cora grandeggiano in Dante. Indarno il tocco dei Vespri apre 
il ciclo delle insurrezioni ; oramai Tedeschi, Francesi, Spa- 
gnuoli premono e si disputano soltanto per i loro interessi 
il suolo italiano. 

11 sacrario dell'arte diventa allora quello della comune na- 
zionalità, il povero ritmo balbettato fra giullari nelle Corti 
d'amore diventa la lingua di Dante, che scolpisce nel suo poema 
l'errabonda scienza dei tempi, quando già una gloriosa pro- 
genie di profughi andava innestando alle imprese guerriere dei 
crociati le più gloriose conquiste economiche. A Venezia dura 
per cinque secoli contro ogni oltraggio della fortuna una co- 
stituzione oligarchica, che mette ai disopra d'ogni cosa la tutela 
dell'ordine pubblico; Firenze e i municipi retti a sua immagine 
danno prova di tutti i miracoli e di tutte le aberrazioni della 
libertà, Milano matura l'elemento della potenza territoriale, ma 
ancora indarno, perchè le savie proporzioni di Venezia, il con- 
cetto vivace di Firenze, la grezza materia di Milano non tro- 
vano il Veltro che « ci faccia uscir di doglia » , innalzando il 
monumento dell'unità: i principii d'ordine, di libertà, di unità 
restano più che mai dissociati, quando appunto cominciano a 
dare frutti fecondi fra le altre genti civili. Così, mentre le altre 
nazioni si assodano, l'Italia si scinde, e la disparità delle istitu- 
zioni annebbia persino la comunanza delle origini. La stessa 
coltura sopravvissuta al vivere libero si sfianca nella servitù, 



14 L'ITALIA 

e mentre le moltitudini imparano « a vivere consunte sotto 
quello imperio che dalla sorte è stato loro preposto » , ai pochi 
intelletti animosi non restano che il segreto ed i pericoli delle 
congiure. 

Scomparse libertà e indipendenza, si videro calare nuovi 
invasori, e presto si ordirono nuovi e più turpi mercati d'a- 
nime, prevalendo il principio degli Stati patrimoniali, che si 
traduce agevolmente in fatto nel Reame di Milano, trova an- 
cora ostacoli insuperabili a Venezia e si ripiega su Firenze. 
Una coltura appariscente intreccia d'ogni fiore e d'ogni eleganza 
la disgregazione sociale del cinquecento, rivelando energica e 
possente la vita degli intelletti, ma accanto al fasto letterario 
e alle fioriture dell'arte si vedono esausti gli erari, il paese di- 
sordinato, scemato, corso per anni ed anni da eserciti e da 
bande, messo a sacco, decimato dalle pestilenze, inceppate le 
industrie dal monopolio, e tutto corrotto, tutto venale, persino 
le promesse del cielo, mentre papato ed impero, entrambi de- 
generi, non si intendono fra loro che all' estrema ruina ed 
al supremo danno d'Italia. 

La Riforma, comechè ripetesse le prime origini dall'opero- 
sità intellettuale degli Italiani, aveva trasmesse ad altre stirpi 
le sue virtù, e questa è la prima pagina di un volume, che doveva 
rimanere chiuso per l'Italia. Il secolo XVII non ebbe per noi 
che la morta quiete del carcere, con la duplice catena del papato 
e dell'impero, una atonia lenta, rassegnata, uniforme, che influisce 
sinistramente sulla moralità privata e pubblica, suscita l'arida 
genia dei curiali, gli sdilinquimenti letterarii, la venalità e la 
superstizione arbitre nel tempio e nel foro, dove non s'ag- 
giunge anche l'Inquisizione. Si hanno rivolte di plebi, non 
rivoluzioni di popolo, aristocrazie fiacche e degeneri, principi 
umilmente vassalli o stranieri, e persino le lettere e le arti 
diventano strumenti dell'orgoglio e della vanità. Ma già le 
investigazioni della filosofia e la reazione municipale preparano 
il nuovo risveglio della ragione; dalla critica dei fenomeni 
economici si passa a quella delle leggi e delle istituzioni, e 
poco appresso lettere e scienze, tutte le forze del pensiero, 
mirano di concerto a sostituire progressivamente la causa 
delle moltitudini a quella dei dominatori. 

Scoppiata la rivoluzione francese, essa trovava ancora la peni- 
sola impreparata all'unità, immatura alla libertà, sebbene le let- 
tere e le arti avessero di gran lunga precorso le condizioni econo- 
miche delle plebi. Egli è perciò, che attraverso le repubbliche 
effimere e i tentativi paurosi di un Regno italico, durano le 
tirannidi nazionali e straniere, le divisioni e le discordie, da 



SERVITÙ E RIVOLUZIONI MODERNE — L'UNITÀ 



15 



un lato le oppressioni, dall'altro le congiure. Queste proruppero 
a rivoluzione nei moti del 1821 e del 1831, specialmente in 
quelli del 1848, quando non indarno il suolo d'Italia si copre 
di martiri, e su tutte le piazze sorgono le forche inutili a 
puntellare 1' assolutismo delle diverse signorie. Ancora una 
volta la letteratura si fa potente preparatrice dell'unità, la 
scienza ne preludia i successi, il diritto la elabora proclamando 
il principio di nazionalità. Indipendenza non poteva esservi 
senza libertà; come con questa era caduta, da questa doveva 
essere preparata e resa possibile definitivamente. 

Libere costituzioni erano state in varie epoche, con grande 
leggerezza, promulgate, di fronte al popolo minaccioso, per es- 
sere quasi tutte violate dai Borboni spergiuri o dai Papi, quasi 
prima che se ne facesse esperimento. Le repubbliche non ave- 
vano saputo in nessun modo conciliare l'ordine colla libertà, 
ed erano state travolte dalle loro stesse esagerazioni o dalla 
licenza, e quando queste non agivano abbastanza prontamente, 
dai più ingloriosi e ingenerosi interventi stranieri. In un solo 
Stato non era stata possibile la repubblica, sebbene Giuseppe 
Mazzini vi bandisse con fervore d'apostolo l'idea italiana ; ma le 
libertà giurate vi si erano mantenute dopo il 1848 anche di fronte 
alla reazione. Come Fora è giunta, il libero Piemonte gitta 
la sua spada oltre il Ticino, sfida l'Austria più forte e col 
concorso della Francia, spingendo in Sicilia Giuseppe Gari- 
baldi, scrive in pochi anni le pagine dell'epopea, che ci guidò 
da Palestro a Roma, e consentì alla fine di compiere il voto 
dei secoli ed unire quasi tutta l'Italia. 

Queste vicende storiche ^abbiamo ricordate perchè esse tro- 
vano mirabile corrispondenza nella costituzione fìsica e topo- 
grafica del nostro paese, sì che di nessun altro può dirsi con 
maggiore verità, che la storia e la geografia a vicenda si spie- 
gano, e l'una non avrebbe potuto essere senza l'altra, come 
questa diventa ora il più prepotente impulso al compimento 
dei fati di quella. Durante quasi duemila anni, dalla caduta 
di Cartagine alla scoperta dell'America, l'Italia è stata il 
centro del mondo civile; essa esercitò una vera egemonia 
prima colla forza delle conquiste e dell'organizzazione, come 
la «Città Eterna», più tardi, ai tempi di Eirenze, di Genova, 
di Venezia, colla potenza del genio, colla libertà relativa delle 
istituzioni, collo sviluppo delle scienze, delle arti e del com- 
mercio. Due fra i più grandi fatti storici, l'unificazione poli- 
tica dei popoli mediterranei sotto le leggi di Roma, e più 
tardi quella nuova giovinezza dello spirito umano così oppor- 
tunemente chiamata il Risorgimento, ebbero i loro principali 



16 



L'ITALIA 



fattori in Italia. Importa dunque notare le condizioni dell'am- 
biente geografico alle quali la penisola latina deve la mis- 
sione preponderante esercitata nel mondo in codeste due epo- 
che della vita dell'umanità. 

Teodoro Mommsen ed altri storici notarono la propizia po- 
sizione di Roma come mercato commerciale. Fino dal primo 
periodo della sua storia, essa fu il maggior emporio delle der- 
rate per le popolazioni vicine. Sorta sopra una cerchia di col- 
line, sulle due rive d'un fiume navigabile, a valle di tutti gli 
affluenti, non lungi dal mare, essa aveva anche il vantaggio 
di trovarsi sulla frontiera comune di tre nazionalità, i Latini, 
i Sabini e gli Etruschi; e quando, a mezzo della conquista, si 
rese padrona di tutto il paese circostante la sua importanza 
come luogo di scambio doveva essere notevolissima. Ma qual 
si fosse il valore di codesto traffico locale, esso non sarebbe 
bastato a far di Roma una grande città. Come Alessandria, 
Costantinopoli, Bombay, Roma non vanta una di codeste po- 
sizioni incomparabili che ne fanno un punto di convergenza 
necessario per le merci del mondo intero; anzi, per riguardo 
al commercio generale, si trova abbastanza mal collocata. In- 
torno alle campagne romane si elevano gli Apennini, che 
chiudono la valle del Tevere, per la quale non dovevano es- 
sere molto agevoli le comunicazioni, se oggi ancora le strade 
ordinarie salgono su per i fianchi dei monti, da una parte e 
dall'altra, con girigori infiniti. Sino alla metà del secolo deci- 
monono, sino alla costruzione delle ferrovie, si preferiva la via 
per Siena e Viterbo, con dislivelli faticosi, e pur superati da 
tutti i pellegrini, da tutti i viaggiatori nelle diligenze lentis- 
sime e nelle pesanti berline di tanti secoli. Nè più agevole era 
l'accesso dalla parte del mare, dove neanche le piccole galere 
degli antichi potevano penetrare nel porto ora poco meno che 
scomparso di Ostia, e la foce del Tevere rimase vietata sino 
a che non si aprì almeno ai piccoli velieri ed ai leggerissimi 
vapori il canale marittimo di Fiumicino, protetto da dighe e 
da palizzate artificiali in un mare che sempre più si allon- 
tana. Ancora a' dì nostri i porti di Roma sono Civitavecchia, 
Santo Stefano, Napoli, Ancona, ma tutti i progetti « per con- 
durre il mare a Roma », per costruire un porto degno della 
capitale, in una parola per renderla accessibile ai commerci 
marittimi, se anche nel nome di Giuseppe Garibaldi, sono 
rimasti lettera morta, e la vita commerciale e industriale vi 
ha uno sviluppo lento, difficile, poco meno che artificiale. 

La posizione di Roma come centro di scambi non giova 
dunque a spiegare la potenza di codesta città dominatrice, se 



L'Italia. 



ROMA 



19 



non per una assai piccola parte. Indipendentemente dalle cause, 
che si devono ricercare nell'evoluzione storica dello stesso po- 
polo, la vera ragione della grandezza di Roma, quella da cui 
essa trasse codesta forza prodigiosa d'assimilazione politica del- 
l'antico mondo, si è la posizione assolutamente centrale da 
essa occupata in relazione a tre grandi circoli concentrici cor- 
rispondenti, per la città di Roma, ad altrettante fasi del suo 
sviluppo storico. Nei primi tempi della sua lotta per l'esistenza 
contro le città vicine, il piccolo popolo che fu l'antenato dei 
fieri cittadini romani si trovava favorevolmente collocato nel 
centro di un bacino assai limitato, circondato da montagne 
poco elevate, ma pur sufficienti a proteggerlo da improvvise 
invasioni. Quando Roma, vittoriosa di tutti i popoli vicini 
dopo secoli di lotte, trasse in schiavitù i montanari dei din- 
torni, si trovò d'un tratto padrona degli altri territori d'Italia 
dappoiché ne occupava il centro geografico, il punto di gra- 
vità naturale. Al nord s'estendeva la vasta pianura della Gallia 
cispadana e transpadana; al sud erano regioni montuose e 
piene d'ostacoli, nelle quali però non poteva trovarsi efficace 
resistenza perchè le popolazioni barbare di quegli altipiani e 
di quelle montagne avevano per vicini immediati, lungo tutto 
il circuito della penisola, i civili abitatori delle città greche. 
Era due elementi così diversi, un'alleanza contro il nemico 
comune riusciva impossibile e le stesse città elleniche, sparse 
sopra un'immensa distesa di coste, non seppero unirsi per re- 
sistere. Le isole italiane, la Sicilia, la Corsica, la Sardegna, 
non erano abitate da popolazioni abbastanza concordi ed uni- 
formi per potersi sottrarre alla potenza dei Romani. Per tal 
modo la seconda cerchia, quella della conquista, venne ad ag- 
giungersi al primitivo dominio, costituendo come una seconda 
fase di sviluppo, quando, e fu grandissimo vantaggio, le due 
estremità del mondo italiano, la pianura padana e la Sicilia, 
erano ricchissimi granai d'ogni specie di viveri. 

Provvista dei necessari approvvigionamenti, Roma potè pro- 
seguire nelle conquiste. Come essa trovasi nel centro d'Italia, 
l'Italia si protende nel centro del Mediterraneo. La forza di 
attrazione della grande città si manifestò in tutti i sensi : ad 
oriente l'Illiria, la Grecia, l'Egitto; a mezzodì la Libia, la 
Mauritania; ad occidente l'Iberia, al nord-ovest le Gallie, a 
ponente i paesi alpini, completarono ben presto la terza cer- 
chia, che fu quella dell'Impero. 

Roma mantenne la sua potenza finche durò l'equilibrio geo- 
grafico del mondo mediterraneo. « Roma caput mundi regit 
orbis frena rotundi ». Ma i confini del mondo man mano 



20 



L'ITALIA 



andarono allargandosi, e dopo che per le guerre contro i Parti 
e le sue invasioni nell'interno della Germania essa venne a 
contatto da una parte con l'Oriente, dall'altra con codeste re- 
gioni senza confini ben conosciuti, percorse dai barbari, Vtirbs, 
la « Città » per eccellenza, non si trovò più nel bel mezzo del 
mondo, e la grande vita delle nazioni europee spostò i suoi 
centri d'attività verso il nord e il nord-ovest. Rutilio Nuina- 
ziano non poteva più dire che Roma era patria di tutte le 
genti : « Urbeni faisti quae prius orbis erat » . Già verso la 
fine dell'impero venne sostituita da Milano e da Ravenna; 
quest'ultima città diventò la sede dell'Esarcato, poscia la capi- 
tale dell'impero dei Goti. La decadenza della città dei Cesari 
era definitiva. Vero è che agli imperatori succedevano i papi, 
essi pure pontefici supremi, benché di un culto nuovo; come 
l'ombra segue il corpo, così la tradizione volle prolungare le 
istituzioni politiche oltre il termine naturale di loro durata: 
l'unità della Chiesa si sostituì a quella dell'impero. La sovra 
nità di Roma era diventata un vero dogma politico e religioso. 
Decaduta dalla signoria politica, vinta, conculcata, la città re- 
gina risorge armata di nuova potenza, e, fatta centro della 
fede, riconquista sui popoli un nuovo dominio, più sicuro e 
formidabile dell'antico. Regna negli animi una credenza che 
Roma, sortita dalla divina provvidenza ad essere la reggitrice 
perpetua dell'uman genere, non può morire, ed è serbata a 



vedere la consumazione dei secoli. In mezzo alla crescente 
barbarie, tra il frastuono della vita disordinata e battagliera, 
nei silenzi dello spirito ottenebrato dall'ignoranza, la voce del- 
l'antica città suona insistente come un richiamo, come un se- 
gno di riconoscimento. Roma è il simbolo dell'universale cit- 
tadinanza, la patria comune in cui tutti si riconoscono. Gli 
influssi che essa tacitamente diflonde formano come una spe- 
ciale atmosfera morale che alimenta la poesia e la leggenda. 
Per tutto il medio evo Roma non è solo il passato, ma il pre- 
sente e l'avvenire ; in essa, dice fra Guido, « Iddio pose tutta 
la potenzia umana spirituale e temporale, cioè lo papato e lo 
impero » 1 . 

Ma se i papi, trovandosi a capo del governo delle anime, 
risiedevano sempre a Roma, per tutto il medio evo e fino al 
principio di questo secolo, i veri padroni del « sacro romano 
impero » risiedettero al di là delle Alpi. Essi scendevano in 
Italia soltanto a cercare la consacrazione della loro potenza, 

1 lioma nelle memorie e nelle immaginazioni del medio evo, di Arturo Gkaf, 
voi. I, cap. I, Torino 1882. 




ROMA E L'ITALIA 



21 



ma la potenza stessa derivavano da altre sorgenti. Invano i 
popoli abituati all'obbedienza volevano mantenere il prestigio 
di quella Eoma che per tanto tempo li aveva dominati; il 
tentativo stesso era una vana illusione, ^on soltanto il perno 
del mondo civile, ma quello ancora della stessa Italia avea 
mutato posto; le grandi iniziative partivano ormai da Pavia, 
da Firenze, da Genova, da Pisa, da Milano, da Venezia, da 
Bologna, più tardi anche da Torino. Se Roma, sebbene deca- 



N. 3. — I PASSI DELLE ALPI. 




Meno di 1000 m. da 1000 a 2000 da 2000 e più 

I : 7 050 000 



0 200 k'.ì. 

duta per la forza degli avvenimenti, ha ripreso oggi una certa 
importanza ed è ridivenuta una capitale, si fu perchè l'Italia 
volle rivendicarne a qualunque costo il territorio, e non solo 
per un diritto che nessuna gente e nessun argomento può 
mettere in dubbio, e per un alto sentimento politico, ma per 
una tradizione classica e per una superstizione archeologica, 
che fecero del nome di Roma il simbolo della nostra futura 
potenza. Con tutto ciò Roma non riuscì ad essere nè un gran 
centro economico, nè un focolare di vita intellettuale, e se 
profittò largamente delle sue condizioni di capitale del Regno, 
e subì una profonda trasformazione ed uno sviluppo edilizio 
meraviglioso, per gli ammiratori delle antichità anzi soverchio, 



22 



L'ITALIA 



non cessa di essere un grande albergo ed una attrattiva spi- 
rituale per i cattolici di tutto il mondo. 

In quest'ultimo secolo l'unità d'Italia è diventata un gran 
fatto politico, ed ormai, all'infuori di qualche regione cisalpina 
della Svizzera, del Trentino, dell'Istria, e di alcuni tratti della 
frontiera occidentale ed orientale, i suoi confini amministrativi 
coincidono con quelli che le ha segnati la natura. La potenza del 
fatto compiuto serve dunque a porre in evidenza l'individualità 
geografica dell'Italia, e move a meraviglia che un tale paese 
sia stato per tanto tempo diviso in diversi Stati. Tuttavia questo 
grande complesso della penisola presentava notevoli differenze 
regionali a cagione della disposizione dei suoi bacini e versanti. 
Le isole, le pianure chiuse da montagne, le coste ripide sepa- 
rate dall'interno da rocce scoscese formano altrettanti paesi 
separati, con popolazioni derivate da diversi ceppi : gallo, 
etrusco, latino, pelasgico, greco, siculo, che naturalmente 
cercavano di vivere una vita propria ed indipendente. In molti 
distretti, specie nella Calabria, le comunicazioni da valle a 
valle riuscivano tanto difficili, che la via del mare era la più 
frequentata. La forma della Penisola, la cui lunghezza dalle 
Alpi al mar Jonio è cinque volte maggiore della larghezza 
media, che gli Apennini spartiscono in due zone parallele 
distinte, rendeva pure quasi inevitabile il frazionamento del 
territorio in Stati diversi e quindi nemici. Talvolta le Pro- 
vincie italiane ebbero a subire, è vero, il dominio di un solo 
padrone; ma fino ai tempi moderni codesta unione fu sem- 
pre imposta dalla forza e spezzata dalle stesse popolazioni. La 
passione dell'unità nazionale che ha fatto dell'Italia contem- 
poranea il teatro di avvenimenti tanto importanti, animava 
un ben piccolo numero di cittadini nelle città medioevali. Que- 
ste sapevano collegarsi contro un comune nemico, ma passato 
il pericolo, separavano nuovamente i singoli interessi e s'ac- 
capigliavano per un'inezia. 

In sulla metà del secolo decimoquarto, Cola di Rienzo, il 
tribuno di Roma, facendo appello a tutte le città italiane, le 
esortò a « scuotere il giogo dei tiranni ed a costituire una 
santa alleanza nazionale, essendo la liberazione di Roma quella 
pure di tutta la sacra Italia » . Era, cinquecent'anni addietro, 
il linguaggio degli apostoli moderni dell'unità italiana. I mes- 
saggieri di Rienzo percorrevano la Penisola con un bastone 
d'argento in mano, portando alle città proteste di amicizia, 
invitandole a mandare i loro deputati al futuro parlamento 
della « Città Eterna » . Tutti gli Italiani ricevevano da Rienzo 
il titolo di cittadini romani, già conferito loro dai Cesari. Ma 



L'ITALIA NEL MEDIO EVO 23 

erano reminiscenze classiche vuote d'effetto. Rienzo, inebbriato 
dalle memorie della dominazione antica, dichiarava che Roma 
non aveva cessato di essere la « signora del mondo, e ch'essa 
era in pieno possesso del diritto di governare i popoli » . Egli 



N. 4. — L'ITALIA NEL 1810. 




Jf££ WO . 



i 



voleva risuscitare il passato, non creare una vita nuova. Perciò 
l'opera sua disparve come un sogno; e furono appunto Firenze 
e Venezia, le città più attive ed intelligenti d'Italia, che rav- 
visarono nel tentativo del tribuno la chimera d'un visionario. 
Prima Veneziani e poi Cristiani, dicevano i cittadini di Ve- 



24 



L'ITALIA 



nezia nel decimoquinto secolo, ma neppure pensavano a dirsi 
Italiani, essi i cui figli dovevano un giorno tanto soffrire e 
combattere con le resistenze più eroiche per l'indipendenza 
della Penisola. D'altro canto non dobbiamo illuderci: il mo- 
vimento irresistibile che spinse il popolo italiano all'unità po- 
litica non ebbe origine nelle masse; ancora adesso milioni 
d'uomini in Sicilia, in Sardegna, nelle Calabrie, nella stessa 
Lombardia, non sanno rendersi ragione degli immensi muta- 
menti che si sono compiuti, e forse non ne hanno ancora sentiti 
i benefìci che ne attendevano. 

Ohe se la nuda « espressione geografica » è diventata ormai 
una realtà vivente, la nazione lo deve anche alle frequenti in- 
vasioni straniere. Sotto la dura oppressione degli Spagnuoli, 
dei Francesi, dei Tedeschi, irruenti volta a volta sulle nostre 
campagne, abbiamo finito per riconoscerci fratelli. A primo 
aspetto si direbbe che la Penisola è perfettamente protetta 
al suo limite continentale dalla cerchia murata delle Alpi, 
ma simile protezione è piuttosto apparente. Infatti, mentre 
sulle pianure italiane le montagne volgono il loro versante 
più ripido, che parrebbe veramente inaccessibile, alle terre ita- 
liane, dal lato della Erancia, della Svizzera, dell'Austria te- 
desca, il declivio è assai più dolce ; onde tutti gli invasori, ade- 
scati dal clima mite e dalle immense ricchezze d'Italia, pote- 
rono senza molte difficoltà guadagnare la sommità delle Alpi 
donde scendevano poi rapidamente nelle pianure. Per tal modo 
la « barriera » delle Alpi rimaneva veramente un ostacolo sol- 
tanto per gli Italiani, i quali, tranne ai tempi di Roma con- 
quistatrice, la rispettarono sempre, poco ad essi d'altronde im- 
portando il valicarla, mentre al di là nessuna regione valeva 
la loro. I Francesi, i Confederati svizzeri, i Tedeschi, consi- 
deravano invece l'Italia come una specie di paradiso ; era il 
paese dei loro sogni, la terra incantata, la regione bella fra le 
belle, di cui si potevano impadronire con tanta facilità. La storia 
narra come essi abbiano spesso obbedito a codesta bramosia 
di conquista, come abbiano inondati di sangue i fecondi piani 
agognati! Oltre che all'energia propria, la nazione italiana 
deve la sua indipendenza alle rivalità dei popoli vicini, che 
se ne esclusero a vicenda e non tollererebbero oggi mai più 
un rivale sulla Penisola o sopra una parte di essa, fosse pure 
a titolo di presidio del Vaticano. 

Esposta com'è agli attacchi dal di fuori e man mano pri- 
vata dagli avvenimenti della posizione centrale che un giorno 
occupava, l'Italia perdette definitivamente quel primato o pre- 
dominio che alcuni dei suoi figli, animati da un esclusivo pa- 



IL PRIMATO D'ITALIA 



27 



triottismo, sognarono di restituirle ; ma se non è più la prima 
per il potere politico, se altre nazioni la sorpassarono nell'indu- 
stria, nel commercio ed anche nel movimento letterario e scien- 
tifico, essa resta senza rivali per la ricchezza dei monumenti 
dell'arte. Già tanto privilegiata dalla natura, l'Italia, fra tutte 
le contrade del mondo, è quella che possiede maggior numero 
di città notevoli per palazzi, per tesori di statue, di quadri, 
di decorazioni d'ogni specie. In parecchie provincie ogni vil- 
laggio, ogni gruppo di case alletta lo sguardo coi suoi affre- 
schi, colle graziose scolture, con motivi di architettura, almeno 
con qualche cornice lavorata, con una scala ardita, con una 
galleria pittoresca, con un balcone meraviglioso; l'istinto del- 
l'arte circola nelle vene delle popolazioni. Nel modo il più 
naturale gli Italiani fabbricano le loro case, dipingono le loro 
pareti, piantano i loro alberi mettendo tutto in piena armonia 
con quanto li circonda. Sta in ciò la maggior vaghezza della 
meravigliosa Italia: dovunque l'arte seconda la natura per am- 
maliare il viaggiatore. Quanti artisti lombardi, veneziani, to- 
scani, il cui nome sarebbe diventato celebre in qualsiasi altro 
paese, resteranno invece obliati per sempre in causa appunto 
della loro moltitudine, o del caso che li chiamò a lavorare in 
qualche borgata lontana dalle grandi vie di comunicazione ! 

Ma non è soltanto per la bellezza dei suoi monumenti ed 
il numero eccezionale delle sue opere d'arte che l'Italia resta 
prima tra le nazioni da ben due mila anni, e merita d'essere 
visitata dagli studiosi d'ogni paese; essa è tale ancora per le 
memorie d'ogni specie che vi ha lasciate la storia. In un paese 
dove da tanto tempo s'accumulano popolazioni civili, l'origine 
d'ogni città deve perdersi naturalmente nelle tenebre della 
tradizione e del mito. Là dove ai dì nostri sorge una città tutta 
moderna, era un giorno una città romana, preceduta a sua 
volta da una città fondata dai Greci, dagli Etruschi, dai Pe- 
lasgi. Ogni fortezza, ogni città, ogni chiesa occupa l'area d'un 
tempio antico : le religioni mutavano, ma gli altari degli dei 
e dei santi venivano ricostituiti nei luoghi consacrati. Così i 
morti di secolo in secolo furono seppelliti in una terra suc- 
cessivamente purificata dagli auguri e dai sacerdoti di culti 
diversi. E interessante lo studio sul suolo di tante diverse 
epoche, che si sono per così dire stratificate come le rovine di 
edifici elevati successivamente sullo stesso luogo. Tutti, per- 
fino i più ignoranti, subiscono l'influenza di codesta vita delle 
nazioni che si è concentrata con tanta attività nelle storiche 
contrade d'Italia ; ognuno sente come codesta polvere sia stata 
un giorno animata. 



28 



L'ITALIA 



Dopo un lungo periodo di debolezza e di servitù, la nazione 
italiana La ripreso uno dei primi posti fra i popoli moderni. 
La penisola mutò bene aspetto da quelle epoche remote nelle 
quali i suoi armenti erranti le valsero il nome d'Italia; ai dì 
nostri le sue pianure così ben coltivate, i suoi ammirabili 
giardini, le sue città commercianti le farebbero dare un nome 
diverso. Gli sbocchi delle Alpi e la sua posizione nel centro 
del Mediterraneo le permettono di dominare su tutte le vie 
che dalla Francia, dalla Germania, dall' Austria- Ungheria 
convergono ai golfi di Genova e di Venezia. Essa dispone di 
mezzi enormi e sempre crescenti per le sue cave, le miniere 
di zolfo e di ferro, per i suoi vini, i prodotti agricoli d'ogni 
specie, per le sue svariate industrie, ed ora anche per le ricche 
e copiose cadute d'acqua delle sue montagne. Così si è spostata 
la potenza territoriale, e la ricchezza si è venuta assai più accu- 
mulando nella pianura di Lombardia, a Milano, nei suoi sob- 
borghi, nelle sue campagne, nei centri principali dell'industria. 
La rete delle strade ferrate, che potè essere sviluppata molto 
più tardi nel mezzogiorno, contribuì efficacemente all'aumento 
della ricchezza del settentrione ; prima dell' apertura del va- 
lico del Oenisio, che giovò specialmente a Torino ed al Pie- 
monte, poi quella del Brennero e della Pontebba che diedero 
incremento maggiore al porto di Venezia ed alle sue provincie, 
e più di tutti il passaggio del Gottardo, da cui tanto van- 
taggio ebbero le industrie dei piani lombardi, trasformarono, 
si può dire, l'Italia superiore, recando al porto di Genova 
tali incrementi da farne una seria rivale di Marsiglia. E 
già si prevede che, aperto il nuovo valico del Sempione e 
con esso comunicazioni ancora più rapide con buona parte 
dell'Europa centrale e colla Gran Bretagna, queste fortune 
saranno ancora maggiori, raggiungeranno proporzioni quali 
nessuno avrebbe osato sperare. Nelle regioni industrialmente 
più forti si aguzzano e si manifestano specialmente gli ingegni 
dei dotti e degli inventori, che non la cedono punto a quelli 
degli altri paesi civili. 

La stessa rapidità di questi progressi determina però un 
crescente squilibrio a danno dell'Italia meridionale, che nep- 
pur da lontano ha potuto seguire questo sviluppo di commerci 
e di industrie. Ben è vero che vi ebbe un grande sviluppo 
l'agricoltura, che la coltura della vite e del frumento furono 
notevolmente estese e migliorate, e, con savio accorgimento 
di trattati e di tariffe ferroviarie, si cercò di agevolare lo 
smercio dei prodotti del suolo anche all'estero. Ma la trasfor- 
mazione intellettuale e morale fu anche meno rapida e fortu- 



SVILUPPO DELLA CONOSCENZA GEOGRAFICA D'ITALIA 29 



nata della trasformazione economica, e fuor di alcune città, come 
Napoli, che seguirono il generale progresso, troviamo ancora 
troppo vivi i ricordi e le impronte di governi che si fonda- 
vano essenzialmente sull'ignoranza, sulla corruzione, sulla tras- 
curanza dei più legittimi interessi dei meno abbienti. Le con- 
dizioni della proprietà fondiaria, schiacciata da mutui usurari, 
vi riescono più difficili, l'imposta torna meno sopportabile, il 
lavoro manuale è retribuito in modo da non bastare talvolta 
ai più urgenti bisogni, e quindi sono maggiori le difficoltà del- 
l'ainministrazione e le preoccupazioni del Governo; e si invo- 
cano riforme fondiarie, tributarie, amministrative, tali che vera- 
mente giovino a migliorare anche le condizioni di queste re- 
gioni, e sovratutto delle isole, che sono le meno fortunate e 
ben poco seppero sino ad ora profittare della loro importante 
posizione nel Mediterraneo. 

All'unità d'Italia, del pari che al suo sviluppo economico, 
nocquero specialmente le difficoltà e la lentezza con cui siamo 
riusciti a conoscere il nostro paese. Ancora nel 1857 Cesare 
Correnti scriveva, che « si parla tanto d'Italia, ma un libro 
che tutta la ritragga quale essa è, e quale va facendosi, non 
l'abbiamo ancora » . Gli omerici conoscevano appena la Si- 
cilia, ed anche all'orecchio di Erodoto le Alpi, l'Eridano ed 
altri nomi erano venuti come finzioni poetiche. Le prime no- 
tizie dei porti italici, dalle foci del Rodano a quelle del Po, 
si hanno dal periplo attribuito a Scilace, ai tempi di Filippo 
il Macedone, ma certo dovevano esser note ai Tirreni, navi- 
gatori audaci e fortunati. Polibio è il primo che coglie l'unità 
del nostro paese, fra le Alpi, « rocca di tutta Italia », e i 
mari Jonio e Siculo, Adriatico e Tirreno, ne dà alcune mi- 
sure approssimative, e lascia persino supporre l'esistenza di 
qualche schizzo cartografico. Una descrizione più completa ci 
dà Strabone, tale che Carlo Ritter poteva scrivere, che « an- 
cora nessun geografo moderno , nella sua descrizione d' I- 
talia, ha raggiunto la grandiosa immagine che egli offre della 
penisola ». Con questi massimi concorsero a descrivere uno 
o più luoghi del nostro paese ed a darne nomenclature più o 
meno diffuse Pomponio Mela, Plinio, Orazio, Virgilio e gli 
altri poeti e scrittori di Roma. Ma più di tutto giovarono a 
farli conoscere, come tanti altri d'Europa, le strade meravigliose 
che vi condussero i Romani, le « descrizioni di tutto l'uni- 
verso » raccolte dagli agrimensori loro, gli iiinerarii marit- 
timi, militari, civili, sebbene basti uno sguardo alla Tavola 



30 



L'ITALIA 



N. O. — CARTA D ITALIA. 
Da un codice della Biblioteca di Ganci del 1120. 



Peutingeriana per vedere con quale ingenuità e con quante 
mostruosità geografiche veniva raffigurato il nostro stesso 
paese. 

Anche nei bassi tempi, nessuno riuscì a sfruttare, altrimenti 
che con abbozzi informi, i materiali agrimensori!, itinerarii, 
amministrativi, militari, marinareschi, e dopo Tolomeo anche 
prettamente geografici, che si erano venuti accumulando. Poi 
vennero meno persino i materiali. Le rozze età che segui- 
rono non ci lasciarono che carte ridotte a dischi rudimen- 
tali, a rozzi e informi disegni, a documenti che a malapena 
consentono di ricostituire la geografia storica dei tempi. Più 
tardi i Veneziani dovettero certo possedere carte marine e por- 
tolani, assai prima di quelli che 
furono a noi tramandati, e parec- 
chi romei compilarono itinerarii 
ai quali non si attribuiva forse 
grande importanza per tutti i san- 
tuari ed i luoghi di pellegrinaggio 
della penisola o traverso di essa 
per recarsi ai santuarii stranieri, 
Einsiedeln, San Jago di Oompo- 
stella, od in Palestina. Ma noi 
veniamo sino agli albori del risor- 
gimento, nel duodecimo secolo, 
prima di trovare qualche cosa che 
meriti almeno il nome di carta 
geografica d'Italia, come in quella 
di Edrisi, che si direbbe il primo 
schizzo di un bimbo degli asili che volesse oggi farne una 
copia. 

Incominciò allora qualche prezioso contributo della cartografia 
nautica, che si sviluppò con la fortuna delle nostre città ma- 
rinare e commercianti, mentre i viaggi arditi e lontani, al- 
largando l'orizzonte dei traffici e delle conoscenze geografiche, 
ampliavano quello della vita intellettuale, sociale, ed econo- 
mica, e richiamavano le menti all'osservazione e alla raccolta 
dei fatti sociali ed economici della vita contemporanea. Il 
Biondo da Eorlì nel 1445 pubblicava il primo saggio di una 
geografia storica comparata, dove la descrizione dei luoghi 
dell'età sua è messa a riscontro con quella dell'antichità e del 
medio evo, mentre gli eruditi si affaticavano intorno alle ta- 
vole di Tolomeo, e i Grò verni più avveduti, come quello di 
Venezia, facevano disegnare le prime corografie esatte e com- 
plete dei loro territorii. Nel secolo dechnosesto i Gto verni coni- 




CARTOGRAFIA D'ITALIA 



31 



mettono altri rilievi, le carte geografiche diventano ornamento 
dei più sontuosi edifici pubblici e privati, e si pubblicano tra 
noi, presto superati dall'Olanda, i primi atlanti ; alla fine di 
esso Antonio Magi ni affronta la costruzione di un grande 

X. 6. — FRAMMENTO DELLA CARTA DEL PIEMONTE E MONFERRATO 

pubblicata nell'opera : « Italia di Gio. Ant. Magini data in luce da Fabio suo figliuolo ». 

Bononiae, impensis ipsìus Auctoris MDCXX. 





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Scala di miglia 15 : di 60 al grado di meridiano. 



atlante d'Italia in 60 tavole, che per due secoli venne larga- 
mente sfruttato da italiani e stranieri. 

L'esplorazione del nostro paese, specie sotto i varii aspetti 
delle scienze geografiche ed affini, non procedeva però molto 
rapidamente. I Romani avevano avuto poco men che paura 
delle Alpi, alle quali anche Plinio assegnava le altezze più 
inverosimili, e poco le conobbero anche Dante e Petrarca, 
che pur si vantano oggi precursori del moderno alpinismo. 
Leonardo da Vinci le percorse e studiò forse per il primo, 



32 



L'ITALIA 



ma appena un secolo dopo la sua morte si ebbe la prima 
esatta misura altirnetrica, che fu del monte Baldo, quando 
ancora non si era cessato dal reputare i fossili, come li aveva 
chiamati il Cardano, scherzi di natura. Ne sino ai grandi rilievi 
topografici degli stati maggiori moderni si ebbero indicazioni 
precise, se, per esempio, la Dufour Spitze del Monte Rosa 
(4635 m.) variò da 4597 a 4736 metri, il Terghi (2864 m.) da 
2856 a 3404, il Gran Sasso (2921 m.) da 2898 a 3111, ed 
all'Etna (3313 m.) si assegnarono sino a 6496 metri. Grandi 
progressi si erano fatti invece nello studio delle acque, per cui 
l'Italia ebbe per tanti secoli, coi suoi sommi idraulici, il pri- 
mato, e non trascurabile importanza venivano acquistando gli 
studi climatologici, le ricerche statistiche, mentre anche nel 
secolo XVIII non fece progressi notevoli la cartografia. Questi 
incominciarono con la fondazione degli Istituti topografici, a 
Napoli nel 1780, in Lombardia verso la fine del secolo, più 
tardi in Piemonte ed altrove, ai quali si dovettero elementi 
preziosi per la conoscenza del nostro paese. Questa cartografia 
si va ora completando, grazie ai rilievi incominciati dall'uf- 
ficio di stato maggiore, con la legge del 10 agosto 1862, con- 
tinuati dall'Istituto topografico militare dopo il 1873, che ci 
diedero, in gran parte compiuta, una carta d'Italia in 277 fogli 
al centomila, corrispondenti a 4 tavolette al 50,000 ed a 16 
al 25,000 per le regioni più importanti o popolate. Altri lavori 
concorsero con questi a far conoscere il nostro paese, ed in 
modo speciale quelli dell'Ufficio idrografico della marina, cui 
dobbiamo la conoscenza ormai perfetta dei nostri litorali e di 
tutti i mari che li bagnano. L'ufficio geologico ne illustrò la 
storia tellurica e le pubblicazioni dei ministeri di agricoltura 
e dei lavori pubblici l'idrografia, la via di comunicazione, e 
le condizioni economiche. 

Il secolo decimonono porse anche larghissimo contributo alla 
conoscenza geografica dell'Italia, ed una bibliografìa di tutte 
le opere e le monografie pubblicate su di esse o su singoli 
luoghi o fatti attinenti alla geografìa occuperebbe un volume 
uguale a quello che noi destiniamo a descriverla. I nomi di 
Carlo Cattaneo, di Cesare Cantù, di Alberto Lamarmora, di 
Cesare Correnti, del Marmocchi, dei Balbi, dello Zuccagni- 
Orlandini, dell' Amati, del Marinelli, e tra gli stranieri, oltre 
ad E. Reclus, quelli del Daniel, del Nissen, del Deecke, del 
Fischer prepararono i materiali alle più moderne e complete 
descrizioni edite da Vallardi, a cura dello stesso Marinelli, e 
dall' L T nione editrice di Torino a cura dello S trarlo rei lo, che sono 
tra le più complete si possano desiderare. Ma forse altre più 



POSIZIONE E CONFINI D'ITALIA 



35 



giuste e perfette si potranno avere, facendo veramente tesoro di 
tutti gli studi, le descrizioni, le osservazioni che vanno accumu- 
lando gli speciali sodalizii che studiano il nostro paese, la 
Società geografica di Roma, il Club alpino italiano, ed ora 
anche il Touring-Club, e le illustrano con pregevoli pubbli- 
cazioni. 



Privilegiata è certamente l'Italia, tra le regioni del globo, 
per la sua posizione astronomica e geografica. A metà di- 
stanza fra l'equatore e il polo, essa occupa il centro di quel 
bacino tranquillo e sereno del Mediterraneo, dove si è svolta 
la maggior parte della storia del mondo. Più solida della 
frastagliatissima Grecia, più elegante della rigida penisola ibe- 
rica, chi vi si affaccia dalle Alpi trova subito un altro mondo, 
mentre nelle vicine penisole continuano, fra gli acrocori e le 
chiostre dei monti, il clima e la natura continentale. Carlo 
Cattaneo paragonò l'Italia all'India cisgangetica, e persino in 
molti accessori il paragone è esatto; ma essenzialmente diverso è 
il sito celeste delle due penisole, diversissimo il clima, mentre 
la figura dell'Italia è più elegante e più varia con la sua co- 
rona d'isole. Non a un rude triangolo, come Polibio, o ad 
una foglia di edera o di quercia, come Plinio, si può parago- 
narla, ma ad una gamba umana, allo stivale immortalato da 
Giuseppe Giusti, o ad una figura di donna distesa « nel talamo 
tra due mari, serena, sotto i baci dell'eterno amante » , come, 
prima di Giosuè Carducci, la raffigurava Fazio degli U berti. 
Nicolo Machiavelli non la reputava validamente difesa dalle 
Alpi, Napoleone avrebbe voluto rifarla più massiccia, cacciando 
con una pedata la Sicilia a colmare il golfo di Genova, col- 
legandovi la Corsica e la Sardegna, mentre così come è deve 
essere di necessità grande potenza marittima. Certo non sine 
aliquo divino mimine, come diceva Polibio, essa è cinta dal- 
l'Alpi e dal mare e potrebbe esserne difesa l . 

Così riesce facile determinarne i confini, sebbene molto più 
controversi di quanto non sembri, specie alle estremità, e persino 

1 Nei tempi della servitù sdegnosamente cantava infatti Gr. B. Nicolini nel Lu- 
dovico Sforza, II, 1 : 

Te bagna il mar, non t'assicura e l'alme 
Più che le terre l'Apennin ti parte ; 
E dell'Alpi non ti armi e ti difendi, 
Ma, qual da schiusa porta infida ancella 
Nei brevi amori vi ti affacci e chiami 
Nel talamo sfregiato altri tiranni. 



36 



L'ITALIA 



in qualche punto delle costiere marittime, e pei quali s'ha a tener 
conto non solo delle fortune e delle sventure della politica, 
ma della storia, della lingua, dell'aspetto fisico delle regioni. 
Verso la Francia, da Augusto in poi, fu sempre considerato 
come confine d'Italia il Varo, clie ancora nel 1860 segnava 
infatti il confine occidentale della provincia di Nizza ceduta 
alla Erancia. Certo sino al monte Olapier (3046 m.) è tutto 
nn contrasto di lingue, di interessi, ed anche di elementi fisici, 
per cui, muovendo pur sempre da quel nodo, taluno riesce al 
mare per la cima del Diavolo e il passo delle Milleforche 
alla Turbie, altri per la piramide dell'Encestraia e il Cover 
al capo di Antibo od alla Cagne, ed altri ancora per il colle 
della Porta sino a circuire il bacino del Paglione e radere sulla 
riva sinistra la foce del Varo. Patto sta che il confine politico 
non comincia sulla vetta, ma taglia a vanvera vallate e pen- 
dici spettanti ai bacini della Vesubia e della Tinea, mentre 
secondo i computi di Grio vanni Marinelli, ad avere almeno un 
confine ragionevole, si dovrebbero ottenere dalla Francia e dal 
Principato di Monaco 696 chilometri quadrati di territorio, 
cedendone 247, con un guadagno netto di 450 •. 

Dalla vetta del Clapier pare non dovrebbe essere difficile 
seguire lo spartiacque almeno sino al Catalan, per 1517 chi- 
lometri. In quella vece, sempre secondo i computi di (t. Mari- 
nelli, dei 1613 chilometri che rappresentano il confine naturale 
d'Italia, 664 coincidono col confine politico, 846 si trovano 
più o meno al di là di esso, e soli 103 al di qua, di guisa che l'Ita- 
lia dovrebbe complessivamente avere una maggiore estensione 
di 25,8 49 chilometri quadrati, anche a tener conto dei 567 che 
dovrebbe cedere ai vicini 2 . Infatti, oltre ai pochi tratti geo- 
graficamente francesi, noi perderemmo le alte valli del Lei 
(Reno) e di Li vigno (Imi), ma dovremmo acquistare l'alta 
valle di Vedrò, il Canton Ticino, con tutte le acque che scen- 
dono ad esso, le V alli di Poschiavo, di Bregaglia e di Miin- 
ster, il Trentino e le valli superiori dei fiumi veneti, il lito- 
rale, Istria, Trieste e Gorizia sino a dove sgorgano acque che 
scendono nell'Adriatico. Secondo la storia sarebbero inoltre 
italiane la Corsica e Malta, le isole del Quarnero, italiane 
anche geologicamente, e giù giù tutta la costa dell'Adriatico, 
dove sono così vive le tradizioni e così cara la favella veneta, 
da resistere a tutte le violenze tedesche e slave, con disperata 
energia. Ma anche solo a computare il naturale confine ma 

1 Marinelli, L'Italia, pag. 47 e se<r. 

2 Ivi, pag. 57. 



CONFINI DELL'ITALIA, LITORALI 



:37 



rittituo clie s'arresta al Quarnero, e comprende la Corsica e 
Malta, si avrebbero da aggiungere al Regno altri 9050 chilo- 
metri. Complessivamente, il Regno d'Italia che misura 286,568 
chilometri, ne avrebbe 321,521 secondo i calcoli di G. Mari 
nelli, che sono i più attendibili per esattezza e per autorità. 

Considerata la regione italica a questo modo, essa ha la 
massima lunghezza di 1273 chilometri, dal Krimmler Tauern 
(47° 6' lat.) a Eilfola Rock di Malta (35° 47), e si riduce a 
1175, arrestandoci al faro di Cozzo Spadaro, presso al Capo 
Passaro (36° 41), ed a 1039 sino all'estremo punto della pe- 
nisola, al Capo Sparavento (37° 55'). La massima larghezza 
misura quasi 12 gradi di longitudine, dal Monte Tabor, a 
5° 53° 4 0., al faro di Capo d'Otranto a 6° 4' E. dal meridiano 
di Monte Mario (Roma), come dire l'asse d'Italia, che tocca o 
quasi, Venezia, le foci del Po, Rimini, Perugia, e il Capo 
Lilibeo. Roma, infatti, anche geograficamente, occupa il centro 
d'Italia e insieme quello del Mediterraneo. Al naturale con- 
fine terrestre di 1938 chilometri corrisponde uno sviluppo di 
coste continentali, peninsulari, insulari di 6876 chilometri. 
Grazie a questo grande sviluppo di coste pochi punti del ter 
ritorio italiano sono lontani dal mare più di 200 chilometri: 
lo Spluga, il più remoto, è a 230, otto decimi del territorio 
non ne distano più di cento, mentre la sesta parte della po- 
polazione italiana vive sul mare od a men di 5 chilometri 1 . E 
pure le nostre popolazioni, a paragone delle inglesi, e più 
delle norvegesi, non sentono quell'affetto pel mare, che dovrebbe 
quasi connaturarle, come quelle, al liquido elemento e darci 
una più forte marina da guerra, una più potente marina mer- 
cantile, ed una marina da diporto di cui abbiamo appena 
una pallida idea. 

Al distacco imposto dalla configurazione orizzontale del suolo 

1 Secondo le cifre ottenute dall'Istituto geografico militare, Annuario statistico 
italiano pel 1900, Roma, 1900, lo sviluppo lineare dei confini terrestri e marittimi 
d'Italia è il seguente in chilometri : 

I. Penisola. 1. Confini terrestri Da Capo di Leuca al Fortore . . 443 



Frontiera francese 



svizzera 



487 
672 
779 

37.8) 



Dal Fortore al Po di Volano . . 458 
Dal Po di V. al confìue austriaco . 188 



» 



austroungaiico. 
sanmarinese 



Totale penisola . 
II. Isole. 



. 33S3 



Dal confine francese alla Magra . 339 

Dalla Magra alla Fiora 342 

Dalla Fiora a Terracina .... 219 

Da Terracina a Torre Scilla . . . 099 

Da Torre Scilla a Capo di Leuca . 095 



I. 2. Confini marittimi. 



Sicilia 
Sardegna 



1115 

1336 
147 

895 



Elba . . . 
Isole minori 



Totale generale. . 



3493 
6876 



38 



L'ITALIA 



si aggiunge quello che proviene dalla configurazione verticale 
per distinguere anzitutto l'Italia in alcune grandi parti di- 
verse \ Dapprima la massa alpina, colle linee grandiose e pit- 
toresche del suo molteplice e scolpito rilievo, coi numerosi ed 
enormi ghiacciai, colle valli anguste, ma fortemente tagliate e 
lungamente sviluppate, coi laghi incassati e profondi, ottimi 
regolatori dei torrenti montani, che essi tramutano in fiumi 
tranquilli e ricchi d'acque limpide e perenni, col suo manto 
di verdi pascoli e di cupe foreste di conifere, col suo grazioso 
basamento di colli digradanti, ricchi sovente di vigne e di 
frutteti, talora anche di oliveti ; — poscia la pianura padana, 
continuazione leggerissimamente declive dell'Adriatico, appena 
interrotta nella sua uniformità dall'ondulazione dei colli e 
delle prealpi, celebre, fin dall'età di Polibio, per i più fertili 
campi del mondo; — a queste segue la regione apenninica, 
dalle montagne tondeggianti, rade volte assorgenti a masse 
gigantesche, sovente monotone, mai scintillanti di ghiacciai 
e solo per breve stagione candide di nevi, coperte di rade fo- 
reste di faggi, di queroie, di lecci, di castagni, e nei tratti in- 
feriori di olivi, sovente aride e brulle nel loro rosseggiante ter- 
riccio, colle vallate più apriche, ma più brevi, solcate da fiumi 
poveri d'acque, non di rado interrotte da un bacino lacustre 
e persino palustre, prive di pianure ampie ed uniformi. È un 
assieme di bellezze diverse, nella parte continentale più severo 
e grandioso, più freddo e diffuso, nella peninsulare più lumi- 
noso e caldo, con paesaggi differenti, che variano dalla serena 
amenità delle vallate toscane, al verde riposato dell'Umbria, 
alle voluttuose intonazioni della spiaggia di Sorrento a quella 
delle riarse falde vesuviane. L'Italia continentale 2 , sopra 

1 Diamo alcune altre distanze, secondo i dati raccolti e determinati dal profes- 
sore G. Marinelli, Annuario, 1887-88, pag. 20 e seguenti: 

Dal Faro di Capo Sparavento al monte Trognone 1016.8 chilometri, al passo dello 
Stelvio 1062.7, al Cervino 1133.7. 

Dal Faro di Capo Passaro al Trognone 1132.8, allo Stelvio 1161,8, al Cervino 1206.6. 

Dal Faro di Capo d'Otranto al monte Tabor 1125.3. 

Da Roma (Monte Mario) al Trognone 528,3, allo Stelvio 536,5, al Crapillon (Monte 
Bianco) 621,1, al Tabor 593,1, al Colaurat 482,9, al Capo dell'Argentiera (Sardegna) 
385,4, al Faro di Marsala 459,4, al Faro di Capo Passaro 627, alla punta di Kala 
Maluk (Lampedusa) 716, a Capo Sparavento 541,6, al Faro di Capo d'Otranto 548.2. 

- L'Italia continentale comprende Je seguenti regioni : 

Piemonte 29,378 San Marino 59 

Liguria 5,278 Monaco 22 

Lombardi.' 24,317 Territorio francese 427 

Venezia 24,548 » svizzero 3,562 

Emilia 20,640 » austriaco. . . . 21,838 



104,061 

e in tutto 130,069 chilometri quadrati. 



25,908 



ITALIA CONTINENTALE E INSULARE 



39 



la linea che va dalla Spezia a Himini, si distingue così dalla 
peninsulare, ed in questa spiccano distinte la penisola Cala- 
brese, la Salentina, la Garganica, e le minori di Populonia, del- 
l' Argentaro, del Oircello, di Capo Miseno e di Sorrento: alcune 
tristi e desolate per la malaria, altre felici per serenità di 
cielo e per feracità di suolo l , 

L'Italia insulare, sino agli scogli appena visibili, è vera- 
mente staccata dal continente, per effetto di varie forze ope- 
ranti con improvvisa violenza o con paziente azione multise- 
colare, come si vede specialmente nella Palmaria, a Procida 
e altrove, e come i geologi ne additano le traccie nei fondi 
marini del Tirreno e nei terreni paleozoici della Corsica, della 
Sardegna, dell'Elba, delle Alpi Apuane. Ma fuor delle tre isole 
principali, Sicilia, Sardegna e Corsica, assai piccole sono le 
altre, anzi, ad eccezione di poche, piuttosto frammenti, se ap- 
pena tre superano i cento chilometri quadrati d'area, altre 17 
i 10 chilometri, e computando tutte le isole maggiori d'un 
chilometro, appena si arriva alla cifra di 45 2 . Formano esse 



1 L'Italia peninsulare comprende le seguenti regioni : 



Toscana 


. . . 24,104 


Campania 


. . 16,21)2 




. . . 9,748 








. . . 9,709 




. . 9,962 




. . . 12,081 




. . 15,075 




. . . 16,529 




132,610 


2 Ecco queste isole in 


ordine decrescente d'ampiezza: 






. . . 25,461 








. . . 23,800 








. . . 8,743 




. . . 8.6 




. . . 234 


Ponza e Cavi 


. . . 7.3 




224 




. . 7.1 


Sant'Antioco (Sai degna) 


. . . 109 


Tavolara. . . . . . . 


. . . 6.1 




... 83 




. . . 6.0 




... 66 




. . . 5.2 








. . . 5.1 






Procida e Vivaio . . . 


. . . 4.7 




... 46 




... 4.1 




... 38 






Salina (Lipari) . . . 


... 27 












... 3.0 






Cornino (Malta) . . 


... 2.4 






San Domino (Tremiti) . . 


... 2.3 










Favignaua (Egadi) 


... 19 


Palmaria 


. . . 1.5 






San Pietro (Taranto) . . 


. . . 1.3 


Marittimo (Egadi , . . 


... 13 




... 1.3 








. v . 1.1 



















40 



L'ITALIA 



quindici arcipelaghi, varii per natura, per figura, pel modo del 
loro aggruppamento, a cominciare dal massimo della Sicilia, 
terminando con quello di Pelagosa che vi si conterrebbe ot- 
tantacinquemila volte 1 . Queste divisioni non sono ugualmente 
accolte da tutti. Altri scrittori preferiscono infatti di dividere 
l'Italia in tre parti , settentrionale , centrale , meridionale ; 
Cesare Correnti vi aveva distinte prima 16 e più tardi 19 re- 
gioni 2 , mentre prevalse una divisione in compartimenti, che 
sebbene non abbia alcuna importanza politica od amministra- 
tiva, si è imposta anche ai criteri d'ordine esclusivamente 
fisico e naturale, e sono appunto: il Piemonte, la Liguria, 
la Lombardia, la Venezia, l'Emilia, la Toscana, le Marche, 
l'Umbria, il Lazio, gli Abruzzi col Molise, la Campania, la 
Puglia, la Basilicata, la Sicilia e la Sardegna, compartimenti 
corrispondenti all'indigrosso anche a vere e proprie regioni 
geografiche alle quali si possono connettere od aggiungere la 
Venezia Giulia, il Trentino, la Svizzera italiana e le altre 
terre dalla nostra ancora disgiunte. 

1 Ecco i particolari dei varii arcipelaghi secondo i computi di L. Bodio, G. Ma- 



rinelli, E. Levasseur, Strelbitzky, ed altri : 

Sicilia ed isole contermini ........ 25,461,82 

Sardegna » 24,077,16 

Corsica ' » 8,747,00 

Arcipelago delle Calipsee (Malta) 303,00 

Arcipelago toscano 289,00 

Isole Lipari o Eolie 116,85 

Pantelleria 82,93 

Arcipelago Campano 60,79 

Isole Egadi 44,18 

» Istriane 13,50 

Arcipelago di Ponza 9,26 

Ustica 8,65 

Gruppo delle Tremiti 3,63 

Isole Pugliesi o Salentine 2,44 

» Liguri 1.78 

Gruppo di Ventotenc 1,61 

Dino (Calabria) 0,36 

Gruppo di Pelagosa 0,30 



Totale . . . 59,224,25 



3 Le regioni proposte erano le seguenti : Pedemontana, Cispadana (Emilia), Tras 
padana (Lombardia), Adriatico, Riviera Appennina (Liguria), Costiera adriatica 
(Marche), Val d'Arno, Valle del Tevere, Centro Appennino (Umbria e Abruzzi . 
Terra di Lavoro (Napoli e Campania), Pianura bini are (Puglia), Estrema Bi penisola 
(Calabria), Sicilia, Sardegna, Corsica, Istria. — Opere, voi. II, p. 373. A questo aggiun- 
geva più tardi l'Alta Valle dell'Adige (Bressanone e Treuto), il Canton Ticino, la 
Corsica, Malta, ristudiando ed alquanto diversamente suddividendo le aldo. Ivi, 
pag. 447, 448. 



POPOLAZIONI ITALIANE 

Come le singole regioni geografiche dell'Italia, hanno spic- 
cate differenze ìe popolazioni che le abitano e specialmente 
delle presenti gioverà parlare distintamente. Ma occorre pre- 
mettere alcuni cenni sulle loro successioni e trasmigrazioni, 
sulle notizie statistiche che si possono raccogliere nella notte 
dei secoli, sino ai censimenti moderni, infine sulle emigrazioni 

X. 7 — L ITA LIA NEL 1859. 




presenti, per cui tanti italiani vanno ogni anno a cercare lon- 
tano o vicino un'altra patria, od a tentarvi comunque meno 
avverse fortune. 

A non parlare degli Aborigeni, dei Pelasgi e d'altre genti 
di cui neppure gli antichi ebbero certe notizie, e non consi- 
derando le colonie fenicie, cartaginesi e greche, noi distin- 
guiamo nell'antichissima Italia cinque genti diverse. A mez 
zodì dell' Apennino, lungo la costa tirrena e nelle isole vive 
vano gli Ibéri, dolicocefali, di una razza camitica che si di- 
rebbe affine ai Berberi, completamente scomparsa oggidì, 



44 



L'ITALIA 



se pur uon vi si connettono i Baschi. I Liguri occupavano 
gran parte dell'Italia superiore e media, e furono ricacciati 
nelle sedi cui serbarono il nome, degli Itali, degli Etruschi, 
dei Galli, abbandonando le palafitte dei laghi alpini, rotti 
alle fatiche, espertissimi della navigazione, duri et agrestes, 
che resistettero lungamente ai Romani, e si fecero temere 
anche poi. Dall'oriente vennero invece i Japigi, i Messapi, i 
Liburni, i Veneti, distinti per gradi diversi di secoli e di col- 
tura, ciascuno con una propria storia, ma derivanti dal co- 
mun ceppo illirico; i Veneti si aprirono la via fra l'oscuro 
popolo degli Euganei e penetrarono fino al Mincio, dove gli 
avanzi delle palafitte liguri segnano forse il limite della re- 
sistenza di queste ultime genti. Anche gli Itali vennero dalle 
aperte porte orientali o forse dai valichi delle Alpi, tentando 
di costituire sulle rive del Po, mille anni prima che su quelle del 
Tevere, la civiltà italica. Soggiornarono forse a lungo in quella 
valle prima di scendere alle loro sedi storiche e distinguersi 
nelle varie famiglie degli Umbri, degli Osci, dei Latini, degli 
Ernici, dei Peligrii, dei Volsci. Più oscura è l'origine degli 
Etruschi, che pure occuparono così gran parte della terra e 
della storia della penisola, ne furono la gente più civile, e 
vi lasciarono monumenti preziosi, sebbene già al principio del 
periodo storico si trovino ridotti ai più angusti e noti confini, 
memori appena d'essersi distesi sulle valli dei tre massimi fiumi 
e sino alle pianure campane. 

A questi popoli che nascondono il capo nella notte preisto- 
rica, sì che per averne una idea dobbiamo ricorrere ai sussidi 
della paleontologia, si aggiunsero nell'epoca storica i Celti, 
che con la grande invasione loro minacciarono per un mo- 
mento di mutare le sorti della penisola. Ma anch'essi non la- 
sciano sicuri documenti della lingua e si confondono cogli 
altri abitatori, mentre ancora più fìtta è la tenebra che av- 
volge le antiche origini e le prime vicende dei Siculi e dei 
Sardi. Complessivamente, secondo G. Beloch, nel secolo di 
Augusto, l'Italia nei suoi confini geografici contava sei milioni 
e un quarto di abitanti, 50,000 liberi a Roma, 2,750,000 nelle 
undici regioni, due milioni di schiavi, con circa un milione 
di abitanti nelle isole maggiori. 

A tutte le lingue primitive, portate dalle colonie, dagli eser- 
citi, dalle amministrazioni si venne imponendo l'idioma di 
Roma, ed il tipo logico e grammaticale ed il lessico del latino 
rimasero nei singoli dialetti, che accolsero in diversa misura 
voci tedesche, greche, arabe o d'altra origine straniera. Lo 
spirito di Roma aveva vinto e il patrimonio del lessico e 



ABITANTI E LINGUE D'ITALIA 



45 



della grammatica sono rimasti ; ma l'organo fonetico reagisce, 
e l'abitudine organica, prodotto invincibile di una selezione 
naturale, viene sottomettendo i suoni della stessa parola latina 
alle pili diverse variazioni. Verso il secolo decimoprimo, col 
volgare, di cui ormai possiamo seguire le traccie, giganteg- 
giante con Dante, si formano e si affermano i dialetti. Ma 
restano oscuri e popolari sino al secolo XY, quando comin- 
ciano a tentare la letteratura dove acquistano importanza 
nel XVI, quasi lo spirito italiano, mentre si veniva rallentando 
la sua unità ideale, mirasse a raccogliersi in siffatta ricchezza 
di organi e di fibre particolari. Così abbiamo i dialetti franco- 
provenzali, ladini, gallo-italici, liguri, veneti, toscani, umbro- 
romani, napoletani, calabro-siculi, sardi, che studieremo assai 
meglio nelle singole regioni, coi loro abitanti, dove potremo 
constatare insieme quale piccola importanza abbiano gli spruzzi 
delle colonie di tedeschi, di slavi, di albanesi, di catalani, di 
provenzali. 

Quanti veramente fossero gli abitanti d'Italia nei secoli an- 
tichi non si può affermare con seria approssimazione. La mo- 
derna coltura storica non solo ha distrutto le favole delle af- 
follate genti romane, ma lasciata intatta appena una presunta 
cifra di quattro milioni al tempo dei Goti. Poi veniamo sino 
alla metà del cinquecento senza trovare neppure la più lon- 
tana approssimazione di cifre ; ma certo se in alcuno dei dieci 
o dodici secoli più tenebrosi della nostra storia la popolazione 
d'Italia superò i quattro milioni, dovette scendere anche al 
disotto, decimata dalle pestilenze, dalle guerre, impedita nei 
suo sviluppo, dal generale disordine e dalla miseria. Gr. Beloch, 
nelle sue diligenti ricerche, ha accertata per la metà del Cinque- 
cento la cifra di 11,165,000 abitanti, ma anche allora sopravven- 
gono nuove sventure, pestilenze orribili, invasioni feroci, guerre 
fratricide, sì che al principio del Settecento troviamo appena 
dieci milioni di abitanti. La servitù che s'impose poi a quasi tutta 
la penisola ci diede, se non altro, una^relativa pace e quindi un 
aumento di popolazione notevole, 16,475,977 verso il 1770, 
17,237,421 alla fine del secolo decimottavo, 25 milioni o giù 
di lì, computando tutta l'Italia geografica, nel 1848 1 . Così si 
sa che la città di Roma, nella notte dei bassi tempi, quando fu 
abbandonata dai Papi, scese sino a 17,000 abitanti, e Martino V 
la trovò « ridotta a un pauroso deserto ». E se anche per qualche 
tempo aumentava come nel 1527 a 90,000, veniva il celebre 

1 G. Beloch, La population d'Italie dans les siécles XVI, XVII, XV 111, nel «Bull, 
de Tlnst. int. de statis. », Roma, 1888, Iti. 



46 



L'ITALIA 



saccheggio, che ne lasciava uccisi 8000, e ne mieteva 30,000 
di peste, come tra il 1570 e il 1571 ne morirono 60,000, 
sì che alla fine del secolo si ha da nn primo censimento la 
cifra di 109,729 abitanti, che aumenta lentamente sino ai 226,022 
trovati nel 1870 e più che raddoppiati nel libero vivere di soli 
trentanni. Invece Venezia appena oggi ha la popolazione di 
160,000 abitanti che aveva nel 1555, e Mantova non raggiunge 
quella del 1588. 

Il primo censimento del Regno fu compiuto il 31 dicem- 
bre 1861, quando ancora non erano riunite ad esso Venezia 
e Roma, e diede 21,777,334 abitanti. Il secondo censimento 
trovò la gran famiglia italiana nei suoi presenti confini, in nu- 
mero di 26,801,154 abitanti ; dieci anni dopo, il 31 dicem- 
bre 1881, sene registrarono 28,459,628. Al 30 giugno 1898 la 
popolazione veniva calcolata di 31,573,582 abitanti, e tenuto 
conto delle emigrazioni si può presumere che il prossimo cen- 
simento constaterà intorno a 32 milioni di abitanti. Qui ba- 
stino queste cifre sommarie, chè dei loro fattori e dell'analisi 
avremo occasione a discorrere quando conosceremo nelle sin- 
gole parti sue l'Italia. Basti aggiungere che lo sviluppo della 
sua popolazione in nessun anno fu inferiore all'otto per mille, 
e in taluni superò il dodici, aumento assai più rapido di quello 
di molti Stati d'Europa e specialmente della Francia. 

Ne è tale aumento da preoccuparci per una possibile defi- 
cienza dei mezzi di sostentamento. La densità della popola- 
zione censita per chilometro quadrato è aumentata, è vero, in 
mezzo secolo, da 85 a 112 abitanti per chilometro quadrato; 
ma se oltrepassa, e di gran lunga, la media d'Europa, che è di 
39, rimane tuttavia inferiore al Belgio (224), all'Olanda (152), 
alla Gran Bretagna (127), sebbene superi la media di tutti 
gli altri Stati. Inoltre restano vasti territori da sottrarre alla ma- 
laria, alla sterilità, all'abbandono, e con alcune opere pub- 
bliche ed una savia colonizzazione interna potrebbero trovarvi 
vita nou disagiata assai # più cittadini di quelli che la cercano 
fuori della patria. La nostra è infatti terra che può dare molto 
più non produca oggidì, se il senno dei suoi legislatori 
e il lavoro assiduo dei suoi abitanti rispondessero pienamente 
alla natura. Imperocché, come ebbe a scrivere Cesare Correnti, 
niuna regione d'Europa certamente risponde meglio alla fa 
tica umana, ma niuna forse chiede all'uomo maggior costanza 
di lavoro intelligente e incessante. È un mirabile congegno, 
che assestato e rinettato diligentemente fa miracoli; lasciato 
arrugginire, andrebbe a strappate faticose e pericolosi trabalzi. 

« Se dell'Italia antietrusca ci fosse rimasta una descrizione a 




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CIÒ CHE È E POTREBB'ESSERE L'iTALIA 



47 



modo di quella che Tacito ci lasciò della Germania antica, 
noi potremmo ora misurare il valore delle genti primeve, che 
apersero ai vigneti, agli ulivi, al frumento le cupe foreste apenni- 
niche che inalvearono i mille torrenti peninsulari, che fondarono 
città agricole in mezzo ai lagumi del Po, del Tevere, dell' Om- 
brone. Quanto sia necessaria la vigilante providenza umana a que- 
sta terra di promissione lo possiamo argomentare da quel che 
diventò l'Italia servile nella decadenza dell'Impero romano e nei 
primi secoli del medio evo, quando le selve selvaggie, i luridi 
stagni, le brulle lande, le fiumane ora mareggianti per ampie 
valli, ora secche e ciottolose, davano alterno aspetto di tetrag- 
gine nordica e di squallore africano. Della natura italiana sa- 
rebbe acconcio simbolo lo stemma di Napoli, che è un cavallo 
focoso e superbo ; bello e utile ad esperto cavalcatore, ma guai 
chi gli si recasse trascuratamente a bisdosso, o peggio chi gli si 
abbandonasse tra gli zoccoli. Il nostro non è paese che possa, 
senza profonde alterazioni, rassegnarsi a lunghi letarghi di 
civiltà, come le sconfinate pianure iperboree gli alidi ter- 
razzi delle sierre iberiche, o i piatti clivi e le acque lente della 
Francia e della Bretagna; non è una regione geometrica, che 
guidi o trascini l'uomo al lavoro ; è una terra educabile, ma 
irreqiiita e capricciosa, che se non si raggentilisce con assidue 
cure, se non si ammansa coll'improbo lavoro, dà nel disordi- 
nato e nel selvaggio » \ 

Certamente in nessuna maniera potrà cessare il movimento 
di emigrazione degli Italiani, che se in parte, per trascuranze 
e viltà di governi e, per ignoranza e imprevidenza di cittadini, 
è massima vergogna nostra, in parte è anche ricchezza, gloria, 
potenza civile. Troviamo infatti lavoratori italiani in quasi 
tutto il mondo, nelle ferrovie della Russia e in quelle del 
Senegal, nei cantieri giapponesi e nelle costruzioni delle nuove 
città americane, nelle fabbriche di Vienna e nelle officine 
francesi, nelle miniere della Westfalia e del Belgio e sui 
campi del Transvaal, del Brasile, dell'Argentina. Ma predi- 
ligono specialmente i tre Stati vicini, Francia, Svizzera, Au- 
stria, a cercarvi lavoro, e recare più o meno presto alla fa- 
miglia i sudati risparmi. Altri emigrano più lontano, specie 
nelle Americhe, senza il deliberato proposito di ritornare. 
Ospitano quei tre Stati intorno a centomila lavoratori italiani 
tutti gli anni, e si trovano specialmente nelle opere ferroviarie 
o edilizie, nelle officine, laboriosi, sobri, talvolta, pur troppo, 
ribelli all'autorità ed alla legge, ma più per l'abbandono in cui 

1 Opere, voi. II, pag. 624, 625. 



-1-8 



L'ITALIA 



sono lasciati dal patrio Governo e per l'avversione che suscitano 
con la concorrenza sul mercato del lavoro ; partono a primavera, 
specie dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto, e tornano 
quando la terra si copre di neve e diventano impossibili i lavori 
all'aperto e le opere murarie. Assai varia è invece la cifra di 
coloro che emigrano in America, se da 20,000 nel 1876 salì 
sino a 200,000 nel 1898, per scendere poi tra queste due ci- 
fre quando imperversarono le delusioni del Brasile e d'altri 
Stati. Imperocché non tutti sono ai nostri propizi di clima, 
di terre feraci, di leggi tutelari, ed è veramente somma sven- 
tura che nessun Governo nostro abbia mai saputo guidarli e 
concentrarli nella regione platense, la più appropriata, la più 
opportuna. Che se in questa si fossero raccolti i due milioni 
e più d'Italiani sparsi nelle due Americhe e fossero cresciuti 
come potevano crescere, forse al doppio conservandosi tali di 
lingua e d'animo, avrebbero dato vita ad una nuova Italia 
platense, imprimendo a quelle regioni, assai più che non ab- 
biano fatto nell'Argentina, nell'Uruguay ed in alcuni Stati 
del Brasile, il suggello della lingua, della civiltà, della nazione. 




L'Italia. 



CAPITOLO II. 



Le Alpi occidentali e l'alta valle del Po. 



La valle del Po, sino a dove scaturiscono le acque ch'essa 
raccoglie, si chiama talvolta Alta Italia, ma fuori delle chio- 
stre dei suoi monti è in realtà la più bassa, ed è anche rela- 
tivamente la meno aspra. Le parti piane e montuose per poco 
non si ragguagliano, ed anzi quelle superano ove se ne eccet- 
tui il Piemonte, grazie a quella vasta distesa padana, emi- 
liana, e veneto friulana, che ne occupa così gran parte, e che 
si distende meravigliosamente uniforme dalle falde delle Alpi 
a quelle degli Apennini, dalle porte d'Italia in Piemonte 
alle spiagge dell'Adriatico, dai colli morenici o terziari del 
Eriuli a quelli pur terziari del Monferrato, dalle foci del Ti- 
niavo a quelle del classico Rubicone. La grande pianura si 
interpone fra le Alpi e gli Apennini a così piccola altezza, che 
se le acque dell'Adriatico crescessero di solo cento metri, forme- 
rebbero un gran golfo, insinuandosi fortemente ad occidente, e 
lanciando due ali sempre più sottili a greco e a scirocco, in 
modo da fronteggiare così l'Adriatico per una curva ragguar- 
devole d'uno sviluppo di 260 chilometri, interrotta dalla spor- 
genza del delta padano. 

La grande pianura che continua in apparenza fino alla base 
del Monte Rosa e del Viso la superfìcie orizzontale dell'Adria- 
tico circonda, come il mare, penisole, isole e qua e là qualche 
arcipelago. All'est ed al sud est di Torino, le colline terziarie 
del Monferrato settentrionale e dell'Astigiano, solcate per ogni 
verso da innumerevoli ruscelli, formano masse da cinque a 
settecento metri di altezza, completamente distinte dalle Alpi 
della Liguria e degli Apennini dalla depressione per la 
quale passa il Tanaro. Alle falde stesse delle Alpi, la rocca 
di Cavour ed altre protuberanze di granito, di gneiss, di por- 
fidi elevano le loro cupole e le piramidi sovra le pianure Uvei- 



52 



L'ITALIA 



late dalle acque e regolarmente inclinate a seconda del corso 
del Po. Ai giorni nostri questa regione è una vasta pianura 
fluviale, ma nell'epoca pliocenica era certamente un ampio 
golfo marino. La sua curva è spezzata dalle propaggini delle 
Alpi e degli Apennini, dagli Euganei, dai Berici, dagli anti- 
teatri morenici del Piemonte, della Lombardia, del Giarda, del 
Eriuli, mentre l'uniformità della stessa pianura è interrotta da 
pochi gruppi isolati o sporadici, pliocenici o vulcanici, simili 
a tumuli od a vedette d'una generazione estinta di giganti. 
I blocchi erratici, qualcuno dei quali aveva il volume d'una 
casa, non sono più molto frequenti. I muratori li riducono in 

N. 8. — DETRITJ DEPOSITATI TRA Li: ALPI E GLI APENXINI, SECONDO ZOLLIKOPEK. 



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Le altezze sono rappresentate al decuplo delle distanze. 

Scala di 1 : 1.780,000 

1 

0 80 eli il. 

pietre, e se non si avrà la cura di conservarne qualcuno quale 
proprietà nazionale ben presto non se ne vedranno più. A 
Pianezza, allo sbocco della vallata di Susa, si vede un blocco 
di serpentino, il rocco, la cui porzione sporgente già profon- 
damente intaccata dalle mine ha una lunghezza non minore 
25 metri su 12 di larghezza e 14 di altezza, ed un volume 
approssimativo di 2500 metri cubi: in uno dei suoi lati è 
scavata una cappella a San Michele, sull'altro il Club alpino 
ha posta una iscrizione a Bartolomeo Gastaldi. 

Chi si pigli a mano una buona carta in rilievo dell'Italia 
superiore vedrà i piani inclinati dei bacini idrografici che costi- 
tuiscono la vasta pianura, i coni di deiezione tra i quali al- 
cuni fiumi si scavarono solchi più o meno profondi, i terrazzi 
a scaglioni giganteschi più e meno allineati o conservati. Vero è 
che tutti questi rilievi, queste inclinazioni e rotture scompaiono, 



LA PIANURA PADANA E LE ALPI 



53 



e la grande pianura appare formata nei tratti essenziali da due 
piani inclinati verso un iilone mediano ed in pari tempo verso 
la spiaggia adriatica. A questo declivio, che scende dalle Alpi 
al Po ed al mare, costituito sovente da terreni dell'epoca qua- 



X. !:*. — SCHIZZO DELLE ALPI OCCIDENTALI. 




volume Italia del dott. Pa*ani:si. 



ternaria più o meno antica, si contrappone quello che scende 
dall' Apennino, meno ampio, e costituito prevalentemente da 
alluvioni recenti. Quasi tutta la pianura, del resto, co' suoi ter- 
razzi alternati a morene ed a massi erratici, mostra di essere 
stata formata da terreni di trasporto, fluviali e glaciali. Essi 



54 



L'ITALIA 



valsero a riempire un golfo vastissimo, ancora nel periodo 
post-terziario, un golfo che doveva essere la continuazione del- 
l'Adriatico, e la cui profondità è attestata dai pozzi scavati 
nella pianura, i quali solo a grandi profondità raggiunsero i 
sedimenti marini, e dai laghi subalpini, che in altri tempi 
erano veri fiordi, come quelli che oggi ammiriamo nella Nor- 
vegia. Ohe se anche questa enorme cavità della fine del terziario 
interrotta dalle alture di San Colombano, ed illuminata dal 
bagliore dei vulcani Berici ed Euganei era chiusa da due 
pareti simmetriche, il contributo delle Alpi fu assai più grande 
di quello degli Apennini, e così il Po scorre assai più a sud di 
quella che doveva essere e fu probabilmente la linea mediana 
di depressione dell'antico golfo. Quando le acque dell'Adriatico 
penetravano nelle valli alpine, fra le radici del Monte Rosa e 
del Monviso, l'Italia era riunita soltanto dal sottile peduncolo 
degli Apennini liguri, a meno che tuttavia il mare non avesse 
ancora distrutto l'istmo di montagne che congiungeva la Cor- 
sica e la Sardegna alle Alpi continentali. 

Nessun'altra regione d'Europa e più ammirabilmente circon- 
data da una cinta di montagne, e ben poche contrade nel 
mondo possono a questa paragonarsi per la magnificenza degli 
orizzonti. Al sud gli Apennini si elevano oltre la zona dei 
boschi, spiccato contrasto coll'immensa pianura uniforme, per i 
loro macigni, per le foreste, peri pascoli verdi; all'ovest ed al 
nord, dal colle di Tenda ai passi dell'Istria, si ergono nella loro 
sublimità le grandi Alpi, coi loro ghiacci perpetui. Sopra le 
campagne di Saluzzo, il Monviso, che ebbe il nome dalla bel- 
lezza dell'aspetto, domina tutta la cresta colla sua alta pira- 
mide isolata e versa dai piccoli laghi dei suoi pascoli il ru- 
scello fragoroso che prende il nome di Po; al nord-ovest di 
Torino, il Gran Paradiso s'appoggia sopra enormi contrafforti 
agli immensi ghiacciai; non lungi da questa massa centrale 
appare la Grivola, forse la punta più elegante e graziosa della 
catena; all'angolo di tutto il sistema delle Alpi, il culmine del 
Monte Bianco s'innalza come un'isola dal mare delle altre mon- 
tagne; la massa enorme del Monte Bosa, coronata da un dia- 
dema a sette punte, prolunga i suoi promontori verso la Sviz- 
zera ; poscia vengono il gruppo dello Spluga, l'Ortler, l'Ada- 
niello, la Marmolada e tante altre cime, tutte dotate d'una bel- 
lezza propria, originali e diverse. Chi in un mattino sereno, 
dall'alto del duomo di Milano, contempli la maggior parte di 
quell'immenso anfiteatro stendersi davanti agli occhi, e, tutto 
intorno la pianura verdeggiante, colle sue innumerevoli citta, 
può davvero esser pago d'aver vissuto per poter ammirare un 
quadro così grandioso. 



ALPI OCCIDENTALI 



Xel loro complesso, le Alpi che cingono l'Italia possono es- 
sere considerate siccome geograficamente appartenenti in gran 
parte alle contrade limitrofe. La ragione stessa che ha dato 
tanta vaghezza al versante italiano delle montagne, ha fatto 
di quelle altezze una dipendenza naturale della Gallia e della 
Germania. Dal lato meridionale si abbraccia d'un solo sguardo 
tutto il declivio delle Alpi; si possono contemplare ad un 
tempo le campagne piantate di vigne e di gelsi, le foreste di 
faggi e di larici, i pascoli, le nude roccie, i ghiacciai abba- 
glianti ; ma il coltivatore non s'arrischia in codesti paesi dif- 
ficili, se non sia spinto dalla miseria. 

Sull'altro versante più allungato e d'altronde rivolto verso 
il nord, lo spettacolo offerto dai monti è in generale assai 
meno svariato; le terre sono meno fertili, ma gli abitanti 
delle alte vallate e degli altipiani hanno il vantaggio di poter 
superare facilmente la cresta per ridiscendere sui declivi me- 
ridionali. Indipendentemente dalle tentazioni suscitate dalla 
vista delle pianure italiane negli avidi montanari, dobbiamo 
ricercare la causa della preponderanza etnologica delle popò 
lazioni d'origine gallica e tedesca nell'architettura stessa delle 
Alpi. Oltre la loro cerchia, l'italiano si parla soltanto in al- 
cuni punti isolati, mentre gli elementi francese e tedesco sono 
rappresentati in parecchi del versante interno. 

Tutta questa vasta regione non può esser descritta d'un 
tratto, a cagione dei diversi aspetti di natura, dei differenti 
popoli, e delle altre varietà sue, le quali prevalgono su quei 
due vincoli delle Alpi e del Po, che la uniscono. Imperocché 
le Alpi stesse hanno diverso aspetto in Piemonte, dove si 
spingono addentro nella pianura, e il confine della natura è 
anche quello della politica, in Lombardia dove mandano in- 
nanzi soltanto i promontori delle Orobie e delle Alpi Trentine, 
formando dietro al confine politico la massa più vasta, i cui 
luoghi abitati sono stati perciò descritti in altri volumi, e nel 
Veneto, dove si stacca quasi da esse quel magnifico gruppo 
delle Alpi dolomitiche e s'adimano poi colle Giulie nel Carso. 
Così quel massimo fiume che collega tutta la vasta regione 
scorre dapprima nel centro di essa, torrente montano o fiume 
modesto, quasi incerto della sua via, poi volge definitivamente 
ad oriente, dividendo l'Emilia dalle pianure lombarde e venete, 
ed anche in queste è diverso, poiché se nelle prime continua 
ad accogliere affluenti e cresce rapidamente sino a diventare 
il primo fiume italico e uno dei maggiori d'Europa, dopo 
aver ricevuto ancora il Mincio e la Secchia, eleva i suoi ar- 
gini e si chiude, costringendo le altre acque a cercare una 



56 



L'ITALIA 



propria via al mare. Così il Piemonte è una regione montuosa, 
piana il Veneto, mista la Lombardia, ed i popoli che le abi- 
tano ritraggono della natura del suolo, e le città loro ebbero 
diversissima istoria e recarono alla gran madre Italia il con- 
tributo di qualità e di difetti, di genii e d'opere, di monu- 
menti e di civiltà non poco diverse. 

Alpi furono dette le montagne che cingono l'Italia da anti- 
chissimi tempi, da una radice comune alle lingue arie che si- 
gnificava alto o bianco, e forse le due cose insieme. E valse 
anche per nome generico di monte, di passo, persino di pa- 
scolo. Ma si può dire non si ebbe dai dotti alcuna idea precisa 
delle Alpi sino al passaggio d'Annibale per il piccolo San Ber- 
nardo, ai viaggi di Polibio, ed alle conquiste di Roma, che le 
superò da tutte le parti, vi costruì od adattò strade, vi 
seminò i ricordi dei suoi trionfi, come l'iscrizione della Turbie, 
sulla quale si leggevano i nomi di 44 popoli alpini. Silio 
Italico le cantava infatti nel suo poema e Strabene le descri- 
veva dando alle Alpi una estensione molto più grande, e de 
scrivendone di propria scienza l'orrida natura, e i lunghi e duri 
inverni. Plinio narrò degli alberi e delle erbe, dei boschi e 
dei \dgrieti, delle roccie e degli animali, considerando come 
massima vetta il Monviso, ed attribuendo a questa e ad al- 
tre altezze dieci volte più grandi. Gli imperatori che com- 
batterono contro i barbari e le legioni loro ebbero storici e 
poeti, come Dione Cassio, Àmmiano Marcellino, Claudio Clau- 
diano, che ne segnalarono le orride bellezze, sino a che l'ir- 
rompere della piena di quei barbari impose silenzio anche ai 
cronisti e aprì sulle Alpi le porte temute di cento invasioni. 

Ma oramai se ne aveva chiara l'idea, e gli storici degli in- 
vasori, Cassiodoro e Eernandes, Procopio e Gregorio di Tours, 
poco vi aggiunsero, mentre gli Italiani vi appresero come 
fossero ormai le « malvietate Alpi » , al di qua delle quali lo 
straniero spiegava le tende, come nella narrazione di Adelchi, 
per dominare sulle nostre discordie. A quelle aride cronache 
succedettero le narrazioni dei santi che portavano oltre ad esse il 
cristianesimo, dei pellegrini che le attraversavano per visitare i 
rinomati santuari, succedettero gli annali ed i registri impe- 
riali. Cinque volte Carlo Magno e sette Carlo il Grosso le vali- 
carono con eserciti, piccole schiere, a paragone delle moderne 
falangi, che seguivano le vie ormai note, i valichi più facili, 
non accennando mai alle somme vette, seduzione dei moderni 
alpinisti. Ma per secoli le Alpi si raffigurano ancora con forme 
e giaciture fantastiche, e persino si sopprimono, come nel map- 
pamondo di Era Mauro, mentre Edrisi scrive di esse quasi più 



LE ALPI 



59 



errori che linee, ed Abulfeda se ne sbriga in tre appena. « Nel 
nord dell' Allemania si trova la gran catena di Giumasia, la 
quale confina con le montagne di Lombardia e di Esasunia. 
Questa catena è seminata di castelli e fortezze ed un gran 
numero di fiumi scaturisce da essa». 

La conoscenza moderna delle Alpi incominciò nel 1786, 
quando, dopo molti tentativi, il dottor Picard colla guida Gia- 
como Balmat e l'anno appresso Enrico de Saussure raggiun- 
sero la vetta del Monte Bianco. Il naturalista illustre riusciva 



X. 10. — GRAN" SAX BERNARDO. 




Scala di 1 : 100,000 



sei anni dopo al Piccolo Cervino, quando già nel 1775 le 
prime guide si erano spinte presso ai quattromila metri sul Gla- 
cier du Gran Plateau e nel 1778 altre avevano raggiunto l'Ent- 
deckungsspitze, a 4866. Ma per anni ed anni le vette nevose 
e i vasti ghiacciai erano noti appena a qualche cacciatore di 
camosci, se appena nei 1821 vediamo raggiunta per la prima 
volta la vetta del Breithorn, nel 1842 la punta Gnifetti, nel 
1848 la Dufour, nel 1860 il Gran Paradiso, nel 1865 il Cer- 
vino. Ed ancora sino all'ultimo quarto del secolo XIX la mag- 
gior parte delle vette era vergine di piede umano, mentre fu 
poi una ressa di alpinisti, con guide e portatori, senza guide, 



60 



L'ITALIA 



persino soli, persino nelle più rigide vernate, per tutte le vie 
possibili e con tutti i mezzi, per modo che oggi poche vette 
delle Alpi sono vergini di piede umano, presso a molte sor- 
gono capanne di rifugio che ne agevolano le ascensioni e per- 
sino alberghi di montagna dove un tempo erravano appena i 
pastori, mentre sono state rappresentate e descritte esattamente 
anche le più eccelse. Vi contribuirono, s'intende, le strade, e 
prima quelle costruite od ampliate dal gran Napoleone, per 
dominare più facilmente l'Italia e meglio rapirne i tesori, 
poi le mulattiere, infine i valichi alpini, che sebbene vi pene- 
trino dentro, consentono di raggiungerne rapidamente le falde, 
dopo averne solcate le valli superiori lunghesso le due Dorè, 
il Ticino, l'Adige, e gli altri fiumi minori. 

Le Alpi si connettono agli Apennini, ma non tutti ancora 
consentono nel segnare il punto dove se ne distaccano, il quale 
variò dal Gottero, fra le sorgenti della Magra e del Taro, 
alle cime dell'Enciastraja, poi si venne meglio designando nel 
Colle di Tenda e nella sella di Garessio e infine si arrestò al 
passo di Oadibona o bocchetta d'Altare (495 e 450 metri), fra 
i bacini del Letimbro e della Bormida di Mallare, dove da di- 
ciannove secoli lo aveva posto S trabone, dove lo segnava Napo- 
leone, lo riconobbero Malte Bruii eReclus, Petermann e Nissen, 
lo accertarono geoioghi illustri, e lo sancì da ultimo quasi uf- 
ficialmente il Congresso geografico di Genova. Ivi forse un 
canale marittimo congiungeva il Tirreno d'allora al mare pa- 
dano, separando due mondi geografici, il cui stadio di diverso svi- 
luppo si rifletteva in una diversità morfologica essenziale, scom- 
parsa appena sotto i depositi pliocenici e quaternari. 

Dal valico d'Altare al Quarnero si estende dunque la gi- 
gantesca cerchia delle Alpi. Ma la sua vasta e varia com- 
pagine, la fuga incessante di vette e di valichi, di rilievi 
e di valli, di gole e d'acrocori, di cui riempie tanta parte del 
suolo italiano e non italiano, imposero che, pur riconoscendole 
per una unità geografica, si cercasse da antichissimo tempo di 
spartirle per meglio orientarsi nel dedalo immenso. Quindi i 
nomi usuali di Alpi Marittime, Cozie, Graje, Pennine, Le- 
ponzie, Retiche, Gamiche, Giulie, ricordi della natura e della 
storia dei popoli, con tutta una folla di spartizioni diverse de- 
dotte da criteri non solo geografici, ma geologici, etnografici, 
persino storici. A noi giova attenerci a quella prevalente di- 
visione in occidentali o piemontesi , centrali o lombarde, 
orientali o venete, divisione che corrisponde non solo ai prin- 
cipali fattori geografici, ina alle regioni che imprendiamo geo- 
graficamente a descrivere, sebbene la modernissima scienza 



LE ALPI E LA LORO DIVISIONE 



63 



escluda le centrali, per segnare un limite unico fra occidentali ed 
orientali al San Bernardino. Infatti assai diversamente sono 
posti i confini tra le occidentali e le centrali: per i più tro- 
vansi al passo del Gran San Bernardo (2467 metri), attraverso 
il quale una strada in parte ancora mulattiera, ma che sarà 
tra pochi anni interamente carrozzabile, congiunge la valle 
della Dora Baltea a quella del Rodano ; mentre per altri si spin- 
gono sino al San Gottardo, comprendendo cioè anche le Pen- 
nine ed una parte delle Lepontine, divisione che accettiamo 
solo perchè meglio corrisponde alle regioni che dobbiamo de 
scrivere. Le Alpi centrali si estendono perciò dal San Ber- 
nardo, meglio dal Sempione, sino all'avvallamento profondo da 
€iii scende l'Adige, e sono principalmente le Retiche, mentre 
le Alpi orientali comprendono le Gamiche e le Giulie, digra- 
dando così anche per la loro importanza, per la complessità 
dell'organismo orografico e sovratutto per l'altezza loro e per 
la copia delle acque che ne discendono. 

Ben riconosce anche Vittorio Novarese, che le cause di queste 
denominazioni non sono puramente storiche ed anzi il loro 
principale fondamento è un fatto geografico. La massa alpina 
è smembrata da numerose valli più o meno ampie, occupate 
talvolta presso il loro sbocco nella pianura da vasti laghi, e 
percorse tutte da fiumi pieni, rapidi, gagliardi, che scendono 
ii fecondare il piano, non a devastarlo, come accade di molti 
«orsi d'acqua apenninici. Valli, laghi e fiumi collegano così 
intimamente la pianura colla montagna, e facilitano tanto le 
relazioni e le comunicazioni dell'una coll'altra, che entrambe 
sono strette da un rapporto di mutua dipendenza, il quale è 
stato fattore importantissimo delle vicende storiche ed è tanto 
evidente ed esplicito da non sfuggire agli occhi del popolo che 
perciò lo ha consacrato nel suo linguaggio. Tutti i terreni di 
trasporto che costituiscono la parte di pianura padana com- 
presa fra le Alpi ed il Po, siano essi di origine alluvionale 
o di origine morenica, si sono formati in tempi geologici 
molto recenti, durante i quali le Alpi avevano già una topo- 
grafìa, se non identica, certo pochissimo diversa dalla presente ; 
per cui sono costituiti da materiali esclusivamente alpini, de- 
positi degli stessi agenti geodinamici, che sebbene con gagliar 
dia ed estensione diverse vediamo tuttora attivi. Perciò se la 
pianura i)ieuiontese, l a lombarda e la veneta si distinguono cia- 
scuna rispettivamente dalle altre per particolari caratteri mor- 
fologici, per la costituzione del suolo e fino ad un certo punto 
anche per l'idrografia, tali differenze si spiegano essenzial- 
mente colla diversa configurazione e natura litologica dei 



62 



L'ITALIA 



monti dai quali provengono ora i fiumi che la solcano, ed 
in un tempo non remoto scendevano i ghiacciai, che hanno 
costruito fra la pianura alluvionale e la montagna i loro appa- 
rati morenici. Ed infatti le Alpi piemontesi, le lombarde e 
le venete hanno rispettivamente caratteristiche morfologiche, 
tettoniche e litologiche abbastanza differenti, da impartire a 
ciascuna di queste tre sezioni caratteri individuali sufficienti 
a giustificare la loro separazione ed a rendere accettabile an- 
che al geografo la distinzione popolare » \ 

Le Alpi piemontesi formano un ampio ferro di cavallo di- 
viso con una certa regolarità in tanti settori da numerose 
valli trasversali in senso orografico che si dipartono tutte dalla 
cresta principale. Il contrasto tra la montagna e la pianura 
è più forte per la brevità della zona prealpina ; la costituzione- 
geologica è prevalentemente cristallina, con pochi calcari e 
pochissime dolomie, la tettonica è delle più difficili e intri- 
cate. Invece le Alpi lombarde corrono quasi sopra una linea 
retta, con valli longitudinali che le dividono in catene paral- 
lele, con grandi laghi periferici, ed una vasta zona prealpina, 
che non si distingue dalle Alpi proprie per alcun limite pre- 
ciso e contribuisce in gran parte a procurar loro la prevalenza 
del calcare. Le Alpi venete sono solcate da un gran numero 
di valli tettoniche dovute a ripiegamenti ed a fratture longi- 
tudinali e trasversali, e sono in gran parte calcari e dolomi- 
tiche, meno elevate, con estese prealpi, come le lombarde, ma 
senza i loro laghi, e quindi con un aspetto ed una struttura 
geografica essenzialmente diversi. 

Le Alpi piemontesi formano un arco lungo sulle creste in- 
torno a 500 chilometri, con una corda di forse 200, ed il 
confine politico, tranne nelle Liguri, corrisponde allo spar- 
tiacque. Sono assai ripide e scoscese, con valichi di duemila 
metri e vette di quattromila, e tuttavia nessuna è più lontana di 
45 chilometri dai margini della pianura raramente superiori 
a 250 metri. La ripidità e ancora aumentata dalla posizione 
di parecchie delle cime maggiori le quali, tra lo spartiacque 
principale e la pianura, giacciono completamente in territorio 
italiano, come il Gran Paradiso. L'accesso ai valichi della fron- 
tiera è perciò molto più facile dal versante francese, sebbene 
ai due valichi più depressi corrispondano sul nostro territorio 
le due strade più lunghe e di minor pendenza che per le valli 
delle due Dorè salgono al Monginevro (1854 in.) ed al Pic- 
colo San Bernardo (2158 in.). 



1 Lo Alpi piemontesi nelle « Memorie della. Soc. geogr. italiana», voi. IX. 1899, 



ALJ'I OCCIDENTALI 



63 



Anclie sul versante italiano vi sono infatti pianure che si in- 
sinuano nella montagna e si presentano come naturali vesti- 
boli dei valichi alpini smembrando la massa montuosa. Così 
la Comba di Susa corre con lieve pendenza da Sant'Ambrogio 
a Susa per quasi 30 chilometri; la valle della Toce, larga tal- 
volta anche più di due chilometri, si addentra per circa 40 
nella massa alpina, dal Lago Maggiore a Domodossola, e lo 
stesso avviene della valle della Dora Baltea e della bassa Tal - 
sesia. Penetrando così nella massa montuosa, queste valli esa- 
gerano, è vero, le differenze fra la ripidità dei versanti dello 
Alpi, ina diminuiscono notevolmente lo spessore della mu- 
raglia che circonda l'Italia, ed offrono, in tal guisa, le condi- 
zioni più favorevoli al traforo di gallerie, come quella che 
attraversa la catena del Eréjus, quella che si sta costruendo 
attraverso il Sempione, e la galleria da gran tempo progettata 
sotto il Monte Bianco. Susa, appena a 500 metri, sta sotto il 
Bocciamelone a 3537, Aosta, a 583, è dominata da presso dalla 
piramide dell'Emilius a 3559 in. In queste valli si agglomera 
naturalmente il maggior numero delle popolazioni alpine, e le 
strade, che neli'Apennino s'arrampicano generalmente a mezza 
oosta, in queste Alpi seguono quasi sempre il fondo delle 
valli. Ma rare volte vi si possono sviluppare città di una certa 
importanza, che sorgono invece, appena lo permette lo spazio, 
allo sbocco della valle, nel piano. Così Cuneo, Saluzzo, Pine- 
rolo, Ivrea, Biella, Lanzo, Cuorgnè, mentre solo dove la valle 
è più ampia e lunga sorgono anche dentro di essa Susa, Do- 
modossola, Varallo. Aosta è l'unica vera città alpina, e la sua 
origine si deve appunto all'ampiezza della valle che domina. 
Ma le popolazioni non vi crescono numerose e fìtte, e mentre 
fuor delle valli si trovano 150 ed anche 200 abitanti per chilo- 
metro quadrato, dentro di esse variano fra i 25 ed i 30, e non 
aumentano come altrove, abbandonano anzi sovente in rovina 
le capanne avite, al furore della valanga, fra gli impervii di- 
sagi del vento e delle nevi. 

Le Alpi occidentali si distinguono in varii gruppi, che hanno 
speciale fìsonomia. E anzitutto le Liguri, che mal si confon- 
dono da alcuni con le Marittime, e vanno dalla Bocchetta di 
Altare al colle di Tenda. Il loro asse geologico è formato da 
anageniti, quarziti, besimauditi, ed altre roccie dei permiano, 
sotto le quali spuntano gli scisti del carbonifero, con banchi 
di antracite di qualità piuttosto inferiore. I terreni secondari 
sono rappresentati da calcari, di cui sono costituite le maggiori 
vette del Marguareis (2649 metri) e del Mongioja (2031 metri), 
sulla catena che separa le sorgenti del Tanaro dalla pianura 



64 



L'ITALIA 



padana. A ragione della brevità del versante, i monti sono- 
altissimi; la strada da Cuneo a ^Tizza sale la valle della Ver- 
menagna con giravolte innumerevoli, e perchè non resti inac- 
cessibile lungo una parte del verno, presso la vetta attraversa 
una catacomba di tre chilometri ; la ferrovia non solo deve 
passare dentro la montagna circa 300 metri più basso, ma 
vincere il dislivello della ripida valle colla lunga galleria elicoi- 
dale di Vernante. Oltre al Colle di Tenda, le Alpi Liguri 
hanno quelli di Nava (937 in.), di San Bernardo e di Melogno, 
ma in complesso riescono poco praticabili, ed i loro lunghi 
valloni sono fra i meno popolati e frequentati delle Alpi. Al 
contrario le piccole e brevi valli che s'aprono sul Mediter- 
raneo formano l'incantata riviera dove vanno famose Bordi- 
ghera, San Renio , Ospedaletti e le altre attrattive della 
«Cornice». Le malagevoli comunicazioni neppur hanno con- 
sentito di sfruttare i marmi magnifici, di cui pur sono ricche 
le Alpi Liguri sui loro versanti settentrionali, e solo in tempi 
relativamente moderni si è resa accessibile la grotta di Bossea, 
una delle più belle, ampie e curiose del mondo. 

Le Alpi Marittime corrono dal Colle di Tenda a quello 
dell'Argenterà, fra le valli della Yermenagna e della Stura, 
ed hanno 14 vette che superano i 3000 metri, cioè, oltre al- 
l'Argenterà (3313 m.), il Clapier, il Grelas, il Tinibras, il Monte 
Matto, il Pelat, ed altre 9 in Italia, una in Francia e 4 sul 
confine. Queste Alpi possiedono appena due ghiacciai degni del 
nome, quelli della Maledia e del Clapier, i più meridionali 
delle Alpi. Sono anche più povere di strade, avendo soltanto 
mulattiere che si devono abbandonare l'inverno \ sebbene ap- 



1 Ecco le altezze più notevoli delle Alpi Liguri e Marittime : 





3297 






Cima dei Gelas 


. 3135 


M. Bertrand 


. . 2482 


Monte Matto 


3087 






C. del Bau* 


. 3068 




. . 2300 




. 3046 


M. Saccarello 


. . 2200 


M. Pelato 


3053 


Madonna delle Finestre . . 


. . 1886 




3005 


M. dell'Eremita 


. . 1740 


M. Enciastraja o dei 4 Vescovi 


2955 


M. Gale 


. . 1709 


Testa di Malinvern 


. 2939 


Argentiera (Coma ne) . . . 


. . 1690 




2874 




. . 1377 


M. Tinibras 


3032 


M. Settepani 


. . 1391 




2873 


Terme di Valdiei i .... 


. . 1348 




2839 


La Bocchetta 


. . 772 


M. Mounier 


2818 








2815 




. . 358 


Rocca dell'Abisso 


2755 




. . 276 




2087 






M. Gioia 


2631 






L'Italia. 



9 



ALPI MARITTIME 



67 



partengano all'Italia i valloni di Gordolasca, della Madonna 
delle Finestre, di Mollières e Ciastiglione, tributari quelli della 
Yesubia, questi della Tinea. L'unica strada carrozzabile passa 
per il colle dell'Argenterà, ed unisce la valle della Stura di De- 
monte a quella dell' Ubayette. Alla punta dell'Enciastraja rag- 
giunge la sua maggiore elevatezza l'eocene, con le sue arenarie 
sovrastanti al calcare mummolitico, che solo nelle Alpi francesi 
supera i 3000 metri ; sul versante italiano sgorgano due delle 
maggiori sorgenti termali, quelle di Valdieri e di Vinadio \ 
Le valli di queste Alpi sono molto attraenti e pittoresche, e 
nelle parti superiori hanno completamente il carattere delle 
alte regioni montane: laghi silenziosi, selvaggie e spumeggianti 
cascate, solitarie rupi, conche piene di neve e dirupate vette 
formano la scena, che nella parte inferiore si trasforma repen- 
tinamente in una successione di ampi bacini e di gole, con 
esperide natura e con suntuoso e lussureggiante sviluppo di 
piante 2 . 

Le Oozie vanno dalla valle della Stura di Deinonte e dal 
Colle della Maddalena sino alla Oomba di Susa ed al passo 
del Moncenisio, ed avrebbero avuto il nome da un oscuro regolo, 
che i Romani ebbero a combattere in esse. Sono dominate 
dal Monviso, il Vesulus pinifer di Virgilio (3843 m.), che su- 
pera di 500 metri tutte le altre loro vette ed ha quella spic- 
cata fìsonomia per cui va distinto tra le montagne d'Italia e 
fu dagli antichi reputata la più eccelsa. Si può dire certamente 
fra tutte la più benemerita, perchè su di essa, il 12 agosto 1864, 
con la memorabile salita di Quintino Sella, venne fondato il 
Club alpino italiano. Xon poche altre vette del gruppo sono 

1 I valichi principali delle Alpi sono Marittime i seguenti : 
a) Carrozzabili: C. dell'Argenterà Vinadio — Val dell'Ubayetta . 1996m 



C. di Tenda Cuneo — Tenda . . . . . . 1877 » 

San Bernardo Garessio — Albenga 1006 » 

Col di Nava Ormea — Oneglia 960 » 

6) Mulattiere: C. Maurin Entraque — San Martino di L. . 3471 » 

C. di Fremamorta Accegiio — Val d'Ubare . . . 2654 » 

Passo del Prel Valdieri — Nizza 2648 » 

C. di Pouriac Tenda — San Martino di L. . 2561 » 

C. delle Finestre Argentiera — Nizza 2506 » 

c) Pedonali: C. della Lombarda Accegiio — Val d'Ubaye . . . 2825 » 

C. di Ciabrera Val Macra — Barcelonetta . . 2689 » 

C. del Sautron Argentiera — Nizza 2656 *> 

C. del Lauzanier Valdieri — San Martino di L. . 2561 » 

C. della Ceregia Vinadio — Nizza 2395 » 



2 The maritime Alps and tJieir seaboard, Leipzig 1883, Purtschellek, Nelle Alpi 
marittime, nel « Bollett. del C. A. italiano », 1892, p. 295-335 ; Viglino, Sulle Alpi 
marittime, ivi, 1897, p. 219-294. 



68 



L'ITALIA 



però assai elevate e caratteristiche come, tra le roccie verdi, 
il Boucier, l'Albergian, la Rognosa di Sestrières, e tra le cal- 
cari il Chambeyron, il Chaberton ed il Tabor, il punto più 
occidentale del Regno. Nondimeno anche qui i ghiacciai non 
abbondano, e la ricchezza dell'acqua è dovuta quasi esclusiva- 
mente alle nevi ed alle sorgenti numerosissime nei terreni di 
trasporto glaciali e fluviali e nei detriti di falda. La valle del 
Po è una delle più brevi, perchè il nostro maggior fiume ha un 
corso montano di appena 27 chilometri, mentre la Dora Riparia 
forma un ampio corridoio, occupato nel periodo quaternario 
dall'estremità inferiore del grande ghiacciaio che lasciò nel- 
l'anfiteatro di Rivoli il più occidentale apparato morenico 
della valle padana. Le Oozie hanno invece più fitte popola- 
zioni, che utilizzano più largamente allo sbocco delle valli le 
acque copiose per le industrie, e lavorano parecchie miniere \ 
Per i passi delle Oozie scesero da tempi immemorabili nella 
valle del Po popoli trasmigranti ed eserciti invasori. L'Italia 
vi ha costruito opere di sbarramento militare della maggiore im- 
portanza, per chiudere quattro delle sette vie che l'arte ha 
aperto traverso le Alpi, tra il Colle di Tenda e il Sempione. 
Principali quella del Moncenisio, col valico celebre per la sua 
flora non meno che per le sue tormente, ricostruita da Napo- 
leone, frequentatissima sino al 1859, quando erano uniti da 
vincoli secolari Piemonte e Savoia. La strada del Monginevro, 
un valico assai più basso (1854 m.) superato nelle Al piocciden- 
tali soltanto dal Col delle Scale (1771 ni.), fu teatro delle più 



1 Le altitudini piti notevoli delle Alpi Cozie sono le seguenti : 





. - . 384 3 


Mont Pelvas o Paravas . 


. . 2929 








2878 


Aiguille de Clianibeyroji . 


. . 3400 


C. dell'Assietta 


. . 2472 




. . 3382 




2041 




. . 3370 




2019 




. . 3340 




1350 




. 3321 




1312 




. 3250 




1305 


Rocca Rern and a 


. . 3229 


Oulx 


1075 


Pain de Sucre 


. . 3220 




. 500 


M. Tabor ...... 


. . 3177 








. 3170 




4103 


P. Baldassare 


. . 3162 


Barre des Ecrins 


. . 4103 


M. Chaberton . . 


. . 3135 






Testa d'Oronavo 


. . 3100 


C. di G-alibier 


. . 2658 




. . 30-10 


C. di Lautaret 


. . 2071 




. . 2998 








2906 


Brian con 


. . 1321 


Colle della Traversetta . . 


. . 2950 







ALPI GRAJE 



69 



numerose e sanguinose battaglie combattute sulle Alpi. Ven- 
gono poi le strade del col della Croce in Val Pellice, i colli 
dell'Agnello e dell' Autaret in Val Varaita, il col Maurin in 
Val Macra, e il valico più elevato della Traversetta (2950 m.), 
sul quale, tanto era frequentato una volta, venne aperto, tren- 
tacinque metri sotto la vetta, il « Buco del Viso » . La ferrovia 
non ha potuto seguire alcuno di questi valichi : dovette lasciare 
la Comba di Susa per elevarsi da Bussoleno a Bardonecchia e 
passare sotto il Eréjus 1 . 

Il gruppo delle Alpi Graje è compreso tra la Comba di 
Susa e la Valle d'Aosta, e considerando a parte il Monte 
Bianco ed i suoi satelliti, si eleva alla massima altezza nel 
Gran Paradiso (4061 m.), fra una selva di picchi che dalla 
Punta Fourà (3410 m.) alla Punta Lavina (3308) può misu- 
rare una ventina di chilometri. La parte orientale di questa 
massa costringe le tre Sture a sboccare unite a Lanzo per la 
stretta forra del Ponte del Diavolo, presentando verso la pianura 
i fianchi aridi e monotoni dei monti che sorgono senza transizione 
dal piano, lunghesso il fianco destro della conoide diluviale del 
fiume. Le Sture scendono dai numerosi ghiacciai della catena di 
confine, irta di picchi elevatissimi, mentre le acque dei versanti 
del Gran Paradiso sono raccolte dalle valli dell'Orco e di 
Soana e da quelle di Cogne e della Savara, che chiudono 
nel loro angolo acuto l'ardita e seducente piramide della Gri- 
vola, e alle cui sorgenti s'abbeverano protetti ancora dalle ri- 
serve delle reali caccie gli ultimi stambecchi. Sta a sè, so- 

1 I valichi principali delle Alpi Cozie (oltre alla ferrovia, che entra in galleria a 
1291,52 metri, vi sale sino a 1294,59 e scende per sboccare sopra Modane a 1158,96) 



sono i seguenti : 

a) Carrozzabili: Col di Sestrieres Pinerolo — Cesana 2021 ni. 

C. d' Abries Perosa — Abries 2650 » 

Moncenisio Susa — Modane 2084 » 

Monginevra Oulx — Briancon 1854 » 

/>) Mulattiere: Col dell'Agnello Casteldelfino — Abries . . . 2744 » 

C. dell' Autaret Casteldelfino — V. dell' Ubaye . 2879 » 

C. Boucier Bobbio P. — Abries .... 2600 » 

C. Malaura » » .... 2567 » 

C. della Croce » » .... 2309 » 

C. del Montone Cesana — Abries 2900 » 

C. della Meit » » 2900 

C. des Echelles » » 2832 

C. Rasis » » 2706 » 

C. d. Izouard Cesana — Briancon 2491 » 

C. de le Roue Bardoueccliia — Modane . . . 2244 » 



oltre ai numerosi sentieri per pedoni, alcuni dei quali si elevano ardui ed anche 
pericolosi tra i ghiacciai. 



70 



L'ITALIA 



vrano nella sua imponenza, il Monte Bianco, punto culmi- 
nante del sistema alpino, nel tratto dove esso ha il minimo 
di sua larghezza, fra la Savoia, il Piemonte e il Yallese. La 
resistenza della roccia protoginica, che si rompe in guglie, 
in torrioni, e in quei picchi arditi, di cui sono mirabili esempi 
il Dente del Gigante e le innumerevoli aiguilles per cui il 
massiccio è famoso, contrastano con la grande aridità degli strati 
liasici. La calotta del Monte Bianco è coperta di ghiacci e di 

N. 11. — MONVISO. 



5° 25 




5°25' Ovestdi Roma 



Scala di 1 : 100,0(1(1 

nevi, su cui male può consistere lo stesso audace osservatorio \ 
e perciò la sua quota varia da 4807 a 4810 metri, rivolgendo 
all'Italia come una corona di candidi satelliti che chiudono con 
magnificenza insuperabile la Valle d'Aosta. Questa è appunto 
un atrio profondo, che, tra le Graje e le Pennine, si insinua 
ai piedi del Monte Bianco. Il ghiacciaio che la occupava co- 
struì il mirabile anfiteatro morenico di Ivrea, ma si dovette 
strozzare alle gole ed alle forre di Bard, di Montjovet, di 

1 L'osservatorio Janssen, di solida costruzione, colle pareti coperte di tela imper- 
meabile e una robusta impalcatura che regge un gran telescopio, non ha stabilità, 
perche non si potò fondare sulla roccia. Intorno alla vetta del Monte Bianco sono 
stati costruiti parecchi rifugi francesi e italiani, il Vallot (43(>5), il Q. Sella (3370;, 
del Dòme (3120), dell'Aiguille du Goùter (3845), dei Grands Mulete (3006). Il monte 
Bianco venne salito la prima volta l'8 agosto 1786, dopo molti tentativi, da J. 
Balmat e dal dott. Paccard di Chamonix, per la via dei Kocher Rouges, poi abban- 
donata per le gravi catastrofi avvenutevi, battendo invece la via del Corridoi , delle 
Bosses, della Brenva, del Roche» ed ora di preferenza quella del Dòme. 



ALPI GRAJE E PENNINE 



71 



Villeneuve \ Aosta è sorta dove mettono capo le strade del 
Grande e del Piccolo San Bernardo e le altre mulattiere, 
dove, come cantava Petronio 

.... Grajo mimine pulsae 
Descendunt rupes, et se patiuntur adiri, 

quasi a dominare la più bella tra le valli piemontesi. Dalle sue 
affluenti di Valtourn anche, di Valsavaranche, della Thuile, di 
Rliemy, dell' Allée Bianche essa consente le più belle e audaci 
ascensioni, mentre porge le acque salubri di Saint- Vincent, 
Pre' Saint-Didier, Courmayeur, e i numerosi avanzi di ro- 
vine romane e di manieri medioevali dimostrano che pari alla 
bellezza della natura è stata l'importanza della storia 2 . 

Le Alpi Pennine sono comprese fra la Valle d'Aosta e la 
Toce p più propriamente la Valle della Diveria, che vi con- 
fluisce; il suo displuvio, fra il colle di Grapillon e il passo 
del Sem pione, si sviluppa con le diverse sinuosità per 130 chi- 
lometri. La loro parte più elevata è coperta da una non in- 
terrotta corazza di ghiaccio, la maggiore dell'intero sistema 
alpino, che occupa tutta la parte più elevata delle Pennine. Queste 



1 Le altezze principali delle Alpi Graje sono le seguenti : 





4807 




3591 


M. Maudit 


4468 


Rocciamelone 


. . 3537 


M. Blanc de Tacul 


4249 








4205 




. . 3559 


Gran Paradiso 


4061 


Rutor . 


3486 


Dente del Gigante 


4013 


Colle del Gigante . . . 


. . 3347 


R. de Bionassav 


4008 


M. Fallére 


. . 3062 


A. du Miage 


4008 


M.. Marzo 


. . 2750 


Grivola 


3969 


Crammont 


2737 


A. da Midi 


3843 


Civrari 


. 2302 


M. Dolent 


3825 


Frebougie (villaggio) . . . 


1651 




3692 




. 1548 


Ciamarella 


3676 


Cbanionix (id.) 


1050 




3609 


Pré Saint Didier (id.) . . . 


. . 996 


Levanna centrale 


3619 






Rifugio Q. Sella 


3600 






2 I valichi principali delle Alpi Graje 


sono i seguenti : 




Carrozzabili: Piccolo San Bernardo 




Aosta — San Maurizio. . . 


. 2207 m. 


Mulattiere: Finestra di Cogne 






2831 » 


C. d'Iseran 




San Maurizio — Lansleburg . 


. 2770 » 


C. de la Croix du X. 




Ceresole — Valsavarancbe . 


. 2628 » 


C. di Lauzon 




Cogne — Valsavarancbe . . 


. 2325 » 


C. delle Madaleine 




Albertville — La Chambre . 


. 2024 »» 


C. de la Vanoise 




Moutiers — Lanslebourg . . 


. 2522 » 


oltre ai numerosi passi pei pedoni, 


quasi 


tutti attraverso ghiacciai, parecchi peri- 


colosi e frequentati soltanto da alpinisti 


e contrabbandieri. 





72 



L'ITALIA 



montagne, sebbene in nessun punto raggiungano l'altezza del 
Monte Bianco, costituiscono il gruppo più elevato delle Alpi, 
con 24 vette superiori ai 4000 inetri ed una altitudine inedia di 
3500, mentre la loro cresta non scende in alcun punto al disotto 
del passo del Gran San Bernardo (2467 in.). V'è una sensibile 

N. 12. — IL GRUPPO DEL GRAN PARADISO. 



5° 10 




corrispondenza fra le cime e i colli dell'uno e dell'altro fianco 
della Valle d'Aosta, per cui le Perniine riproducono ingi- 
gantite le più caratteristiche particolarità idrografiche delle 
Graie, mentre diverse direzioni hanno le valli, tutte a meriggio, 
salvo quella di Perret e la Valpellina. 

Il massiccio del Rosa si trova al vertice dell'angolo acuto 



alpi pennini: 



73 



che lo spartiacque delle Perniine appunta verso la pianura, e 
la sua imponente calotta di ghiaccio non mascherata da osta- 
coli di premonti è la prima fra le vette delle Alpi che gli 
abitanti della valle del Po vedano al mattino illuminarsi dei 
colori dell'aurora. Per questo, al pari del Gran Paradiso, è 
montagna eminentemente italiana, famigliare alle popolazioni 
dell'Alta Italia, cara fra tutte agli alpinisti, che vi accedono 
dalle valli più belle e frequentate dell'Alpi, convenendo a 
Gressoney, ad Alagna, a Macugnaga. Fra le estreme propag- 




LE ALPI COZIE DALLA BECCA DI MONCOEVÈ. 
Da una fotografìa delle « Alpi illustrate » dall'editore A. Fusetti di Milano. 



gini del Rosa si insinuano le valli biellesi, sede di una po- 
polazione industre ; il passaggio fra la montagna e la pianura, 
a levante di esse, si attenua con monti di mediocre altezza, e 
le colline della bassa Valsesia e le ridenti ondulazioni che si 
estendono fra il Lago d'Orta e il Lago Maggiore, dominate 
dal belvedere granitico del Motterone. 

La Graje e le Pennine hanno sulle altre Alpi occidentali il 
vantaggio di svariati giacimenti minerali, banchi di antracite, 
strati di ferro magnetico, piriti di ferro e di rame, e le al- 
luvioni aurifere di molti fiumi. Era i marmi e le pietre ba- 
sterebbe segnalare i magnifici graniti di Baveno. Ma fanno 

TJIUUa. io 



74 



L'ITALIA 



ancora difetto i mezzi di comunicazione, sebbene la popola- 
zione, nel breve spazio che le è concesso dalla grande altitudine 
di queste Alpi, si addensa tanto che a nutrirla non bastano il 
suolo e le industrie e molti emigrano nella pianura padana 
od oltre le Alpi. Fra tutti i passi delle Pennine celeberrimo 
è quello del Gran San Bernardo (2467 m.), che farà comuni 
cane, tra non molto anche con una via carrozzabile, la valle 
della Dora con quella del Rodano, Aosta con Martigny ed il 
Lemano. Eu in ogni tempo il valico più frequentato delle Alpi; 
di là passarono i Longobardi, i Eranchi, Oaiiomagno, i Teu- 
toni di Barbarossa, Napoleone coi carri e le artiglierie che 
fulminarono a Marengo. Yi fu eretto nel 962 un convento, 
ricco di beni e di ricordi, presso un lago gelato per nove mesi 
dell'anno, e fra l'infierire della tormenta che sorprende e sep- 
pellisce talvolta i viandanti, al cui aiuto i frati mantengono 
i cani famosi. Poi nessun altro valico che non sia impresa da 
provetti alpinisti, sino al Sempione, fra Domodossola e Briga, 
dove la massa alpina si assottiglia tanto che il passo fu fre- 
quentatissimo, e la ferrovia che lo traverserà fra pochi anni 
sarà tra le più vantaggiose ai commerci italiani. Ma la costru- 
zione della galleria, che sarà lunga 19,731 metri, riesce ardua, 
perchè s'apre assai più basso delle altre e le incombe uno 
spessore di montagna di 2135 metri, — mentre al Fréjus se ne 
hanno 1654, e 1706 al Gottardo, — determinando temperature 
elevate e poco meno che insopportabili per chi deve lavorarvi 
di zappa e di martello \ 

Le Alpi Pennine, se non hanno la vetta più eccelsa, posse- 
dono, già dissi, le più numerose e belle di tutto il sistema. 

1 I valichi principali delle Alpi Pennine (oltre alla ferrovia rìel Sempione che entra 
nel tunnel a 634 metri e dopo aver raggiunti 705 scenderà a 686 su Briga) sono i 



seguenti : 

a) Carrozzabili P. del Sempione Domodossola — Briga . . . . 2010 m. 

h) Mulattiere Col di Balme Chamonix — Martigny. . . . 2204» 

Col d'Anterne Servoz — Sixt 2263 » 

C. di Bar rane a Varallo — Ponte grande . . . 1752 » 

C. di Valdobbia Gressoney — Riva 2548 » 

C. d'Olen Gressoney — Alagna .... 2912 » 

C. de Fenètre Chables — Aosta 2699 » 

Gran San Bernardo Orsières — Aosta 2472 » 

C. du Feret Orsières — Courmayeur . . . 2536 » 

C. de la Seigne Courmayeur — B. S. Maurice . 2512 > 

C. du Mont Valgrisauche — Isère .... 2646 » 



Vi sono anche in queste Alpi numerosi valichi per pedoni, in parte fra nevi e 
per ardui ghiacciai, sebbene taluni assai frequentati come il Col du Miage (3876), 
il Col du Géant (3362), il San Thóodule (3322), la Waissthor (3612), il passo del 
Turcio (2760), la Schwarzthor (3794) ed altri. 



r 



CERVINO E KOSA 



75 



Ivi il Cervino (Matterhorn), che tutte le vince per la sua pi- 
ramide elegante di gneiss strapiombante di quasi 1500 metri 
sui ghiacciai di Valtournanche, vinto la prima volta nel 1865 
dal Whymper, quando si credeva insuperabile ; ivi il ghiacciaio 
del Gorner che discende su Zermatt ed è raggiunto ormai da 
una ferrovia dentata, e quello del San Teodulo, segno alle più 




IL CERVINO. — VEDUTA DEL PASSO DI SAN TEODULO (VERSANTE ITALIANO). 
Da una fotografia del signor G-. Wehrli. 

importanti osservazioni scientifiche; ivi il Breithorn, meta a 
facili ascensioni sebbene superiore ai 4000 metri e le diverse 
punte del Rosa, Dufour, Lyskamm, Parrot, [NTordende, Gnifetti, 
sull'ultima delle quali sorge la capanna Margherita (1559), ri- 
fugio, albergo, osservatorio il più elevato d'Europa. La punta 
Grnifetti è denominata, al pari di quelle di Giordani, di Zum- 
stein, di Vincent, dagli italiani che primi le superarono quando 
da poco W. Goethe le aveva paragonate ad « uno stuolo di 



76 L'ITALIA 

vergini, che lo spirito celeste riserva nell'eterna purezza delle 
regioni dove non penetra piede mortale » \ 

L'immenso semicerchio delle valli alpine e delle pianure 
che si stendono alla base dell'anfiteatro delle montagne con- 
serva ancora numerose tracce dei ghiacciai che nei primordi 
dell'epoca geologica presente si staccavano dalle vaste tundre 
siberiche che occupavano il centro d'Europa. Dalla valle del 
Tanaro nelle Alpi liguri, a quella dell'Isonzo, non vi è sbocco 
di fiume che non presenti ammassi di detriti già trasportati 
dai ghiacci ed ora rivestiti di vegetazione. La maggior parte 
delle antiche correnti dei ghiacciai che si espandevano nelle 
pianure superavano per lunghezza quelle che scivolano nella 
Svizzera lunghesso i fianchi del monte Rosa edelFinsteraarhorn, 
e le più grandi fra esse raggiungevano tali dimensioni che 
malamente servirebbero al paragone i ghiacciai di Karakorum 
e dell'Imalaia; converrebbe andare in Groenlandia o nelle terre 
polari antartiche per trovare fiumi di ghiaccio che valgano a 
riprodurre l'aspetto che le Alpi della Svizzera dovevano pre- 
sentare nell'epoca glaciale. Una delle minori correnti di neve 
cristallizzata, quella che scendeva dalle montagne di Tenda 
verso Cuneo, non aveva meno di 46 chilometri di lunghezza. 
Quella della Doria Riparia, che raccoglieva i ghiacci del Mon- 
ginevro, del Tabor e del Oenisio, era due volte più lunga e 



1 Le altezze principali delle Alpi Perniine sono le seguenti: 



P. Dufour 


. . . 4635 






. 3600 




. . . 4610 


Eiffel (albergo) . . . 




. 3647 


P. Zumstein 


. . . 4563 


Grand Tournalin. . . 




3379 




• . . 4559 


San Teodulo (ghiacc.) . 


• • • 


. 3324 


Dòme de Miscliabel . . 


. . . 4554 






3320 


Lyskamm 


. . . 4529 










. . . 4512 






28S2 




. . . 4490 


Col d'Olen (albergo) . 




2865 




. . . 4482 






2556 




. . . 4434 






2872 




. . . 4344 






2097 




. . . 4317 


S. Ehèmv (vili.) . . . 




1632 










. 1620 




. . . 4215 


Valtournanche (vili.) . 




. 1524 






M. Motterone .... 




1491 




. . . 4166 






. 583 


Polluce 


. . . 4107 






454 




. . . 4055 
















240 


Cima di Jazzi 


. . . . 8749 









MONTE EOSA 



77 



ie morene da essa sospinte fino nelle vicinanze di Torino for- 
mano un vero anfiteatro di colline qua e là dilagate dalle 



N. li 



GRUPPO DEL MONTE ROSA. 



4° 35' 



Weisstbor .35(6 fi 




M. Rosa 



5 6 1/, 




4559 ***^migm0* 

' £% ? C ma de!la Fissa 



3v 




Piramide Vincent 

La Malfatta 

fj^E 



A 0 35 ' Ovest di Roma 



tf>e>di (negno 



Scala di ] : 10u,000 



acque: i paesani danno ad esse il nome di « regione delle 
pietre ». 

Più al nord tutte le correnti di ghiaccio formatesi nella 
concavità delle Alpi Pennine, dal Gran-Paradiso all'ammasso 
del monte Rosa, si riunivano in un solo fiume di 130 chilo- 



78 



L'ITALIA 



metri di corso che sboccava nella pianura ben oltre Ivrea, le 
cui gigantesche alluvioni si mostrano a 330 ed anche a 350 
metri al disopra della valle ove scorrono oggi le acque della 
Dora Baltea; una semplice morena laterale, la « Chiusa » a 
Serra d'Ivrea con i declivi rivestiti di castagni, si sviluppa 
sovra una lunghezza di 28 chilometri all'est del fiume simile 
ad un baluardo inclinato d'una perfetta regolarità. All'ovest la 
grande morena chiamata collina di Brosso è meno notata per- 
chè meno alta e profilata sovra una massa avanzata delle 



X. 14. — ANTICHI GHIACCIAI DELLE ALPI. 




7|°Est diGree..«ncb 



Scala di 1 T : 4,800,000 



-00 t-liil . 



grandi Alpi; ma al sud il bastione, logorato della morena 
frontale, si svolge in un semicircolo quasi perfetto. Nei detriti 
ammonticchiati al piede dell'antico ghiacciaio, le roccie scro- 
state dal monte Bianco sono frammiste a quelle che un giorno 
facevano parte del Cervino. 

Tre grandi e primarii sistemi glaciali si distinguono nelle 
Alpi Occidentali, e sono quelli che traggono il nome dalle due 
Dorè e dal Ticino. Uno di essi è ridotto a proporzioni molto 
modeste, quello della Dora Riparia, perchè alle sorgenti di 
essa si trovano appena le brevi e rapide vedrette della punta 
Marnière e del Bec de Balmas, i piccoli ghiacciai del Galani - 
bra, e quelli delle roccie d'Ambili, che hanno essi pure breve 



VALANGHE, GHIACCIAI DELLE ALPI 



79 



superficie. Invece il bacino glaciale della Dora Baltea è uno 
dei più vasti delle Alpi italiane, anzi quello dove si annove- 
rano i ghiacciai più poderosi. Più di venti ne vanta il Gran 
Paradiso, vastissimo fra tutti quello della Tribolazione, e tra i 
maggiori si ricordano il ghiacciaio del Ruitor, quelli vasti 
come un mare del Monte Bianco, che scendono così bassi da 
allettare anche i più timidi curiosi delle loro bellezze, ed 1 
ghiacciai di Zardesan dei fianchi del Monrosa, i quali tutti 
insieme distesi occuperebbero l'intera valle della Dora sino 
ad Ivrea, come fu occupata in altre età. Il Monte Rosa è 
vestito di altri ghiacciai non meno importanti che alimentano 
la Valle Anzasca, e si ammirano da Macugnaga; ma il si 
stema del Ticino e del Lago Maggiore novera piuttosto nu- 
merose vedrette, come quelle che incoronano le erte giogaie 
del Sempione, e le altre appartenenti alle Alpi centrali. 

Dai ghiacciai, dalle vedrette, ed anche da minori altezze, 
le nevi accumulate nell'inverno, quando coprono casolari e 
persino interi villaggi, formano paurose valanghe: nelFin- 
verno la violenza dei venti distacca masse di recente neve, 
che rotolano sui declivi e precipitano a valle ; in primavera 
le nevi accumulate sui ripiani, squilibrate dall'azione del sole, 
staccate dal movimento più lieve dell'aria, precipitano con spa- 
ventosa rovina, travolgendo roccie e massi enormi, schiantando 
piante secolari, rovinando casolari e villaggi, seminando do- 
vunque la desolazione e la morte. Per questo si cerca di pro- 
teggere i villaggi con fitti boschi, ed anche con dighe o pala- 
fitte, le strade con salde gallerie o tettoie, che resistano al- 
l'urto. Durante l'estate cadono valanghe soltanto sull'alta 
montagna, dove basta talvolta vino sparo di fucile, il gitto 
d'una pietra od un grido a determinarle: spettacoli meravi- 
gliosi, come d'argentei fiumi glaciali macchiettati di nero, ter- 
ribili talvolta per gli audaci alpinisti, specie lunghesso i cor- 
ridoi CQe devono attraversare nei caldi meriggi, e dove tanti 
hanno trovato la morte. 



I ghiacciai del versante meridionale delle Alpi, retrocedendo 
verso le alte valli, misero a nudo il suolo che ricoprivano e 
le altre cavità, che in tempi più vetusti furono certamente 
fiordi profondi come quelli della Scandinavia, se nel Lago Mag- 
giore si trova ancora l'agone, cui i naturalisti attribuiscono 
origine oceanica, ed un piccolo crostaceo marino. Le morene, 
i detriti dei ghiacciai, le alluvioni recate dai torrenti compi- 
rono la loro opera geologica, e quando, in seguito a un nuovo 



80 



L'ITALIA 



cambiamento del clima, i ghiacciai incominciarono man mano 
il loro movimento retrogrado vennero sostituiti nelle enorme 
cavità degli antichi fiordi dalle azzurre acque dei laghi. Le 
materie discese dalle montagne aveano ormai tagliata ogni 
comunicazione fra il mare e i suoi antichi golfi. 

Dopo quell'epoca, il nùmero dei laghi alpini diminuì note- 
volmente e quelli fra essi che continuarono a sussistere non 



N. 15. — ANTICHI LAGHI DEL VERSANO. 




3°!^ E&t il Ci-e»nwich '9*30 



Scala di 1 : 800,000 

1 

0 20 chil. 

cessarono mai di restringersi. Nello stretto corridoio del Pie- 
monte, dove convergono i torrenti degli Apennini, del Mon- 
ferrato, delle Alpi occidentali ed elvetiche, i grossi strati d'al- 
luvioni depositati dalle acque colmarono da lungo tempo le 
antiche cavità lacustri : colà non si riscontrano più che la- 
ghetti insignificanti. I primi bacini d'acqua che meritano il 
nome di laghi si trovano soltanto nel basso Piemonte, in mezzo 
alle campagne che si stendono sulle rive della Dora Baltea. 



LAGHI ALPINI 



81 



All'ovest di questo fiume, il piccolo bacino di Candia è quasi 
una goccia lasciata in fondo ad un vaso, in confronto del 
mare interno che si vuotò quando la Dora si aperse una brec- 
cia attraverso l'emiciclo delle grandi morene che costituiva 
la diga meridionale del serbatoio. La estensione d'acque rap- 
presentate sulla Tavola di Peutinger sotto il nome di lacus 
Clivius, occupava allora un spazio di parecchie centinaia di 
chilometri quadrati. La Dora, che traversa attualmente la pia- 
nura nella direzione da nord a sud, sfuggiva una volta dal 
lago molto più all'est, sopra il terreno poco elevato che limita 
al sud il laghetto di Yiverone o d'Azeglio 1 . Una pianura tut- 
tora designata sotto il nome di « Dora morta » attesta gl'im- 
portanti mutamenti effettuatisi nella geografia di quella parte 
del Piemonte. Secondo le cronache, l'ultima fase di co testa 
rivoluzione nel regime della Dora si sarebbe compiuta du- 
rante il secolo decimoquarto ; in quell'epoca le campagne 
d'Azeglio, d'Albiano, di Strambino, ancora sparse di torbiere 
e di stagni, sarebbero emerse dalle acque. Tuttavia E. Levas- 
seur ha calcolato esistano sulle Alpi intorno a 5000 laghi, di 
poco men di un chilometro quadrato l'uno nella media, ed i 
professori Giovanni De Agostini, O. Marinelli, ed altri, che si 
sono proposti di studiarli, ci hanno già dato dei principali 
esatte notizie. Contribuiscono quasi tutti a rendere pittoresco 
e vario il paesaggio, come altri laghi, specie marittimi, in 
altre regioni d'Italia lo rendono triste e persino letale. 

Nulla eguaglia le bellezze di questi laghi alpini, fra aride 
rupi, nel bianco delle nevi, tra il profumo dei fiori. Talora 
non hanno sorgenti visibili e si inventarono le più strane 
leggende. Vi si gettavano forse nel medio evo i colpevoli di al- 
cuni reati e le mogli infedeli. Per questi ricordi i montanari 
non li guardano senza timore, e talora li vidi passare un po' 
lontano, facendosi il segno della croce. Il parroco del villag- 
gio vi sale talvolta, in una ricorrenza solenne, per benedirli, 
seguito dalla processione di donne, vecchi e fanciulli. In alcuni, 
guai a gettare una pietra : se è nera piove, se bianca gran- 
dina o cade la neve ; in altri le anime dannate che vi sono 
a confino susciterebbero uragani paurosi. Yi sono laghi che 
nascondono tesori, e tra i rododendri, l'erba e la neve si ve- 
dono le tracce di lunghe ricerche fatte dagli alpigiani 1 . 

Il lago Maggiore che meriterebbe il suo nome di massimo 
lago italiano se non fosse il Garda, si insinua tra le Alpi 
occidentali e le centrali, ai confini della regione piemontese 



1 Maria Savi Lopez, Laghi alpini, nelle Leggende delle Alpi, pag. 343. 
V Italia. 11 



82 



L'ITALIA 



cui appartiene quasi la metà del suo specchio, nel resto per 
due terzi lombardo e per un terzo elvetico. A 194 metri sul 
livello del mare copre una superficie di 212,16 chilometri 
quadrati, con uno sviluppo di costa di 170 chilometri \ È at- 
traversato dal Ticino, che vi entra a Magadino e ne esce a 
Sesto Oalende, accogliendo altri trenta e quaranta fiumi e ru- 
scelli minori. Le sue rive, alla selvaggia grandezza delle Alpi, 
aggiungono tutti i sorrisi e gli incanti del mezzogiorno. Sulle 
paradisiache isole Borromee, che emergono dal seno di Baveno, 
torreggiano da lungi le vette nevose delle Alpi Pennine, s'in- 
nalza da presso il Motterone, il bel Bigi nostro (1491 in.). 
Sui clivi, sotto ai boschi e ai dirupi, fra le vigne e le minori 
selve, s'annidano ville innumerevoli, ed altre splendidissime 
sorgono su quasi tutta la riva fra gli aranci e gli olivi, l'agave 
e la palma, fra città, villaggi, chiese, Locamo, Luino, Laveno, 
Angera, e in sulla riva piemontese l'industre Intra, la salu- 
bre Pallanza, Stresa, Arona, Sesto Oalende. Il mite clima 
consente la più splendida vegetazione, ma non risparmia al 
lago i venti procellosi che lo agitano, le nebbie che talvolta 

10 avvolgono, le piene temute, che ne alzano l'ordinario 
livello persino di sei metri, inondando tutte le rive. Vi si pe- 
scano trote, agoni, tinche, anguille ed anche pesci marini. Coi 
frequenti vapori, e con le modeste gabarre e più per la « via 
delle genti » , che ne lambe la riva lombarda, il lago, come 
pochi al mondo, è tutto pieno di attività, di commerci, di vita 
e più sarà quando anche sull'altra riva correrà la ferrovia per 

11 Sempione 2 . 

Ma le bellezze e l'importanza non salvano il lago Maggiore 
dall'azione degli agenti che cospirano ad impicciolirne il bacino. 
I continui scavi compiuti dal suo emissario nell'ammasso dei 
detriti che trattengono il lago al disopra dei piani inferiori 
abbassarono un po' alla volta il canale in cui scorre, facendo 
sparire tutto lo strato superficiale delle acque lacustri. Le ter- 

1 Secondo F. Biaggi, superficie 216 chil. quadrati ; sviluppo delle coste 166.5chil, 
Ecco alcuni altri dati scientifici secondo questo autore ed altri calcoli di 0. Mari- 
nelli, riferiti da Halbfass, « Riv. geogr. ital. », Roma, voi. VI, pag. 420. 



Lunghezza longitudinale 



54 chil. 
66 
10 

3,93 » 
872, metri 
175,4 » 
37,10 ehil. q 



Secondo Biagg 
65,226 chil. 



sul thalveg 



Massima larghezza 

Media » 

Massima profondità 3' 

Media » 1' 

Volume delle acque medie c c 



9,660 



353 metri 
191 

41,407 chil. q. 



2 Boniforti, Il lago Maggiore, Milano, 1880. 



LAGO MAGGIORE 



83 



razze dei ghiacciai di cui il Ticino ha corrosa la base alla 
sua uscita dal lago Maggiore, si elevano attualmente nei ter- 
rapieni declivi alti più di cento metri sopra il letto del 
fiume ; e così pure tutti i torrenti che sostituirono gli anti- 
chi stretti di congiunzione, la Strona del lago d'Orta, la 



X. 16. — LAGO MAGGIORE. 




Scala di 1 : 500,000 



Tresa del lago di Lugano, ed i vari emissari degli stagni di 
Varese scorrono a sponde assai alte ovvero entro gole len- 
tamente scavate dall'azione delle acque. Questi profondi mu- 
tamenti nel regime del lago Maggiore poterono compiersi in 
una serie ignota di secoli, ma il processo fa abbastanza rapido 
perchè sia lecito paragonarlo ad una vera rivoluzione geolo- 



84 



L'ITALIA 



gica. La storia contemporanea c'insegna come all'estremità 
svizzera del lago Maggiore le alluvioni del Ticino e della 
Maggia vadano usurpando l'area del lago a vista d'occhio, e 
i porti d'imbarco debbano spostarsi man mano a seconda dei 
mutamenti della riva. Settecento anni fa il villaggio di Gor- 
dola situato ora quasi a due chilometri dalla riva, sulla Verzasca, 
era un porto d'imbarco. Ai dì nostri il ponte d'imbarco di 
Magadino, allo sbocco del Ticino, viene così rapidamente ab 
bandonato dalle acque, che il villaggio deve spostarsi conti- 
nuamente verso la riva ; le case dovrebbero essere mobili per 
poter seguire il movimento di ritirata del lago Maggiore. Ses- 
santanni fa le barche andavano a prender carico a più d'un 
chilometro a monte vicino ad un molo ora circondato da ro 
vine.il golfo di Locamo, la cui maggiore profondità non misura 
più d'un centinaio di metri, è destinato a trasformarsi coll'an- 
dar del tempo in un lago distinto, perchè le alluvioni inva- 
denti della Maggia, che s'avanzano nel lago in largo semicer- 
chio, hanno già scemato della metà lo spazio intermedio che 
separa le due rive. Un fenomeno analogo si è verificato nel 
golfo nel quale si aggruppano le isole Borromee. Le alluvioni 
riunite della Strona e della Toce hanno separato il piccolo 
lago Mergozzo dalla estensione principale d'acque, lasciandolo 
abbandonato nel mezzo della campagna, quasi ad attestare gli 
antichi contorni del Verbano. 

I più bei laghi delle Alpi marittime sono quelli delle Me- 
raviglie, veramente meravigliosi per le strane iscrizioni e le 
figure simboliche scritte sulle pietre di durissimo serpentino 
schistoide che racchiudono il loro bacino, armi, animali, stru- 
menti, misteriosi segni, opera forse di pastori oziosi, forse di 
Fenici o Cartaginesi ivi attendati. Al di sotto si trovano i Laghi 
lunghi, in un anfiteatro dominato da picchi bizzarramente pau- 
rosi, dove abbondano i nomi infernali. Le Alpi marittime e le 
liguri hanno innumerevoli altre conche lacustri; proprio sul- 
l'estremo confine di queste sono i laghetti che danno origine 
alla Oorsagia, alle loro falde estreme è il lago di Beinette, da 
cui derivano le acque più remote al Tanaro. Così dal laghetto 
delle Finestre scaturiscono le prime acque che vanno a for- 
mare la Vesubia, e dominano di quasi 400 metri il Santuario 
della Madonna delle Finestre, centro ridente di escursioni. Su 
queste Alpi sono state costruite numerose strade mulattiere 
e case di caccia, dove singolarmente si compiaceva il gran Re, 
che specchiava il viso severo nelle acque dei laghetti di Fre 
mamorta, delle Portette, di Valscura, circondati dalle squal 
lide rupi care ai camosci, o pescava le trote in quelli che 



LAGHI ALPINI 



85 



mandano le loro acque a Vinadio, mentre un lago ai piedi del- 
l'Argenterà non consente la vita ad alcun pesce 1 . 

Nelle valli di Saluzzo, di Pinerolo, di Susa, basterebbe quella 
corona di laghi e laghetti che domina ed alimenta le sorgenti 
del Po. Bellissimo fra tutti il lago di Fiorenza (ett. 3.4), con 
le trote squisite, in una conca verde, sopra il piano acquitri- 
noso che ebbe il nome da un ignoto Re ivi attendato ; intorno ad 
esso, più in alto, o sulle altre falde del Monviso, si succedono il 
lago Alto, il Grande di Viso (ett. 2. 60), quelli di Prato Fiorito, 
della Pellegrina, dell' Al petto, e il lago di Oostagrande, dominati 
della titanica gradinata delle Balze di Cesare. Dentro una pro- 
fonda conca si annida anche l'Adret de Laus, origine del 
Pellice, alimentato dalle nevi del Granerò. Fecondo di sapo- 
ritissime trote è il laghetto del Moncenisio, agghiacciato per sei 
mesi dell'anno, nel quale si specchia il celebre ospizio fondato 
da Lodovico il Pio, ricostruito da Napoleone I, centro di pre- 
dilette escursioni se altro mai per botanici, geologi, alpinisti. 
Sulla via da Oesana a Bousson è il lago Nero, nel quale gal- 
leggia una « Vega », e si specchia una cappella con una ve- 
tustissima scoltura in legno della Madonna. Così quasi ogni 
sentiero, ogni valico, ogni conca offre pittoreschi laghetti, che 
talvolta mancano persino di nome. Anche l'alta valle di Susa 
ha un lago Nero, dove la notte uno spirito maligno emerge 
dalle acque e gitta grosse pietre contro i pastori. 

Dove s'apre la Comba di Susa, al di qua delle Chiuse, si 
trovano i due laghetti d'Avigliana, piccolo e grande, consa- 

1 Secondo un importante studio di Fritz Mader, sulle Alpi marittime, la super- 
fìcie dei loro 250 laghi misura 10 chilometri quadrati; i 15 maggiori, che coprono 
tutti insieme la terza parte di questa superfìcie, sono i seguenti : 



LAGHI Superfìcie Lnughezza Larghezza Circonferenza Altitudine 



D'Allos 


. 68.6 


1350 


700 


3100 


2237 


Del Basto sui». . 


. 27.3 


880 


460 


2150 


2337 


Di Rabuons inf. 


. 25 


840 


460 


2800 


2230 


Dell' Agnel 


. 24.6 


820 


520 


2475 


2426 


Lungo (Gordolascà^ 


. 21.3 


870 


400 


2200 


2572 


Della Sella sup. . . 


. 20.8 


780 


320 


1740 


2328 


Del Basto inf. . . . 


. 15.8 


580 


575 


1520 


2219 


Della Sella in f. . . . 


. 15.7 


450 


380 


1400 


1850 


Della Rovina . . 


. 15 


800 


300 


1800 


1560 




13 


460 


420 


1320 


2015 




. 12.5 


530 


300 


1340 


2345 


Di las Portela^. 


. 12 


400 


350 


1100 


2358 


Del Claus 


. 12 


420 


320 


1180 


2345 


Del Basto uied. 


. 11.4 


400 


380 


1440 


2280 


Nero delle Vallette . 


. 10.8 


540 


250 


1340 


2228 



Dal « Bollettino del Club alpino it. », voi. XXIX, p. 217. 



86 



L'ITALIA 



era ti a San Bartolomeo e alla Madonna, per propiziarli del 
misfatto degli antenati, quando sorsero cotesti specchi d'acqua 
dove sprofondò l'antichissima Avigliana, punita di aver ricusato 
asilo a Gesù Cristo mendico. Felix culpa, se Torino ora vi si 
abbevera e le sue industrie ne traggono copioso alimento \ 
Dai Tre « lajet » si denomina il colle che da Lemie porta 

a Yiù, e scendendo dal 
quale si trovano ancora 
i laghetti di Ovarda e 
di Viano: quest'ultimo 
lia le acque del più bel 
verde smeraldo, e la 
notte è fama vi con- 
vengano tutte le streghe 
della valle di Yiù, che 
ballano intorno, mentre 
i silfi suonano melodie 
appassionate. Sulla 
strada meno faticosa che 
dalle valli di Lanzo 
conduce in Savoia dor- 
ine il lago d'Autaret, a 
06 3 metri sotto il valico 
(3300 in.), spesso gelato, 
ijuasi sempre coperto di 
neve sugli orli, sebbene 
i a ngo 450 metri e largo 
100, come il lago Mar 
corin, caro ai riposi di 
chi scala l'Uja di Mondrone, e dal quale, nei tre o quattro mesi 
in cui non gela, scende il Rio Pissai. Anche qui quasi ogni 
valle ha il suo lago Nero o Scuro, come quello che sorge nel- 
l'orrido vallone d'Engio sotto agli altri di Lazin e della Lo- 
zera, dove si abbeverano due o tre mesi dell'anno i bestiami 
dei pascoli estremi. Un vasto lago dovette essere in epoche 
non remote il vasto piano del Nivolet, lungo sette chilometri, 
tutto acquitrinoso e pieno di pozze, che più in basso formano 

1 Ecco alcune dimensioni dei tre laghi più importanti : 

Madonna 

JVIoneenisio di Avigliana S. Bart. d'Avigliana 

Superfìcie .... 0,52 0,84 0,58 chil. q. 

Altitudine .... lì)13 352 356 metri 

Profondità mass. . 61,82 26 12 

Lunghezza. ... 2 3,6 3,2 chil. 




LAGHI ALPINI 



87 



i laghi di Cerrù, dell' Agnel, ed altri minori. Nessuno ugua- 
glia però il lago che ben fu detto Ghiacciato, nell'ampia 
comba di Moncimour (2870 m.), il quale appena nei venti 
giorni del sollione presenta disciolte le sue acque di un bel 
verde cupo fra i macereti coperti di neve. Presso altri Lé 
neir, in Val di Soana, è un lago di Verdassa, dove la leg- 
genda narra sepolti immensi tesori, e che altri più praticamente 
chiamò da qualche « contessa bionda », ivi sovrana. Invece le 

N. 18. — LA CHIUSA ED I LAGHI DI AVIGLTANA. 



5°5' 




5° 5' Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

rive dei laghetti di Meugliano ricordano lo scempio dei nobili 
di Brosso, feroce scempio come efferata era stata la loro ti- 
rannide. 

Come di eccelse cime e di ghiacciai, è ricca di laghi la 
valle d'Aosta. Già fuori di essa troviamo i bei laghi di San 
Giuseppe e San Michele, presso Ivrea; ma i più numerosi sono sui 
versanti delle Alpi. Così sui passi che da Ohamporcher addu- 
cono a Champ de Praz ed a Cogne si trovano i piccoli laghi 
di Pana, il Sanaiz, il Oouvert, il Vallette, il Cornuto, il lago 
Bianco ed il Nero, tra i quali si scorgono numerose traccie di 



88 



L'ITALIA 



altri che si sono prosciugati, come questi si vanno lenti esau- 
rendo. Al lago Miserili (2583 ni.) si reca tutti gli anni una 
processione di devoti ad onorare la Madonna della Neve, e 
gira intorno alle acque dove si specchiano le Roccie della 
Balma e la Rosa dei Banchi; poco men che deserti e muti 
giaciono invece i laghi di Pontonnet e Perausa, al piede 
degli omonimi colli. Ricco di cinque piccoli specchi d'acqua 



X. 19. — LA VALLE D'AOSTA. 




OvestdiRoma 5° 



Scala di 1 : 500,000 

è il bacino superiore dell' Amanda, e sulla via da Cogne ad 
Aosta si trovano il lago di Arbole, il Dessus colle sue acque 
stranamente tinte di verde, il Long, il Ooronas dalle cui rive 
si gode uno splendido panorama delle Perniine e delle Graje, 
€d i quattro laghi di Lussert. Scendendo dal colle della Sengie 
in Valle dell'Orco si trova un altro lago Nero, e quelli di 
Valsoera e della Balma. Nelle minori valli della Dora v'è 
un altro lago gelato, e ancora un lago Nero e un lago Lungo, 
con infiniti altri laghetti, e conche di antichi che dovevano 



LAGHI ALPINI 



89 



essere molto più grandi. Sotto il Colle di Lepre sono altri 
laghi, il Long, il Dessous, il Nero, pieni di tesori, forse perchè 
in quei pressi si segnalarono filoni di quarzo aurifero, che 
sino ad ora non valse il prezzo dell'opera di affrontare. Dalle 
rive del lago Sassière (2416 m.), presso i casolari omonimi, si 
gode uno dei più splendidi panorami, sulla vicina punta di 
Tzanteleina, mentre ai lati si sprofondano ampie valli, e 
lungi si schierano i giganti del Delfinato, delle Graje, delle 
Pennine. 

Presso la vetta del Monte Fallére (3062 ni.), uno dei più 




LAGO AL COLLE DEL GRAN SAN BERNARDO. 
Da una fotografia delle «Alpi illustrate» dell'editore A. Fusetti di Milano. 



superbi osservatori valdostani, si appiatta il lago dei Morti, 
e sul valico del Gran San Bernardo, alle soglie del celebre 
ospizio, v'è un lago più ampio, gelato oltre sei mesi dell'anno, 
a cavaliere del confine italo elvetico. Sono appena degni di un 
ricordo i laghetti della Valpellina, PArpisson, il Mort, il lac 
de mont Ross, ed i minori che danno il nome alla Becca des 
Lacs (3417 m.). Intorno al Cervino dormono nei bacini soli- 
tarii il lago di Goillet, quello del Riffel, il lago Nero presso 
al quale è un albergo alpino. Nella valle di Gressoney è il 
lago di Mucrone, intorno al quale gira una leggendaria pro- 
cessione di morti e le cui acque oscure e purissime sarebbero 
tanto profonde da agguagliarsi al livello d'Oropa; certo for- 



V Italia. 



VI 



90 



L'ITALIA 



mano il torrente di questo nome, dal quale traggono alimento 
tante industrie, prosperità l'agricoltura, saluberrime bevande 
gli abitanti del Biellese. Il lago Vargno o della Vecchia sarebbe 
trascurato senza la leggenda della Donna del Lago scolpita 
a graffito sulle Alpi di Rosazza e narrata da tutte le veechie- 
relle di quei monti, facendosi il segno della croce: una re- 
gina che trasse lassù in una bara d'oro il giovane amante 
e visse per secoli bianca come le nevi. Notevoli anche il lago 
Lamassa, quello del Macagno, celebre per le tome che si fab- 
bricano nei suoi casolari, dai quali discesero gli antenati di 
Quintino Sella. Seguono altri laghi, il Bianco, il Nero, e il lago 
Gabiet presso il colle d'Olen ed il simpatico albergo noto a 
tutti gli alpinisti. 

Questa regione, oltre al lago di Yi verone o d'Azeglio, ed 
a quello di Oandia \ che abbiamo ricordati, contiene il lago 
d'Orta, o Ousio (lacus Gusiiis, lacus Vbartum) che il Motterone 
separa dal lago Maggiore, e si distende fra altre roccie di 
graniti e micaschisti. Le sue acque, agitate talvolta dai venti 
che scendono dal Sem pione a burrasche temute, ricche di 
pesci, specie d'anguille, si versano nella Toce per mezzo del 
Negoglia e dello Strona. Alle sue estremità sorgono Orta ed 
Omegna, sulla riva orientale corre la ferrovia da Gozzano a 
Domodossola, e dirimpetto ad Orta sorge l'isola di San Giulio, 
che basta appena al seminario e alla chiesa che l'occupano 
tutta. Più su, nelle alpi di Valle Anzasca, s'appiatta il la- 
ghetto di Mattmark, colle sue acque lattiginose, il lago del 
Gorner arresta chi sale la Nordend del Monrosa, ed il lago 
d'Antrona ricorda il disastro che lo formò il 27 luglio 1642, 
quando una immensa frana, staccatasi dal fianco orientale del 
monte Pozzoli, seppellì 42 fienili e casolari, con 95 vittime 
umane. In vai Bognanco, fra numerosi laghetti, hanno un 
nome quelli di Ragozza, di Giavina sul versante svizzero, di 
Pajone chiuso fra rupi ertissime, e di Monsura sottesso il passo 
nevoso. 

Come tutti i serbatoi della stessa natura, i bacini lacustri 
delle Alpi italiane servono da regolatori alle acque torrenziali 
che si riversano in essi. All'epoca delle piene, trattengono il 
soverchio della massa liquida, per restituirlo poi a poco a poco; 
la differenza di livello tra le loro acque di piena e quella 
di magra è perciò assai ragguardevole. Il Verbano ha veduto 



Altitudine 
Area . . 
Profondità 




di Viverom» 



230 
5,78 
50 



LAGHI ALPINI E DI PIAXUKA 



91 



accrescere il livello ordinario delle sue acque persino di sei 
metri e l'emissario, in conseguenza, da una minima portata 
di 50 metri cubi al secondo, crebbe ad una di 4000. Durante 
queste piene terribili, il Ticino trasporta una massa d'acqua 
appena inferiore a quella del Nilo nelle sue condizioni ordi- 
narie, e pure questo diluvio neppure costituisce la metà della 
massa liquida versata da tutti gli affluenti nel serbatoio la- 
custre. Se il lago Maggiore non moderasse così la distribu- 
zione delle acque di piena, trattenendole nel suo bacino, le 
campagne della Lombardia si troverebbero esposte a fatali 
alternative di lunghe siccità e di terribili inondazioni. 

I laghi alpini del Piemonte, come gli altri dell'Italia su- 
periore, hanno pertanto una grandissima importanza nell'eco- 
nomia generale del paese, ed esercitano altresì una influenza 
moderatrice sul clima, in ragione dell'uguaglianza di tempe- 
ratura che le masse liquide conservano meglio in confronto 
dell'atmosfera. Inoltre, come vie naturali di scambio fra le 
le valli delle Alpi e la pianura, e come serbatoi di vita ani- 
male, dovevano attirare più fìtte popolazioni sulle loro rive. 
Xell'età romana, e meglio più tardi, dopo cessate le invasioni 
barbariche, le attrattive delle bellezze naturali seducono sulle 
rive del Verbano, come su quelle degli altri laghi, una folla di 
visitatori d'ogni nazione, e vi fanno sorgere le ville superbe 
e gli alberghi vasti, e brulicare dovunque tanta attività e tanta 
ricchezza. Pochi siti d'Europa sono paragonabili all'incante- 
vole golfo di Pallanza, alle isole Borromee, coi loro palazzi 
superbi e i pittoreschi villaggi di pescatori, con i meravigliosi 
giardini pieni dei più rari fiori e delle piante più tropicali si 
possano ammirare nelle serre. 

Diversi dai laghi alpini o di montagna sono quelli del piano 
inferiore, che dovrebbero piuttosto considerarsi come inonda 
zioni permanenti, e sono scomparsi o vanno scomparendo in 
seguito al lavoro degli agricoltori, che li prosciugarono e ne get- 
tarono le acque nei prossimi fiumi. A ciò aveva contribuito 
in più remoti secoli e tuttora contribuisce, sebbene in mi- 
nori proporzioni, l'opera degli agenti naturali. Tutta la pia- 
nura del Piemonte e della Lombardia, ad eccezione delle col- 
line isolate che sorgono qua e là, e di rari lembi di depositi 
marini sulle falde di esse, è formata di detriti portati dai tor- 
renti ; di questo suolo alluvionale non si conosce ancora la 
profondità, perchè i vari assaggi praticati in codesti ammassi 
non poterono mai raggiungere la roccia solida. Supponendo 
che il declivio delle Alpi e quello degli Apennini continuino 
uniformemente sotto la pianura, il fondo del prodigioso am- 



92 



L'ITALIA 



masso di ghiaie si troverebbe a 12G0 metri sotto la superficie 
presente. La massa dei detriti staccati dai fianchi delle Alpi dai 
torrenti, dalle valanghe, dai ghiacciai avrebbe un volume non 
minore dei grandi sistemi di montagne e ancora bisognerebbe 
aggiungere le quantità enormi di materie che sono andate a 
depositarsi nel fondo del mare. L'opera di questi agenti geo- 
logici, che modificano tanto le diverse proporzioni delle terre 
e dei mari, è visibile in tutta la pianura del Po, ma special- 
mente nella sua parte orientale. I mutamenti apportati dai 
fiumi e dai torrenti alla forma esterna del pianeta sono ab- 
bastanza rapidi, perchè possiamo esserne diretti testimoni 
anche durante il breve spazio delle storie umane. Nessuna 
regione d'Europa, ad eccezione dell'Olanda, è stata modificata 
dall'azione delle acque in modo più radicale e con maggior 
frequenza dell'Italia settentrionale. Questi mutamenti sono 
stati però, come vedremo, massimi, nel corso dei fiumi veneti 
ed in quello del Reno, mentre il Po, in proporzione del suo 
bacino e della lunghezza del suo corso, è rimasto relativamente 
immutato. Senonchè la ricchezza e l'importanza delle città 
che sorsero sulle sue rive, la fecondità delle sue campagne, 
l'abbondanza e le variazioni frequenti della sua massa liquida, 
l'entità dei lavori intrapresi per la sua regolazione, attribui- 
scono un'importanza eccezionale al menomo dei suoi movi- 
menti : il Po è il gran fiume dell'antico estuario adriatico ; 
è il « padre » {pater Eridanus), come dicevano i Romani. 

Il torrente alimentato dalle nevi del Viso deve probabil- 
mente alla bellezza di questo monte che ne domina le sor- 
genti, il fatto di esser considerato come il tronco maestro del 
gran fiume e d'imporgli il suo nome; la Macra, la Varaita, 
il Olusone ben potrebbero disputargli simile onore, perchè non 
sono meno ricchi d'acque e giunti nel piano recano non mi- 
nore fertilità alle campagne per mezzo dei loro canali d'irri- 
gazione. Il letto comune sarebbe ben presto esaurito se da 
tutta la cerchia delle montagne non scendessero altri torrenti, 
la Dora Riparia, la Piccola Stura, l'Orco, la Dora Baltea, 
alimentati dai ghiacciai del monte Bianco che occupano una 
superfìcie di 72 chilometri quadrati, da quelli del Gran Pa- 
radiso ancora più vasti e da alcuno dei campi di ghiaccio del 
Monte Rosa. Vengono inoltre al nord la Sesia e al sud il Tanaro 
che raccoglie nel suo letto l'acqua dell' Apennino e quella 
delle Alpi. Ma il più importante fra gli affilienti del Po, per 
volume d'acque, è il Ticino, che supera di molto tutti i tinnii scesi 
dai laghi alpini. Fra tutti i bacini fluviali d'Europa, la pia- 
nura dell'Italia settentrionale è quella che versa la maggior 



IL PO 



massa liquida nel mare in rapporto alla sua estensione ; corsi 
d'acqua che parrebbero dover essere insignificanti per la loro 
brevità in causa dell' abbondanza delle pioggie e delle nevi 
alpine hanno una portata considerevole. 

Seguendo ad uno ad uno i più notevoli fra questi corsi 
d'acqua sino al Ticino, che segnò per tanto tempo, con una 
parte del suo corso, il contine fra il Piemonte libero e la 
Lombardia soggetta all'Austria, noi dobbiamo arrestarci an- 
zitutto al gran fiume italiano, al massimo Po, il Padus, de- 
nominato secondo Metrodoro di Scepsi dal nome celtico dei 
pini che crescevano fitti alle sue sorgenti. Eu allora venerato 
e collocato, col suo nome di Eridanus, persino fra le costella- 
zioni celesti, un fiume di stelle che dal Kiger d'Orione si 
dilunga nell'emisfero meridionale ; ma forse l'Eridano, sulle 
cui rive piansero le sorelle di Fetonte sì che gli alberi la- 
grimarono poi l'ambra, era un altro fiume settentrionale, che 
i geografi greci confusero col nostro attribuendogli il nuovo 
nome, col quale lo saluta anche Virgilio, flvmiorum rex JEri- 
danus \ Ben lo conobbero i Romani, le cui descrizioni ci 
aiutano a seguire i grandi mutamenti avvenuti nel suo delta 
ed altrove, mentre Polibio lo descriveva navigabile per 2000 
stadii (367 chilometri), e Plinio da Angusta Taurmorum. 

Il Lombardini ha calcolata la superfìcie dell'intero bacino 
del Po a 69,382 chilometri quadrati, dei quali 40,056 mon- 
tani e 28,236 pianeggianti ; altri la calcolano di maggiore 
ampiezza, lo Strelbitzkv sino a 74,907 chilometri quadrati. 
Assai varia è la pendenza, dalle radici delle Alpi Marittime, 
delle Cozie e delle Graje sino all'Adriatico, fra le altre Alpi 
e l'Apennino, nella pianura che s'allarga da Treviso a Cesena. 
Xel primo tratto, fra le sorgenti (2041 m.) e Paesana (590 in.), 
percorrendo in linea retta appena 16 chilometri, è un vero 
torrente, con una media pendenza del 90 per mille, ^fel suc- 
cessivo tratto di 74 chilometri sino a Torino, ha una pendenza 
del 5 per mille, e nel tronco fluviale che corre dall'antica 
capitale sino al mare, scema alla media di meno che 4 m. 
su 10 chilometri. Ad Ostiglia, a 149 chilometri dal mare, il 
pelo di magra è a 9,08 metri e il fondo a 2,15 dalla comune 
alta marea della foce, dati che si riducono rispettivamente a 
3,96 e 3,51 metri a Pontelagoscuro, ed a 0,52 e 0,34 all'idro- 
metro di Cavanella. L'intero corso del Po misura 652 chilo- 
metri, che Gr. Marinelli riduce a 616, e Strelbitzky a 570, 
quasi per mostrarci che anche le scienze esatte possono es- 



1 Georgiche, lib. I, 481. 



L'ITALIA 



sere una opinione! Il lungo corso e la varia pendenza danno 
ragione dell'assai diversa velocità, e delle diversissime materie 
che ne costituiscono il fondo ; le acque scorrono prima fra 
grossi macigni, poi fra ghiaie grossolane, più abbasso travolgono 
sabbia e limo, poi belletta e fango. Così le maree dell'Adria- 
tico ne risalgono a lungo il corso, e la chiamata di sbocco si 
fa sentire assai dentro terra, come i rigurgiti, nei venti siroc- 
cali che coprono d'acque anche la piazza di San Marco a 
Venezia. 

Molto varia è la profondità delle acque ; nelle massime 
magre non sùpera presso Torino metri 1,80, 6 a Casale, 9 al 
confluente del Ticino, da 7 a 10 sino alla foce : però in qualche 
punto si hanno profondità eccezionalmente assai maggiori, 
come quella di 25 metri a Serravalle, presso Mantova. Assai 
varia è la larghezza, fra 100 e 500 metri in magra (265 metri 
a Mezzana Corti, 478 alla Becca), che diventano presso a 1000 
nel Po di Maistra, mentre nella massima piena l'acqua mi- 
sura fra le sommità arginali che la contengono sino a quattro 
chilometri. Il Po non è, a dir vero, un fiume pensile, perchè 
in nessun punto del corso le acque di magra e tanto meno 
il suo letto superano il livello delle campagne; ma da Pavia 
al mare quasi sempre vi sovrastano gli argini, tra i quali la 
gran piena del 22 ottobre 1872 si elevò sulle vicine campagne 
di 3,72 metri presso Pavia, di 2,15 nel Polesine, di 6,78 a 
Guarda mantovana, con un massimo spessore d'acqua di 16,36 m. 
nel Polesine, di 8,87 sulla massima magra ad Ostiglia. La 
portata del fiume è di conseguenza assai varia: il Lombardini 
calcola una media di 1720 metri cubi al secondo: a Valenza 
fu calcolata fra 100 e 600 metri cubi, a Cremona, nella gran 
piena del 1872, si ebbero circa 8000 metri. 

Il Po, durante queste grandi piene, che non sono rare, cor- 
rode il letto e le sponde, svolgendosi su terreni da esso accu- 
mulati e quindi facilmente soggetti all'azione delle acque. In 
gran parte del suo bacino cadono pioggie copiose, ed i periodi 
della maggior violenza loro coincidono talvolta coi disgeli di pri- 
mavera che sciolgono le nevi delle Alpi e degli Apennini, e 
coi venti di scirocco che rialzano il livello dell'Adriatico, 
impedendo il deflusso delle acque alla foce. Per fortuna non 
tutti gli affluenti del vasto bacino scendono insieme, impe- 
rocché se gli apenninici non trovano ostacoli e vi si riversano 
precipitosi, i fiumi delle Alpi piemontesi seguono più lungo 
corso, ed i lombardi, anche in piena, sono trattenuti dai ser 
batoi lacustri, sì che entrano nel Po quando già sono passate 
le piene degli altri. Nondimeno nei due ultimi secoli si con- 



IL PO 



95 



tarono oltre trecento piene del Po, il quale in nove secoli 
ruppe più che quattrocento volte gli argini da cui è trattenuto 
per 410 chilometri con uno sviluppo di oltre mille. Il Tadini 
ha calcolato che il Po trasporta ogni anno 40 e più milioni 
di metri cubi di materie allu viali, che le grandi piene rad- 
doppiano ed oltre: si calcolò che una sola ne portasse tanta 
da riempiere tutta Milano dentro al Naviglio sino a coprire 
anche la più alta guglia del suo duomo. 

Alle note « sorgenti del Po », al piano del Re, scendono 
le acque d'un ghiacciaio della falda nord-est del Monviso, per 
un torrentello che scende dal monte Granerò e dal Meidassa, 
e sarebbe l'origine vera del Po. Molte altre acque sorgenti- 
fere e torrentelli raccoglie tra Orissolo e Paesana, scendendo 
a precipizio, nella valle breve, angusta, rigidissima, per aver 
pace appena al ponte di Revello, presso Saluzzo. Ed è tal- 
volta, durante il sollione, la pace della morte, perchè le acque, 
dopo tanto correre a precipizio, scompaiono tutte, assorbite 
dalle prime arene o deviate ad inaffiare i colli, mentre dopo 
4a Badia di Staffarda, coi primi affluenti, ricompaiono, cre- 
scono, reggono qualche piccola barca. Le alture che vanno poi 
a formare le colline dell'Astigiano e del Monferrato lo costrin- 
gono a volgere al nord, solcando la pianura dove convergono 
tutte le strade delle Alpi marittime, lasciando a destra Car- 
magnola, a sinistra Oarignano per urtare a Moncalieri le col- 
line del Monferrato, lambirle presso Torino dove passa sotto a 
quattro ponti, fra argini coperti di case, di opifici, di ville. 
Da Torino al confluente dell'Orco piega a nord-est; poi forma 
le prime isolette, ed alimenta il canale Cavour. Lambendo 
sempre le falde settentrionali dei colli del Monferrato, passa 
fra Crescentino e Ve mia, poi, con un corso più raccolto e 
profondo, a Casale, di dove corre per nove chilometri verso 
oriente. Dal confluente della Sesia piega a sud-est sino a Va- 
lenza, poi ad est per breve tratto e dopo il confluente del Ta- 
naro a nord est sino a quello del Ticino, attraversando la pia- 
nura di Marengo, Casteggio, Montebello ed altri luoghi dove 
si sono combattute tante celebri battaglie, fra le mille che 
insanguinarono come nessun'altro d'Europa, questo bacino. 
Così il Po è giunto alla metà del suo corso; le grosse barche 
possono ormai navigarlo, il Ticino lo raddoppia, ma non ha 
più che 0,35 di pendenza, e scorrerà lento sino al mare. 

Gli affluenti del Po sono numerosi ed importanti, ma più 
sulla riva sinistra che sulla destra, specie quando si esca dal- 
l'intima cerchia delle Alpi dove esso nasce. Gli affluenti di 
sinistra, nutriti perennemente dai ghiacciai, versano infatti al 



96 



L'ITALIA 



piano larghe copiose correnti, che alcuni purificano e calmano 
nei laghi, sì che agevolano le comunicazioni, irrigano le cam- 
pagne coi numerosi canali che da essi derivano, alimentano 
fiorenti industrie, e per cui può dirsi che, almeno sino a tanto 
dura la magra, non una goccia dell'acqua di questi fiumi va 
perduta. In quella vece gli affluenti della riva destra, scendendo 
dalle Alpi marittime prive o quasi di ghiacciai e poi dai dossi 
denudati dall' Apen nino, fuor delle poche sorgenti e delle 
pioggie, sono alimentati soltanto dallo squagliarsi delle nevi, 

N. 20. — VALLI VALDESI. 




Ovest di Roma 5° 15' 



Scala di 1 : 500,000. 



per cui hanno e serbano quasi tutti sino al confluente aspetto 
torrentizio, torbidi, impetuosi, nella stagione estiva sempre po- 
verissimi d'acque, in primavera e nell'autunno spesso minacciosi 
e traboccanti oltre gli argini sulle mal difese campagne. Indi 
ne viene che gli affluenti di destra, scendendo precipitosi, 
recano alluvioni di sassi, di ghiaia, di melme, che poi le acque 
men torbide, ma impetuose e confluenti spesso ad angolo acuto 
di quelli di sinistra, venute più tardi, spazzano via, impe- 
dendo al letto del Po di rialzarsi di tutto ciò che gli viene 
dalle Alpi marittime e dall' Apennino. 

Dopo il modesto Orinandone, il Po raccoglie sulla sua riva 
sinistra il Pellice, che scende dal colle di Chevallerette ed at- 
traversa la valle di Luserna, celebre per la resistenza eroica 
dei Valdesi, i quali trovarono un sicuro baluardo specialmente 



PELLICE, CHISONE, SANGONE, DORA RIPARIA 



97 



nella valle traversata dall' Angrogna, che sbocca nel Pellice 
presso Torre Pellice, dove le Roccaglie, le Portacele ed altri 
siti ricordano epiche resistenze. Xel Pellice mette foce il Chi- 
sone, la cni valle è attraversata dalla gran strada nazionale 
che, da Pinerolo per Perosa, passa a Fenestrelle, dove è chiusa 
da importanti fortificazioni, e, lasciandosi sulla destra il colle 
memorando dell'Assietta, sale a Pragelato. Di là un sentiero 
si inerpica lungo il corso superiore del Ohisone al colle di 
Olapis, mentre la strada risalendo il Ohisonetto, suo affluente, 
adduce a Cesana. Poca importanza hanno il Lemina, il Xoce, 
ed avrebbe il Sangone, se sulle sue rive non fosse stata raccolta 
dai principi di Piemonte la prima congregazione formata dai 
tre Stati. Cospicuo fiume, dopo questi, è la Dora Riparia, 
discesa dal Monginevro, dove saluta da presso la Durance \ 
dal Rasin e dal Tabor, per accogliere ad Oulx la Bardo- 
necchia, prima di Susa la Cenisia, e attraversare o toccare i 
principali villaggi della comba di Susa. La Dora Riparia 
sbocca nel Po dopo un corso di 125 chilometri sotto la collina 
di Superga, impoverita di tutte le acque che ne derivano per 
l'agricoltura, per l'industria, pei bisogni degli abitanti. 

La Stura di Lanzo è formata dai tre torrenti che scendono 
dalle valli di Viù, d'Ala e di Groscavallo per congiungersi 
a Lanzo, e passare sotto il ponte del Diavolo, ardito e mira- 
bile lavoro del secolo decimoquarto, che si reputò allora opera 
diabolica, tanto più che ivi presso sono le marmitte dei Gi- 
ganti ed altri strani fenomeni di natura. La Stura di Viù è 
formata dalle due Chiare, scese dal ghiacciaio del Rocciame- 
lone e da quelli del Ciaval e della Rossa, e riunite attraverso 
il piano d'Usseglio, per aprirsi poi a fatica un varco tra le 
roccie della Monta, ed entrare nella Stura di Groscavallo al 
ponte di Traves. Ivi sono i segni dell'antico limite del ghiac- 
ciaio di Valle Grande ; dalla rupe che domina il confluente 
fu gettato a mezzo il secolo decimosettimo quel Bertone, figlio 
naturale d'un Savoia, onde la rupe ebbe nome. La Stura di 
Ala, oltre al villaggio d'Ala, tocca Mandrone e Balme, dove 
forma una pittoresca cascata; ivi le nevi nascondono nell'in- 
verno, come in poche altre valli, i casolari, dove le donne, gene- 
ralmente assai belle, attendono i compagni emigrati a Torino od 
in Francia, tra quelli che più soffrono la nostalgia. La terza 

1 Coi noti versi della leggenda riferiti da Ladolcette, Bi^toire des Hautcs Alpi*: 
Adieu dono, ina soeur, la Durance, 
Xous nous separons sur ce mont 
Toi, tu va ravager la France, 
Moi je vais féconder le Piemont. 
L'Italia 13 



98 



L'ITALIA 



Stura, di Groscavallo o di Yalle Grande, tocca la borgata di 
Groscavallo dove fu alquanto spostata dalle frane che distrus 
sero in principio del secolo decimottavo le due borgate con- 
termini, uccidendo trecento abitanti; più oltre è il villaggio 
di Eorno, uno dei più piccoli d'Italia. 

L'Orco attraversa una valle orridamente pittoresca sin dalle 
sue origini nei laghetti di Cerri! e dell' Agnel, presso il colle 
del Nivolet; ingrossato da varii rivi, scorre placido nel ba- 
cino di Ceresole, ma poi prorompe furiosissimo di balza in 
balza, cozzando tra colossali macigni. Così forma una serie di 
rapide e di cascate sino a ]^oasca, dove ripiglia più tranquillo 
andamento, e si prepara ad accogliere la Noaschetta, la Soana, 
la Malesina, il Gallenga, il Mallone, per metter foce nel Po 
ad ovest di Chivasso, dopo un corso di 74 chilometri in linea 
retta. Le alluvioni di questo torrente sono spaventevoli, quando 
rotola massi immani, schianta alberi secolari, travolge ponti 
e capanne, variando talvolta il suo letto. Ma lascia limi fe- 
condi, e talora pagliuzze aurifere per cui fu già chiamato 
VJEJva d'or, e l'Azarro nel secolo decimoquarto, un Balbo nel 
decimottavo additarono quelle miniere che solo la scienza 
moderna, co' suoi apparati elettrici, consentirà di coltivare con 
profitto. Maggior copia d'acqua di tutti i precedenti reca al 
Po la Dora Baltea, che accoglie i torrenti scesi dal monte 
Bianco, bagna Aosta, Chatillon, Verrés, Ivrea, e traversa di- 
rettamente la pianura per gittarsi nel Po fra Crescentino e 
Chivasso, dopo un corso di 160 chilometri. Essa accoglie a 
sua volta torrenti numerosi e importanti; fuor della valle 
d'Aosta vi confluisce la Chiusella, che traversa la vallis Ca- 
li caria dei Romani, forma la bellissima cascata di Gussei, e 
bagna quel villaggio di Vistrorio, dove le spose, nei secoli 
andati, uscite di chiesa sedevano a farsi baciare da chiunque 
deponeva un dono nel loro canestro. Ma la Chiusella è sopra- 
tutto notevole per i mutamenti subiti nel suo corso in tempi 
geologicamente recenti; la sua valle preglaciale era un prolun- 
gamento del corso superiore e sboccava direttamente nel ba- 
cino d'Ivrea, allora forse occupato dal mare pliocenico, poi 
la morena chiuse lo sbocco della valle, costrinse la Savenca a 
diventare suo tributario, e la Chiusella a gittarsi nell'Orco in- 
cidendo nella pianura il terrazzo diluviale su cui sorge il ca- 
stello di Agliè, per tornare all'antica sua Dora dopo che il 
ghiacciaio ritirandosi le consentì di spazzare i suoi depositi 
morenici. Dentro la valle, la Dora Baltea, formata da numerose 
altre Dorè di tutto quel gruppo di montagne, accoglie l'Avassa, 
scesa dalla valle di Cogne, la Thuile, le Dorè di Yalgri sanche, 



DORA BALTEA, SESIA, TICINO 



di Rhèines e di Savaran, il Grand Eyvin, l'Arpissòn e il San 
Marcel, le oombe delle valli del Gran San Bernardo, il Bu- 
tliier, colla Valpellina e rOllomont, il Mar more di Valtour 
nanche e specialmente il Lys, che, come altri torrenti nume- 
rosi, reca l'acqua limpida delle maggiori ghiacciaie alpine. 

La Sesia nasce dai ghiacciai del Monte Rosa, unico tra i 
grandi fiumi che non adduca ad alcun valico, mentre alimenta 
le industrie di Varai lo, di Borgosesia, di Bomagnano, irriga le 
campagne di Vercelli, e si getta nel Po fra Oandia e Frassineto, 




LA CASCATA DELLA TOCE 
Dalle Alpi illustrate, di A. Fusetti, Milano. 



dopo un corso di 138 chilometri. Ad essa scendono presso Bor- 
gosesia la Strona e la Sessera ; a Varallo il Mastellone, pit- 
toresco e temuto torrente, che accoglie il Landwasser, scorrente 
presso Fobello, celebre per i pittoreschi costumi e le amenissime 
ville. La Sesia è nutrita da altri torrenti minori, limpidissima 
sino ad Alagna, dove nell'ampio e verde bacino si arricchisce 
ancora delle acque del Moud, dell' Olen, dell' Otro. Minore im- 
portanza, sebbene consumati del pari dai campi e dalle offi- 
cine, hanno l'Agogna e il Terdoppio, vero fiume novarese il 
primo, che nasce fra l'Alpe Nuova e l'Alpe della Volpe, sul 
Margozzolo, divide in mezzo il circondario di Novara, e tra- 
versando tortuoso la Lomellina si scarica nel Po alla Giaróla, 



100 



L'ITALIA 



dopò un corso di 740 chilometri. Il Terdoppio corre quasi 
parallelo all'Agogna, dai colli di Divignano, dove nasce, al suo 
confluente nel Po. 

A tutti questi affluenti padani sovrasta il Ticino, che è in- 
sieme fiume lombardo, ed anzi appartiene più alla Lombardia 
che al Piemonte. Nasce nell'Alpe di Pian Tondo, su quel 
massiccio del Gottardo, che costituisce uno dei gruppi sorgen- 
tiferi più importanti del mondo, se da esso scendono le acque 
a quattro opposti mari; e dopo esser disceso spumeggiando 
per l'orrida Val Leventina, accoglie le acque svizzere di Val 
Bedretto, del Brenno, della Moesa e d'altri affluenti ed entra 
nel Verbano. A Sesto Oalende esce fiume poderoso, ma tran- 
quillo e navigabile, prima fra altissime ripe, poi in mezzo ad 
isole numerose ed a vaste alluvioni. Ponti storicamente celebri 
o tecnicamente ammirabili lo attraversano a Buffalora, a Pavia, 
a Cava Man ara ed altrove, e si gitta nel Po al confluente 
della Becca, dopo un corso di 248 chilometri, nel quale raccoglie 
le acque d'un bacino di 7228 chilometri quadrati. Dal lago 
al suo confluente, il Ticino non accoglie altre acque, e versa 
invece la copia delle sue a quella vasta rete di canali, che 
sono una delle glorie e delie fortune del suo bacino ubertoso. 
Per mezzo del lago Maggiore, dove si purifica, entra 
nel Ticino la Toce, che scaturisce al passo di San Già 
corno (2300 in.), percorre le valli di Eormazza, d' Antigono 
e d'Ossola, e dopo un corso di 83 chilometri in un bacino di 
1613, sbocca nel Verbano. E a sua volta accoglie la Diveria, 
scesa dal Sempione, il Bogna, l'Ovasca, l'Anza che viene dai 
ghiacciai del Monrosa, e specialmente lo Strona, che in parte se 
ne va direttamente al Verbano per recargli le acque del lago 
d'Orta, costrette da una soglia cristallina a far questo giro 
sboccando a settentrione. In Val Eormazza, la Toce forma una 
delle più belle cascate d'Italia gittandosi con gran copia di 
acque da un'altezza di 200 metri ; il luogo si chiama Auf 
der Fruth (1685 ni.) come per ricordare che nella valle v'è 
qualche spruzzo di tedescheria. A. Stoppani descrive questa 
cascata come la più bella delle Alpi. 

Sull'altra riva del Po pochi fiumi meritano d'esser seguiti 
nel breve e rapido corso. A menzionare appena la Bronda, tro- 
viamo la Varaita, che si forma a Oasteldelfino dai due rami 
di Bellino e di Ohianale, bagna Sampevre e Oostigliole Sa- 
luzzo, e si versa nel Po a sud di Pancalieri, dopo un breve 
corso di 85 chilometri. Anche il corso di questo fiume è stato 
modificato a Oasteldelfino da una frana enorme, che distrusse 
l'antico villaggio, cui Umberto II, delfino di Vienna, ancora 




X eS 



MAIRA, TANARO, SCRIVIA 



103 



non aveva mutato il vecchio nome di Sant'Eusebio. Anche la 
Maira o Macra nasce dalle Alpi marittime, scorre parallela 
alla Varaita, bagna Dronero, Savigliano, Racconigi, e si gitta 
nel Po a pochi chilometri dal confluente della precedente dopo 
un corso di 108 chilometri. La valle della Macra va celebrata 
per quei suoi 16 comuni, i quali, dai tempi più oscuri del medio 
evo sino al XVI secolo, si ressero autonomi con privilegi lar- 
ghissimi, come una confederazione sulla quale il principe 
aveva soltanto l'alta sovranità, mentre è oggidì tra le più 
frequentate dagli alpinisti per la pittoresca natura. Alla Maira 
vscende dal colle del Mulo la Grana, bagnando Oastelmagno e 
Yalgrana, per scorrere da Centallo quasi parallela ad essa e 
confondervisi, col mutato nome di Mellea, oltre Savigliano. Era 
la Macra ed il Tanaro non scende al Po alcun corso d'acqua 
dalle Alpi, ma solo dai colli del Monferrato, che formano i 
brevi e poveri torrenti di Meletta, di Banna e gli altri minori. 

Tutte le acque alpine, tutte le acque dell' Apennino pie- 
montese sino al bacino della Scrivia sono versate nel Po, alle 
alluvioni di Cambio, presso Bassignana, dal Tanaro, fiume che 
ha corso assai tortuoso di 286 chilometri, ed un bacino va- 
stissimo di quasi 8000 chilometri quadrati. Nasce il Tanaro 
al colle di Tanarello, a sud-est del colle di Tenda, e bagna 
Ormea, Garessio, Bagnasco, Ce va ed altri borghi. A Lesegno 
accoglie la Oorsaglia, nata da un lago sottostante al Mon- 
gioja, presso al colle dei Termini, a 2020 metri, sì che nel 
breve corso di 33 chilometri deve discenderne 1675 ed è perciò 
uno dei più rapidi torrenti delle montagne. Presso Bastia, a 
nove chilometri a valle di Mondo vi, si aggiunge al Tanaro 
un altro torrente, l'Ellero, che le numerose sorgenti montane 
e gli affluenti arricchiscono d'acque, sì che se ne può derivare 
il canale di Oarassone ad irrigare le campagne monregalesi. 
Il Pesio entra nel Tanaro poco oltre, sotto Oarrù, recandogli 
le acque di numerosi affluenti scesi dal lago di Beinette, dalla 
Besimauda, dalla Marguareis, da Costa Bossa. Durante il pe 
riodo quaternario, il Tanaro metteva foce, insieme alla Stura 
di Demonte, in quel comune centro di confluenza dei fiumi 
delle Cozie che erano i dintorni di Pancalieri, ai quali fu 
dapprima dato il nome di Piemonte; ora la Stura entra nel 
Tanaro ad est di Cherasco, recandogli le acque della Cima dei 
Tre vescovi, dei Bagni di Yinadio, del lago dell'Argenterà, 
delle caccie di Sant'Anna e dei precipizii della Valletta, 
avendolo seguito nella forra aperta traverso il pliocene delie- 
colline del Monferrato per avviarsi insieme al tavoliere di 
Alessandria, dopo aver bagnato Bra e le colline d'Asti. Dopo 



L'ITALIA 



il Belbo, che ha pure un ragguardevole corso, il Tanaro ac- 
coglie il maggiore dei suoi affluenti, la Bormida; discesa per 
doppia sorgente dagli opposti fianchi del Settepani \ essa bagna 

1 Facciamo seguire tutte le notizie che abbiamo potuto raccogliere, sul corso dei 
principali nume del Piemonte, dall' Animar io statistico italiano nel 1886, Roma 1887, 
dalle pubblicazioni idrografiche del Ministero di agricoltura, industria e commer- 
cio, dalle monografìe pei servizi idraulici, pubblicate in varie occasioni da quello 
dei lavori pubblici, e da altre fonti. 

a) Riva Sinistra. 

Lunghezza Bacino 





Sorgenti 


A Hit urli ne 


Foce 


in chil. 


in chi] 


Pellico 


Col de Seylières 


2332 


Vili, di Faule 


55 


596 


Sangone 


Colle da Roussa 




a in. di Torino 


— 


205 


Chisone 


Gli. di Barufreid 


2215 


p. Garzigliana (nel 












Pellice) 


57 


327 


Dora Riparia 


C. Frapperas 


3181 


p. Torino 


125 


3121 


Stura di Lauzo 


Roccia di Montrel 


2019 


p. Torino 


70 


900 


Orco 


Lago di Cerro 


2240 


p. Ciiivasso 


80 


1254 


Dora Bai tea 


Pas du Grapilion 


2480 


id. 


160 


4322 


Sesia 


Ghiacciaj M. Rosa 


2800 


p. Frassineto 


138 


2920 


Agogna 


Alpe Nuova 


1150 


p. Giarola 


140 


1560 


Terdoppio 


C. di Divignano 


1290 








Ticino 


Gli. del Griesliorn 


2400 


alla Becca 


248 


7228 


Toce 


P. di San Giacomo 


2300 


(Nel Verbano e Ti- 












cino) 


83 


1613 




b) Riva Destra. 






Varaita 


Rocca Rossa 


2596 


p. Casal grasso 


85 


455 


Maira 


Colle di Mauri n 


2983 


p. Lombrasco 


189 


1013 


Tanaro 


Monte Saccarello 


2100 


p. Cambio 


286 


7984 


Stura di Demonte Lago Maddalena 


1974 


p. Cherasco (nel Ta- 












naro) 


111 


1500 


Corsaglia 


C. di Termini 


2020 


p. Lesegno ( nel 












Tanaro) 


33 


320 


Gesso 


Ghiacciaio della 


2461 


p. Cuneo ( nella 








Maladia 




Stura) 


44 


675 


Ellero 


Mongioje 


2600 


p. Bastia (nel Ta- 












naro) 


40 


215 


Vermenagna 


Rio dell'Abisso 


2691 


p. Borgo S. Dal- 












mazio (nel Gesso) 


29 


163 


Pesio 


M. delle Casene 


2000 


p. Carpi (nel Ta- 












li aro) 


67 


340 


Belbo 


B. di Montezemolo 




p. Alessandria (nel 












Tanaro) 






Bormida 


M. Settepani 


1392 


Id. id. 


153 


2190 


Orba 


A. Marittime 


1287 


Id. (nella Bormida) 






Scrivia 


M. Can del osso 


1030 


Isola di S. Antonio 


85 


1J92 


Curone 


M. Ebro 


1500 


a p. di Corana 


71 


230 


Tidone 


M. Penice 


1462 


p. Rottofrcddo 







OKBA, SCRIVI A, CANALI DEL PIEMONTE 



105 



da un lato Spigno, dall'altro Millesimo, riceve, dopo l'unione 
dei due rami, l'Erro, sceso dalle combattute colline di Mon- 
tenotte, e l'Orba nella pianura memorabile di Marengo. La 
Scrivia è il primo dei torrenti che scendono esclusivamente 
dall' Apennino, dove nasce ad ovest del Monte Corsico, corre 
lungo la ferrovia dei Giovi sino a Serravalle ed ivi volge al 
nord su Tortona, per entrare nel Po poco oltre il Tanaro, dopo 
un corso di 85 chilometri. Così da tutta la cerchia delle mon- 
tagne del Piemonte, come canta il poeta: 

con melodia 
Mesta, da lungi risonante, come 
Gli epici canti del suo popol bravo 

Scendono i fiumi. 
Scendono pieni, rapidi, gagliardi. 

Oltre ai fiumi, dono della natura, questa terra, come tutta 
l'Italia settentrionale, ha una mirabile rete di canali o fiumi 
artificiali. La pianura del Po è il paese classico delie irriga- 
zioni, quello che servì di modello a tutta l'Europa. La Lom- 
bardia specialmente, tutta la parte poco declive o pianeg- 
giante del Piemonte, come la Lomellina a monte del Ticino, 
come le provincie di Perrara e Rovigo sono meravigliosa- 
mente irrigate a mezzo d'un sistema di arterie e di vene, che 
portano, con l'acque fresche o tepide, la vita a tutti i campi 
esausti. Più dalla metà del medio evo, quando ancora quasi 
tutta l'Europa era in preda alla barbarie, i principi e le repub- 
bliche italiane praticavano già l'arte di ramificare all'infinito 
i loro fiumi a mezzo di canali d'irrigazione e di prosciugare 
le pianure basse mediante fossi di scolo: essi non ebbero d'uopo 
degli insegnamenti degli Arabi per scoprire i segreti dell'i- 
draulica. 

Il Piemonte possiede moltissimi canali, che irrigano forse 
la quarta parte del suo territorio. Il canale di Livorno, deri- 
vato dalla sponda sinistra della Dora Bai tea, attraversa il cir- 
condario di Vercelli e riesce alla confluenza della Sesia nel 
Po. Il naviglio di Cigliano, derivato nello stesso fiume, si sca- 
rica nella Sesia; il canale Carlo Alberto unisce, a beneficio 
delle interposte campagne, la Bormida e il Tanaro. In tempi 
moderni, con una spesa di 64 milioni, si derivò dal Po, presso 
Chivasso, il canale Cavour, che attraversa con robusti ponti- 
canali la Dora Baltea, il Cerro, la Sesia, l'Agogna, per sca- 
ricarsi nel Ticino a Galliate. Ha un corso di 82,230 metri, 
e contribuì efficacemente alla ricchezza delle campagne sulle 

L'Italia. 14 



106 



L'ITALIA 



quali dirama le sue innumerevoli derivazioni. Ma non sarebbe 
possibile neanche riassumere tutte le opere di irrigazione del 
Piemonte, i canali, i rivi, le bealere, i fontanili, che si uti- 
lizzano per l'irrigazione sino dalle prealpi : il loro arido elenco 
forma un grosso volume. Claudite jam rivos paeri, sat porta 
bibere, cantava già Virgilio, nelle Bucoliche e chi sale i primi 
gradini delle Alpi od attraversa la pianura, vede dovunque i 
giovanetti affaccendati a dirigere le acque, ad aprire o 
chiudere le sbarre, a procurare che non una spina vada 
perduta. 

Parlando delle acque, non si possono trascurare quelle eli e 
contribuiscono ad alleviare i patimenti fisici ed intorno 
alle quali sorsero luoghi di cura più o meno celebri e fre- 
quentati da convalescenti o da malati. Celebre fra tutte sono 
le terme di Acqui, dove le acque termali scaturiscono in una 
piazza pubblica, quasi nel centro della città, da una rupe cal- 
care detta la Bollente. Si raccolgono in un serbatoio e sono 
limpidissime, senza colore, con un leggierissimo odore di uova 
fracide, il quale, come si raffreddano, svanisce. La Bollente for- 
nisce nelle 24 ore circa 7000 ettolitri d'acqua ad una tempe- 
ratura di 75 centigradi, e mentre di fuori accorrono i malati 
a chiederle salute, gli abitanti ne usano per cuocere il pane 
e le vivande. A un chilometro scaturiscono le sorgenti dei 
Bagni, ed ivi, sin dai tempi antichissimi, sorgevano celeber- 
rimi Terme, argomento di dotte illustrazioni in ogni secolo, 
da Strabone a Cardano, da Plinio a Bunsen, da Tacito a Schi- 
vardi. Altre sorgenti fredde furono scoperte nel 1787 e si 
usano dal 1810. E dal fondo delle vasche si estrae il fango 
o limo, morbido, pastoso, tenace, omogeneo, dal color della 
cenere e dall'odore del solfo, che s'adatta alle membra malate 
di non poche delle cinquemila persone che un anno sull'altro 
convengono a queste Terme. 

Le sorgenti di Valdieri sgorgano dai monti del Matto e 
della Stella, e sono condotte nelle Terme del villaggio, dove 
possono fornire da cinque a seicento bagni al giorno a 69 cen- 
tigradi; i nomi delle sorgenti, vitriolata, magnesiaca, di Santa 
Lucia, di San Lorenzo, farebbero credere a quantità di sostanze 
fisse ben più considerevoli di quelle sospese in queste acque 
ed a cure meravigliose. Vi contribuiscono le muffe, sostanze 
mucose o tubolose, amorfe od organiche, masse di sostanza 
lubrica, fangosa, ottenute facendo scorrere le acque su tavole 
di legno, e conservate nell'acqua calda. Alcuni Sabaudi, che 
vi curarono efficacemente reumatismi, scrofole o paralisi, ac- 
crebbero lo stabilimento, che è oggi tra i più frequentati e 



ACQUE MINERALI DEL PIEMONTE 



107 



importanti del Piemonte. Anche a Vinadio scaturiscono, lon- 
tano dal paese, parecchie sorgenti, con nomi strani, la Oapella, 
la Stufa del Quartiere, la Stufa che va in cucina, ed hanno 
temperatura varia fra 33° e fi3°, formando sulle pareti delle 
volte e dei canali stalattiti di solfato e carbonato di calce ed 
efflorescenze saline. Con esse si curano malattie cutanee e 

X. 21. — TERME DI VALDIERI. 



5°5 




5° 5 Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

nervose con niulfe e fanghi, nelle stufe torride o con bibite 
ben dosate. 

Altri celebri luoghi di cura ha il Piemonte, dove, specie 
negli ultimi anni, sorsero e s'ingrandirono stabilimenti, al- 
berghi, ville, chalet ed accorrono sempre più numerosi i ma- 
lati ed i sani. Oeresole Reale offre l'acqua forte, la brusca, 
la rossa, limpidissime, inodore, piccanti, leggermente gasose, 
in un sito bellissimo se altri mai, fra pascoli ameni, ai piedi 
delle Levanne; Besucco e Bricherasio hanno sorgenti ferrugi- 
nose; Mombasiglio, Castiglione, Lampiano, Sangenesio van- 
tano le loro sorgenti solforose, che si trovano altresì a Rava- 
nasco, Ponti, Visone, Montana, Mirabello, Murisengo, Lo- 



108 



L'ITALIA 



sanna, Retorbido. Assai remote e pur ricercate sono le sor- 
genti di Oraveggio, un vero luogo da capre, quasi in capo 
alla valle dell'Onsernone neil'Ossola. Luoghi di cura assai fre- 
quentati ed agevoli ha naturalmente la valle d'Aosta: Cour- 
mayeur, le cui sorgenti ancora nel passato secolo si fuggivano 
come velenose, e sono poco men che innocenti acque acidulo- 
ferruginose, che producono i mirabili effetti per l'aria pura e 
vivificante impregnata dei più balsamici profumi alpini, per 
le vedute incantevoli, le passeggiate amenissime, le comode od 
ardue escursioni alpine ; Pre Saint Didier situato pure in 
ainenissimo sito, nella valle della Thuile ; Saint Vincent più 
basso, ma quasi al centro della valle. Anche a Biella, ad 
Andorno, a Graglia, ad Oropa, a Oossilla sorsero stabili- 
menti idroterapici, che profittano delle acque limpide e ab- 
bondanti, associando la bellezza dei dintorni, il clima sano, 
la vita agiata e gaia alla virtù vitale, per verità talora assai 
scarsa, 

Clio in lor trasfonde e zolfo, e ferro, e sale. 

Queste acque abbondanti, che sgorgano dalle sorgenti, si 
raccolgono nei laghi, scorrono nei fiumi, dilagano talvolta e 
impaludano, nel Piemonte men che altrove, sono cagione 
di una umidità relativa. Le pioggie sono, è vero, due volte 
e persino tre men frequenti che sulle coste oceaniche dell'In- 
ghilterra e della Erancia, ma se piove men di frequente, la 
massa d'acqua che cade in uno spazio uguale di tempo è 
senza paragone maggiore. Le nubi si sciolgono in veri diluvi 
sui declivi delle montagne, cacciate dai venti del sud e quasi 
sempre accompagnate da uragani h Nella pianura lombarda, 
come vedremo, la quantità media dell'acqua piovana eguaglia 

1 II Piemonte ha molte stazioni meteorologiche, alla cui diffusione contribuì spe- 
cialmente il padre Francesco Denza. Quella che sorge, fornita di tutti gli appa- 
recchi moderni, accanto alla capanna Margherita, sulla punta Gnifetti, è una delle 
più importanti del mondo. L'osservatorio del Colle di Valdobbia, fondato dal ca- 
nonico N. Sottile sin dal 1832, è di 300 metri più alto della stazione del picco du 
Midi de Bigorre. Ecco le principali stazioni meteorologiche del Piemonte: 



Monte Rosa . . . . 


. . 4559 






C. Valdobbin. 


. . 2548 


Bra 


. . . 308 


P. San Bernardo 


. .. 2160 


Domodossola . 


. . . 294.4 


Moncenisio 


. . 1930.1 




. . 275.4 


Cogne 


. . 1543 


Moncaliei i .... 


. . . 258.5 




. . 556 






Cuneo . . 


. . 554.6 


Novara . . 


. . . 168 


Varai ho 


465 


Casale M. . . . 


. . . 121 


Biella 


. . 434 




. . . 97.9 



CLIMA E PIOGGIE DEL PIEMONTE 



109 



quella dell'Irlanda, immersa in un vero bagno di vapori ; nelle 
alte valli alpine, dove le nubi accumulate dal vento lasciano 
necessariamente cadere il loro umido fardello, la quantità 
annuale d'acqua piovana può essere paragonata a quella che 
cade su alcuno dei distretti eccezionalmente umidi del Por- 
togallo , delle Asturie , delle Ebridi , della Norvegia. In 
qualche punto la massa media della corrente dei fiumicorrisponde 
alla caduta di più di un metro e mezzo d'acqua per metro 
quadrato nel bacino, senza contare l'umidità che evapora e 
quella assorbita dalle piante. Tali pioggie si distribuiscono 
senza un ordine ben determinato ; si è tuttavia potuto consta- 
tare che esse hanno due periodi annui di recrudescenza, 
maggio e ottobre, e due periodi di scarsità, febbraio e luglio. 
Il bacino del Po è dunque una provincia intermedia fra 
la zona delle pioggie d'estate e quella delie pioggie d'autunno. 

Il regime delle pioggie, come il clima, sono naturalmente 
molto diversi, in un paese che si dilunga per 12 gradi di 
latitudine, ed ha così diversa struttura. La valle del Po, 
chiusa tutto intorno, tranne ad oriente, dalle Alpi e dagli 
Apennini, sottratta perciò a molte influenze esterne, presso 
ai più vasti depositi di ghiaccio perenne e di nevi invernali, 
ha un sistema idrografico complesso, con vasti laghi, con 
acque che tutta la penetrano e dovunque evaporano. Varie 
sono di conseguenza le pressioni barometriche, le quali, in 
tutta la valle del Po, sono relativamente alte l'inverno, rela- 
tivamente basse l'estate, e varia la distribuzione dei tempo- 
rali, più speciali e violenti nei mesi estivi. Il clima stesso 
della valle padana è generalmente umido d'inverno, asciutto 
d'estate, mentre fuor di essa troveremo un maggior equi- 
librio. Il cielo è meno che altrove sereno, più frequente cade 
la neve, specie sulle Alpi, e in taluni luoghi incombono 
fitte le nebbie. Infine, mentre è alquanto minore nella valle 
del Po l'intensità della radiazione del sole, non è molto di- 
verso il potere assorbente e radiante del suolo. 

Ma per venire più propriamente al Piemonte, esso si pre- 
senta, secondo ebbe a scrivere Luigi De Marchi, come un im- 
menso anfiteatro, aperto verso est, limitato a nord e ad 
ovest dalla muraglia altissima delle Alpi, a sud da quella 
più bassa delle Marittime e degli Apennini. Da queste co- 
rone di cime, sedi di perpetue nevi, scendono radialmente 
potenti speroni di montagne, sì che le valli convergono per 
lo più come verso l'arena di un immenso anfiteatro. Le Pro- 
vincie più meridionali, Cuneo e Alessandria, sono anche ri- 
Inarate dalla barriera delle colline del Monferrato digradanti 



110 



L'ITALIA 



al Po, che contribuiscono notevolmente, sebbene non molto ele- 
vate, a modificare le loro condizioni climatologiche, jetogra- 
fiche o barometriche. Nell'estate i venti di noni-est dominanti 
nel Piemonte superiore, non arrivano nel meridionale, mentre 
vi scendono senza contrasti i venti invernali di sud-ovest. Qui la 
pioggia è meno abbondante e cresce procedendo verso il nord, se 
è stata constatata una media annua di 647 millimetri a Bra, 
827 a Torino, 1321 a Biella. Ma se Biella ed anche Ivrea 
ha una elevata umidità, i venti dell'est che la recano non 
penetrano nella valle d'Aosta aperta solo al sud. Invece 
la valle dell'Ossola, che s'apre largamente sul lago Maggiore, 
accoglie e condensa i vapori in pioggie singolarmente abbon- 
danti. 

Salvo queste ed altre piccole differenze locali, il Piemonte 
ha un clima piuttosto uniforme, spiccatamente continen- 
tale ed alpino, con forti divarii di temperatura diurna ed 
annua. Le variazioni brusche e irregolari sono però rare, 
salvo in caso di temporali, che provengono generalmente dalle 
Alpi, di rado fuor dell'estate. Nell'inverno, la pioggia si muta 
in neve, non solo, come sempre, sulle Alpi, ma sulle colline 
ed anche in tutto il Piemonte, dove è ben raro un anno 
senza neve. Le nebbie non sono frequenti e durano poco, 
mentre sono frequenti e perniciosissime le brinate alpine. Nelle 
regioni prossime alle Alpi o che giacciono su di esse, la tem- 
peratura è più bassa, specie l'estate, mentre nell'inverno non 
di rado avviene che l'aria fredda, più densa, si raccolga sul 
fondo delle valli, dove la temperatura rimane inferiore a 
quella di regioni più elevate. Così in queste contrade sono più 
abbondanti le pioggie e le nevi, e i venti locali, determinati 
dalla direzione delle valli, provocano più facilmente sbalzi di 
temperatura. 

Le provincie di Novara e di Alessandria, questa in tutta 
la sua superficie, quella sino alle valli alpine, presentano con- 
dizioni di clima poco diverse da quelle che troveremo in Lom- 
bnrdia. Il lago d'Orta ed il lago Maggiore arrestano qualsiasi 
influenza climatica delle superiori valli alpine, temperando i 
freddi invernali col calore che le acque raccolgono nell'estate 
e lentamente restituiscono nell'inverno. Perciò il Novarese, 
specie intorno ai laghi, ha clima più mite, ma in cambio 
pioggie maggiori e sbalzi di temperatura più grandi. La parte 
piana non solo in questa provincia, ma nelle vicine è irrigua 
e destinata in non piccola parte a coltivazioni di risaie e 
marcite. Perciò in quei luoghi durante l'inverno, l'umidità 
relativa è altissima, e nell'estate l'atmosfera è in alcuni luoghi 



CLIMA, IGIENE, MALATTIE DEL PIEMONTE 



111 



poco salubre, allignandovi le febbri palustri, con grave danno, 
non solo dei lavoratori delle campagne, ma di quelli stessi che 
abitano nelle città. Nel complesso, il clima dei Piemonte è 
però sano, e le condizioni igieniche degli abitanti sono general- 
mente buone \ 

Alla buona salute degli abitanti giova anche la copia delle 
acque, scorrenti nelle regioni alpine, tratte nella pianura dai 
pozzi, e da alcuni anni anche condotte dai laghi e dalle pure 
sorgenti della montagna. Il consumo della carne è maggiore 
che in altre parti d'Italia, ragguagliandosi in media a 13 chi- 
logrammi per abitante, ma se è ben superiore a questa media 
nelle città, ed abbastanza diffuso anche nelle campagne, il con- 
sumo della carne diventa pressoché nullo nelle montagne, dove 
l'alimentazione è quasi esclusivamente vegetale o lattea, tal- 
volta di castagne, di frumento non ben maturo, di granturco 
non bene asciutto. La popolazione vive abbastanza a suo agio, 
in case a più piani nelle città, assai dispersa nelle campagne 
e nei casolari delle Alpi, dove vi sono comuni con cin- 



1 De Marchi, Il clima d'Italia, nell'Italia di G. Marinelli. Secondo l'autore ecco 
le temperature tipiche dei centri principali del Piemonte, sulla media di molti 
anni : 









Gennaio 


Aprile 


Luglio 


Ottobr 


a Min. 


Mass. 


Piccolo S. 


Bernardo . 


. . 2160 m. 


- 7.1 - 


- 0.3 


9.3 


1.4 






Aosta. . . 




. . 603 » 


— 0.3 


10.7 


20.3 


10.5 










. . 431 » 


1.5 


11.3 


21.8 


12.1 






Pallan/.i . 




. . 218 » 


3.0 


11.7 


22.6 


12.8 












1.6 


12.3 


23.8 


12.7 


— 11.2 


35.5 








0.4 


12.3 


23.3 


12.3 


— 15.5 


32.5 


Alessandri 






- 0.3 


12.7 


24.1 


12.5 


— 17.7 


37.1 


Brà . . . 






1.4 


11.7 


23.7 


12.3 












1.7 


11.0 


22.5 


11.2 


- 11.9 


35.1 


Ed ecco la media umidità relativa 




















Gennaio Aprile Luglio Ottobre 






Piccolo S. 


Bernardo . . 


. . 48 


57 


65 




65 






Torino. . 




. 85 


62 


5S 




74 






Alessandria ... 


. . 88 


63 


53 




75 






Mondovì . 




. 70 


71 


61 




72 





La pioggia caduta risulta così determinata con due cifre indicanti, la prima la 
quantità, la seconda la frequenza loro: 





Inverno 


Primavera 


Estate 


Autunno 


Anno 


Domodossola 


186.1 


18.0 


474.2 


29.9 


319.4 28.5 


440,5 


27.3 


1420.2 


103.7 


Aosta . . . 


133.2 


14.5 


131.9 


18.0 


112.5 


19.2 


194.6 


19.8 


572.2 


71.5 


Biella . . . 


151.0 


15.3 


414.7 


29.3 


364.7 


25.5 


390.8 


23.9 


1321.2 


95.5 


Torino . . 


111.7 


18.1 


260.8 


30.2 


232.6 


23.5 


221.3 


26.2 


826.4 


100 


Alessandrui . 


144.3 


20.0 


189.5 


22.8 


121.0 


16.3 


213.3 


22.5 


668.1 


81.6 


Brà. . . . 


99.9 


8.9 


204.2 


22.6 


136-8 


18.5 


205.7 


20.8 


646.6 


70.8 


Moadovì . . 


161.3 


16.8 


293 


28.2 


170.1 


21.3 


251.9 


22.1 


876.3 


88.4 



112 



L'ITALIA 



quanta o più frazioni o casali sparsi. Non mancano anche ca 
panne e stamberghe dove entra la pioggia e soffia il vento, 
e molti tra i meno abbienti delle città devono cercare rico- 
vero nelle soffitte od in quartieri dove l'igiene è spesso un 
desiderio vano. Rarissime sono invece le abitazioni sotter- 
ranee, ma in alcune valli quasi tutte diventano tali, per ciò 
che per mesi e mesi sono prive d'ogni luce di sole, e vi 
crescono dentro abitanti soggetti al gozzo, specie le donne, 
nè sono rari i cretini, una delle piaghe della Val d'Aosta 
e d'altre contermini, una delle cagioni di maggiori riforme 
degli inscritti alla leva. E di rimando, nella pianura irri- 
gua, specie dove è estesa la coltivazione del riso, sono 
diffuse le febbri malariche, che danno luogo talvolta ad 
infezioni palustri assai diffuse. Anche le agglomerazioni in- 
dustriali hanno contribuito a deteriorare la salute, nè giova- 
rono certo alla bellezza dei lineamenti, al colorito, al vigore 
delle popolazioni, che talora, in troppo giovane età, trovano 
impiego nei grandi opificii \ 

L'Italia fu chiamata il giardino d'Europa e il titolo bene 
appropriato esprime tutta la varietà e la bellezza della sua flora, 
che dai licheni dell'estrema Islanda va sino alle palme ed 
alle altre piante dei tropici. Gli studii, per cui, specialmente 
in questo secolo, andarono famosi i nomi di M. Tenore, V. Ce 
sati, E. Parlatore, T. Oaruel ed altri, condussero alla descrizione 
di ben 15,000 specie di piante, tra le quali prevalgono le tal- 
lofìte (9917 specie, tra cui 6402 di funghi), e vengono appresso 
le angiosperme (3954 specie), le briofite (865), le pteridofite 
(85), e le gimnosperme (20). Ma il numero va rapidamente 
crescendo, e vi sono piante che appena introdotte si estendono 
rapidamente come 1' elodea canadensis che in tanti luoghi 
soppiantò in pochi anni qualsiasi vegetazione acquat ca. Più 
che secondo le divisioni naturali, la flora italiana si distingue 
tra la regione alpina, la montana boschiva, la padana, la 

1 Ecco la ripartizione dei ciechi, sordomuti e idioti nelle varie provincia del Pie- 
monte nel censimento del issi : 

Cieclii Sordomuti Idioti 







310 


457 






510 


984 


Novara 


. . . 364 


817 


570 




. . . (142 


1180 


1590 



La valle d'Aosta ha, essa sola 592 idioti, cioè più dello due provincie d'Ales- 
sandria e di ('uneo; sordomuti e ciechi abbondano invece nel circondario di 'Fo- 
rino (820 e 432). 



FLORA DELLE ALPI 



113 



peninsulare e la sommersa; ma anche in quelle si presentano 
diversità notevoli. 

Sulle Alpi, sopra i boschi, sopra i pascoli più frequenti, 
troviamo una flora che non è speciale al Piemonte, ma co- 
mune, con notevoli diversità nelle Alpi dolomitiche, a tutta 
la catena. Traccie di vegetazione constatò 0. Marti ns anche 
sopra i 3500 metri, sul monte Bianco, ma la flora alpina in- 
comincia veramente sotto questo limite, con specie di piccole 
dimensioni e di breve durata, quasi tutte erbacee. Più in 
basso, questa vegetazione comincia a costituire le cotiche er- 
bose dei pascoli alpini, con le carici, le festuche, i triseti, od 
i cespugli compatti di androsaci, di astragali, di sassifraghe, 
e gli uni e gli altri si alternano ai muschi e ai licheni, che 
variamente chiazzano di verde, di giallo, di bruno, i bianchi 
ghiajoni e le nude pareti delle roccie. .Già in questo estremo 
mondo vegetale si ammirano eleganti corolle risplendenti dei 
più vaghi colori, dove l'azzurro dolce delle campanule e il cupo 
delle genziane contrasta col giallo dorato delle ranuncule e 
delle potentille, col candore niveo àelVedelweis. Un po' più 
abbasso si trovano le varie specie di rododendri, i mughi, e 
qualche varietà di ginepro, che rivestono i pendii, coronano 
le sporgenze e le cornici dei dirupi, seguono i ghiajoni. 

Sopra la regione montana o boschiva appena alcuni 
fiori della pianura osano avanzarsi. Ivi è una popolazione 
bassa, a ceppo perenne, a foglie strette, spesso vellutate ed 
argentee, aromatiche, coi colori fiammeggianti dell'auricola, 
col profumo soave della nigritilla. Qui sopra non più foglie 
narcotiche, soltanto qualche ranuncolo, gli aconiti, i bianchi 
veratri ascondono nei loro succhi veleni. Carovane di pallide 
orchidee, di gigliacee, di primulacee scalano il monte ; pro- 
cessioni di ombrellifere, di crocifere, di alsinee, di papilionacee, 
portano di rupe in rupe i loro coloriti stendardi ; turbe di 
rosacee, di sassifraghe, schiere di citisi, di antillidi, di gigli, 
gaje bande di genziane, di soldanelle, di achillee, di viole, di 
miosotidi piantano i loro mai sulle porte di invisibili inna- 
morati. Jjedeìweis leggendario (leontopodium alpinum) tappezza 
le roccie coi fiocchi grigi e lanosi, nato dalle lagrime di 
ghiaccio della dama bianca, seduta fra le nubi delle cime. 
Macchie di mughi, sempre più rari, confusi coi ginepri e coi 
rododendri, strisciano sulle roccie : sono avanzi di colonie 
straniere, giunte dalle estreme regioni del nord, superstiti del- 
l'epoca in cui immensi ghiacciai coprivano le vallate dell'Eu- 
ropa centrale, colonie di fiori che ci trasportano a un tratto 
non solo nelle lontananze dello spazio, ma nella profondità 

L'Italia. 15 



114 



L'ITALIA 



dei tempi. Figli delle regioni artiche, vennero nei periodi 
remoti a rivestire le nostre valli, poi, al ritorno del clima 
più mite, rifugiaronsi sulle vette, ove, come ultime voci di 

N. 22 — DOMODOSSOLA E VALLE DELLA TOCE. 



4° io' 




4? io - (meridiano di Roma 



Scala di 1 10», 000 

estinti linguaggi, ricordano gli ultimi rivolgimenti geologici. 
Più su, verso le cime, è ancora un fascino di esili corolle, 
una folla di drabe, di nigritille, di driadi, di gerani, di primule, 
di silene, di cherlerie, di linarie ; qualche dafne, qualche ro- 



FLORA DELLE ALPI 



115 



dodendro, qualche ginepro pigmeo, qualche salice nano ; più 
su ancora, dove dalle nevi perenni resta libera appena qualche 
roccia a picco, tra i licheni, tra le parmelie, tra le umbilicarie, 
poche papilionacee, primule, genziane, poligoni, campanule, 
rosacee, sassifraghe, mandano al cielo estremi saluti, e come 
piccoli soli, capocchie d'oro di ranuncoli e pallidi crisantemi, 
ai cui petali quasi impercettibili la piccola mano di Marghe- 
rita non potrebbe chiedere la risposta d'amore \ 

E, come tutto sull'Alpi, anche questi fiori hanno leggende 
tristi o liete, sacre o profane. L'alpigiano, se nella notte di 
San Giovanni raccoglie le verbene, che cingevano una volta 
le bionde teste delle druidiche Norme, inspira amore alla 
fanciulla cui tocca la mano; il rododendro che sfida colle ra- 
dici saldissime le più fiere tormente, e, cessato il turbinare 
della neve, ha colore più smagliante, mentre appassisce e sco- 
lora nella mano di chi lo coglie, è il simbolo dell'amore, e 
fu sacro alle possenti e terribili deità boreali ; i piccoli garo- 
fani, che abbondano specialmente nei cimiteri alpini, germo- 
gliano sul cuore dei morti; la primola auricola, cara alle 
fanciulle, cresce, per opera diabolica, fra le rupi più impervie, 
per mettere a duro cimento l'amore dei pastori. Le leggende 
sono per lo più tristi, forse perchè l'anima umana è più av- 
vezza al dolore che alla gioia. In vai di Susa il pastore che 
vuol raccogliere in certe notti una felce deve lottare coi de- 
moni, ma se li vince, ne trae la virtù di rendersi invisibile; 
su alcuni laghi crescono ninfee, che sono anime di fate, di 
ninfe bellissime e perverse, che guai a chi le coglie. Al colle 
di Valdobbia, la notte di Natale soleva apparire una vergine 
bianca, con le mani cariche di grano, come per dire che anche 
il triste inverno dovrà pur finire 2 . 

Queste leggende sono naturalmente più numerose nella zona 
inferiore, quella dei pascoli e dei boschi. Il culto degli alberi 
è uno dei più antichi, e la memoria di esso durò più a lungo 
sulle Alpi, dove stendevansi immense foreste. Queste antiche 
credenze diventarono nel medio evo ancora più numerose e 
strane ; quasi ogni albero ebbe un'anima e una leggenda, 
e geme, e manda parole e sangue, come gli sterpi dell'in- 
ferno dantesco. Per secoli furono conservati in Val di Susa il 
larice leggendario da cui San Giusto contemplò l'incendio e 
la ruina del suo convento, e un altro albero, all'ombra del 
quale egli passò trecento anni, ascoltando il canto di un uc- 

1 Lioy, La monta rpia, cap. XX [V. Bologna 18S2. 

• Maria-Savi Lopez, Leggende delle Alpi, Torino 1S89. Fiori alpini. 



116 



L'ITALIA 



cello del paradiso. Le streghe del Oanavese si raccoglievano 
intorno ai faggi, e sn altri vivevano i Salvanelli, gli « no- 
mini selvaggi », che in tutta la catena delle Alpi appresero 
ai pastori l'arte di fare i formaggi. Anche gli elfi di Alagna 
e di Macngnaga vivevano appollaiati tra i rami, e di là ad- 
ditavano per burla i tesori nascosti. 

Ma non è necessaria alcuna leggenda a crescere la solenne 
bellezza della regione boschiva. « Lungi dai rumori delle città 
e dalla monotonia dei campi, l'animo nostro prova nel per- 
correre quelle selvose pendici una ineffabile sensazione di 
pace profonda, mista ad un certo che di gajo e di severo in- 
sieme. Sotto quella interminabile volta di frondi, di rado pe- 
netrata dai raggi del sole, il suolo, ogni sasso, i tronchi stessi, 
tutto si adorna di tinte gialle, glauche, verdi o nerastre, in 
singolare contrasto fra loro, impartitevi dagli svariati rivesti- 
menti dei muschi e dei licheni; miriadi di eleganti cespu- 
glietti, tra cui le anemoni, le campanule, la convallaria, l'eri- 
tronio e il ciclamino, sfoggiano le graziose corolle ; e le felci, 
le eriche, il mirtillo, intralciano ogni tanto il passo, se pure 
il piede non si affonda entro verdi e soffici tappeti di mu- 
schi » l . Domina generalmente una sola essenza, la conifera 
a foglie aciculari e persistenti, e la frondosa, a foglie piane 
e caduche, pini ed abeti di varie specie, larici, faggi, e più 
in basso, sotto ai mille metri, castagni, cerri, roveri. Sul li- 
mitare di questi boschi e nei pascoli che in gran parte li so- 
stituirono crescono ancora fiori campestri, ma confusi con 
quelli dei monti, colle gioconde fumarie, coi bianchi ellebori, 
colle azzurre epatiche, colle pulmonarie vermiglie, coi rosei 
garofani. Lungo le siepi ammiccano azzurre pervinche, si pi- 
giano viole, caprifogli, vilucchi ; sugli anfratti scoscesi mazzi 
di anemoni e di campanule; una festa di echi, di poligale, 
di potentille; un fiottare di ginestre, un succedersi di eringi, 
di cardi, di spinose carline. Sulle rupi, ciuffi di timi profu- 
mati, penzolanti inoeringhe, e sulle bocche stillanti di qualche 
grotta, i velluti delle jungermannie e dei muschi, le capiglia- 
ture cadenti degli aspleni e delle adianti, le lingue verdi e 
lucide degli scolopendra Le diverse foreste albergano sotto le 
loro cupole di verzura diversi giardini; sotto le ombre degli 
alberi a foglie larghe e caduche, l'erba smaltata dai bottoni 
d'oro delle ranuncolacee, delle genziane, delle sinantere; sotto 
le cupe ombre delle conifere tribù di orchidee, di ossalidee 
dorate, di pirule, di scrofularie; sulle roccie schistose grani i- 

1 Pàoletti e Fiori, Le flore d'Italia, néìY « Italia », cap. TX. 



FLORA PADANA, FAUNA FOSSILE 



117 



nacee, campanule, leguminose ; sulle calcari serti di crocifere 
e di sassifraghe \ 

Alle due regioni delle Alpi e dei boschi segue la padana, 
che comprende tutta la vasta pianura, e oltre agli alberi, ac- 
coglie le numerose piante che alimentano l'uomo; più in su, 
sino ai mille metri e anche oltre, arrivano appena la patata, il 
luppolo, la barbabietola, l'avena e gli altri cereali, oltre a qualche 
albero da frutto, che cresce come il castagno. Ma se in questa 
regione si rallegrano l'agricoltore e chiunque pensa alle ric- 
chezze di cui è feconda, il botanico vi scorge una continua 
monotonia d'alberi e di erbe, influenzata dalla presenza del- 
l'uomo, sì che appena nelle brughiere e nelle paludi trova 
una vegetazione spontanea. Come la pianura padana è for- 
mata dai detriti di tutti i monti circostanti, così la flora è 
un amalgama di quella che ricopre quei monti, eccetto le 
piante alpine e le altre che esigono speciali condizioni cli- 
matiche. Le specie endemiche sono pochissime; le sue forme 
vegetali appartengono quasi tutte ad altre regioni. Solo nelle 
località riparate ed esposte a mezzodì si salvano in Piemonte 
il fico, l'alloro, il melagrano, il cipresso; la vite stessa gela 
talvolta sino al piede, mentre crescono più sicure le piante 
annuali, e la vegetazione arborea ha quasi tutta foglie caduche. 
Le condizioni sono però nel complesso le più favorevoli al- 
l'agricoltura e noi vi troveremo perciò diftuse e fiorenti, come 
in pochi altri luoghi al mondo, tutte le piante utili dei climi 
temperati, il gelso e la vite, il riso ed il grano, le legumi- 
nose e la barbabietola, le frutta della regione montana, e 
l'erba che si falcia più volte l'anno sui prati irrigui. 

Anche la fauna, in ogni singola regione d'Italia, ha diver- 
sità notevoli, come si immagina in un paese disteso nel senso 
del meridiano, sei volte più lungo che largo, cinto dal mare 
e separato dall'Europa centrale da un'alta giogaja, mentre si 
protende verso l'Africa, da cui gli vengono talvolta sulle aure 
infocate stuoli d'animali. Indarno si cercherebbero perciò altrove 
le varietà d'animali cui danno asilo e nutrimento il suolo 
uniforme o disuguale, arido o acquitrinoso e lo svariatissimo 
clima. E la varietà è ancora più grande se noi consideriamo 
la fauna fossile, quando le colline piemontesi erano coronate 
da alberi di cannella, da araucarie, da sapindi, e i cetacei, i 
delfini, i balenotteri guizzavano nei mari, sulle cui rive scen- 
devano i mastodonti e gli elefanti, e vogavano mandre di 
grotteschi paleoteri e di anoploteri dalle lunghe code. Stuoli 



1 Lioy, op. cit. 



118 



L'ITALIA 



di pescicani inseguivano allora nei mari le pacifiche torme dei 
pesci, gigantesche torpedini appiattate nel fango fulminavano 
la preda; nell'astigiano si trovarono numerose balene fossili, 
presso Aqui mandibole e zanne di squalodonti, e intere mon- 
tagne non sono che agglomerazioni di foraminifere, di nummo- 
liti e d'altri esseri infinitamente piccoli, che si moltiplicavano 
nei mari fecondi. Grli elefanti avevano a compagni i cervi 
scomparsi del pari, e le marmotte alpine, che tuttodì deliziano 
i bimbi della comba di Susa. 

Anche nelle più eccelse Alpi non è quel silenzio di vita 
che immaginavano una volta i poeti, se 

su le dentate scintillanti vette 
salta il camoscio... 
e da i silenzi dell'effuso azzurro 
esce nel sole l'aquila, e distende 
in tarde ruote digradanti il nero 
volo solenne ; 

vero è però che se non fossero i grandi armenti e le mandre 
che popolano nell'estate i pascoli alpini, non si troverebbero 
lassù grossi mammiferi, ma soltanto qualche scoiattolo, qualche 
tasso, e le volpi che seguono al piano gli armenti, mentre 
vi si fanno ancor più rare le marmotte, i camosci, gli stam- 
becchi, e per molti anni resta memorabile l'uccisione di un 
lupo. Anche sugli eccelsi valichi alpini migrano nei due 
sensi montanelli, anitre, smerghi, che s'incontrano con allo- 
dole, rondini, ed altri canori insettivori, e sino alle vette si 
spingono i codibianchi, i fanelli, le passere. Una lucertola a 
ventre rosso striscia ancora sui sassi sino a tremila metri, le 
vipere si fermano a metà strada, abbondantissime su alcune 
prealpi denudate, mentre salgono più su rane e rospi, e bru- 
licano nei più eccelsi laghi alpini squisitissime trote. E mentre 
i fiori alpini sono pili gaj, le farfalle esposte a tante ruine 
di geli e di tempeste hanno le ali scialbe, smorte, nerastre ; 
ed il profano ammira le magnifiche parnassie, le occhiute 
chionobe, le fosche erebre, dove lo scienziato studia i cicri 
glaciali, i corabi alpini, i pterostichi, gli alpei. Anche sulle 
vette più eccelse si trovano superstiti della fredda epoca, 
quando conchiglie artiche abitavano i mari del Piemonte, gli 
alci scendevano al Po, le renne pascolavano nelle radure delle 
foreste e nei laghi guizzava il lenuscus jeses della Norvegia. 
Sopra i quattromila metri vive tranquilla una turba di trenta 
specie di insetti, insieme a camosci perduti, a fringuelli spau- 
riti, a farfalle e ditteri che cadono tramortiti sui ghiacciai 
travolti dalla tormenta o dall'uragano. 



FAUNA DEL PIEMONTE, ABITANTI 



119 



Sulle colline e nel piano la fauna del Piemonte non è 
gran fatto diversa da quella di tutta l'Europa centrale e delle 
altre regioni della pianura padana. Numerosi i pipistrelli, le 
talpe, il sorcio alpino, il mus agrarius ; rarissimo il felis lynx 
confinato nelle Alpi marittime. Nelle stalle invernali, nei 
pascoli estivi vanno migliorando di qualità ed aumentando 
di numero vacche e pecore, mentre si oppongono difficoltà di 
varia natura allo sviluppo delle capre, acerrime nemiclie dei 
boschi. Ma di tutti questi ed altri animali, mammiferi, uc 
celli, rettili, anfibi, pesci dei laghi e dei fiumi, ben poche 
specie, enumerate con sottil cura da E. Hillyer Griglioli, sono 
speciali all'Italia settentrionale, formando un notevole con- 
trasto con la fauna della penisola e delle isole, dove soltanto 
troveremo specie notevolmente diverse. 

Già sappiamo che la popolazione di tutta la pianura irri- 
gata del Po ha diverse origini. Latina per linguaggio, conta 
fra i suoi antenati i Liguri, i Pelasgi, gli Etruschi. Possenti 
tribù galliche si sovrapposero a quelli, lasciando traccie nu- 
merose della loro lingua nei dialetti locali, come i Celti e 
gli altri aborigeni o invasori di lingue ignote, vi lasciarono 
probabilmente le non poche parole delle quali tuttodì non si 
riesce a dare una spiegazione. Dai Liguri fu dato il nome 
alle Alpi, e si trovano di essi traccie abbondanti, non solo 
in tutte le Alpi marittime, ma nello strato inferiore delle 
palafitte e delle terreni are sino nei pressi di Emporedia sulle 
sponde del Verbano. A loro si dovrebbero, secondo il Flechia, 
le terminazioni in ascd, di valle Anzasca, di Yenasca, di Ger- 
manasca, quelle in engo di Marengo, Romanengo, Pastrengo, 
e l'antico nome del Po, ricordato da Plinio, Bodincum, cioè 
« privo di fondo ». Ai Liguri si sovrapposero gli Itali, che 
fondarono i primi campi quadrati nella valle del Po, presso 
i corsi d'acqua, dentro ai quali sorsero bene allineate le 
prime capanne, ma si estesero specialmente nell'Italia media 
e inferiore, dove ne troveremo suddivisioni e traccie nume- 
rose, come vi prevalsero gli Etruschi, sebbene anche questi 
occupassero dapprima la valle del Po, e vi avessero poi con- 
federazioni fiorenti. 
i Le condizioni etniche e linguistiche del Piemonte furono 

più radicalmente modificate dalla grande invasione dei Celti, 
i Galli di Roma, apparsi di qua delle Alpi uno o due secoli 
prima che Brenno gittasse la sua spada sulla bilancia della 
repubblica. I Salassi occuparono la valle della Dora Baltea, 



120 



L'ITALIA 



i Taurisci, forse un misto di Liguri e di Celti, il centro del- 
l'alta valle del Po, i Segusiani quella di Susa, altri altre re- 
gioni, ma nessun popolo celtico lasciò di sè sicuro documento 
nei ricordi linguistici, nè si può dire come e quando si ve- 
nissero spegnendo o confondendo cogli altri. Secondo Strabone, 
al principio dell'era volgare non si parlava già più il gallico 
nella Cispadana e assai poco nella Transpadana. Qualche 
maggior traccia lasciarono le successive invasioni di Goti, 
Vandali, Eruli, Longobardi, che si confusero bensì nella massa 
latina del popolo, ma trassero dalla conquista e dal potere 
feudale importanza che il loro scarso numero non sarebbe 
bastato a procurare. Così nell'aspetto aumentarono la quantità 
dei biondi, di vantaggiata statura, che si trovano in Piemonte, 
e riuscirono a conservare traccie del loro linguaggio in alcuni 
nomi locali e patronimici, sebbene tutti quelli in ago e in ate, 
più che una modificazione della finale tedesca adi, ricordino 
Vac celtico, e molte altre finali, come quelle di Marengo, Pa- 
tstrengo, non siano necessariamente derivazioni di radicali ger- 
maniche. A Gressoney Saint-Jean, alla Trinità, ad Alagna, 
a Rima, a Rimella, sui versanti meridionali del Monte Rosa, 
come a Eormazza, a Salecchio, a Macugnaga sì parla un 
dialetto tedesco, che ha fatto esclamare a De Saussure « es- 
sere il Monte Rosa circondato da una guardia tedesca » ; ma 
anche questi avanzi vanno scomparendo e già in alcune fra- 
zioni di Macugnaga e d' Alagna gli antichi dialetti tedeschi 
non sono più compresi che dai vecchi \ 

Assai più grande è l'influenza francese, che si è diffusa e 
mantenuta specialmente nella Valle d'Aosta, ed alla quale 
hanno contribuito l'unione di molti secoli tra il Piemonte e 
la Savoja ed il dominio politico della casa regnante che ebbe 
le sue origini in paesi di lingua francese. Lo Statuto del 1848 
ha ammesso l'uso della lingua francese accanto all'italiana e 
da non pochi si parlò anche nelle due Camere del Parlamento 
sino al 1860. Eu per secoli lingua ufficiale nella Val d'Aosta, 
e in essa non solo si pregava e si litigava, ma si redigevano 
tutti gli atti pubblici. Solo la ferrovia da Ivrea ad Aosta 
riuscì ad imporre efficacemente la lingua italiana, come pre- 
sagivano due suoi valorosi figliuoli, l'abate Amò Gorret ed il 
barone 0. Bich, scrivendo nel 1875: « Le relazioni commer- 
ciali e industriali propagano sempre più la lingua italiana 
nella Valle d'Aosta, e quando questo estremo lembo d'Italia 

1 G. Allais, Le Alpi occidentali nell'antichità, Torino 1801, dà L'elenco di !»1 po- 
poli diversi che le abitavano. 




L'Italia 



16 



POPOLAZIONI E DIALETTI PIEMONTESI 



123 



sarà unito ad Ivrea colla ferrovia, l'uso dell'italiano diventerà 
famigliare a tutte le classi, perchè malgrado tutti gli sforzi 
dell'insegnamento simultaneo delle due lingue, e l'accanimento 
delle autorità amministrative a far scomparire il francese, la 
ferrovia sarà per la valle la migliore delle grammatiche » \ 
Anche nella parte superiore d'altre valli, del Chiusone, del 
Pellice, della Varai ta, della Dora Riparia si parlano dialetti 
che hanno molto del francese, ma riesce assai difficile com- 
prendere per le successive corruzioni e alterazioni loro anche 
a chi conosce perfettamente le due lingue. 

Le popolazioni che oppongono maggior resistenza nella 
conservazione del loro dialetto sono i Valdesi, come seppero 
validamente lottare per secoli contro le torture ei patimenti 
più orrendi per la conservazione della loro fede. « Questo po- 
polo, scrive E. De Amicis, ha una storia propria, la cui origine 
si perde nell'oscurità del medio evo, una fede sua, una sua 
letteratura, un suo dialetto, un particolare organamento reli- 
gioso democratico, che appartiene a lui solo, un'assemblea li 
bera che tratta e decide dei suoi interessi più delicati, istitu 
zioni speciali. Xon occupa e scarsamente che tre valli, di cui 
una piccolissima, e otto valloni, e ha corrispondenze e stazioni 
in tutte le parti d'Italia e colonie in Germania e in America, 
e vanta amicizie di popoli e di principi, ospita visitatori rive- 
renti e devoti in tutti i paesi, manda soldati e divulgatori 
della sua fede in tutti i continenti. Era abitanti del piano e 
montanari non furono mai molto più di ventimila, in quin- 
dici parrocchie, eppure ebbero le vicende e la forza d'un gran 
popolo; ebbero i loro eserciti, i loro generali, i loro eroi, i 
loro martiri ; trattarono molte volte da pari a pari con lo Stato 
cento volte più grande cui appartenevano, sostennero trenta 
guerre, tennero testa per quasi un anno alla potenza di 
Luigi XIV. Come il popolo musulmano, sostennero urti di 
crociate fanatiche; furono strappati tutti insieme dalle loro 
terre come il popolo ebreo ; si riconquistarono la patria come 
l'iberico. Dispersi, uccisi, distrutti quasi tutti, come una razza 
infetta di cui si volesse purgare la terra, ripullulavano più 
numerosi e più ostinati. Infine stancarono con la loro costanza 
invitta gli aggressori, si fecero invocare da loro nei pericoli, 
combatterono valorosamente per la causa comune, strapparono 
ai secolari nemici l'ammirazione e la gratitudine, li costrin- 

1 Guide illustrò de la vallee d'Aoste, Turili 1877, pag. 115. Per la conoscenza po- 
polare della valle d'Aosta è un vero modello del genere la recente opera di Silvain 
Lucat, Lectures pour Ics écoles et Ics familles valdotaires, Xvrée 1900. 



124 



L'ITALIA 



sero a dar loro la libertà per cui lottavano da secoli. E nono- 
stante le mille persecuzioni, la guerra spietata, i lunghi esili, 
si mantennero sempre italiani nel cuore, e sono ancora oggi 
una delle regioni più patriottiche d'Italia » \ 

I Piemontesi hanno generalmente temperamento posato e 
fermo, costituzione robusta, aspetto severo. Sono ingegnosi più 
che immaginosi, intraprendenti e industriosi, d'umore piuttosto 
allegro, come già ne giudicava lo Scaligero, gens laeta, hilaris. 
Hanno maggior inclinazione d'altre genti alle armi: senza il 
fortissimo nucleo dell'esercito piemontese non si sarebbe certo 
latta l'Italia. Sono rispettosi delle tradizioni, osservanti delle 
forme, talora sino alla pedanteria socievole, ma non fra i po- 
poli più facilmente accessibili. Emigrano da alcune valli spesso 
e volontieri, ma per lo più non oltre la Erancia o la Svizzera, 
esercitando talora professioni speciali quanti sono in una valle. 
Non hanno alcun primato nella delinquenza e vi sono rari 
i furti, sebbene più frequenti i reati di sangue, chè, quando il 
vino toglie loro il senno, ricorrono talvolta al coltello. La mo- 
ralità loro è generalmente elevata, ed hanno dello Stato, delle 
leggi, dell'autorità pubblica un'idea rispettosa come invano si 
cerca in altre regioni d'Italia. « Aspri e chiusi nei pensieri 
— scriveva di essi Cesare Correnti — quanto accorti e pieghe- 
voli nei modi, poco si curano dei giudizi altrui e tanto più 
sembrano sopportarli pazientemente. Ad ogni altra virtù ante- 
pongono la fredda tenacità, e però ai consigli precipitosi, co- 
mechè magnifici, preferiscono la sicura lentezza. Razza, come 
diceva uno dei loro uomini di Stato, inaccessibile all'entu- 
siasmo e, conviene aggiungere, anche allo scoramento. Le re- 
gioni che si vennero aggruppando intorno al doppio nucleo pri- 
mitivo introdussero nuovi elementi e diversi ; Aosta, Ivrea e 
il Canavese hanno altra tempra; forti sono, e industriosi e 
più che di partecipare al potere, amano di non sentirne il peso. 
Grli uomini delle Langhe hanno fama di generosi e di accen- 
sibili; i Monferrini ancora ritengono elementi di quella più 
culta civiltà che dalla virgiliana Mantova vi avevano trapian- 
tata i Gonzaga » 2 . Nelle valli più vicine al Ticino la natura 
avara fece gli uomini industriosi e svegliatissimi, come in 
tutta la pianura alessandrina. Il contadino piemontese in ge- 
nere è più franco, più sicuro di se che in qualsiasi altra parte 
dTtalia. Robusti asinai e vecchi ortolani entrano sguaragua- 
tando nelle più splendide botteghe da caffè, si siedono a loro 

1 Alle porte d'Italia, Roma 1884, pag. 201, 202. 
1 Opere, II, pag. 392. 



DIALETTI PIEMONTESI 



125 



agio sui velluti, battono il bastone sui marmi, comandono el 
Moderili e il giornale. Virtù non meno comuni nelle cam- 
pagne piemontesi sono l'amore della famiglia e il rispetto dei 
vecchi; così nell'aristocrazia piemontese si trova ancora la 
maggior soggezione famigliare. 

Secondo B. Biondelli, F. L. Pullé ed altri glottologi il- 
lustri, le varietà dei dialetti pedemontani si aggruppano in- 
torno a tre tipi principali : il torinese, il canavese e il mon- 
ferrino. 

Il torinese si parla specialmente nella città e nel suo terri- 
torio e nelle valli degli affluenti superiori del Po, modificato 
alquanto nella valle della Stura (fossanese), nel territorio della 
città di Asti (astigiano), nei villaggi che siedono fra la Dora 
Ri paria e l'Orco (lanzese). Il canavese è parlato dalla sinistra 
dell'Orco sino alle due rive inferiori della Dora Baltea (invrense), 
e nelle valli del Cervo ed affluenti (biellese), e vi si connet- 
tono lo specialissimo dialetto di Valsoana, anello di congiun- 
zione fra i franco -provenzali e gli italici, e il dialetto di 
Andorno, che si accosta al lombardo-verbanese. Il monferrino 
si parla nella pianura d'Alessandria (alessandrino) e nei cir- 
condari d'Alba (albense) e Mondovì, commisto qui al ligure 
e al piemontese (mondovicense) ; naturalmente i dialetti delle 
alte valli della Scrivia e del Tanaro s'accostano ancora più al 
ligure 1 . Questi dialetti, come quasi tutti gli altri d'Italia, hanno 
subito nell'ultimo quarto di secolo modificazioni notevoli, per 
effetto dello sviluppo dell'istruzione e delle ferrovie, per l'in- 
fluenza esercitata dall'esercito e per altre ragioni, che contri- 
buiscono a corrompere sempre più tutti i dialetti locali, ac- 
costandoli al comune linguaggio. 



1 II censimento del 1861, il solo che ha tenuto conto del criterio etnografico e 
linguistico, dava pel Piemonte la seguente popolazione di lingua francese (occi- 
tanica): 

1. ° Circondario d'Aosta, tutti i Comuni eccetto Gressoney S. Jean, La Trinità 
ed Isliine, cioè 73 Comuni con 81,884 abitanti, di cui 76,736 di lingua francese ; 

2. ° Circondario di Pinerolo : Angrogna, Bobbio Pellice, Bovile, Faetto, Fene- 
strelle, Inverso Pinasca, Luserna, Massello, Meano, Mentoulles, Pomaretto, Pra- 
gelato, Pramollo, Prarostino, Riclaretto, Roccapialta, Rodoretto, Rorà , Roure, 
Salza, San Germano, San Giovanni, Torre Pellice, Traverse, Usseaux, Villa Pel- 
lice: 26 Comuni con 27,494 abitanti parlanti il francese su 33,938. 

3. ° Circondario di Susa, con Ferrera, Bardonecchia, Beaulard, Bousson, Fenils, 
Melezet, Millaures, Mollières, Oulx, Rochemolìes, Cesami, Champlas-du-Col, Chio- 
monte, Clavières, Desertes, Exilles, Rollières, Salbertrand, Sauze di Cesana, Sauze 
d'Oulx, Savoulx, Solomia, Tirar es; 23 Comuni con 15,139 abitanti di lingua fran- 
cese su 16,775. Statistica del regno d'Italia, Firenze 1866. 



126 



L'ITALIA 



La fertilità del suolo, l'abbondanza delle acque e l'immenso 
materiale agricolo legato dalle precedenti generazioni, tratten- 
gono ancora al lavoro della terra la maggior parte delle po- 
polazioni dell'Italia settentrionale \ Invano si tenterebbe di 
valutare l'immensa quantità di lavoro rappresentata dalla rete 
di canali d'irrigazione, dalla manutenzione degli argini, dei 
fossati, delle strade, dallo spianamento dei campi, dalla tras- 
formazione di tutti i declivi coltivati delle montagne in ter- 
razze o ronchi di perfetta regolarità ; gli enormi spostamenti 
di terreni di cui può menar vanto l'industria moderna, per la 
costruzione delle ferrovie, sono poca cosa a paragone degli 
scaglioni di colture fatti dai paesani, simili a scale di giganti, 
tutt'in torno alle colline, ed alla base di quasi tutti i monti 
che cingono la valle del Po. Il sistema di coltura adottato 
richiede inoltre un lavoro continuo, perchè il contadino non 
sempre si serve dell'aratro di ferro, ma spesso adopera fatico- 
samente la « vanga dal filo d'oro » : il suo lavoro è piuttosto 
quello del giardiniere che dell'agricoltore propriamente detto. 
In tal guisa si spiega la quantità dei prodotti forniti dalla gran 
pianura, cereali, erbe da foraggio, foglie di gelso e bozzoli, 
legumi e frutta, burro e formaggio. 

E stato notato che sono più fertili i terreni in vicinanza 
dei colli, per il vantaggio che loro reca il riverbero dei raggi 
solari, pel terriccio che cade dai monti, pel clima propizio. I 
cereali maggiormente coltivati sono il frumento, il granoturco, 
il riso ed altri minori; la rapida applicazione di tutti i tro- 
vati della scienza accresce ogni anno il prodotto medio per 
ettaro : il Piemonte, con una parte della Lombardia e del Ve- 
neto, è quasi la sola contrada in Europa, che possiede la col- 
tura semitropicale del riso, introdotta in principio del secolo 
decimosesto. Non è molto ampia invece la superficie colti 

1 I Comuni piemontesi nei (piali si conserva il dialetto germanico sono: 

Abitali! 



Ossola 


totale < 


i lingua tedesc 




. 574 


571 




627 


187 


Yalsnsia 


79 


79 


594 


540 




1004 


1004 


Aosta 






Gressoney La Trinità . . . 


■ . . 205 


197 


Gressoney S. Jean . 


. . 810 


744 




. . 1392 


327 






3$49 



di cui 2227 donne e solo 1422 uomini. 



COLTURA DEL SUOLO PIEMONTESE 



127 



vata a legumi, mentre le patate diedero nel 1896 ben 000,000 
quintali, cioè circa 33 per ettaro 1 . Massima importanza ha 
la vite, che trova in questa regione clima e terreno appro- 
priati per prosperare e dare ottimi prodotti, e perciò vi è 
molto diffusa, tenuta quando a basso fusto, come nelle Pro- 
vincie di Cuneo, Alessandria, e Torino, nelle quali si sostiene 
con pali secchi o anche con canne, quando a fusto alto, ma- 
ritata ad alberi viventi (specie ciliege), come nella parte piana 
della provincia di Novara; anche in questa provincia però 
predomina il sistema di tenere la vite bassa. 

Il Piemonte è adunque immensamente viticolo ; la preziosa 
ainpelidea vi fruttifica sino a 500 metri sul livello del mare e 
in qualche punto si spinge fino a 750, come nelle colline delle 
Langhe, e anche sino a 800 e 900 metri, come nelle mon- 
tagne presso Ormea, ed a Chiomonte nella valle della Dora 
Riparia. Le parti più intensamente vitate del Piemonte dove 
anche si raccolgono i migliori prodotti sono quelle di collina 
e quella di montagna. Appartengono alla prima tutte le col- 
line, che da Torino (per Ohieri, Asti e Casale) si stendono 
fino oltre Valenza e quelle altre che si congiungono all'Apen- 
nino per le valli dell'Orba, della Bormida e del Tanaro, 
formanti l'alto Monferrato e le Langhe. Tutti questi terreni 
appartengono al terziario e comprendono gii orizzonti geolo- 
gici dall'eocene al pliocene più recente o superiore. Sono in- 
vece della parte montuosa, riattaccandosi poi, a seconda del 
luogo, alle formazioni alpine od apenniniche, tutti i contrafforti 
e le pendici più basse di dette catene di montagne verso la pia- 
nura, nonché tutte le serie di morene che si stendono ai piedi 
di esse, specialmente all'aprirsi delle grandi valli alpine. Tro- 
viamo infatti intensamente coltivata la vite in pendici apen- 
niniche od alpine, o su colline di origine glaciale, nel Torto- 
nese e nel circondario di Xovi, indi a Mondo vi, Saluzzo, Pi- 
nerolo, Susa, Caluso, Ivrea, Biella, per venire fino a Gkttti- 
nara, Ghemme e Sizzano. I luoghi dove il vino ha maggior 
importanza, tanto per la buona qualità che per la notevole 
quantità, sono le colline dell'Astigiano, del Monferrato, delle 
Langhe, dell'Alto Novarese, del Canavese e della Val d'Aosta 2 . 

1 Nel 1891-94 la media delle varie coltivazioni fu la seguente: 

279,813 ettari coltivati a frumento 
176,378 » » a granoturco 

61,000 » » a riso 

77,923 » » a cereali minori. 

2 La vite si coltiva in Piemonte in 1160 Comuni su 1485. Secondo la media de 
1890-94 la sua coltivazione si estendeva a 245,043 ettari, e diede un prodotto ef- 
fettivo di 3,789,171 ettolitri, 3,631,236 rosso e 157,935 bianco, con una media di 
15,43 ettolitri per ettaro. 



128 



L'ITALIA 



1 vini del Piemonte sono per lo più rossi, da diretto con- 
sumo, comuni e fini; vi sono però anche vini intensamente 
colorati, che servono abbastanza bene pel taglio con vini de- 
boli, come non mancano i vini bianchi secchi e quelli dolci, 
fatti qualche volta con uve leggermente appassite. Era i vini 
bianchi merita poi speciale menzione il moscato, base dei wer- 
moutJi e dei vini spumanti, il quale occupa un notevole posto 
nella produzione di parte dell'Astigiano, dell'alto Monferrato 
e delle Langhe. Quanto ai vini rossi ve ne sono alcuni che 
si bevono dopo tre o quattro mesi dalla vendemmia; tali 
sono i vini prodotti nelle prime colline che s'addossano al- 
l' Apennino ; altri invece , quelli degli altipiani prealpini , 
abbisognano di maggior tempo per maturare \ 

Le colture dell'olivo, del tabacco, degli agrumi mancano af- 
fatto e scarseggiano quelle del lino, della canapa ; vi hanno 
invece grande sviluppo quelle del castagno e del gelso, per 
cui nel 1894 si ebbero oltre 71 milioni di chilogrammi di 
bozzoli. Grande estensione hanno i prati, che danno da due a 
quattro raccolti, e servono poi di pascolo al gregge ; le mar- 
cite si tagliano sino a otto volte in un anno. Nocquero però 
all'agricoltura del Piemonte le scemate relazioni colla Erancia, 
che furono un disastro specialmente per la produzione del 
bestiame e dei vini da taglio, la diminuzione del prezzo del 
frumento, e lo sviluppo della fillossera e della peronospera che 
distrussero o deteriorarono vastissimi vigneti 2 . 

Le industrie affini all'agricoltura hanno uno sviluppo note- 
vole. Crescono in Piemonte ^bovini da macello di carne finis 
sima e molto apprezzata, vacche robuste da lavoro, o pregia- 
tissime per il loro latte, incrociate con le più celebri razze 
straniere, suini di Saluzzo e di Eossano incrociati anch'essi 
coi yorchesi, ovini pregiati nel Biellese per la lana, altrove per 
gli altri prodotti, cavalli di razze quasi tutte importate. Da 
questi animali si traggono per 14 milioni di formaggio, burro, 
ricotta, mezzo milione di lana, ed altri prodotti :i . Le foreste 
hanno una estensione abbastanza ragguardevole, ma sono state 
in troppa gran parte devastate, e salvo in alcuni punti, in se- 
guito ad assidue cure del governo e d'alcuni privati, non sono 

2 Wotizie e studi intorno oi vini ed alle uve d'Italia, Roma 1896, pag. XXXVII. 
2 Le principali produzioni agricole, dopo i cereali e l'uva, sono lo seguenti: 

Legumi .... 21,175 ettari 116,720 ettolitri di sodio 

Patate. 17,849 » 577,659 quintali 

Castagne .... 64,01* » 285,439 

Prati 569,000 » 12,500,000 * di foraggio 

8 Animali grassi in totale 1,522.894. 



BOSCHI, COLTUKA DEL SUOLO, EMIGRAZIONE 



129 



ancora avviati seriamente quei lavori di rimboschimento che 
*i ammirano sngli opposti versanti delle Alpi, e potrebbero 
più che triplicare il valore dei prodotti già abbastanza rag- 
guardevole che il Piemonte trae dai suoi boschi \ 

Le grandi provincie agricole della regione del Po corrispon- 
dono alle divisioni naturali del suolo: la montagna, la collina, 
la pianura. Le diversità dei terreni e del clima ebbero per con- 
seguenza non soltanto la diversità delle colture, ma una dif- 
ferenza essenziale nel regime della proprietà. Nelle valli su- 
periori, dal colle di Tenda al Sempione, buona parte del snolo, 
pascoli e foreste, rimase a lungo indivisa fra tutti gli abitanti 
del comune e a mala pena la legge italiana, contraria a co- 
testa forma di proprietà, riuscì gradatamente a trasformarla. 
Ma in molti luoghi i montanari, se sono ancora comproprie- 
tari dei terreni alpini e dei boschi comuni, hanno anche 
lembi di terra che loro appartengono in proprio; ognuno di 
essi possiede il suo piccolo praticello, la sua roccia trasfor- 
mata a furia di lavoro in giardino ; lo stato sociale di quegli 
abitanti assomiglia a quello dei contadini francesi che godono 
pure i vantaggi della piccola proprietà. Nei paesi di collina, 
ai piedi delle montagne, la terra è già divisa in tenute più 
grandi; il contadino non ne è più l'esclusivo proprietario, è 
soggetto ad una serie di usi e di prestazioni d'origine feudale, 
ma almeno ha una parte dei prodotti di cui può disporre. 

Nella pianura dove lo scavo e la manutenzione dei canali 
esige necessariamente l'impiego di grandi capitali, le campagne, 
sebbene sempre divise in moltissime parcelle, appartengono 
quasi interamente a ricchi proprietari che per la maggior parte 
vivono lontani dai loro possedimenti e li affittano a coloni. 
La moltitudine dei coltivatori resta pertanto senza risorse e 
per vivere lavora le terre altrui. 

Un movimento periodico di emigrazione trae ogni anno 
un gran numero di montanari delle Alpi d'Italia nelle città 
della pianura e nei paesi stranieri. Secondo un vecchio pro- 
verbio, « non v'ha paese nel mondo senza passeri e senza Pie- 
montesi » , ed infatti questi, veramente numerosi, costituiscono 
una gran parte dei montanari nomadi che vanno a combattere, 
lungi dal paese natale e perfino in America, la dura lotta per 
l'esistenza. I difficili valichi delle Alpi occidentali, assai peri- 



1 Superfìcie dei terreni boschivi vincolati verso il 1890 : 440,442 ettari 

ld. id. svincolati id. 192,062 » 

Valore dei prodotti tratti dai boschi 8,253,417 lire, di cui più della metà dai 
boschi d'alto fusto, il resto dai cedui e da tutti gli altri prodotti secondarii. 

V Italia. H 



130 



L'ITALIA 



colosi nell'inverno in causa della grande abbondanza delle 
nevi, sono battuti in quella stagione da Piemontesi che scen- 
dono a Marsiglia e nelle altre città della Erancia meridionale; 
essi vanno in squadre numerose a prender parte ai lavori pub- 
blici cogli operai francesi che li vedono di mal occhio in causa 
del ribasso dei salari dovuto alla loro concorreuza. Avvezzi 
ad una rigorosa frugalità, i Piemontesi possono accontentarsi 
di paghe meno elevate e allontanano per tal modo buon nu- 
mero di operai provenzali dai centri di lavoro. Anche nella 
Svizzera i Piemontesi, insieme ai Ticinesi, fabbricano le case 
e compiono gli sterri per i grandi lavori pubblici. Essi emi- 
grano persino nella Svezia ; a Londra hanno suscitato più volte 
serie opposizioni da parte dei muratori inglesi, e li troviamo 
del pari nei lavori del canale di Panama e sulle ferrovie del 
Senegal e del Congo. 

A grandissima importanza è assurta in tutto il Piemonte 
l'industria. Poverissima rimane sempre l'estrattiva e meritano 
appena menzione le miniere di ferro ossid alato di Cogne e 
di Traverselle, di ferro oligisto di Bajo (Ivrea), di galena ar- 
gentifera di Vinadio, di solfato di magnesio di Alba, ed al- 
cune d'oro in Valle Anzasca e nella valle dell'Orco, povera- 
ccia anche queste, specie a paragone d'altri tempi, quando una 
Ux censoria ricordata da Plinio vietava di impiegarvi più di 
cinquemila operai. Le industrie metallurgiche sanno però 
trarre le materie prime dall'estero, e le officine della Medi- 
terranea, gli arsenali militari, le fonderie, le officine di Sa- 
vigliano ed altre minori, impiegano molte migliaia di operai 
lavorando non solo il ferro e i suoi derivati, ma il rame, l'a- 
mianto, il talco ed altri minerali. Altre industrie lavorano 
le pietre da taglio, le lavagne, il marmo, l'amianto, i graniti, 
le bevole, le pietre oleari, impiegandovi circa 4000 operai, con 
una produzione di due a tre milioni. E si contano meglio 
di 800 fornaci di laterizii, calci, cementi, gessi, terre cotte, 
con otto a novemila operai e una produzione di circa dieci 
milioni di lire. Con queste vanno ricordate le industrie affini 
che producono le majoliche, i vetri, alcuni cristalli, e le of- 
ficine che ogni città ed anche molti minori centri ormai van- 
tano per la produzione del gas e della luce elettrica. 

Altre industrie numerose si dedicano alla produzione dei 
fiammiferi a Moncalieri ed Alessandria, ai concimi artificiali 
a Casale, Pozzolo, Torino ed altrove, all'acido solforico, all'in- 
chiostro, alle materie coloranti. Importantissima è la fabbrica 
di dinamite di Avigliana, costruita con tutte le prescrizioni 
più severe e dove pure avvengono a quando a quando disastri 



INDUSTRIE PIEMONTESI 



131 



memorabili. Nel 1885, ora sono di certo scemati, il Piemonte 
aveva oltre tremila molini per la macinazione dei cereali, 
brillatoi di riso, fabbriche di pasta, due o tre fabbriche di 
zucchero, fra cui quella oramai antica di Savigliano, ed altre 
di birra, di acque gasose, di acque minerali, di spiriti, di 
vermouth, liquori, cioccolatta, confetture. Nelle varie provincie, 
ma specialmente in quella di Torino, si producono nastri, ma- 
glierie, e vi sono concerie di pelli, litografìe e tipografie ri- 
nomatissime, segherie e torni per tutti i lavori in legno, car- 
tiere importantissime. Ne mancano fabbriche di ombrelli, di 
guanti, di spazzole e pennelli, di bottoni, di busti, di stuoie, 
ed orafi valenti, specie a Valenza. 

Ma più che altrove, il Piemonte primeggia nelle grandi in- 
dustrie tessili del cotone, della lana, della seta \ Per la filatura 

I Statistica industriale, Piemonte, pubblicata dal Ministero d'Agricoltura, Industria 
e Commercio, Roma 1892. 

In tutto il Piemonte vi erano, nel 1890, 132,611 operai, che utilizzavano per le 
industrie 70,982 cavalli-vapore così suddivisi : 

Industrie meccaniche e chimiche . . 33,043 operai 15,138 cavalli-vapore 

» alimentari 12,984 » 16,129 

tessili . . .... 67,769 » 30,253 

diverse 18,815 » 9,462 

oltre a 12,440 telai a domicilio. 

II numero degli operai nelle varie provincie era il seguente : 





Ind. meccanici 


ie Alim. 


Tessili 


Diverse 


Totale 


Alessandria . . 


5,538 


2,691 


5,805 


3,114 


17,148 




. 3,655 


1,906 


9,450 


1,624 


16,635 


Novara . 


4,977 


3,680 


24,020 


5,550 


38,227 


Torino. . . . 


. . 18,873 


4,707 


28,494 


8,527 


60,601 


industrie principali 


impiegavano nel 1892 le forze 


seguenti : 





Cavalli idr. Cavalli vap. Altri motori 



Officine metallurgiche .... 


1,704 


475 




» meccaniche 


2,232 


2,385 


119 


» per l'illuminazione . . 


956 


3,126 


78 


Macinazione dei cereali .... 


. 12,250 


1,389 






1,267 






Industria della seta ..... 


. 1,795 


2,380 






4,425 


2,116 








7,413 


100 


Cartiere e paste di legno ... 


4,550 


1,600 


6 


Lavorazione del legno .... 


966 


304 


60 




547 


469 


12 




366 


564 




Tessiture di iiuo, canapa, juta . 


329 


197 






476 


634 






337 






Officine di prodotti chimici . . 


562 


1,262 


10 


Fabbriche di paste da minestra'. 


312 


54 


56 




33 


403 


2 



132 



L'ITALIA 



del cotone, la provincia di Torino tiene il primo posto, con 
oltre duecentomila fasi, quanti non ne hanno insieme le altre 
tre provincie, impiegando fra tutte da sette ad ottomila operai. 
Invece Novara ha il primato nella tessitura, con seimila o- 
perai, mentre in tutto il Piemonte ammontano a circa undici- 
mila. E così per la lana, dove neppur da lontano si possono 
paragonare le altre provincie e nessuna d'Italia all'industrio- 
sissimo circondario di Biella, che impiega, intorno a 90,000 
fusi, più di ottomila operai. La provincia di Cuneo, a sua 
volta, ha il primato nella trattura della seta, con 57 opifìci e 
3730 operai, mentre le altre tre insieme ne hanno 87 con 
8200 ; ma nella torcitura riprende il primato Torino, Cuneo 
la segue, e a gran distanza le altre due, contandosi in tutto 
il Piemonte 69 opifici, con 200,000 fusi e 8000 operai. La 
tessitura della seta, la cardatura e filatura dei cascami non 
hanno una importanza così grande , impiegando insieme 
2500 operai, sebbene se ne traggano prodotti da gareggiare 
con la Francia. S'aggiunga che la tessitura del cotone, della 
lana, e più, quelle del lino, della canapa e d'altri tessili sono 
ancora assai diffuse nelle famiglie, se nel 1890 si contavano 
ancora 12,500 telai a mano. 

Imperocché di tutte coteste industrie in gran parte rimane 
ed in gran parte è ancora più vero ciò che nel 1852 scriveva 
Cesare Correnti, citando una relazione ufficiale del tempo : 
^ Le fabbriche subalpine, poste a confronto degli altri paesi 
d'Europa, hanno fisonomia particolare, la condizione dell'ope- 
raio è in esse infinitamente migliore. Uomini, donne, vecchi 
e fanciulli vivono in un'atmosfera, che si mantiene costante- 
mente pura, per l'aria dei monti, pel libero accesso della luce, 
per la vastità e la pulitezza delle sale; si direbbe che qualche 
cosa di altamente umano, un senso incancellabile d'arte e di 
magnificenza latina, inspirano i nostri fabbricanti. A questo 
risultato, che è di una immensa importanza, contribuiscono nel 
tempo stesso l'indole del motore e l'acconcia distribuzione geo- 
grafica delle industrie, che si trovano in gran parte nei campi, 
dove il caro del combustibile vegetale e la rarità del fossile ne 
tengono le sorti intimamente legate al sito che fornisce il mo- 
tore idraulico », al quale già allora, ed oggi più che mai, si 
applicano tutti i perfezionamenti dell'industria, accrescendone 
in una misura che non si è mai osato prevedere la potenza 
con le applicazioni elettriche '\ 



1 Nel «Nipote del Vesta Verde», anno V, Opar, voi. Il, pàg. 397. 



POPOLAZIONE DEL PIEMONTE, TORINO 



135 



Il Piemonte ha una popolazione calcolata al 31 dicem- 
bre 1897 di 3,362,288 abitanti, che si ragguaglia a più di 114 
per chilometro quadrato, meno densa cioè che in Campania, 
in Liguria, in Lombardia, in Sicilia, nel Veneto, più che in 
tutte le altre regioni italiane. Queste medie hanno però scarso 
valore, perchè vi sono vasti spazi deserti fra i 2000 e i 3000 
metri d'altitudine, popolazioni raramente disseminate nelle 
superiori vallate alpine, fitte nelle pianure, specie nei grandi 
centri, e che crescono continuamente sia per propria virtù, sia 
a danno di quelle. La popolazione rurale sparsa per lo più 
nei casali o agglomerata nei villaggi e nelle borgate minori 
è quasi tutta di lavoratori, mentre le città accolgono i pro- 
prietari, gli industriali, gli operai e gente in parte agiata, la 
quale dà loro un aspetto di ricchezza che manca invece in altre 
regioni d'Italia. Ne queste città, specie le maggiori, sorsero a 
caso, ma nei siti designati dalla natura, agli sbocchi dei passaggi 
delle montagne, che una volta potevano efficacemente presi- 
diare, mentre accoglievano nelle loro mura le produzioni ne- 
cessarie al sostentamento degli abitanti e agli scambi. Così 
Aosta, Yinadio, Casteldelfìno, Pinerolo, Eenestrelle, Susa vi- 
gilavano le « porte d'Italia », fortezze che hanno perduto ogni 
valore di fronte alla potenza delle moderne artiglierie, ma che 
in altri secoli seppero essere talvolta baluardo, per quanto 
troppe altre erano girate da nemici potenti od agevolate da 
quelli stessi che avevamo in casa. Così Alessandria sorse in uno 
dei siti meglio additati per concentrare la difesa quando fossero 
perdute le Alpi ; perciò intorno ad essa si combatterono pa- 
recchie delle più grandi battaglie della storia, e le sue campagne 
furono, come poche altre, fècondate di umano sangue. E Torino 
doveva sorgere necessariamente sulle rive del maggior fiume, 
dove esso diventa navigabile, dove convergono la maggior 
parte delle strade alpine, riuscendo così uno dei centri vitali 
del commercio europeo. 

Ma senza le sue grandi strade, Torino e la valle superiore 
del Po giammai avrebbero avuto l'importanza che acquista 
rono nella vita economica. L'eccelsa muraglia alpina che lo 
separava completamente dalla Erancia, dalla Svizzera e dalla 
Germania, gli Apennini, che rendevano difficili le comuni- 
cazioni col mare e con le valli dell'Arno e del Tevere, men- 
tre il paese rimaneva aperto soltanto sui piani lombardi, fa- 
cevano del Piemonte una delle regioni più chiuse ed im- 
pervie d'Europa. Una prima ferrovia unì Torino a Genova, e 
per essa al mare, e più tardi con l'Italia centrale; venne 
aperto, che parve miracolo, il valico del Cenisio, che doveva 



136 



L'ITALIA 



unire il Piemonte alle sue provincie transalpine e lo unì invece 
alla Francia, ed ora un nuovo valico, quello del Sempione, con 
le opportune correzioni ferroviarie, accrescerà la sfera d'azione 
del Piemonte verso la Erancia orientale e la Svizzera. Altre 
linee solcarono gli Apennini, per congiungere Torino con Sa- 
vona, Acqui con Genova, si avviarono per la valle del Po, 
o penetrarono nelle più importanti vallate alpine. Sì che oggi 
il Piemonte ha 1800 chilometri di ferrovie e un migliaio di 
tram vie a vapore, oltre ad alcune funicolari, tra cui una che 
sale al colle di Superga, mentre le strade ordinarie, anche 
quando saranno costruite tutte quelle assicurategli per legge, 
avranno in proporzione minore sviluppo che nella Lombardia 
e nel Veneto, intorno a 12,000 chilometri, sufficienti però, 
dove si computino le zone cui bastano le mulattiere o i sentieri. 

Le città del Piemonte, dove se ne tolga Torino, hanno meno 
delle altre un proprio loro carattere; non presentano in gene- 
rale alcuna grandiosità architettonica; sono pittoresche, gra 
zione, civettuole talvolta, ma invano si cerca in esse quella 
profusione di monumenti e di moli onde vanno ricche invece le 
città di altre parti della penisola. V'è invece ordine, simme- 
tria, qualche ricordo antico, ma per lo più ed in gran parte 
distrutto dal ferro delle orde barbariche e degli eserciti che 
vi scorrazzarono. Si abbellirono nei moderni tempi di scuole, 
ospedali, teatri, palestre, di edifici di beneficenza, di istruzione, 
di culto, anzi talune, per la smania del rinnovarsi e dell'ab- 
bellirsi, si ingolfarono nei debiti, ma certo si possono dire, sotto 
ogni aspetto della civiltà, tra quelle che si abitano e si visi- 
tano più volentieri. 

Torino è una delle più antiche e belle città della penisola 
ed ora anche una delle più industri e ricche \ Era stata fon- 
data dai Taurasii, ma di essa cominciamo ad avere certe no- 
tizie, quando Annibale, dopo l'eroica resistenza, la distrusse, 
ed i Romani la ricostruirono sul modello degli accampamenti 
delle loro legioni, per cui derivò forse sin d'allora ai Tori- 
nesi quell'amore delle linee e degli angoli retti, che è la ca- 
ratteristica speciale della loro edilizia. Laonde O. Correnti, 
poco innanzi al 1859, quando Torino era ancora la città santa 
degli esuli italiani, « la Mecca d'Italia » , la descriveva come 
città bellissima, ma di una bellezza scenica, monotona, uguale. 

1 Di Torino scrissero specialmente: Bertolotti, 1840 ; Cibrario, 1846 ; Baruffi, 
1853; Torricella, 1868; Promis, Storia dell'antica Torino, 1869; Baricco, 1869; 
Covino, 1873; C. Morando, 1880; Bragagnolo, 1892, e si veda specialmente il 
volume pubblicato su Torino dai suoi migliori scrittori nel 1880. 



UE 



9 



TORINO 



139 



< Le colline padane, che le si levano ad oriente, hanno nella 
state sì rigogliosa e succosa vegetazione, da parere la Pliniana 
o le rive di Bellagio; ma chi le salga trova ima natura agre- 
ste e negletta. Così Torino, vista in fretta e la prima volta, 
sembra maestosa come nessun'altra città. Ma le due contrade 
di Dora Grossa e di Po, lunghe, grandiose e ritte, sono alli- 

X. 23. — TORINO, E LA SUA COLLINA. 



4? 45 




Scala di 1 : 100,000 



neate con sì rigorosa simmetria di isole, di tettoie, di balconi 
da sembrare due reggimenti in parata; sì alte poi, e coi cor- 
nicioni delle case, che fanno una sola linea, sicché talora 
credi di essere in fondo ad un fossato, e la luce vi giunca 
con melanconica uniformità. Torino spira da per tutto una 
grandezza senza disordine, senza impeto, senza inspirazione; 
qualche cosa di comandato, di forzato, di compassato, anche 



140 



L'ITALIA 



in ciò che più vorrebbe essere spontaneo ed istintivo: nella 
magnificenza stessa della natura, dell'arte, un'aria che parla 
d'etichetta cortigiana e di rigidità militare » \ 

Oggi Torino non è più la « caserma » di nna volta. An- 
cora rigida e solenne nelle sue parti antiche, sorride nei nuovi 
rioni, costrutti con viali larghissimi, piazze ampie e giardini, 
dove non mancano palazzine eleganti e costruzioni di cat- 
tivo gusto, da gente arricchita in fretta. Non è più la tri- 
buna della politica italiana, la terra d'asilo dei liberali, sol- 
dati e pensatori, ma è una città che lavora e che pensa, e 
tiene lo sguardo fiso alle Alpi con sensi d'altissimo patriot- 
tismo. Anche il carattere dei Torinesi si è venuto modificando, 
ed è meno duro, meno severo d'una volta. Ohi visita la città, 
si rallegra alla vista di quei corsi chiusi dalle Alpi, di quel- 
l'infilata di piazze, di quelle fughe di portici alti, bianchi, 
puliti, di quel verde rigoglioso, di quella vastità, piena di luce 
e di lavoro. Poi nessun italiano può giudicare questa città col- 
l'occhio dell'artista; chi la percorre si sente sollevato, travolto 
da un torrente di ricordi, sfolgorato da una miriade di im- 
magini care e gloriose, che gli fanno parer bella ogni cosa. 
Oli par di vedere Oaiio Alberto che proclama lo Statuto, di 
incontrare Cavour che va al ministero dandosi la storica fre- 
ga tina di mani, di seguire i commissari austriaci che portano 
Vultimatum del 1859, i corrieri che divorano la via portando 
notizie di battaglie, le deputazioni venute a recare il plebi- 
scito, veterani di Crimea, giovani dei mille. S'aggiunga, che 
in poche città i luoghi e i monumenti più memorabili si tro- 
vano meglio disposti per colpire tutto insieme lo sguardo e 
la mente. Quella reggia severa e nuda, dietro a cui s'innalza 
la cupola della vecchia cattedrale; il palazzo Madama, cupo 
come una fortezza, con le stonature delle due facciate, me- 
dioevale a levante, francese a ponente, sorvolato da nuvoli di 
colombi, la cortina bianca delle Alpi, che chiude Via Gari- 
baldi (Dora Grossa), la cortina verde delle colline che chiude 
via di Po, con un contrasto di austeri palazzi e di baracche 
da fiera, danno a quella parte di Torino un misto di città 
nuova e di città vecchia, di tranquillità nordica e di gaiezza 
meridionale che colpisce la fantasia. 

Torino è piena di monumenti che ricordano tutte le epoche 
della sua storia, da quando era la capitale dei conti del Pie- 
monte, poi dei duchi di Savoia, e loro residenza temporanea 
nel 1418, capitale del Regno di Sardegna nel 1720, del Regno 

1 Opere, pag. 393 , 394. 



TORINO 



141 



d'Italia dal 1860 al 1865. Al tempo dei Romani formava un 
rettangolo di 720 metri su 670, fra piazza Castello e via 
della Consolata, ed aveva quattro porte delle quali esiste solo 
la Palatina. I lavori di fortificazione del secolo decimosesto e 
l'assedio del 1706 fecero sparire gli ultimi avanzi dell'anti- 
chità; il dominio francese nel 1804, i lavori ferroviari nel 1859, 
gli ingrandimenti edilizi del 1890 fecero sparire a loro volta 
le fortificazioni, gli spalti e i baluardi e la celebre cittadella, 
innalzata da Emanuele Filiberto, su disegno di Paciotto da 
Urbino. Presso al mastio di questa, che fu conservato, la statua 
di Pietro Micca, con la miccia in mano, ricorda il valore eroico 
che salvò Torino (1706). Sull'ampia e simmetrica piazza di 
San Carlo si innalza una delle più belle statue equestri che 
abbia prodotto l'arte moderna, nella quale C. Maròcchetti 
rappresentò Emanuele Filiberto, come tornasse dalla vittoria 
di San Quintino per firmare il trattato di Cateau-Cambrésis 
(1559) che gli restituì la Savoia. Di fronte al palazzo di città 
sorge il monumento al Conte Verde, quell'Amedeo VI che 
vinse i Turchi e ristaurò l'Impero greco. Altri monumenti 
ricordano l'esercito sardo, eretto nel 1857 dai Milanesi, scoi 
pito da Vela, la battaglia di Crimea, dove un bersagliere e 
un marino si appoggiano meditando a una piramide, ed il 
traforo del Frejus, dove il genio della scienza vincitore gitta 
dalle rupi i giganti della montagna. Quest'ultimo, del pari che 
il monumento di Garibaldi, è del Tabacchi, mentre solo ai dì 
nostri si è innalzata sulle eccelse colonne della piazza omo 
nima la statua del Gran Re, Vittorio Emanuele IL Altri mo- 
numenti sorgono in tutte le piazze, nei giardini, persino nei 
quadrivi, a principi sabaudi, a Vittorio Amedeo I ed al II, 
a Carlo Emanuele III, al principe Eugenio ed a Vittorio Ema- 
nuele I, a Carlo Alberto, al Duca di Genova, al principe Ame- 
deo; ad uomini illustri non solo del Piemonte, ma d'altre 
parti d'Italia, che vi trovarono asilo e gloria : G. Lagrange. 
Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Pes di Villamarina, Al- 
fonso Lamarmora, Daniele Manin, Lorenzo Paleocapa, Gu- 
glielmo Pepe, L. Gallo, G. La Farina, Matteo Pescatore, Ca- 
millo Cavour, G. B. Cassinis, Angelo Brofferio, Massimo d'A- 
zeglio, Eusebio Bava, Alessandro Borella, Alessandro Kiberi, 
Ettore Gerbaix de Sonnaz, G. Timermans, Quintino Sella, a 
non parlare degli altri monumenti numerosi che adornano i 
pubblici edifici. 

Il palazzo o « Castello » Madama, che sorge nel centro di 
piazza Castello, fortificato da Amedeo Vili, accolse dal 1848 
al 1865 il Senato, ed ora è sede della Corte di cassazione e 



142 



L'ITALIA 



dell' osservatorio ; l'attiguo palazzo reale, edificato da Carlo 
Emanuele II, ricco di quadri e di statue, ha una delle più 
celebri armerie d'Europa. Nell'angolo di piazza Castello s'ad- 
dentra la galleria subalpina, eretta nel 1873, con negozi ele- 
ganti, mentre quasi di fronte, unito alla Reggia, si eleva il 
maggior teatro, denominato da Carlo Eelice che gli diede la 




TORINO. — PALAZZO MADAMA. 
Da una fotografia «lei fratelli Alinari di Firenze. 



forma presente. Imponente e barocco edifìcio è il palazzo Ca- 
rignano, sulla piazza Carlo Alberto, dove ebbe sede fino al 1865 
la Camera dei deputati ; oggi accoglie un ricchissimo museo 
di storia naturale. Anche il palazzo deli' Academia delle 
scienze, antico collegio dei Gesuiti, è in stile barocco e con- 
tiene il museo Egizio, uno dei più rinomati d'Europa colla ce- 



1 Gli allievi di tutti gli Istituti superiori di Torino sono circa 4500, cioè : 

Università 2050 

Scuola d'applicazione per gli ingegneri 350 

Scuola superiore di medicina veterinaria .... 50 

Museo industriale 1000 

Academia Alb. di belle arti 400 

Scuola superiore di guerra 100 

Scuola d'applicazione d'artiglieria e genio .... 250 

Academia militare 300 



TORINO 



lebre statua di Sesostri, alcune antichità greco-romane, ed una 
galleria di pittura dove si ammirano quadri di Macrino d'Alba, 
Defendente e Gaudenzio Ferrari, Lorenzo di Credi, dell'ali 
tica scuola olandese, 
ritratti fra i più belli 
di van Dyck ed altri 
di Raffaello, Giiercino, 
Paolo Veronese, Ribe 
ra, Murillo. Assai im- 
portante è l'Università 
eretta da Vittorio A- 
medeo II, e frequentata 
a' dì nostri da oltre 
duemila studenti, con 
istituti superiori ri- 
spondenti a tutte le 
esigenze delle moderne 
ricerche scientifiche , 
alcuni costruiti nei 
nuovi e splendidi viali 
del Valentino, dove 
sorge il castello ele- 
gante e severo, fabbri 
cato nel 1633 da Maria 
Cristina ed oggi sede 
della scuola d'applica- 
zione per gli ingegneri. 
A pochi passi si trova, 
lunghesso la riva del 
Po,Ul Castello Medioe- 
vale con l'annesso vii 
laggio, costruiti l'uno 
e l'altro secondo vari 
modelli del secolo de- 
cimoquinto raccolti in 
tutto il Piemonte. 

Monumento assai cu- 
rioso, il più alto di 
Torino (164 m.), è an- 
che la Mole Antonel- 

liana, cominciata nel 1863 dall'architetto onde ebbe il nome, 
per servire di Sinagoga, continuata dal municipio che vi 
raccolse il museo del Risorgimento italiano. Torino è ricca 
di chiese, ma nessuna ha una vera importanza artistica. La 




TORINO. — LA MOLE ANTO'NELLIANA. 
Da una fotografia dei fratelli Aliuari di Firenze. 



144 



L'ITALIA 



cattedrale di San Giovanni Battista contiene la celebre cappella 
del SS. Sudario, dove si conserva la Santa Sindone e nella 
quale sono sepolti parecchi Sabaudi; la Consolata ha un'im- 
magine molto venerata della Madonna; e la chiesa della Gran 
Madre di Dio, oltre il ponte di pietra costruito da Napoleone I, 
ha la pretesa di imitare il Pantheon di Roma. Altre chiese 
sono dedicate a S. Filippo, a S. Carlo, a S. Massimo, ad altri 
santi, mentre gli Ebrei possiedono una bella sinagoga di stile 
moresco, ed il tempio dei Valdesi è il primo che i prote- 
stanti abbiano potuto costruire in Italia. 

I dintorni di Torino sono tra i più ameni e varii che possa 
vantare una città moderna. Ve da inerpicarsi sulla collina e 
da correr la pianura; puoi visitare chiese e santuari, giuo- 
care le bocce alla Tesoriera e a Lucento, trattenerti in qualche 
villa suburbana o spingerti tino agli ameni paeselli delle Pre- 
alpi. La Val Salice è tutta un succedersi di ville, una 
delle quali detta « della Regina » , a poca distanza, accoglie 
r Istituto delle figlie dei militari; più in alto, sulla collina, 
Cavoretto, Santa Margherita, San Vito, Sassi, Mongreno, ce- 
lebrano le loro feste, ormai un po' decadute, come lo è spe- 
cialmente quella già celeberrima di Moncalieri, la fera dèi 
subiet, alla quale una volta partecipavano nobili, ufficiali, fun- 
zionari, popolani, gente del contado, e, fiduciosi tra la folla, 
anche i re di Sardegna. A Moncalieri, una volta villa dei 
Templari, sorge un castello dei reali d'Italia dove oggi vive 
quasi santa, Maria Clotilde; nel collegio Carlo Alberto sorge 
un celebre osservatorio fondato dal P. Francesco Denza. 
Presso Torino s'innalza il monte dei Cappuccini al quale con- 
duce una piccola funicolare (292 m.) e dove sorge la stazione 
del Club Alpino Italiano, con un piccolo museo. La vista che 
di là si gode sulla città, sulla collina circostante e sulla ca- 
tena delle Alpi è già incantevole, ma splendida, come poche 
altre, è quella che si ammira dalla basilica di Superga, alla 
quale pure adduce una ferrovia funicolare. La basilica che 
racchiude i resti mortali di tanti principi è anche grandiosa 
opera architettonica del Juvara, costruita da Vittorio Amedeo, 
dopo il voto di cui Pietro Micca si rese l'esecutore, per la li- 
berazione di Torino dai Francesi. 

Dalla piazza dello Statuto, a traverso il borgo industriale 
di San Donato, si dilunga il rettilineo che conduce a Rivoli 
col suo grandioso castello. Altre escursioni amenissime si pos- 
sono intraprendere alla Sagra di S. Michele che domina la 
celebre Chiusa, e dai cui ciglioni ò fama si precipitasse sal- 
vandosi la bella Alda, per sottrarsi ad un seduttore, e nei pae- 




L'Italia. 



19 



DINTORNI DI TORINO, LANZO, VIÙ, CERES 



147 



selli di Venaria, col vasto ed importante quartiere dell'arti- 
glieria, Racconigi, Alpignano, Stupinigi: anche in quest'ul- 
tima sorge un superbo castello innalzato da Carlo Ema- 
nuele III, per riposarsi dalle cacce che si facevano una volta 
nel parco immenso dai reali di Savoia. La piccola città di 
Oarignano, con le sue belle chiese, ha dato il nome al ramo 
sabaudo che regna oggi in Italia; quella di Carmagnola ebbe 
anch'essa un forte castello dei marchesi di Saluzzo e va fa- 
mosa nel mondo per aver dato i natali al capraio che fu il 
conte di Carmagnola ed il nome alla canzone dei sanculotti 
della rivoluzione francese. Un altro castello importante sorge a 
Vinovo; anche Chieri, dietro le colline di Torino, serba l'aspetto 
d'una città medioevale, sebbene abbia saputo ammodernarsi 
e progredire. Presso Chivasso incomincia quel canale Cavour, 
che è una delle glorie della moderna Italia e una delle for- 
tune del Piemonte. San Benigno è luogo antico e deve la fon- 
dazione ad un monastero di Templari, cui fu largo di fa- 
vori specialmente Arduino d'Ivrea ; affermano sia stato sepolto 
sotto il campanile gotico della cattedrale, i cui canonici eb- 
bero già così vasto dominio di terre che si estendeva sino alla 
Corsica. A Bivarolo Canavese i Romani posero uno dei loro 
campi a difesa delle valli, e presso Lombardore vi è ora un 
importante poligono per l'artiglieria. Da San Maurizio, dove 
incomincia, si dilunga un vasto campo di manovre sino a 
Ciriò, luogo industriale importantissimo, dove si ammira una 
chiesa greco-normanna del secolo decimoterzo, restaurata a 
meraviglia. 

Il circondario di Torino tra le vette del Rocciamelone, sulle 
quali si è di recente innalzata una statua della Madonna, e le 
nivee punte della Levanna si spinge sino al crinale delle Alpi, 
e perciò gli appartengono tutti i pittoreschi villaggi delle tre 
valli della Stura: Lanzo, col suo celebre ponte del diavolo; 
Grermagnano, con una importante cartiera ; Mathi, che diede 
già nome alla valle (vallis Amategis) ; Viù, che doveva una 
volta mandare alla Corte il capo di ogni cinghiale e di ogni 
orso preso alla caccia; Usseglio, coi suoi bei laghi Ceres, de- 

1 E. Borboxese, Superga : Cibrario, Storie di Chieri; B. G. Colombo, Monca- 
iteri; Gabotto, Testona ; Mknocchio, Carmagnola ; L. Clavarino, Le valli di Lanzo; 
L. Usseglio, Lanzo; Q. Triterò, Carutti ed altri, Pinerolo ; E. Comba, 
A. B erari), Storia dei Valdesi : E. De Amicis, Alle porte d'Italia; M. D'Azeglio, 
Ge. Claretta, La Sagra di San Michele; D. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, 
Bich, Jumies, Promis, De Marchi, La valle d'Aosta, e specialmente: G. Bobba 
e Yaocarone, Guida alle Alpi occidentali, in 3 volumi, e le opere di Strafforello 
e Marinelli. 



148 



L'ITALIA 



nominato forse dagli abbondanti ciliegi selvatici, tra i quali 
sorgeva una volta anche Groscavallo, soggetto alle valanghe, 
Mezzenile, colla sua celebre grotta del monte di Calcante. 

Al tempo dei Romani e per tutto il medio evo, la gran 
via delle genti verso le Grallie seguiva il litorale del golfo di 
Genova, e i passaggi delle Alpi erano ancora relativamente 
temuti. Tuttavia allo sbocco delle valli alpine vennero sor- 
gendo numerose città. Così là dove convergono le valli dei 
Valdesi trovasi Pinerolo, nata fra i pini, in mite clima, per cui 
fu detta la Nizza del Piemonte, con le piazze ampie ed il bel 
tempio dei Valdesi ; nella sua cattedrale è dipinta la « Cacciata 
degli angeli » , che si attribuisce a Rubens, e presso la stazione 
ferroviaria sorge il vasto edificio dove si accoglie la scuola 
normale di cavalleria. Noi già sappiamo quanto gli abitanti di 
queste valli abbiano avuto a soffrire a cagione della loro fede, 
per cui furono denominati dal loro apostolo Pietro Valdo e, 
dapprima, per disprezzo Barò et, ovvero Leonisti, Sabatati, 
Umiliati, dal luogo d'origine, dagli zoccoli che portavano, 
dalla cristiana umiltà. Si distinguono per la moralità, l'indu- 
stria, la perizia nella cultura dei campi, per cui sono fra 
loro notevoli i borghi di Luserna San Giovanni, dove risie- 
devano i conti che più inferocirono contro i Valdesi, e Torre 
Pellice, col maggior tempio Valdese, nel quale si tengono le 
adunanze della Tavola e sono cattedre di teologia per quel 
culto. Tra le memorie più care vi si custodisce un anello di 
Calvino, nel quale è racchiuso un microscopico Vangelo. Altri 
borghi importanti sono Bricherasio, celebre per l'assedio del 
1594; Fenestrelle, colla fortezza e gli alti bastioni collegati 
da 3600 gradini di strada coperta e a prova di bomba; e fuor 
della valle si trovano Cavour, con la sua rocca (Cahurrum), 
masso immane di granito sul quale sorgeva la torre di Brama- 
fame, e Vigone fra le ubertose campagne. 

La valle di Susa ha una sola città importante che le dà il 
nome, e fu detta chiave d'Italia e porta della guerra. Eon- 
data forse da un re Cozio, conosciuta dai Romani col nome 
di Segusium, era un importante posto militare, e nell'arco 
che vi fu innalzato otto anni prima dell'era volgare, sono 
enumerate le quattordici città sottoposte al suo dominio, che 
erano piuttosto oscure tribù alpine. Ivi presso Oarlomagno 
girò alle spalle di Desiderio, e con l'aiuto d'un tradimento si 
impadronì della città e della strada d'Italia. Nelle sue chiese 
Susa conserva pregevoli cimelii artistici; le sue vie sono strette 
e tortuose; gli abitanti sono però scarsi a paragone d'altri 
tempi. A pochi chilometri sorge la Novalesa, la gran badìa che 



SUSA, A VIGLI AN A, BUSSOLENO, IVREA 



151 



nel nono secolo accolse sino a 500 monaci, con tante ricchezze 
da sedurre al tremendo saccheggio del 906 i Saraceni e tutti 
i banditi del Piemonte: il borgo conservò importanza sino a 
che vi convennero i diecimila muli che facevano il servizio 
del Cenisio, quando vi si accoglievano più di cinquanta osterie. 
Altri luoghi della comba di Susa sono notevoli per le indu- 
strie, come Avigliana, dove sorge la gran fabbrica di dina- 
mite, e Bussoleno con uno stabilimento metallurgico : ovvero 

N. 24. — IVREA. 



4° 35' 




4° 3S*.0vcstdiRom8 



Scala di 1 100,000 

per i vini che vi si producono, come Meano e Ohiomonte. Con- 
dove è uno dei principali mercati del Piemonte ; Oulx e Ce- 
sana sono importanti come centri di escursioni botaniche e 
presidii militari, al pari di Bardonecchia, dove convergono 
numerose valli alpine e sbocca la galleria del Erejus. 

Una piccola terra detta Oanava, posseduta nel 900 dalla 
Chiesa di Vercelli e successivamente confermatale dagli im- 
peratori di Germania, diede il suo nome al Canavese, i cui 
signori, Comes De' Canapicia, uniti ad altri confederati, guer- 
reggiarono contro il Monferrato e si costituirono poi vas- 
salli dei Savoia. Capoluogo di questa regione è Ivrea, l'antica 
Eporedia, che Roma edificò ed abbellì di templi, d'anfiteatri, 



132 



L'ITALIA 



di terme, per resistere ai Salassi, dei quali Terenzio Varrone 
vendette schiavi in un sol giorno sulla sua piazza ben 28 mila. 
La sua cattedrale era un tempio sacro ad Apollo, e in essa 
e in altre chiese si ammirano pitture di Gaudenzio Ferrari e 
forse del Perugino. Un altro tempio sacro al sole fu dedicato 
a Santa Maria; nelle viuzze, sulle piazzette, nei dintorni si 
vedono ancora case antiche con portici bassi, finestre gotiche, 




VALLE D'AOSTA — IL CASTELLO DI FENIS. 
Da una fotografia dello stabilimento Alinari di Firenze. 



avanzi di muri, d'acquedotti e d'altre opere romane. Ad Ivrea, 
che celebrò nel 1900 il suo bimillenio, si danno tutti gli anni 
celebri feste carnevalesche, in memoria dell'epoca in cui la 
città riuscì a sottrarsi al giogo dei marchesi di Monferrato. 

Sorgono nel Oanavese numerosi castelli, alcuni ammoder- 
nati come quello di Aglio, residenza dei duchi di Genova, coi 
vastissimi parchi, di Torre di Bairo, di Masino, di Rivara, di 
Montalto Dora, in gran parte diruto, come lo sono del tutto 
i castelli di Cesnola, di Oolleretto Castelnuovo ed altri pa- 
recchi. Alcuni centri sono rinomati per le industrie, come 
Ouorgnè, dove si lavora il ferro e sorge un vasto cotonificio; 



CANAVESE, VALLE D'AOSTA 



153 



Castellanionte, rinomato per le fabbriche di ceramica ; Pont 
Canavese, con cotonifici e fonderie di rame ; Caluso, con tes- 
siture e fabbrica di biciclette: i dintorni producono vini ce- 
lebrati. Anche San Martino Canavese ha un castello che 
avrebbe servito di residenza al re Arduino; a Locana ebbero 
feudo i Templari; San Giorgio Canavese ha un attivissimo 
commercio. In quasi tutti questi ed altri Comuni della valle 




VALLE D'AOSTA. — LA THUILE. 
Da una fotografia delle « Alpi illustrate » dell'editore A. Fuselli di Milano. 



si trovano avanzi di castelli medioevali, i quali dimostrano 
come essa fosse fortemente presidiata ai tempi feudali. 

3Ia più ricca di castelli è la valle d'Aosta. Uno dei meglio 
conservati è quello di Sarre, caro a Vittorio Emanuele II 
che vi faceva capo nelle sue cacci e favorite di Valsavaranche 
e di Cogne; altri castelli sorgono ad Aymaville , a Saint- 
Pierre, a Peuillet, a Montfìeuri, tutti a breve distanza da 
Aosta, e cento ancora. Si ammirano quelli di Challant e 
di Fenis, che sono stati restaurati sotto l'intelligente guida 
di Giuseppe Giacosa, il poeta di questi avanzi medioevali. 
Che se la valle d'Aosta è cara sopra tutto ai poeti e agli al- 
pinisti per risalire dalle numerose valli, che mettono in essa 
alle più eccelse vette delle Alpi, se assai numerosi vi sorgono 

L'Italia. 20 



154 



L'ITALIA 



i villaggi e le borgate, la valle non ha alcuna città notevole 
fuor di quella che le dà il nome. Anche Aosta, 

La vecchia Aosta, di cesaree mura 
Ammantellata, che nel varco alpino 
Eleva sopra i barbari manieri 

l'arco d'Augusto, 

fu antica città romana e ne serba i ricordi nel celebre arco 
d'Augusto, il più antico di quanti furono innalzati ai Cesari, 




DEGIOZ, DI VALSA VA R A NCHE . 
Da una fotografia delle «Alpi illustrate dell'editore A. Fusetti di Milano; 



nel ponte di un solo arco, nella Porta Pretoria, nell'anfiteatro 
e negli avanzi di cloache, di terme, di templi, nelle iscrizioni, 
nei vasi, nelle statue, che attestano la lunga dimora dei si- 
gnori del mondo. Anche il medio evo vi lasciò torri nume- 
rose, mentre l'età moderna vi innalzò palazzi e specialmente 
istituti di beneficenza. 

Nella cattedrale si conservano oggetti d'arte di valore ine- 
stimabile, fra cui un dittico in avorio dei più remoti, messali 
miniati e lavori di oreficeria tra i più antichi. Ohatillon, dopo 
Aosta, ò il Comune più importante della valle. Altrettanto 



VALLE D'AOSTA, CUNEO 



155 



dee dirsi di Saint- Vincent, e più ancora di Courmayeur, note- 
vole per essere diventato importante stazione termale, 

Conca in verde smeraldo, tra foschi passaggi dischiusa. 

Vuol essere finalmente notata Verres, la quale tolse il nome non 
già dal famigerato pretore romano, ma probabilmente da una 
antica vetreria che vi sorgeva a quei tempi. La valle è sbar- 
rata dal malinconico forte di Bard, dove, all'antica cinta dei 
Salassi, si sovrapposero Foppido romano, il borgo borgognone, 
la rocca feudale, la fortezza moderna, distruggendo l'una gli 
avanzi dell'altra \ 

Le valli che scendono dalle Alpi Marittime, specie quelle 
della Stura, del Gesso e della Vermenagna, mettono capo a 
Cuneo, « possente e paziente » . La città tolse il nome dall'ai. 

1 Ecco i comuni della provincia di Torino superiori a 3000 abitanti, secondo il 



censimento del 31 dicembre 1881 














, . 4,414 




7,376 










Pinerolo . 


17.492 


Bibiana 


3,293 


Piossasco 


4,198 






Pollino 


7.06S 




3,740 


Pont Canavese . . . . . 


. . 5,516 




6,530 


Ri vai olo Canavese . . . 


. . 7,26S 




7,181 




6,339 




13,005 


Rocca Canavese . . . . . 


3,201 




5,126 




3,360 




6,388 




3.207 


Chiaverano 


3,583 


San Benigno 


3,583 




12,667 


San Giorgio Canavese. 


4,008 




9,623 


Sau Maurizio Canavese . 


3,882 










Coassolo Torinese . . . . . 


t,154 




3,826 




4.206 




3,930 




3,168 




4,831 




7,055 




4,106 


Cumiana 


5,978 




249,827 




4,228 




4,967 




3,329 


Valperga 


3,503 






Venaria Reale 


6,094 


Gassino 


3,062 








10,735 




3,163 




10,091 




6,206 




6,486 


Villafranca Piemonte . 


8,231 


Luserna San Giovanni .... 


4,172 




3,249 




4,12' 7 


Vili 


3,460 




3,015 




5,022 


Moncalieri 


11,191 







156 



L'ITALIA 



tipiano che si spinge come un cuneo sul confluente della Stura 
e del Gesso. Dai viali ombrosi, aperti al posto delle fortifica- 
zioni abbattute dopo Marengo, si gode una magnifica veduta 
sulle Alpi Marittime e sul Monviso; assai importante per i 
prodotti agricoli e pastori zìi è il suo mercato ; non vi mancano 
grandiosi palazzi e portici angusti che ricordano il medio evo. I 
suoi abitanti, sebbene di acuto e pronto ingegno, hanno dato 
occasione a leggende che attribuiscono loro goffaggini incredibili. 
A poca distanza sorge Mondovì, distinta in una parte alta o 
Piazza, che è l'antica città (518 metri), ed una parte bassa, Mon- 
dovì Breo, centro del commercio e dell'industria, che accoglie la 
maggior parte della popolazione; una funicolare unisce le due 
parti della città. A pochi chilometri sorge il santuario della 
Madonna di Vico, bellissima opera architettonica, cui traggono 
tanti pellegrini ; più lungi si trovano la Certosa di Pesio, in una 
selvaggia valle tratto tratto ridente di pascoli, e la grotta di 
Bossea, nella valle della Corsalia, una delle più ampie e curiose 
del mondo illuminata ora a luce elettrica. Sulle rive del Tanaro 
sorge Alba, con la sua cattedrale del secolo XV, l'antica Alba 
Pompeia, che fu ai tempi romani una delle più grandi città 
dell'Italia settentrionale: più oltre si trova Bra, centro d'un im- 
portante commercio di vino, di bestiame e di tartufi. A mag- 
giore importanza di tutte queste assurse nel medio evo Saluzzo, 
capoluogo del marchesato che dominò su tutta quella parte 
del Piemonte, contrastando per qualche secolo il primato ai 
Savoia. Saluzzo ebbe popolazione doppia della presente e diede 
la nascita a molti uomini illustri, tra i quali Silvio Pellico, 
Carlo Denina, Giambattista Bodoni, Diodata Saluzzo. Per le 
sue industrie ha acquistato una grande importanza Savigliano, 
le cui officine sono tra le più importanti non solo d'Italia, 
ma di Europa \ 

Tra le minori città vogliono ancora esser segnalate Busca, per 
tanti secoli indipendente e devastata nel 1884 dal colera; Dro- 
nero, col suo Ponte del diavolo, il celebre canale artificiale, e 
le prospere industrie ; Possano, con un polverificio. Notevoli 
sono ancora Demonte, con le antiche fabbriche di chiodi e le 
moderne di seta e lana ; Boves, antico municipio romano e 
borgo industriosissimo; Peveragno, dove, fra le rovine di quattro 
castelli medioevali, sorge il modernissimo monumento di uno 
dei nostri eroi d'Africa, il maggiore Toselli. Limone è l'ultimo 
Comune della Vermenagna, tanto spesso soggetto ad incendi 

1 S. Maccario, Dutto, Cuneo; Mottini, Bove*; Bkrtano, Possano; Torletti, 
Savigliano; T. Canavese, C. Panna, C. Bonardi, Mondovì; (J. Mazzatinti, Alba. 



TENDA, CEVA, OR ME A, NOVARA 



159 



ed alle rovine della valanga, coi grossi pascoli dove si ali- 
mentano le pingui vacche che Plinio ammirava; e al di là 
del colle, nella valle della Roja, sorge Tenda la cui Beatrice 
inspirava a Bellini note immortali. Notevoli ancora Yinadio 
e Valdieri, con le celebri terme e le caccie care a Vittorio 
Emanuele II ; Oeva, ricca d'industrie; Ormea, dove sorse nei 
passati secoli uno dei più importanti lanifici; Revello, sulla 
rupe onde tolse il nome, presso alla celebre badìa di Staffarda, 
uno dei più celebri monumenti religiosi del medio evo 1 . 

La città più popolosa del Piemonte orientale è Novara, allo 
sbocco commerciale del Lago Maggiore, in mezzo alle fertili 
campagne, che ne fanno il più grande mercato di cereali della 
valle del Ticino. Sorge Novara nella parte superiore del dolce 
piano, 

che d-à Vercello a Marcabò dichina, 

fra l'Agogna e il Terdoppio. Sebbene antichissima, conserva 
appena qualche iscrizione romana, mentre ha saputo ammo- 
dernarsi ed abbellirsi di vie regolari, lastricate e pulite, di 



1 Ecco i comuni della provincia di Cuneo, che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, colla loro popolazione calcolata al 31 dicembre. 



Alba . . . 


. . 12,178 




. . 4,113 


Bagnolo Piemonte 


. . 6,697 


Limone Piemonte. . . . 


3,249 


Barge 


9,644 




. 17,530 


Bene Vagienna 


6,646 


Monta 


3,279 




, . 3,596 


Moretta 


3,270 


Borgo San Dal ma zzo . . 


. . 4,391 


Narzole ...... . 


. . 4,063 




10,733 


Neive 


, 3,327 




. . 14,:Ur> 




5,266 




. . 9,931 




7,995 




. . 5,309 


Peveragno . . . . . . 


7,878 


Caraglio 


. . 6,937 


Revello 


. . 5,378 


Carrti 


4,128 




. , 3,713 


Cavallermaggiore .... 




Saluzzo ' . 


. . 16,237 


Centallo 


. 4,931 




6,269 


Cervasca 


. . 3,005 




. . 5,481 






San Stefano Belbo. . . . 


3,695 






Savigliano 






. . 3,350 


Scarnafigi 


. 3,156 






Sommariva del Bosco . . 


. . 5,909 


Demonte 


. . 7,898 


Trinità 


3,464 




5,432 


Valdieri 


. 3,120 




. . 8,098 






Fossano 


, 18,060 




4,244 


Frabosa Sopruna .... 


. . 3,449 


Villafalletto ...... 


4,296 








3,463 


Govone 


. . 3,468 







160 



L'ITALIA 



portici grandiosi, di ricchi negozi, di belle ed ampie case. La 
sua cattedrale, con l'altissima cupola (95 metri), è una delle 
più belle costruite nel nostro secolo; la chiesa di San Pietro 
del Rosario sorse nel luogo dove nel 1304 fu pronunciato da 
Clemente Y l'anatema contro Fra Dolcino; in queste chiese 
si trovano pregevoli dipinti del Luino, del Procaccini e di 
Gaudenzio Ferrari. Presso Novara sorge l'ossario della Bi- 
cocca, sul sito dove il 23 marzo 1849 fu combattuta la bat- 
taglia che ribadì per altri dieci anni le catene austriache sulla 
Lombardia e condusse all'abdicazione re Carlo Alberto. L'uf- 
ficio di capoluogo della provincia è stato più volte contrastato 
a Novara da un'altra importante città poco discosta e di assai 
maggiore antichità, la ligure Vercelli. Marziale la chiama 
Aj)ollinea, per il culto che vi si prestava ad Apollo; Plinio 
ricorda una legge romana che vietava d'impiegare nelle mi- 
niere dei suoi dintorni più di 5000 operai, e doveva essere 
ben grande se, anche dopo il saccheggio di Massenzio, con- 
tava più di 70,000 abitanti. Nel medio evo era difesa da torri, 
da castelli e da una robusta cinta di mura, sulle cui rovine 
furono costruiti i viali dai quali si gode un bel panorama. 
Nel suo duomo si conserva religiosamente uno dei più antichi 
testi del Vangelo, ed altre chiese hanno pitture di Gaudenzio 
Ferrari, mentre gli ebrei numerosi più che altrove vi si rac- 
colgono in uno dei più bei tempii d'Italia. Vi sono t assai fiorenti 
tutte le industrie connesse all'agricoltura, specie quella della 
brillatura del riso ed altre parecchie \ 

La città di gran lunga più industriale non solo della pro- 
vincia, ma di tutto il Piemonte e d'Italia, computando i borghi 
che le fanno corona, è Biella, 

.... tra il monte e il verdeggiar del piano 
Lieta guardante l'ubere convalle 
Che armi, ed aratri e a L'opera fumanti 
Camini ostenta. 

Biella è infatti una delle più attive città d'Italia, rapidamente 
trasformata ai nostri tempi e divisa in due parti : il Piano, che 
si può dire la sede degli affari e il centro del movimento, ed 
il Piazzo, cui si giunge senza fatica con una piccola ferrovia 

1 A. Bianchini, C. Morbìo, Novara; C. Baggiolini, C. Dionisotti, L. Bruzza, 
Mandelli, Vercelli; L. Archinti, A. Del Pozzo, G. Mafki.i. Biella : Guida del 
santuario di V avallo ; F. Tonetti, C. Gallo, Valsesia ; il lago d'Orta di A. Ru- 
sconi, e la splendida monografia illustrata del Bielle se pubblicata in occasione del 
congresso alpino del 1828. 




L'Italia 



21 



HVFJ51TY OF 



VERCELLI, BIELLA, COSSILA 



163 



funicolare. I principali stabilimenti industriali: lanifici, coto- 
nifici, setifici, fabbriche di cappelli, di pellami, di carta, di 




\ 

COGGIOLA DA SUD. 
Dal «Biellese» pubblicato dal C. A. I. in occasione del XXX Congresso alpino. 



cera, di sapone, officine metallurgiche sorgono in riva al Cervo, 
le cui acque sono utilizzate come forza motrice sino all'ultima 
goccia. Intorno a Biella sorgono fitti fitti i borghi industriali: 
Chiavazza, Oossila, col suo ampio stabilimento idroterapico ; 



164 



L'ITALIA 



Andorno Oacciorna che fabbrica specialmente cappelli, mobili 
e casseforti; Sagliano Micca e Miagliano che ne costituiscono 
quasi il prolungamento sulle due rive del Cervo ; Pollone, 
Sordevolo, i due Occhieppo, sulle rive dell'Elvo che vi ali- 
menta i celebri cotonifìci; Oossato con le sue venti frazioni 
quasi allineate sulle due rive dello Strona; Bioglio, in una 
posizione incantevole ; Pettinengo, colle numerose industrie dei 
panni, ed i vari Comuni che hanno nome di Mosso, tutti pieni 
di lanifici e d'altre importantissime industrie. Trivero custo- 
disce nel suo 

r — — — -7— — , . ..... ™_ arci lìvìo comu- 



sorge un santuario di antica ed ignota origine, ma il più 
importante del circondario è quello di Oropa, coi vasti fabbri- 
cati del suo ospizio ed il celebre stabilimento idroterapico. 
Ancora più venerato è il Sacro Monte di Varallo con le sue 
cappelle ricche di statue ed i numerosi dipinti del suo concit- 
tadino Gaudenzio Ferrari: fu ideato da un beato pellegrino 
francescano reduce da Terra Santa, che volle vedere ripro- 
dotti quei luoghi in una terra feconda allora di celebri ar 
tisti. La città sorge più in basso, a cavaliere del Mastellone, 
serbando come poche il suo aspetto medioevale. Le valli 
superiori della Sesia, del Sermenza e del Mastellone sono care 
agli alpinisti, e ricche di pittoreschi villaggi, ma il circon- 
dario ha un solo Borgo veramente importante per le sue in- 
dustrie e i suoi mercati, quello che ha nome appunto dalla 
Sesia, sulle cui rive si eleva. Nella parte bassa della provincia 
si trovano Santhià, piccola, ma antica città che ebbe grande 
importanza sotto i Longobardi; Cigliano, Livorno piemontese, 
Cresce.il tino, Gattinara, celebrata per i suoi vini, e Trino con 




naie pergamene 
preziose, e Cre- 
valcore sorge , 
secondo la leg- 
genda, al posto 
di un antico la- 
go che una bel- 
lissima princi- 
pessa fece pro- 
sciugare per 
trarne fuori l'u- 
nico suo figlio, 
annegato. 



OSPIZIO 1>I SAN GIOVANNI. 
Dal « Bielleso » pubblicato dal C. A. I. 



Presso Cam- 
piglia 'C e r v o 



SANTHIÀ, OLEGGIO, PALLANZA, INTRA 



165 



bei palazzi, in uno dei quali tennero per più d'un secolo la 
loro residenza i marchesi di Monferrato. Anche Roinagnano 
sulla Sesia ed Oleggio sono importanti per le loro industrie, 
come Momo e Galliate per i prodotti agricoli delle loro ric- 
che campagne. 

Sulle rive del Lago Maggiore e di quello d'Orta non po- 
tevano sorgere grandi città, ma troviamo importanti centri 
industriali e luoghi di delizioso soggiorno, ai quali accrescerà 




VALLE .SUPERIORE DEL CERVO DA IN SELLE. 
Dal Biellese » pubblicato dal C. A I. in occasione del XXX Congresso alpino. 



valore la ferrovia che, per congiungere più direttamente (reno va 
al Sempione, seguirà le rive occidentali del Lago Maggiore. Pal- 
lanza, sulle rive di questo, fa detta, per il dolce clima, la Nizza 
del Lago Maggiore; da Baveno si traggono i celebri graniti 
coi quali furono innalzati tanti monumenti ; Intra, sopranno- 
minata la capitale del Yerbano, ne accoglie infatti le più ce- 
lebri industrie e Stresa, coi vicini paesi è tutta piena di ville, 
di siti amenissinii, di incantevoli vedute. Arona, in capo al 
lago, sebbene lontana dall'emissario del Ticino, con la statua 
colossale del suo San Carlo Borromeo, è il maggior centro 
dei suoi commerci; Oannobio è l'ultimo Comune italiano, non privo 
d'importanza per le industrie ed i prodotti dei boschi che lo cir- 



166 



L'ITALIA 



conciano. Sul lago d'Orta due soli centri meritano qualche 
attenzione: Oinegna, con le sue fabbriche di carta ed il suo 
attivo commercio di prodotti boschivi ed Orta, che ha essa 




ALPIGIANA DELLA VALLE DEL CERVO. 
Dal « Biellese «pubblicato dal C, A. I. in occasione del XXX Congresso alpino. 



pure un Sacro Monte, con alcune cappelle di varia e squisita 
architettura. 

La ferrovia del Sempione accrescerà importanza ad una delle 
più povere valli italiane: quella dell'Ossola o della Toce, la 
quale, ad onta delle infinite e varie bellezze naturali, vede 
così gran numero dei suoi tìgli emigrare in cerca di lavoro in 
Svizzera e in Erancia. Domodossola, antica città dei Leponzii, 
li a vie anguste e tortuose, che si fanno ampie e belle nella 



DOMODOSSOLA, ALESSANDRIA 



167 



parte moderna certo destinata ad un notevole ingrandimento. 
Varzo domina la valle di Vedrò e le sue belle cave di quarzo, 
come Orodo quella di Antigorio. Macugnaga è gran centro di 
escursioni alpine, ma è già appena un piccolo Comune di 
questa valle che ne racchiude parecchi fra i più piccoli d'I- 
talia \ 

Una grande città doveva sorgere necessariamente fra il Ta- 
naro e la Borni ida, in quella pianura dove sono state com- 
battute tante battaglie. I quattro punti estremi dell'Italia su- 
periore occidentale, Susa, Magenta, Arona e Genova, con- 
vergono ad Alessandria, la quale, mentre da un lato collegasi 
a Torino, dall'altro stendesi, per mezzo di ferrovie, per Tor- 
tona e Voghera, verso l'Italia centrale, e con minori tronchi 
irradia verso tutti i centri principali del Piemonte e della 
Lombardia 2 . Le alture con cui si prolungano gii ultimi con- 
trafforti delle Alpi Marittime e dell'Appennino Ligure, con 
le lunghe valli parallele, oppongono una serie di ostacoli non 
girabili al nemico che fosse penetrato dai passi di Altare e 



1 Ecco i cornimi della provincia di Novara che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti colla loro popolazione al 31 dicembre : 





4,474 




. 3,843 




4,236 




. 5,010 




. . 4,525 




6,035 




. 3,804 




6,203 




14,844 




. 3,790 




, 3,723 




. 4,209 




9 553 




. 32,782 




4,126 








3,427 




4,129 








3,205 




3,674 




3,407 




3,541 




. 3,292 








4,488 


Castelletto sopra Ticino . 


. . 4,992 


San Germano Vercellese . . 


. 4,870 




. . 5,519 








3,226 








6,604 




3,503 
















10,923 




. . 3,295 




. 4,923 




. 6,922 




. 3,569 




3,643 




. 3,347 


Fontanetto d'Agogna . . 


. . 3,418 




. 3,188 




8,007 




. 29,244 


2 A. Valle, Gasparolo, 


P. ClVALIERI, 


Borromeo, Alessandria ; G. A. 


Bota zzi. 


G. Carnevale, Tortona; 


V. De Conti, 


P. Isnardi, Casale: Avezzari, 


BlORGI, 



Acqui. 



168 



L'ITALIA 



di C arcare, ed Alessandria, alla confluenza di tutte quelle valli, 
può opporre una solida resistenza al nemico che dovrebbe pro- 
cedere per la valle del Po. Eondata, secondo l'opinione co- 
mune, dai collegati della lega lombarda nel 1168, o forse prima, 
fu detta della Paglia a cagione dei tetti che coprivano le sue 
case e dal nome del papa che era l'anima della lega. Le sue 
fortificazioni sono in gran parte opera del primo Impero che 
vi spese 36 milioni. Ha vie rettilinee, bellissime piazze, tra 
le quali una grandissima nel centro della città, e chiese di 
gran pregio per l'architettura ed i sacri cimelii che vi si rac- 
colgono. Anche la vicina Valenza, che da un altipiano domina 
le rive del Po e le campagne della Lomellina, era città for- 
tificata e rimane pur sempre punto strategico di grande im- 
portanza. Oastellazzo Bormida, che fin dal principio dell'era 
moderna si chiamava Gamondio, si considera come la culla 
di Alessandria ed importanti centri agricoli sono, al pari di 
questo, Eelizzano, Quargnento, San Salvatore Monferrato. 

Antichissima città è anche Tortona, che ebbe una colonia 
romana al tempo dei Gracchi, ma saccheggiata e distrutta pa- 
recchie volte, nulla conserva degli antichi monumenti, come 
furono distrutti i baluardi onde era un tempo sicura e su- 
perba. Vi si ammirano tuttavia un pregevolissimo sarcofago 
cristiano del IV secolo, una casa gotica e le rovine di un ca- 
stello militare ; vi si dissotterrarono quantità prodigiose di 
scolture marmoree, di urne, di lucerne mortuarie, di medaglie 
e monete, di idoletti e di altri ricordi dei tempi romani e na- 
zareni. Industriosissimi borghi sono Oastelnovo Scrivia e Sale, 
in ferace ed amena pianura, nella quale si producono vini e 
cereali, e si alleva in gran quantità il baco da seta. 

Novi non è ligure soltanto di nome, ma di storia e un po' 
anche di cuore, se ancora vi si parla un dialetto piuttosto ge- 
novese e sulle sue colline, e su su sino ai gioghi, villeggiano 
di preferenza i ricchi della Superba. Ivi presso fa combattuta 
il 15 agosto 1799 la grande battaglia in cui parvero tramon- 
tare le sorti dei Francesi, ristabilite poco appresso con la ful- 
minea vittoria di Marengo. Anche Novi possiede importanti 
industrie, ville amenissime e colli ricoperti di vigneti. Nel re- 
cinto della città sorge ancora l'antica torre che formava il 
nucleo delle sue fortificazioni. Gavi è cinta ancora dalle sue, 
antiche mura e il suo castello è diventato un penitenziario 
mentre ancora si conservano quelli di Tagliolo e di Silvano 
<VOrba. Anche Ovada è celebre insieme per i suoi vini e pel- 
le sue industrie cresciute d'importanza dopo la costruzione della 
ferrovia tra Acqui e Genova. 



ACQUI, NIZZA M., ASTI, CASALE 



169 



Noi conosciamo le terme di Acqui, dove convengono così 
numerosi i malati, anche da lontani paesi per curare special- 
mente malattie traumatiche, reumatiche, erpetiche, nervose; 
la città fu già capitale dell'alto Monferrato, ed ha oltre le Terme, 
avanzi di monumenti romani, palazzi bellissimi e industrie im- 
portanti. Nizza Monferrato, altrimenti detta della Paglia, è pur 
essa città industriosa, con belle chiese ed abitanti espertissimi 
nella trattura della seta che di là si recarono ad insegnare in 
Lombardia, nel Piemonte e nel Napoletano. Anche in questo 
circondario, accanto alla vita fervida dei moderni opifìci, dor- 
mono rovine di antichi castelli, come quelli di Ponti, di Car- 
tosio, di Oassinelle, di Visone, e le campagne tutte intorno 
ed i colli producono ottimi vini. 

Più celebrati per i loro vini sono però i colli dell'Astigiano, 
dove Asti, Oanelli, Castell'Alfero, Valfenera, sono nomi insieme 
di comuni e di tipi conosciuti. Asti, sul cui suolo venne forse 
piantata l'asta di Pompeo, diventò importante negli ultimi 
tempi dell'impero romano e sotto i Longobardi, ma dovette 
avere grande importanza anche nel medioevo, se dopo guerre, 
incendi ed il generoso tributo pagato alle crociate, la pestilenza 
del 1099 vi mietè 28,000 abitanti. La sua cattedrale di stile 
gotico, e la sua piazza denominata da uno dei suoi più grandi 
cittadini, Vittorio Alfieri, sono fra le più belle del Piemonte. 
Albugnano, sulla più alta collina dell'Astigiano, accolse una 
antica abbazia che si vuol fondata da Oarlomagno e fu per 
secoli dei benedettini. Oostigliole d'Asti ha un bellissimo ca- 
stello, fra parchi e giardini, ristampato nell'originale stile go- 
tico. San Damiano d'Asti e Mombercelli sono ricchi di fiorenti 
industrie e Villano va d'Asti è uno dei più importanti centri 
agricoli del Piemonte. 

Casale andò presto distinta tra altri nove o dieci comuni 
italiani di ugual nome, quando diventò la capitale del Mon- 
ferrato. Eu allora una delle città più forti d'Europa ed i Gon- 
zaga l'abbellirono di palazzi e di giardini ; sostenne numerosi 
assedi, durante i quali fu più volte presa e devastata e nel 1849 
seppe resistere valorosamente agli Austriaci. Ha belle chiese, 
tra le quali la cattedrale con codici preziosi, e numerosi palazzi ; 
annovera altresì numerose ed importanti industrie e tra esse 
quella specialissima dei cementi. Sulle sue piazze sorgono 
monumenti a Carlo Alberto in veste di romano ed ai più 
illustri figli della città, Eilippo Mellana, Giovanni Lanza, Luigi 
Canina, Urbano Kattazzi. Moncalvo, florido mercato agricolo, 
ha pure svariate industrie, al pari di Villanova Monferrato, 
mentre Vignale ed altri paesi producono ottimi vini. A Graz- 

V Italia. 22 



170 



L'ITALIA 



zana è la tomba di Aleramo, il capostipite dei marchesi di 
Monferrato ; Camino ha un bel castello ora degli Scarampi, ed 
altri si ammirano a Erassinello, e a San Giorgio Monferrato, 
a Castelletto Merli, mentre Ozzano fabbrica calci idrauliche 
e cementi, e Villadeati ha industrie svariate e una efficace 
sorgente d'acqua solforosa 1 . 



1 Ecco i comuni della provincia di Alessandria die avevano più di 3000 abitanti 
al censimento del 31 dicembre 1881, colla x>opolazione calcolata : 



Acqui 


. . 11,193 




. 3,811 




3,111 


Moncalvo 


4,442 


Alessandria . . ... 


. . 62,600 


Montegrosso d'Asti .... 


, 3,241 




. 33,518 




3,745 




. . 3,375 


Nizza di Monferrato .... 


. 6,702 




, . 3,647 




13,428 








. 8,293 




3,354 




3,000 








. 3,134 




, 28,711 




3,957 


Capriata d'Orba .... 


3,175 


Pozzolo Formigaro .... 


, 3,723 




, 3,508 




. 3,141 


Castagnole delle Lanze . . 


. . 4,390 




. 3,207 


Castellazzo Bormida . . . 


. . 6,501 


Rocchetta Tanaro 


. 3,384 


Castello d'Annone . . . 


. . 3,060 


Rosignano Monferrato . . . 


. 3,408 


Castelnovo d'Asti. . . . 


3,772 




6,338 




. 7,418 




. 8,505 


Costigliole d'Asti .... 


7 089 


San Salvatore Monferrato . . 


. 7,440 




3,021 




. 3,254 


Fubiue 


3,679 




. 4,005 




. . 6,838 


Spigno Monferrato .... 


. 3,435 




. 3,118 




. 3,010 


Lu 


. . 4,271 




. 14,317 




. . 3,312 




10,149 


Mirabello Monferrato . . 


. . 3,299 








3,002 




. 3,697 


Mombello Monferrato . . 


. . 3,235 


Villanova Monferrato . . . 


. 3,416 



CAPITOLO III. 
Le Alpi, i laghi, la pianura lombarda. 



IL C ANTON TICINO E IL TRENTINO OCCIDENTALE. 



Tra le Alpi Retiche, i tre maggiori laghi d'Italia ed il 
corso del Po si estende la pianura lombarda, regione interna, 
quasi tutta lontana più di cento chilometri dal mare. La sua 
figura era abbastanza rotonda prima del 1859, ma si è alte- 
rata con l'aggiunta della Lomellina e dell'Oltrepò pavese, che 
dal 1849 erano restati al Piemonte e del Mantovano che ri- 
mase sino al 1866 tra le grinte dell'aquila austriaca. Non è 
quindi meraviglia se cotesta regione si estende per più di due 
gradi di latitudine, dal monte di Buffalora e dal passo dello 
Spluga al monte Collere nell'Apennino ligure, e s'adagia su 
tre precisi di latitudine, dai campi di Palestro a Ficarolo, oc- 
cupando ivi presso anche un tratto dall'Oltrepò emiliano. Quello 
spazio di 24,317 chilometri, sul quale si estende, raccoglie va- 
rietà grandissime di natura e di cielo, di fenomeni morfolo- 
gici e climatici, la regione incantevole dei laghi, la deliziosa 
zona delle colline brianzole, la pianura irrigata da un mera- 
viglioso sistema idrografico naturale ed artificiale, i potenti 
ghiacciai delle Alpi, le verdi ondulazioni delle colline more- 
niche, le campagne pianeggianti, le onde spesso torbide del 
Po. Il Oanton Ticino, che costituisce la valle superiore del 
fiume onde ha il nome, le valli di Poschiavo e Bregaglia che 
versano le loro acque ai fiumi lombardi, e il Trentino occi- 
dentale sino al corso dell'Adige completano la figura di questa 
regione entro ai confini che le ha dati la natura. 

Le Alpi Retiche, che dividono la Lombardia dalle valli del- 
Plnn e del Reno, le cui acque volgono a più lontani mari, 
sono un ammasso di roccie serpentinose e granitiche, le quali 
emersero squarciando e sollevando con ripetute eruzioni il 



172 



L'ITALIA 



fondo dell'Oceano primevo. Gli antichi sedimenti del mare, 
parte si inabissarono e confusero in quelle voragini roventi, ag- 
giungendo mole a mole; parte riarsi e trasformati, serbando 
traccie delle antiche stratificazioni, coprirono i fianchi e i dorsi 
delle emersioni consolidate. Il torbido mare accumulò succes- 
sivamente altri depositi, che si collocarono in giacitura oriz- 
zontale presso ai sedimenti anteriori già sollevati e contorti, 
e come progrediva l'opera delle emersioni, si manifestavano 
le diverse inclinazioni, e nelle masse così deposte dominava, 
secondo la successiva natura delle acque, ora la sostanza silicea, 
ora l'argillosa cementata di poca calce, ora la calcare. Così i 
serpentini verdastri e nereggianti composero, insieme ai gra- 
niti silicei, la catena delle Alpi Retiche, le roccie trasformate 
e le arenarie rosse, rivestite alle falde di ardesia, formarono, 
a guisa d'alto antemurale, la catena delle Orobie nelle cui pro- 
paggini meridionali i sedimenti calcari costituirono un altro 
ordine di monti, d'altezza poco meno che alpina. Una succes- 
siva serie di monti sotterranei produsse quella interrotta zona 
di emersioni pirosseniche e porfiriche, che sospinsero a minore 
altezza le masse delle stratificazioni, tra le quali si aprirono 
il varco. Infine, nel corso dei secoli, le acque travolsero al 
piano i frammenti delle diverse roccie; a poco a poco si colmò 
il golfo che aveva deposto lo strato cretaceo, e che in mar- 
gine a quello accumulava i vari conglomerati, le argille e 
le marne subappennine. Le acque si ritrassero dall'altipiano, 
e lungo la via degli ultimi loro soggiorni, il tardo osservatore 
raccolse scheletri di balene di quegli antichi mari ed ossami 
degli elefanti che si abbeveravano alle litoranee maremme \ 
Le Alpi a levante del Sem pione sono state chiamate Le 
pontine e Retiche, dai nomi dei popoli che primi abitarono 
le vallate nelle età sino alle quali lo storico può spingere il 
suo sguardo. Sono assai più complicate delle occidentali, im- 
perocché, oltre ad una zona principale, sulla quale si allineano 
le vette maggiori, abbiamo due altre zone, di formazione più 
recente. Per non parlare di quella che giace a nord della gran 
catena, questa ò divisa a sud dalle Alpi che furono dette cal- 
cari meridionali da una linea che rasentando i vertici dei la- 
ghi Maggiore e di Como, risale il corso dell'Adda, traversa 
lo Stelvio e per la valle dell'Adige scende a Bolzano. La li- 
nea principale delle vette Lepontine è compresa fra i passi del 
Sempione e del San Bernardino, e sebbene abbia vette meno 

1 C. Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lombardia, nelle Opere, voi. IV; 
pag. 187, 188. 



ALPI LOMBARDE 



173 



elevate e assai minori ghiacciai delle Perniine, costituisce uno 
dei nodi idrografici più importanti d'Europa, imperocché ne 
discendono non solo la Toce, il Ticino e l'Adige, con gli af- 
fluenti loro, ma il Rodano, il Reno, la Reuss, sì che le sue 




LA STRADA DEL SEMPIONE PRESSO LE GOLE DI GONDO. 



acque, le sole delle Alpi, mettono capo ai quattro opposti mari 
d'Europa. 

Oltre il Sem pione, le Alpi si elevano rapidamente per for- 
mare il Monte Leone, che insieme al passo del Boccareccio, 
alla bocchetta d'Arbola ed alle omonime vette, sino al passo 
di Gries, segna anche il confine politico del regno. Ma poi 
il displuvio alpino entra in pieno territorio svizzero, calando 



174 



L'ITALIA 



al passo della Novena, dove nasce il Ticino, per rialzarsi dal 
pizzo di Peseiora al Rotondo, e scendere ai noti valichi del 
Gottardo, del Lucomagno, del San Bernardino. Da questo ver- 
sante delle Alpi lepontine si staccano i numerosi contrafforti 
che elevano non poche vette sopra i 3000 metri tra le valli 
del Ticino e della Toce. La più occidentale delle cime nevose 
del Basodino (3276 ni.) scende alla Corona di Groppo, presso 
l'omonimo passo, al Pizzo della Pioda di Orana ed alla bella 
vetta dentata della Zeda, che domina il Pian Cavallone e 
più basso Intra e il lago Maggiore. Il gruppo orientale co- 
mincia con la Cima Cristallina, ma si innalza sopra i 3000 
metri col Pizzo maggiore di Campo Tencia, ed anche tra Lo- 
camo e Bellinzona mantiene uno sprone di 2410 m. alla punta 
di Vogorno \ Le prealpi di questa catena hanno vette e passi 
importanti come quello del Monte Ceneri, che la ferrovia del 
Gottardo attraversa con una galleria di 1673 m. (a 438-475 
metri), ed il monte Generoso presso Lugano (1695 m.) su cui 
sorge un albergo sontuoso, al quale oltre la ferrovia dentata, 
adducono strade e sentieri da ogni parte. 

In sui confini delle Lepontine e delle Retiche si aprono più 
numerosi valichi, i quali si comprende come siansi a lungo 
disputato l'onore di accogliere la ferrovia delle Alpi elvetiche, 
che gli Svizzeri ebbero l'abilità di far passare tutta sul terri- 
torio loro. Dopo il Gottardo, troviamo il Lucomagno ed il 
San Bernardino, che alcuni mettono nelle Leponzie, altri 
nelle Retiche, e più oltre lo Spluga (2117 m ), un agevole passo 
che da Chiavenna, per le valli della Mera e di San Giacomo, 
raggiunge sull'opposto versante quella di Schams e di Thusis, 
I Romani, che già sapevano questi passi liberi dalle nevi quasi 
metà dell'anno, li frequentarono forse tutti quattro, come più 
tardi i barbari invasori ed i pellegrini, sebbene ancora nel 1799 
il generale Suvarof durasse fra le nevi del Gottardo, coi suoi 
Russi, difficoltà memorabili. Più specialmente note erano le 
due strade romane, che per vai Mesolcina (San Bernardino) 
congiungeva Bilitio a Curia, e per lo Spluga, il Guncus auretis, 



1 Le vette principali dello Alpi Leponti 

Monte Leone 3,554 

Blinnenhorn „ . 3.371 

P. di Terraròssa ...... 3,247 

P. d'Arbola (Ófenliorn) .... 3,237 

P. di Peseiora 3,123 

P. Rotondo ........ 3,197 

Pi Maggiore di Campo Tencia. . 3,075 

Basodino (Basaldiner Horn) . . 3,276 



le sono le seguenti : 

Griesliorn 2,966 

P. Cristallina 2,910 

Corona di Groppo 2,793 

Pioda di Ciana 2,431 

Pizzo Vogorno 2,440 

P. della Lanrasca 2,188 

Zeda . . . . . 2,157 



PASSI DELLE ALPI, ALPI RET1CHE 



175 



adduce va a Brigantia, sul lago di Costanza. Dal 1826 sul Got- 
tardo, e successivamente sullo Spluga, sul San Bernardino, 
sul Lucomagno sono state costruite strade corrozzabili, tra le 
più pittoresche del mondo, percorse nei mesi estivi da diligenze, 
vetture, automobili in ambo i sensi. 

Il nome delle Alpi Retiche è derivato da quell'antico po- 
polo dei Reti, che vi si era così fortemente stabilito da resi- 




PASSO DELLO SPLUGA. 



stere ai Romani sino presso all'era volgare. Ma appunto colà 
il seme romano si sostituì loro con tale una potenza, da co- 
stituirvi ancora oggidì quelle popolazioni latine o romanze, 
che si distinguono del pari dalle tedesche e dalle italiane, tra 
le quali seppero conservare il loro dialetto e gli originali co- 
stumi. Dal San Bernardino le Alpi Retiche si protendono sino 
ai passi della Rescia e dell' Arlberg, comprendendo vari plessi o 
massicci abbastanza distinti. Quattro di essi si succedono sulla 
riva sinistra deli'Inn, per mandare le acque loro principalmente 



176 L'ITALIA 

alla Germania, e sono quelli del Plessur, del Reticone, del Eer- 
val e dell' Albula-Silvretta; il primo non ha però alcuna vetta su- 
periore a 3000 metri; il Reticone eleva il Gros Litzner a 3124; 
il Ferval, la vai del Ferro degli Italiani, ha pure qualche vetta 
superiore a 3000 metri, ed i due gruppi dell' Albula e della Sil- 
vretta accostano con le principali i 3500. Gli altri gruppi non 
appartengono propriamente più al versante italiano, ma vi 
spingono dentro numerose e vaste propaggini, che costituiscono 
quasi sistemi distinti \ 

Il gruppo del Tambò, che si eleva col suo maggiore pizzo 
a 3275 m. fra i passi del San Bernardino e dello Spluga, 
spinge verso mezzogiorno la lunga catena Mesolcina, alla quale 
fanno capo tutte le montagne luganesi, sorgenti fra i laghi. 
Dopo essersi mantenuta in sui 3000 m. fino al Pizzo Quadro, 
che domina Madesimo, essa s'adima al Pizzaccio, al Campa- 
nile, ed a meno di 2000, al passo San Gorio, per cui da Gra- 
vedona si va a Bellinzona. Era il lago di Lugano e quello di 
Como qualche pizzo supera cotesta altezza, come il Menone 
(2244 m.); ma oltre la depressione della Grandola, dove passa 
a 378 metri la ferrovia economica tra i due laghi, non si 
trovano più che il Orocione, il Generoso, e qualche altro splen- 
dido osservatorio dominante i laghi ed il piano lombardo, 
come il monte San Primo, tra le due punte del lago stesso 
di Como, il San Salvatore su quello di Lugano dalle cui rive 
vi sale una ferrovia a dentiera. Anche ai due lati della de- 
pressione per cui la Tresa reca al Verbano le acque del Oeresio 
si elevano montagne importanti, che da un lato raggiungono 
col Oamoghè i 2226 metri, mentre sulla Yaltravaglia poche 
superano i 1200, come il Monte Nudo (1230, secondo altri 



1 I passi principali, oltre alla fero 
galleria, sopra Airolo, a 1179 ra. e ne 

■<i) Carrozzabili : San Gottardo . . , 

Spluga 

Furka ....... 

San Bernardino . . 

Lucomagno . 
b) Mulattiere : Arbola 

Gries 

Buffai ora 

Nufenen 

San Giacomo . . . 
,<: ) Sentieri princ: Boccareceio . . . . 

Narrot 

Dell'Uomo . . . . 

Baldi se io 



ia del Gottardo, clie entra nella maggior 
ìcq sopra Andermatt, a 1100, sono i seguenti : 

m. 2,114 da Airolo a Gòscheuen 
» 2,117 da Spluga a Chiavenna 
» 2,436 da Obergestelen a Hospenthal 
» 2,063 da Hinterrhein a Mesoceo 
» 1,917 da A'al di BJegno a vai di Mudel 
» 2,411 da Viescti a Iselle 
» 2,456 da Obergestelen a Formazza 
» 2,008 da Val Calanca a Mesoeeo 
i) 2,440 da Obergestelen ad Airolo 
2,308 da Form azza ad Airolo 
2,762 da Viesch a Iselle 
2,326 da Locamo ad Airolo 
2,212 da Dissentis ad Airolo 
2,858 da Campodòlcino a Mesoeeo 




L'Italia. 



23 



179 



ALPI KETICHE, BERNINA 



solo 1109) e il Campo dei Mori. E più digradano nelle col- 
line del Varesotto e della Brianza, dove non pochi villaggi 
amenissimi salgono sui dorsi delle colline di tre o quattrocento 




PIZ BERNINA DAL PIZZ NAIE E PIZZ EOSEG. 
Da una fotografia delle «Alpi illustrate» dell'editore A. Fusetti di Milano. 

metri, e tra essi si annidano laghi incantevoli, innalzandosi 
appena a 553 metri la cima terziaria di Montorfano ed a 883 
la Madonna di Varese 



1 Le vette principali di questi gruppi delle Retiche sono le seguenti: 





3422 


ra 


Campo dei Fiori .... 


2226 


IL 


Tambò 


, 3275 




' M. Generoso 


1695 






. 3210 


» 


Crocione 


. 1661 


> 


P. Stella o Stelo . . . . 


. 31(52 


> 


San Primo 


1684 




Bianco Horn (V. del Ferro) 


. 3153 


» 




, 1255 




Gross Litzner ( Reticon) . . 


. 3129 




S. Salvatore 


909 




Pizzo Quadro 


. 3013 




Madonna di Varese . . . 


. 880 


» 




. 2985 




Mi Ceneri 


475 




Pizzaccio 


. 2589 




Olgiate (villaggio) .... 


407 




P. Martello 


. 2457 










P. di Gino (Menone, . . . 


. 2244 




Grandola (passo) .... 


47S 






. 2226 






239 




ed i valichi più importanti 


sono : 










a) Carrozzabili: Spluga . 


. . in. 


2117 da Chiaveuna a Thusis 







b) Mulattiere: Settimo (Septimer) » 2311 da Val Bregaglia a Val d'Oberhalbstein 

ed altri che si trovano sulle Alpi svizzere e tirolesi- 



180 



L'ITALIA 



Dal gruppo di Tanibo, lo spartiacque segna il confine po- 
litico sino allo Spluga, elevandosi con parecchie vette oltre i 
3000 metri, per raggiungere il gruppo del Bernina, dove quella 
altezza diventa la linea media di vetta, e la maggiore raggiunge 
4052 metri. Intorno al Pizzo Bernina sorgono ancora imponenti 
ghiacciai, specchianti i bianchi profili nei numerosi laghetti. 



X. 25. — BERNINA. 





2*35' 


46° 

25' 


„ ,;/('" =~ - iWlMy: P !° Cresta Aq^z4'„:r^&S' ;. 

f/À ^TremS^a / , -, ' V ^' '^PM 
«^^V^ce»,^ " £ 1 • ^ >7É 


46° 
"25' 




2°W Ovest di Roma 



0 1 2 3 t 5 6 



Altre cime gigantesche, il Morterasch, il monte della Disgrazia, 
il Piz Zupò, il bicorne Boseg, il Palù, ed altri parecchi, tra 
i quali i passi del Bernina e del Maloja, offrono accessi d'uno in 
altro versante e ricoveri agli alpinisti che solo negli ultimi anni, 
e dopo tentativi e disastri memorabili, superarono le vette più 
ardue del bellissimo gruppo. I ghiacciai generalmente scemano, 
salvo uno che la leggenda vuole accresciuto e disceso sui 
luoghi che si dicono Isola Persa e Monte Perso, dove erano 
una volta pascoli fiorenti. Certo Araseli, un pastore, per spo- 



BERNINA, UMBRAIL, LIVIGNO 



181 



sare una ragazza di Pontresina s'era fatto soldato, ma come 
tornò capitano la trovò morta, e morì di crepacuore. Al piede 
del ghiacciaio ch'ebbe nome da lui stavano Alpi fiorenti, dove 
T anima della bella vagava a rendere le vacche feconde, il latte 
copioso e buono. Un incanto ne la scacciò e subito una spa- 
ventevole tempesta scoppiò sull'alpe, sradicò i boschi e la va- 
langa coprì di sassi e di ghiaccio i pascoli meravigliosi. La 




L'ASSO DELLO STELVIO. 



salita del Bernina, del Disgrazia e di qualche altra vetta sono 
assai ardue, ma si compiono più volte nell'anno dal rifugio 
denominato da Damiano Marinelli, e da quelli di Cecilia e di 
Corna Rossa. 

Il massiccio dell' Umbrail, denominato da un pizzo che non 
è nè centrale, nè il più elevato, è diviso in due parti dal passo 
di Praele, poco inferiore a 2000 metri, presso le sorgenti del- 
l'Adda. Ad occidente sorgono le Alpi di Livigno, una valle dove 
corre per 25 chilometri lo Spòl, affluente dell'Inn e che perciò 
non è geograficamente italiana, sebbene di lingua e di cuore 



182 



L'ITALIA 



italiani i 900 abitanti che da essa rimirano gli alti monti so- 
prastanti della catena centrale, il Corno di Ganzo, il Pizzo di 
Dosdè, il Filone, il Foscagno, superati tutti dalla Cima di 
Piazzi (3430 in.). Ad oriente, al Piz Umbrail sovrastano il 
Seesvenna e il Liscianna, che mandano una giogaia a formare 
il versante dell'inferiore Engadina, un'altra al passo dello 
Stelvio, sul quale dominano le facili vette di Bormio e del 
Braulio, osservatori incantevoli delle Alpi valtellinesi 1 . Ma le 
stesse Alpi Retiche sono come divise in due parti dalla gran 
strada dello Stelvio (Stilfserjoch, 2756 in.), costruita dall'Au- 
stria tra il 1820 ed il 1824, ma solo per tener più facilmente 
soggetta la Lombardia. Con 38 meandri sul versante italiano e 
46 su quello del Tirolo, la strada supera con miti pendenze il 
punto piti elevato sino al quale giunga in Europa una strada 
carrozzabile e le case cantoniere, i ponti, gli argini, i parapetti, 
le gallerie ne formano una delle più meravigliose opere del 
mondo 2 . 

Era lo Stelvio e gli inferiori valichi del Tonale, dell'Aprica 
e di Rabbi, torreggia il gruppo dell' Ortler, con la sua vetta prin- 
cipale che si eleva a 3902 metri, vera cima regale all'estremità 
settentrionale del massiccio, dietro la quale formano come una 



1 Le vette principali dei massicci del Bernina e dell' Umbrail sono le seguenti : 





4052 


m. 












Pis Languarrì. . . . 


. . . 3262 » 


P. Palù 


, 3915 












» 




. . . 3103 * 


M. della Disgrazia . . . 


. . 3676 


» 




. . . 3032 » 


M. Corvatsch 


. 3458 




M. Braulio .... 


. . . 2980 » 




. 3462 


» 


M. Forcolo .... 


. . . 2893 * 


C. di Piazzi 


. 3439 


» 




. . . 2841 » 




, 3391 


» 


M. Masuccio .... 


. . . 3816 » 


M. Badile 


3307 






. . . 1225 » 



2 Ecco i valichi principali delle alpi del Bernina e dell' Umbrail: 

a) Carrozzabili: Stelvio (Stilfserjoch) m. 27(i3 Bormio — Tirolo 

Bernina » 2334 Pontresina — Poschiavo 

Livigno » 2338 Poschiavo — Zernetz 

Maloja » 1811 Casaccia — Silva plana 

b) Mulattiere : Wormser Joch o di 

Sullaria ..... 2482 Stelvio — Tauffers 

Foscagno .... » 2291 Bormio — Livigno 

c) Sentieri princ: Muretto » 2616 Chiesa — Maloggia 

Val Viol i . » 246'J Bormio — Poschiavo 

Madesimo .... » 2281 Madesimo — Andeer 

Duana » 2800 (?) Vico Soprano — Canicul 

Zocca » 2743 Vico Soprano — San Martino 

Cauciano .... » 2553 Chiesa — Poschiavo 



ORTLEE, CEVEDALE 



183 



nivea coorte la Konigspitze, il Payerjoch, lo Zebrù, l'Hochjoch, 
il Thurwieser, ed altre dieci cime superiori ai 3500 metri. A 
mezzodì della Konigspitze si deprimono, di appena cinque o 




l'ortler, là konigspitze e la suldenspitze. 

Da una fotografia delle «Alpi illustrate» dell'editore A. Fusetti di Milano. 



seicento metri, i passi di Cevedale e del Eorno, dopo i quali 
numerose altre cime, coperte di nevi e di ghiacciai \ superano 



1 Le vette principali del gruppo dell'Orile!' sono le seguenti: 





. . . 3902 ni. 


M. Confinale. . . . 


. . 3370 


ra 


Konigspitze .... 


. . . 3857 » 


Cima del Forno. . . 


. . 3230-45 




Cevedale 


. . . 3778 » 


M. Gavia 


. . 3223 




Zufallspitz 


. . . 3764 * 


Payer Hiitte .... 


. . 3020 






. . . 3741 » 


Capanna Milano . . 


. . 2877 




Pizzo Tresero (P. Alto) 


. . . 3602 » 


Sorgenti delFOglio . 


. . 2621 




Palon della Mare . . 


. . . 3596 » 


Capanna Cedeli . . . 


. . 2508 








Santa Caterina . . . 


. . 1746 








Trafoi 


. . 1548 




Corno dei Tre Signori 


. . . 3359 » 








tra le quali si aprono i 


seguenti valichi 


principali : 







a) Carrozzabili : Tonale .... m. 1884 fucine — Ponte di Legno 



Aprica .... » 1181 Edolo — Sondrio 

b) Mulattiere : Gavia .... 2652 Santa Caterina — Ponte di Legno 

c) Pedoni : Cevedale ...» 271 Id. — Latsch 

Zebrù (Hoclijoeh) » 3025 Id. —Trafoi 



184 



L'ITALIA 



i 3500 metri, tra le più care agli alpinisti per le difficoltà 
dei loro dirupi, i vasti ghiacciai, le bellezze infinite, il Ceve- 
dale, il Palon della Mare, il Pizzo Tresero, dominante i ghiac- 



X. 26. — MONTE CEVEDALE. 




Sc<s/j j<3 /j/oo.oao 

0 1 2^ 5 ^ 5 ó 



ciai e le rocce ardue di Santa Caterina in vai Furva, il Corno 
dei Tre Signori, la Punta Venezia. 

Altri massicci si connettono ai precedenti ed alla gran massa 
delle Alpi Iletiche. E prime le Alpi dellAnaunia, impor- 



ALPI D'ANAUNIA, OROBIE, CAMONIE 



185 



tanti non per l'altezza, chè nessuna vetta supera i 2800 in., 
ma per ciò che lunghesso il filone di questa catena corre il 
confine etnico e linguistico fra il Tirolo e il Trentino. Non 
hanno ghiacciai, ed anche sino alle vette maggiori del Kar, 
del Roen, e del Lue si dilungano i boschi ed i pascoli verdi, 
mentre appena a 1360 metri si adima il passo della Mendola, 
traverso il quale l'Austria ha costruita una magnifica strada 
per sedurre a Bolzano l'Anaunia, tratta dal corso delle sue 
acque e più dai palpiti del cuore a Trento materna. Oltre ai 
passi dell' Aprica e del Tonale sorgono i gruppi delle Orobie 
e delle Camonie, ricchi etrambi di incomparabili bellezze. Le 
Orobie porgono infatti le cime di San Primo, di San De- 
fendente, del Monte Baro, del Resegone, dell' Albenga, quelle 
più eccelse del Legnone, della Presolana, della Grigna, del 
Pizzo del Diavolo ed altri, che torreggiano superbi di nevi 
eterne fra la Valtellina profonda e le verdi valli bergamasche. 
Ivi le gole del Dezzo e dell' Ambria, gli orridi di Pedesina 
e di Castro, le cascate del Serio, le caverne di Valle Imagna, 
il Buco dell'Orso sopra Laglio, un cimitero d'orsi spelei, il 
Buco del Corno, pieno di pipistrelli e celebre per ossa di 
abitanti preistorici. E poi laghi tranquilli, rovine romane, la- 
pidi e quadri delle più celebri scuole in chiesette umili di mon- 
tagne, e le acque celebri di San Pellegrino, di Maggianico, di 
Boario, e prodotti minerali di gran pregio, gessi, marmi, tu- 
faje, calci idrauliche, bariti, galene argentifere. A. Stoppani 
chiamò queste prealpi « il paradiso del geologo » , per gli anfi- 
teatri morenici, le ligniti di Leffe e le marne di Piànico, dove 
rivivono rinoceronti ed elefanti, le argille di Adrara con le 
reliquie del Bos PHmigenius, e dovunque conchiglie dei cento 
e cento laghi che riempivano quelle conche, rudiste, catilli, ap- 
richi, e i vaghi cefalopodi del calcare rosso, e l'infinito tri- 
tume marino degli schisti formicolanti talvolta di rettili e 
di pesci antidiluviani. 

Le Alpi Camonie o piuttosto lombardo-trentine comprendono 
i gruppi tra i quali scendono il Chiese, il Sarca, e gli altri 
affluenti, dall' Oglio al lago di Garda ed all'Adige. Anche qui 
la natura presenta le più svariate bellezze, laghi incantevoli, 
ampi ghiacciai. L'Adamello e la Presanella dominano, come 
una coppia di giganti, le minori cime del Mandrone, delle due 
Lobbie, il Crozzon di Lares, la punta di Venerocolo, il Corno 
Bianco, il Dosson di Genova, il Corno di Cavento, il Carè Alto, 
nomi che già alludono ai racconti ed alle leggende di streghe 
e di mostri, ed alle danze macabre onde sono piene le valli di 
Scalve e Bione, ma specialmente alla famosissima Val di Ge- 

V Italia. 24 



186 



L'ITALIA 



nova. Alle Cauionie si connettono le prealpi bresciane, che 
dopo aversi elevate col Listino e il Fresone intorno ai 2700 
metri, scendono a 2000 e si adimano sino ai laghi d'Idro, di 
Garda, d'Iseo colle ridenti colline di Brescia. Vi si connet- 
tono anche le Alpi di Ledro, il meraviglioso gruppo di Brenta, 
illustrato con tanto amore dagli alpinisti tridentini, e degno 
fra tutti di essere amato per i bellissimi laghi di Molveno e 
di Torelo, per le cime dolomitiche a guglie, a torrioni, a se- 
ghe, che presentano i più fantastici aspetti, per le vette su- 
perbe fra le nevi della Tosa, e delle cime di Roma e di Brenta. 
Vi si connettono infine la muraglia del Monte Baldo, lunga 
40 chilometri, eretta fra l'Adige e il Garda, che connette le 
Alpi lombarde a quelle del Veneto e il gruppo d' Abramo col 
Bondone, con l'Orto d' Abramo l , e con gli altri calcari juras- 



1 Ecco le vette principali delle Alpi Orobie, Camonie e degli altri minori massicci 
delle Retiche: 



Presanella (C. Nordis) . . . 354 m. 

Adamello 3554 » 

Carè d'Alto 3465 » 

Corno di Cavento 3401 » 

Crozzon di Lares 3351 » 

Punta del Venerocolo . . . 3283 » 

Cima Tosa 3178 » 

Crozzon di Brenta 3123 » 

Pizzo di Coca 3052 » 

» di Scais 3040 » 

Redorta 3037 » 

Torre di Brenta 3024 » 

Pizzo del Diavolo (d'Ambria) . 2927 » 

Cima Roma 2840 » 

KarSpitze 2746 » 

Corno Stella . 2620 > 

coi seguenti valichi principali : 
a) Carrozzabili : Mendola . . 



/>) Mulattiere 



;) Pedonali 



Tonale . . . 
Aprica . . . 
Di Campiglio 
Sella di Nago 
San Marco. . 
Croce domini. 
Ginevrie . . 
P. del Diavolo 
Bondo . . . 
Ampola. . . 
Vezzano 

Bocca di Brenta 
P. del Lago ghiacciato 
V. di San Valentino 
P. di Lares . . . 



Legnone . . . 
Presolana ... 
Grigna sett. . . 
M. Lue. . . . 
Rifugio Stoppani 

» di Salarno 
Orto di Abramo. . 
M. Roen . . . 
M. Guglielmo 
Resegone ... 
Lago di Tovela . 

» Molveno . 
Pinzolo .... 
Bergamo . . . . 
Lago di Idro. . . 



2610 m. 

2511 » 

2410 » 

2438 » 

2441 » 

2215 » 

2176 » 

2115 » 

1950 » 

1879 » 

1165 » 

821 » 

754 » 

350 » 

368 i 



1360 Fondo — Bolzano 
1874 Edolo — Val di Sole 
1231 » — Sondrio 
1642 Pinzolo — Malè 
279 

1985 Morbegno — Piazza Brembana 
1992 Breno — Lodron 
1586 Pinzolo - Val di Non 
2601 Sondrio — Bondione 

819 Tiene — Pinzolo 

655 Storo — Riva 

612 Trento — Riva 
25(57 Campiglio — Molveno 
2960 Ponte di Legno — Pinzolo 
2836 Val di Fumo — Tione 
2815 » Pinzolo 



VEDETTE ALPINE, GHIACCIAI 



187 



sici, ricchi di bacini lacustri e cari al botanico che vi si reca 
oggi a suo agio con la ferrovia fra Mori e Riva. 

La maggior parte dei gruppi alpini che appartengono esclu- 
sivamente alla Lombardia hanno una media altezza non su- 
periore a quella degli Appennini, che non raggiunge il limite 
delle nevi perpetue. Ma le vedute che si godono dalle vette 
non sono men belle, nel grande contrasto delle due zone tra 
le quali si trovano. Tutto intorno nelle valli si schierano e si 
dilungano i paeselli ed i campi coltivati, mentre al nord le 
vette nevose e deserte, le une sovrapposte alle altre, disegnano 
nel cielo i profili scintillanti. Si comprende perciò come, più 
ancora che sulle Alpi piemontesi, vi accorrano in folla da ogni 
parte alpinisti, convalescenti, curiosi, ad ammirare gli splen- 
didi panorami, che si godono anche da vette di facile accesso, 
e sulle quali si può persino ascendere in ferrovia, come il Ge- 
neroso, il Salvatore, tra breve il Motterone, di dove è anche 
più vivo il contrasto fra i boschi fitti e i nudi dirupi, il verde 
smagliante dei prati, e lo scintillare azzurro dei laghi. Quelle 
vette, come il monte San Primo, fra le due branche del lago 
di Como, come la lunga giogaia del Baldo, si direbbero erette 
per far godere le più belle e incantevoli vedute, e per la stessa 
ragione sono celebri le Orobie, le quali formano una vera 
Sierra, intersecata da gioghi elevati, con qualche piccolo ghiac- 
ciaio; sui loro declivi settentrionali crescono poche foreste, e 
stando alle falde si direbbe d'aver davanti un tratto della ca- 
tena dei Pirenei. 

La Lombardia ha nelle sue Alpi minori ghiacciai, sebbene 
quello solo del Eorno misuri 8 chilometri in lunghezza ed altret- 
tanti forse in larghezza, ed i ghiacciai del Bernina siano tra i 
più vasti d'Europa. Sono certo poveri avanzi dei ghiacciai im- 
mensi, che dal Sempione allo Stelvio si estendevano al sud verso 
i bacini occupati dai laghi Maggiore e di Como, riempiendo 
con le branche laterali la tortuosa cavità del lago di Lugano 
e poscia, dopo un corso di 150 e di 190 chilometri, si river- 
savano nelle pianure della Lombardia. Le numerose dirama- 
zioni del loro delta circondavano a guisa d'isole i contrafforti 
più avanzati delle Alpi. Ad oriente di codesta rete di ghiac- 
ciai, quello dell'Oglio e del lago d'Iseo, lungo appena 110 chi- 
lometri, le cui morene terminali, misurate dal È>e Mortillet, 
non hanno meno di 300 metri d'altezza, poteva sembrare una 
corrente secondaria; ma immediatamente dopo si dispiegava 
l'immenso fiume ghiacciato della valle dell'Adige, il più im- 
portante di tutti che solcavano le Alpi meridionali. Dalla sua 
origine, nell'ammasso dell'Oezthal, alle sue morene terminali 



188 



L'ITALIA 



al nord di Mantova, codesto fiume solido aveva quasi 280 chi- 
lometri di corso. Uno dei suoi bracci, avanzandosi verso l'est 
nella vallata della Drava, scendeva fino al piano di Ivla- 
genfurt, mentre la massa principale seguiva al sud la de- 
pressione dove scorre l'Adige, poscia si divideva in due cor- 
renti intorno al Monte Baldo, riempiva la cavità del lago 
di Garda e spingeva davanti a se un A'ero baluardo semicir- 
colare di alte morene. Questi ghiacciai lasciarono dovunque, 
anche lontano, le loro traccie; così si vedono massi erratici 
numerosi persino sulle montagne che dominano il lago di 
Como, dalle quali potevano essere tagliate fuori grandi co- 
lonne monolitiche per le chiese ed i palazzi dei dintorni. An- 
che il versante delle colline della Brianza rivolto verso le 
Alpi è seminato di massi erratici; ed oggi ancoraci doman- 
diamo come mai esse abbiano potuto fare un sì gran viaggio, 
se le morene degli antichi ghiacciai alpini si arrestano più 
al nord, a distanza notevole. I menomi detriti dei ghiacciai 
formano ammassi troppo vasti perchè la mano dell'uomo possa 
apportarvi più di qualche insignificante corrosione. Le col- 
line di Solferino, di Oavriana, di Sommacampagna, celebri 
nella storia delle battaglie, sono interamente composte di co- 
desti detriti caduti giù dai fianchi delle Alpi centrali, molto 
più elevate allora, di quello che lo siano a' dì nostri. 

Retrocedendo verso le alte vallate, i ghiacciai del versante 
meridionale misero a nudo gradatamente il suolo che rico- 
privano e le profonde cavità oggidì riempite dai bei laghi 
della Lombardia. Codesti serbatoi lacustri, durante le epoche 
moderne del pianeta, ebbero la storia geologica più varia. 
Quando anche le pianure della Lombardia erano un golfo del- 
l'Adriatico, codeste depressioni, il cui fondo è ancora al disotto 
del livello del mare, doveano essere bracci di mare simili agli 
attuali fiordi di Spitzberg e della Scandinavia. Abbiamo anzi 
un fatto assai curioso, che attesta un simile stato di cose: in 
tutti i laghi lombardi si trova una specie di sardella, Vagone, 
cui i naturalisti attribuiscono origine oceanica ; il lago di 
Garda, più prossimo al mare, e separato da esso in epoche 
meno remote, è abitato anche da pesci marini che si adat- 
tarono al nuovo ambiente in cui si trovarono, e da un pale- 
mone, piccolo crostaceo marino. L'acqua salsa, nella quale 
quegli animali vivevano, dovette un po' alla volta esaurirsi 
in causa dell'avanzarsi dei ghiacciai, ed alla fine i bacini di 
quei fiordi si trovarono colmi quasi totalmente, e nella sola 
porzione rimanente degli antichi bracci di maro rimasero 
allora alcuni piccoli serbatoi d'acqua dolce fra le pareti delle 



GHIACCIAI, LAGO DI COMO 



189 



montagne e la massa invadente dei ghiacci. In quell'epoca, 
le morene, i detriti dei ghiacciai, le alluvioni recate dai tor- 
renti compirono la rivoluzione geologica e quando, in seguito 
ad un nuovo cambiamento, le acque dei laghi ripresero il loro 
impero, tutto era mutato. 

La Lombardia, con le finitime Alpi italiane della Svizzera 
e del Trentino occidentale, è, come pochi, il paese dei laghi. 
Oltre all'avere in comune col Piemonte il lago Maggiore, colla 
Venezia e col Trentino il lago di Garda, con la Svizzera il 
lago di Lugano, sono tutti suoi il lago di Como, quello d'Iseo, 
quello di Varese, e infiniti altri minori, nascosti fra le Alpi, 
raccolti a mezza costa, sparsi nel piano. Quasi tutti accolgono 
alle falde delle montagne le piene precipitose che i disgeli e 
le pioggie chiamano dalle riposte valli, e porgono le acque 
rallentate e chiare ai successivi fiumi, le cui limpide correnti, 
quasi nulla apportando e sempre togliendo, poterono scavarsi 
il letto sotto il livello della pianura. 

Continuano, invece, come già sappiamo del lago Maggiore, 
gli interrimenti dei laghi. Il suo rivale di bellezza, il lago di 
Como, dappoiché sbocca lateralmente nella cavità lacustre, è, 
come il Ticino, un indefesso lavoratore. All'epoca romana la 
navigazione si faceva liberamente fino al villaggio al quale la 
sua posizione, all'estremità settentrionale del lago, aveva valso, 
dicono, la denominazione di Summolacus, oggi Samolaco. Ma 
mentre il torrente Mera veniva colmando colle sue alluvioni 
la pianura superiore, l'Adda riusciva a tagliare il lago in due 
parti, frammettendovi una pianura paludosa. Al nord del delta 
non resta più che una striscia d'acqua, che va restringendosi 
di secolo in secolo, men profonda di 50 metri, il lacus dhni- 
diatiis, chiamato adesso lago di Mezzola. Presto o tardi codesta 
striscia d'acqua cesserà di esistere e sarà sostituita da un sem- 
plice letto del fiume serpeggiante nel piano. I miasmi che 
emanano dalle terre mezzo sommerse hanno sovente spopolato 
le località circonvicine. Il vecchio forte spagnuolo di Euentes, 
che difendeva l'entrata della valle dell'Adda o Valtellina, era 
piuttosto l'ospitale della sua povera guarnigione. 

Come l'estremità settentrionale del Lario, il ramo di Lecco 
per il quale esce l'Adda è tagliato in frammenti. Le alluvioni 
recate dai torrenti dal fianco del Resegone e delle montagne 
vicine hanno suddivisa la valle lacustre in una serie di pic- 
cole striscie d'acque riunite le une alle altre dall' Adda come 
un filo d'argento che attraversi le perle d'una collana. Il 



190 



L'ITALIA 



semplice lavoro della natura basterebbe presto o tardi a col- 
mare tutte codeste cavità ed a trasformare la vallata lacustre 
in fluviale; ma l'uomo è venuto in aiuto agli agenti geologici 
onde creare alle acque dell'Adda un corso regolare attraverso 
gli sbarramenti di detriti che lo impedivano, e moderare 
gli innalzamenti di livello del lago di Como, che spesso si ve- 
rificavano fino a 4 metri sovra il piano, minacciando i bassi 
quartieri delle città rivierasche. In seguito alla soppressione 
delle case di pescatori che arrestavano le acque ed allo scavo 
delle soglie d'uscita, il lago inferiore, quello di Brivio, venne 

N. 27. — foci: dell'adda nel lago DI COMO. 




5°5 r Ovest di Roma 



ScaU di 1. a 1 o o.ooo 

O 1 2 3 k s 6 

soppresso ed altri vennero considerevolmente ristretti. I vari 
laghi della Brianza che si sviluppano in catena tra il ramo 
di Lecco e quello di Como e che un tempo completavano il 
circuito triangolare delle acque intorno all'alta massa delle 
montagne del Lambro furono pure in gran parte prosciugati e 
acquisiti all'agricoltura. Una volta i più importanti, lo attesta 
Paolo Giovio, formavano un solo lago, quello d'Eupili, che non 
era allora il piccolo e « vago Eupili mio » , cantato da Giuseppe 
Parin i. 

Il fondo del lago di Como venne fatto oggetto di studi tali 
ohe siamo ormai in grado di apprezzare il lavoro di rialza- 
mento che le alluvioni compiono sullo stesso letto. Gli assaggi 
a mezzo dello scandaglio dimostrarono che nella parte setten- 
trionale del lago la melma ha colmato tutte le ineguaglianze 
primitive della vallata subacquea e livellato perfettamente il 



LAGHI DI COMO, DI PIANO, DI MONTORFANO 191 

piano del serbatoio. Anche nei paraggi centrali e nel ramo 
di Lecco, dove le alluvioni profonde dell'Adda non possono 
depositarsi che in piccola quantità, il fondo è quasi oriz- 
zontale. 

Nel ramo che si dirige verso Como, dove non si riversa 
alcun importante affluente, il fondo del bacino è assai più ir- 
regolare; certo neppur questo ha conservata la sua forma 
primitiva poiché cadono continuamente sulla superficie polveri 
e innumerevoli detriti animali, ma la depressione non è stata 
ancora mutata in un vasto letto alluvionale come la parte del 
lago dove si versa l'Adda. Simile differenza fra i due profili 
del fondo è una prova dell'azione subacquea dei fiumi; essi 
contribuiscono in ogni modo a vuotare il serbatoio lacustre : 
a valle collo scavare il letto, a monte recando grosse allu- 
vioni, al fondo elevando continuamente gli strati fangosi. In 
forza di quest'ultimo lavoro il lago di Como e tutti gli altri 
laghi alpini hanno relativamente una profondità assai debole ; in 
nessun punto essa è superiore a 406 metri, neppure là dove, 
scorgendo le roccie che vi discendono quasi a perpendicolo, 
si è tentati di supporre profonde cavità lacustri corrispondenti. 
Così i declivi di Domaso e di Montecchio, nel bacino setten- 
trionale, darebbero una profondità teorica quasi doppia della 
massima riscontrata nel lago. 

Rivale di bellezza è certo il Lario al Verbano, e chi volesse 
tener conto di tutte le svariate bellezze di questi laghi e del 
Garda, sentirebbe incertezze assai più grandi di quelle che 
Paride provò davanti alle tre dee dell'Olimpo. Infatti anche 
sul lago di Como gli svariati panorami delle sponde, sempre 
dominati da monti altissimi, con le nevi sull'ultimo sfondo, la 
ricchezza delle città e delle ville magnifiche di cui sono sparsi, 
i giardini, i boschi che le preservano dalle valanghe, le pievi 
umili che si specchiano dai monti nelle azzurre acque tranquille, 
sono tali bellezze, che a chi le guardi specialmente dalla 
meravigliosa punta di Bellagio sembrano insuperabili. S'ag- 
giunga che nessun lago ha così numeroso corteo d'altri minori, 
se intorno ad esso la provincia di Como ne novera ben cin- 
quanta, il cui perimetro supera un chilometro, mentre alcuni 
hanno dimensione che varia assai secondo le stagioni e le 
piogge. Il lago di Piano (Porlezza), a chi guardi la vallata 
come sbarrata dal massiccio imponente della Griglia, traverso 
le sue acque terse ed azzurrine, ricorda i laghi scozzesi ed i 
romantici racconti di Walter-Scott. Il lago di Montorfano, 
insieme al Prato marcio e ai terreni ondulati e torbosi dei 
dintorni, occupava assai più vasto spazio, e sebbene a poco più 



192 



L'ITALIA 



di 300 metri di altitudine, gela talvolta e provvede il ghiac- 
cio a Como ; quelli di Gorlate o Pescate e d'Olginate sono 
appena due rigonfiamenti dell'Adda poco oltre l'emissario, 
sebbene il secondo, su cui s'apre la selvaggia vai d'Erve, sia 
molto pittoresco. Assai più importanti sono i laghi della 
Brianza, e primo quello di Annone, che ha quasi 20 chilo- 
metri quadrati di superficie, e sul quale il villaggio da cui 
trae il nome domina un paesaggio meraviglioso; poi il lago 
di Varese, sulle cui rive furono scoperte le più importanti 
stazioni lacustri, con le celebri palafitte, dalle quali scienziati 



X. 28. — PA PORLEZZA A MEXAGGIO. — IL LAGO DI PIAXO. 




Ovest di Roma 3°i5' 



Scala di : Ì00,0tf0. 

illustri come Quaglia, Desor, Stoppani trassero centinaia d'armi 
di selce, di cocci, e tante monete consolari romane, da arric- 
chire musei pubblici e privati, in Italia e fuori, e dare agli 
studi preistorici prezioso alimento. Di poco inferiori sono il 
lago di Mezzola; quello bellissimo di Pusiano, tutto cinto di 
ville eleganti, con l'isoletta fitta di cipressi, dove si compia- 
ceva, certo non solo, Eugenio Beauharnais, viceré d'Italia; il 
lago d'Alserio, una volta molto più ampio, ed avanzo anche 
esso dell'Eupili antico, come attestano le torbe delle valli cir- 
costanti, che si usano nelle vicine filande. Anche il lago di 
Biandronno è celebre per le stazioni preistoriche, ma dalle 
sue rive, a cagione delle acque profonde appena due metri 
e qua e là stagne, esalano miasmi, sì che più volte se ne pro- 
gettò il prosciugamento, per dare quattro e più chilometri qua- 
drati di buone e sane terre all'agricoltura. Più profondo ed 



LAGO DI LUGANO 



ameno è il lago di Canobbio, e ancora più quello di Monate, 
delizia di cacciatori e di pescatori per gli uccelli acquatici 
delle sue rive ed i pesci che guizzano nelle acque profonde 
da 10 a 30 e più metri. Sebbene in tutti questi laghi sprizzino 
dal fondo acque sorgive venute dai ghiacciai delle Alpi cen- 
trali, essi hanno un bacino idrografico troppo limitato per 
raccogliervi le acque necessarie a far le spese del Bardello che 
le conduce al lago Maggiore, e insieme delle infiltrazioni e 
dell'evaporazione, sì che se ne può prevedere il lontano sì, 
ma sicuro prosciugamento. 

Il lago di Lugano, antico Oeresio, sebbene per breve tratto 
italiano, è compreso nella zona dei laghi lombardi, e ne ha 
tutti gli incanti. Il viaggiatore boreale sceso dalle gole della 
Reuss ed uscito dalla galleria del Monte Ceneri non può trat- 
tenere un grido di ammirazione davanti all'incanto di quelle 
rive superbe di tutta la vegetazione meridionale, seminate di 
ville sontuose o modeste, di paeselli lindi e puliti come do- 
vessero specchiarsi nel lago, qua e là dominati da campanili, 
da oscuri dirupi, da boschi fìtti, piuttosto uniformi \ Il Oe- 

1 I laghi principali della Lombardia e delle finitime terre italiane hanno le di- 



mensioni seguenti: 






Media 


Massima 




Superficie 


Altezza sul 


mare profondità 




146 


199 


247 


410 






266 


150 


28 


Annone 


19.5 (5.71) 


226 


11.4 


72 


Varese 


, 16 (14.9) 


239 


10 


26 




. i'2.7 (5.85) 


205 




69 


Pusiano 


. 10.9 (5.25) 


258 


243 


50 


Monate 


6.5 (2.51) 


266 




34 




0.72 


279 


13 






5.3 (1.44) 


260 


8.1 


18 


Mergozzo 


1.83 


196 




74 


Biandronuo .... 


4.2 (0.94) 


242 


2.5 


4.7 


Montorfano .... 


0.47 


394 




6.8 




0.39 


374 


8.6 






0.11 


318 


2.6 






3.59 


236 


7.7 




Olginate 


0.77 


198 






Gorlate (Pescarenico) 


4.64 


198 










185 


150 


250 


Idro, Eridio .... 


10 30 


368 


86 


122 




4.15 


962 






Tovel 


0.52 


1162 


16.7 


35 


Terlago 


0.38 (0.29) 


416 


5 


3 


Molveno ..... 


3.27 


821 




118 




2.8 


655 


32.6 


47.6 


Garda o Benaco . . 


. 370 


65 


134.5 


346 


Laghi di Mantova 


8.25 


18-15 


6.3 


8.50 


L'Italia. 








25 



194 



L'ITALIA 



resio forma in cotal modo tre laghi distinti, nno dei quali si 
addentra tra la Valsolda e la Val d'In tei vi, l'altro, attraver- 
sato dal ponte di Melide sn cui passa la ferrovia del Gottardo, 
spinge due rami a Oapolago ed a Porto Oeresio, quasi ad imi- 
tare il lago di Como, mentre un terzo e quasi distinto bacino 
del lago fronteggia quello di Ponte Tresa, che si considera 
come un lago distinto. 

Ho ricordato il lago di Mezzola, antica estremità del Lario, 
oggi da esso separato per effetto delle alluvioni del Mera e 
dell'Adda ; sebbene abbia una profondità massima di circa 
70 metri, dove oggi si vede la tranquilla e melanconica di- 
stesa delle acque, nei secoli si vedrà certo una campagna come 
emerse nel Piano di Spagna. Oltre a questo, risalendo il bacino 
dell'Adda, troviamo molti laghi alpini, ricchi di trote squisite, 
meta a piacevoli escursioni, seducenti per le più svariate 
bellezze. Serbatoio famoso di trote prelibate è il lago di 
Emet, in valle di Lei, dove è ancora possibile cacciare il ca- 
moscio; nella stessa valle è il laghetto dell'Acqua Eraggia {acqua 
tracia) ed a poca distanza da Madesimo si trovano i laghi di 
Motta, e il lago Nero, dove gli orridi dirupi contrastano spic- 
catamente colle vette candide e l'azzurro del cielo. Pittoresco 
è il Palù, a 1950 metri, di 300 metri per 600, con le acque 
tiepide e limpidissime, dove con le fiocine caricate sul fucile 
si cacciano le trote, curioso lago, senza affluenti e senza emis- 
sario. Il lago del Pirola è un gran crepaccio pieno d'acqua, dal 
quale si scorge gran parte di Val Malenco ; i laghi delle Scale 
sono fra i primi tributari dell'Adda, in mezzo a due torri che 
chiudevano il passo alle invasioni, specie quando si erano 
tolte « le scale » , grossi travi, che soli consentivano di superare 
l'ardua parete che vi adduce. Era una delle vie più consuete 
nel medio evo per le comunicazioni tra l'Alemagna e Vene 
zia, e adduce va al passo di Gravia e al lago Bianco, a pochi 
passi da un giogo, chiamato, ne seppi il perchè, Testa da morto. 
Un altro lago, quello dell'opposto versante valtellinese, come 
cento altri, ha nome di Nero, ma è di un azzurro cupo, circondato 
da fiori delicati e belli, mentre anche qui il lago Bianco tolse pro- 
babilmente il suo nome dalla sabbia che ne ricopre il fondo. Tra 
i due laghi la leggenda pone una misteriosa relazione d' amore : 
quando tutto è coperto di neve, in mezzo alla desolazione del 
verno, lo spirito del lago Nero parla forse d'amore alla fata 
del lago Bianco. Sul valico del Bernina sono due altri la- 
ghetti, notevoli perche il Nero manda le sue acque all'Ini i, 
il Bianco, dieci metri più alto (2230 m.), all'Adda. Assai più 
importante è il lago di Poschiavo (962 m.), lungo due chi- 



LAGHI D'ISEO E D'JDRO, LAGHI TRENTINI 



1 95 



lometri e mezzo e largo uno, con acque limpidissime e su- 
perbo dell'austera e melanconica bellezza. Occupava una volta 
tutte le verdi praterie che lo dividono da Poschiavo, fra alte 
e ripide sponde dominate da boschi secolari d'abeti. 

Il Sebino o lago d'Iseo ed il lago d'Idro, alimentati dai 
ghiacciai delle Alpi Orobie e delle Camonie, presentano gli stessi 
fenomeni d'interrimento dei due maggiori. Il Sebino è lungo 
25 chilometri e largo intorno a 5, con la forma serpeggiante, 
che lo rende più ancora d'altri somigliante ad un fiordo del- 
l'estrema Norvegia, ricordo degli antichi mari, di cui rima- 
sero anche in esso gli agoni. Pittoresco vi sorge il Monte 
Isola, con gli scogli minori, ma assai diverso è l'aspetto delle 
due rive : alta, rocciosa, discoscesa, in qualche punto inacces- 
sibile, fuor dalle brevi alluvioni dei fiumi, è la costa berga- 
masca; piena di dolci declivi, di villaggi e di pievi la bre- 
sciana, dominata invece da lungi dalle vette nevose. Le valli 
di Scalve, di Lovere e la Oamonica che vi mettono capo 
danno un gran movimento ai suoi porticciuoli, Sarnico, Iseo, 
Lovere, collegati da piccoli battelli a vapore. Il lago d' Idro o 
Eridio è il più elevato degli importanti laghi lombardi ed è 
attraversato dal Chiese nell'alta Val Sabbia, con profondità 
di 122 metri, dopo che il prof. Pavesi sfatò la leggenda che 
ne additava una d'oltre 300 sotto Rocca d'Anfo, ben altrimenti 
celebre nelle epiche guerre di Garibaldi. Il lago d'Idro era pieno 
di pesci, distrutti selvaggiamente con la pesca alla dinamite, 
che ora si riproducono, ed ha rive severe e malinconiche, ma 
pittoresche, per il verde dei prati ed i neri dirupi su cui sor- 
gono qua e là le rovine dei castelli feudali dei Oastelbarco, 
dei Lodroni, dei principi vescovi di Trento. 

Le prealpi bergamasche e bresciane contano numerosi laghi, 
e più numerosi ne vanta il Trentino occidentale. Sono quasi 
tutti a gruppi, come notarono Giuseppe Damian, Alessandro 
Supan ed altri : intorno a Trento se ne trovano 30, e più che 
altrettanti fra la Cima Tosa e la Presanella, nel raggio di 10 chi- 
lometri. Oltre a cento laghi, secondo il Bòhm, sono scomparsi 
nei tempi storici, mentre quelli che restano variano dai circhi 
d'alta montagna allo specchio prealpino del Garda, dai la- 
ghetti carsici ai bacini formati da sbarramenti o da frane, 
dalle vaste conche rotonde alle fessure glaciali, dai laghi co- 
perti di bianche ninfee e ingemmati d'isole, agli specchi cupi, 
per tre quarti dell'anno ghiacciati, dai laghi paludosi che 
vanno scomparendo, agli intermittenti, le cui acque cedono 
spesso il posto ad una ricca vegetazione. Il lago Spinone o 
di Endine gela nell'inverno così profondamente che serve di 



196 



L'ITALIA 



strada, ed era un tempo unito a quello di Goiano, presso il 
quale si addita un masso erratico che pare un altare druidico. 
Il Gemello è il maggior lago prealpino delle Orobie a 1981 metri 
con una ampiezza di 700 per 300; sulle sue rive è un comodo 
rifugio, come un altro fu eretto presso il lago di Barbellino 
(2132 metri), dalle cui acque meravigliose, per l'intensità 
del loro azzurro, ha origine il Serio, nato piuttosto con l'e- 
stremo affluente del lago al passo di Coronella. La conca è 
delle più amene ch'io abbia veduto, cara a geologi e bo- 
tanici, tappa di importanti ascensioni. Così intorno al passo 
di Aviano s'aggruppano il lago Nero, il Sucotto o Zuccotto, 
il Colombo, il Marcio, il lago d'Aviasco, il Cabianca, e in 
altre conche cupe o ridenti, il lago di Coca, il Prato, il Ro- 
tondo, il Moro, denominato, al solito, dal colore cupo delle ac- 
que dove si riflettono gli oscuri dirupi. 

Le prealpi bresciane hanno laghi non meno elevati e fre- 
quenti, l'Avio, con le trote eccellenti e di specialissimo colore, 
il lago d'Arno, alimentato dalle vedrette del Saviore, i laghi di 
Tavernole, di Dasdana e gli altri minori, che si trovano lunghesso 
la via da Collio a Bagolino e sulle cui rive sorgono numerosi 
i tumuli di ignote, vetustissime genti che abitavano la valle; 
il lago di Salarno, da cui ogni anno più si ritira il ghiac- 
ciaio che un tempo lo copriva e scendeva profondo nella valle. 
Dal lago di Tovel, nel gruppo di Brenta, esce talvolta un mug- 
gir sordo che annuncia l'uragano ed è della cascata lontana ; 
nell'inverno gela e i boscaiuoli vi traggono sopra la le- 
gna. Soggetto a forti oscillazioni è il lago di Terlago, per 
cui se ne hanno misure le più diverse, e intorno ad esso, sui 
monti circostanti che dominano Trento, si nascondono i pic- 
coli laghi di Mar , di Cei, di Loppio ; per quest'ultimo 
passò una piccola flottiglia del doge Francesco Foscari che 
dall'Adige si trasportò, come usano i canadesi, al Benaco per 
vettovagliare Brescia assediata dal Visconti. Nel bacino del 
Sarca si trovano il lago di Andalo, che « s'el va 'n Lombardia 
sete ani de carestia » , cioè quando sovrabbonda d'acque signi- 
fica che queste danneggeranno i raccolti, il lago di Molveno, 
il più profondo lago alpino del Trentino, e uno dei più azzurri 
delle Alpi, nato da una frana che chiuse la valle del Bon- 
dai. Giù per la valle del Sarca si trovano successivamente 
i laghi di S. Massenza e di Toblino, coi castelli pittoreschi, 
il lago di Cavedine, formato da frane preglaciali o forse più 
moderno, il lago di Termo, formato da una diga di massi 
sciolti precipitati dall'incombente montagna, come il lago di 
Ledro lo fu invece da sbarramenti morenici. 




I 



ti TV* 



LAGO DI GARDA 



199 



Il maggior lago della Lombardia e d'Italia, sebbene appar- 
tenga per un venticinquesimo all'Austria e per metà al Ve- 
neto, è il Benaco o lago di Garda. Calcolato di una superfìcie 
di 300 chilometri quadrati da C. Cattaneo, di 366 dallo Strel- 
bitshky, ne avrebbe secondo O. Marinelli 369.08 con la massima 



x. 29. 



LAGO IH GARDA. 




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c? ò o o.oo o 



profondità di 346 metri. Ha la tinta più azzurra di tutti i 
laghi d'Italia ed è soggetto a fortissimi venti, Mora e il sover, 
che lo agitano talvolta sì che anche a Virgilio pareva un mare, 

Fluctibus et fremìtu admrgèns, Benace, marino. 

Stretto dapprima intorno a 7 chilometri fra i dirupi del 
Baldo e le alte vette bresciane, s'allarga nei seni di Salò e 



200 



L'ITALIA 



di Garda e poi ancora più nei due antiteatri tra i quali si 
spinge la penisola incantevole di Sirmione, peninsttlarum occeì- 
lus, « la verde Sirniio — fiore delle penisole » , che sorride nel 
lucido lago, e somiglia a una gran tazza d'argento sui cui 
orli nitidi si bagna l'olivo misto all'eterno lauro, mentre 

Garda là, in fondo, solleva la rocca sua fosca 
cantando una saga d'antiche cittadi sepolte 
e di regine barbare. 

Il lago è pieno di sorgenti subacquee, termali o fredde, e 
muta livello assai meno degli altri, di un metro appena, come 
meno degli altri modifica il fondo, per le scarse acque che, a 
paragone del bacino, vi adducono i fiumi. Chi sa quanto sa- 
rebbe più piccolo se l'Adige, invece di aprirsi un letto traverso 
le montagne calcari del veronese, avesse seguito il corso del- 
l'immenso fiume glaciale che occupava tutta la conca im- 
mensa sino ai piani morenici di Solferino e di Oavriana! 1 

Ofelia vasta pianura lombarda furono prosciugati i laghi e le 
paludi che un tempo ne occupavano vasti tratti, per utilizzarne 
le acque nei canali o gettarle nei fiumi. Fuori delle provincie 
alpine non troviamo altri laghi notevoli salvo quelli che cir- 
condano Mantova e si conservarono per la difesa della piazza 
che era l'estremo baluardo del quadrilatero austriaco nel Ve- 
neto. Le acque del Mincio, uscite così limpide e tranquille 
dal Garda, occupano un vasto spazio largo 700 metri e lungo 
12 chilometri con dighe e terrapieni che dividono il lago su- 
periore e principale dal lago di mezzo e dall'inferiore, age- 
volando le comunicazioni, profittando del dislivello per dar 
moto a molini e brillatoi, ma troppo spesso impaludando sugli 
orli e diffondendo febbri miasmatiche che impedirono lo svi- 
luppo della città, assai più ricca, celebre e popolosa nei tempi 
fiorenti dei suoi Gonzaga. 

Tutte le acque di questi laghi, fuor di pochi tributari del- 
l'Adige, scendono per numerosi affluenti al Po. Il gran fiume 
entra in Lombardia fra Oandia e Casale, ne segue il confine 
con l'arco che lambe le colline di Valenza, taglia a mezzo 
la provincia di Pavia e corre poi, solo per breve tratto, in 
sul confine lombardo-emiliano sino presso ad Occhiobello. A 
valle del suo confluente col Ticino e più sotto quello del- 
l'Adda, il Po, che trasporta già verso il mare i cinque sesti 
delle acque del suo bacino, ha completamente perduto il ca- 

1 Simkoni, Guida generale del la</<> di Garda, illustrai;!. 



IL PO 



201 



rattere torrentizio, non trascina più ghiaie, e la sabbia del suo 
letto è minutissima polvere. Nessuna elevazione sulle sue rive, 
neppure un altipiano d'antichi terreni di trasporto, salvo il 
piccolo rialzo di San Colombano : il fiume potrebbe libera- 
mente errare per la campagna, se non fosse trattenuto a dritta 
e a manca da argini, che dopo le dighe d'Olanda sono in Eu- 
ropa il sistema più completo e razionale di lavori di difesa 



N. 30. — PENISOLA DI SERMIONE. 




L * & 0 "> D \ G k R D A, 



. i. iCT'S. Vito 




l°S0' Ovest di Roma 



Se ah <// /. loo.ooo 
01234 



fluviale. E probabile che le rive di questo fiume fossero per 
tal modo difese contro le piene prima del tempo degli Etru- 
schi, perchè il poeta Lucano descrive le dighe come se già 
esistessero da tempo immemorabile. Sopravvenuta l'invasione 
dei barbari, gli abitanti delle rive desistettero dalla lotta contro 
le acque di piena, lotta resa ad essi impossibile dalle guerre 
e dalla miseria. Soltanto dopo il secolo IX iniziarono corag- 
giosamente l'opera di ricostruzione e nel 1480 il lavoro era 
interamente compiuto, in quanto poteva esserlo un'opera così 

L'Italia. x 9g 



202 



L'ITALIA 



gigantesca. Si capisce di quale enorme importanza economica 
sia la buona manutenzione degli argini, quando si pensi che 
i terreni protetti hanno un'estensione di 1,500,000 ettari e 
danno una rendita agricola di più di 250 milioni all'anno, 
rappresentando così un valore di parecchi miliardi, al quale 
s'aggiunge quello delle città e dei villaggi delle due rive, e degli 
stabilimenti industriali che in esse si trovano. Ma almeno le 
città si difendono facilmente, in grazia alla previdenza dei loro 
antichi costruttori, Etruschi o Celti, i quali ebbero cura di 
fondarle sovra terrazze artificiali superiori al livello delle più 
alte acque di piena. Soltanto in sul principio del secolo pre- 
sente l'elevazione costante del livello di piena, causata dagli 
stolti diboscamenti delle montagne e dalla soppressione di 
tutti i tagli del letto fluviale, ha costretto gli abitanti di Re- 
vere, Sermide, Ostiglia, Governolo, Borgoforte ed altri comuni 
delle rive del Po a circondare le proprie abitazioni con un'al- 
tra cinta supplementare di difesa. 

Gli argini non interrotti incominciano a monte di Cremona 
sovra entrambe le rive ; in tutti i punti pericolosi essi sono 
rafforzati con « traverse » o « contr'argini » ed altri ripari 
sorgono dietro ai primi pel caso che questi avessero a cedere. 
Nella parte inferiore del loro corso, tutti gli alflueuti del Po 
sono pure cinti di argini, come gli antichi letti fluviali ed 
i canali in comunicazione con l'acqua di piena. Complessiva- 
mente, la lunghezza degli argini eretti nella bassa valle del 
Po si può calcolare di un migliaio di chilometri. Inoltre lo 
stesso letto del fiume è attraversato in tutti i sensi da ripari 
di minore altezza che racchiudono campi e perfino vigneti. 
In pochi punti infatti l'acqua scorre immediatamente alla 
base dell'argine principale o di froldo ; lo spazio lasciato alle 
acque di piena ha parecchi chilometri di larghezza e in via 
ordinaria il fiume misura appena da 200 a 500 metri fra 
l'una e l'altra riva. Resta pertanto una grande estensione di 
terreni liberi che gli abitanti rivieraschi hanno divisi in go- 
lene e circondati d'argini per proteggerli dalle piene ordinarie. 
Secondo le prescrizioni delle autorità, questi argini di golena 
debbono restare ad un metro e mezzo al disotto delle maggiori 
arginature di difesa, affinchè le grandi piene possano avere 
uno sfogo riempiendo dapprima gli innumerevoli serbatoi co- 
struiti nei campi rivieraschi. Malauguratamente molti colti- 
vatori, nell'intento di proteggere la loro proprietà anche a 
danno dell'intero paese, innalzano le loro arginature al livello 
del froldo e restringendo per tal modo il letto del fiume ac- 
crescono i pericoli d'inondazione generale. Ad onta di tutti 



CORSO DEL PO 



203 



i bei progetti proposti in nome dell'interesse pubblico, l'an- 
tico sistema clie si riassume nel vieto proverbio : Vita mia, 
morte tua! predomina ancora nei comuni e nelle autorità. E 
una volta era ben peggio, se Arturo Young ed altri scrit- 
tori narrano che spesso i fittavoli andavano deliberatamente 
a tagliare gli argini della riva opposta, onde salvare per tal 
modo le loro raccolte colla rovina del vicino. Perciò in tempo 
di piena la navigazione sul Po non era permessa durante la 



N. 31. — CORSO DEL TO FRA PIACENZA E CREMONA. 




o 0 la ^ e 

&a*i f> a lx«ìi Buschi ftiseue Canai. e Jyt* 
I 530 003 



notte se non a certe barche privilegiate : le guardie del fiume 
facevano fuoco su tutte le altre. 

Da monte a valle, il letto di piena abbandonato alle acque 
del fiume va man mano restringendosi ; da sei chilometri di- 
minuisce fino a tre, due e persino ad un chilometro: final- 
mente ognuno dei bracci del delta da un argine all'altro ha 
la larghezza di 300 a 500 metri. Tale spazio non è sufficiente 
al passaggio dell'acqua di piena che si eleva talvolta ad otto 
o nove metri ed anche a nove e mezzo sopra il livello di 
magra. D'altronde è spesse volte accaduto che per mancanza 
di mezzi, o per noncuranza, i comuni rivieraschi non abbiano 



204 



L'ITALIA 



usato le precauzioni necessarie per la manutenzione degli ar- 
gini ; talvolta interi distretti si trovarono rovinati perchè non 
si era pensato a tappare i fori delle talpe. Quando si manifesta 
una fessura e non si riesce a chiuderla immediatamente, ne 
risultano terribili disgrazie. Non soltanto sono perduti i rac- 
colti, demoliti i villaggi, devastati i terreni, ma gli abitanti 
rifugiati qua e là sono decimati dalla carestia; e il tifo miete 
le sue vittime dopo la fame. I terremoti di Calabria e gli 
staripamenti del Po sono i grandi flagelli d'Italia. 

Nel 1872 tutto lo spazio che si estende fra la Secchia e l'A- 
driatico, da Mirandola a Oomacchio, venne trasformato in un 
mare sul quale vedevansi qua e là mura e palazzi di città 
simili ad isole. Il tratto di continente riconquistato tempora- 
neamente dalle acque non misurava meno di 3000 chilometri 
quadrati, limitato al nord soltanto dagli argini dell'Adige, 
al sud da quelli del Reno. Due anni dopo alcune pozzanghere 
non ancora evaporate ricordavano l'inondazione, ed i terreni 
sarebbero stati sommersi ben maggior tempo, se non si fossero 
adoperate le macchine a vapore per prosciugare i vari laghi 
formatisi qua e là. 

In tali immensi disastri naturalmente le popolazioni più 
forti ed attive lottano con maggiore energia contro il fiume e 
meglio riescono a proteggere le loro dimore dalle onde. Così 
durante le terribili piene del 1872 la piccola città industriale di 
Ostiglia riuscì a stornare la catastrofe, mentre tante altre località 
meno esposte erano devastate dalle acque. Questa città è fabbri- 
cata appiè del froldo privo d'opere avanzate di arginature seconda- 
rie, nelle cavità d'una baia contro la quale viene a battere la 
corrente. L'argine minacciava di cedere, ed immediatamente 
si diè mano a costruirne un secondo. Così si mettono in moto 
quattromila uomini validi, col sindaco e gli ingegneri alla testa, 
per recare fascine, piantare i pali delle palizzate, accumulare 
la terra. La notte non arresta il lavoro ; file di torcie pian- 
tate in terra illuminano gli operai. A misura che si eleva 
il secondo argine, il primo è trasportato dalle acque che in- 
taccano già il nuovo ostacolo. E una lotta ad oltranza fra 
l'uomo e gli elementi. Ad ogni istante gli ingegneri si do- 
mandano se non sia da dare il segnale della fuga. Ma quelli 
d'Ostiglia tengon fermo. L'esercito di lavoratori si divide : 
mentre gli uni consolidano il froldo già compiuto, gli altri 
costruiscono un terzo argine di difesa. Essi vincono finalmente, 
e dall'alto delle loro dighe vittoriose gli abitanti d'Ostiglia 
hanno la soddisfazione di vedere le acque rientrare lentamente 
nel loro alveo. 



INONDAZIONI DEL PO, OLONA 



205 



Precisamente di fronte, i cittadini di Revere non avevano 
avuta nè meritata tanta ventura. Il Po s'era aperta una 
breccia larga più di 700 metri attraverso un argine mal ri- 
parato e aveva mutato in un lago immenso vaste campagne del 
Modenese. Approfittando d'un abbassamento momentaneo del 
fiume, si tentò di ristabilire l'argine, ma in meno di un'ora 
anche questo venne trasportato da una seconda piena, e per 
salvare la città di Revere, che tuttavia occupa una posizione 
abbastanza favorevole all'estremità d'una punta, si dovette sa- 
crificare la sua prima fila di case precipitandole nelle acque 
perchè le potessero servire di difesa. È naturale che le rotte 
più gravi dovessero apportare durevoli mutamenti nel corso 
del Po. Uno di codesti grandi spostamenti delle acque ha 
formato un'isola di più che 100 chilometri quadrati di super- 
ficie a valle di Guastalla, e lasciato lontano verso il sud i 
meandri del Po vecchio, trasformato ai dì nostri in un sem- 
plice canale. Tutto lungo il fiume, le campagne delle due rive 
ricordano ancora, col loro nome di mezzano, che si trovavano un 
giorno nel mezzo della corrente. 

Il primo affluente che scende al Po, dopo il Ticino, è l'O- 
lona, un fiume di pianura e quasi un canale. Nato nei monti 
ad Oriente di Varese, vede le scarse acque fuggire da tutte 
le parti nei canali irrigui o industriali e pur continua il suo 
corso « ricco d'onore, ma povero d'acque » fra salici e pioppi 
nelle pianure di Legnano, dopo aver accolto la Lura, si perde 
nella darsena di Porta Ticinese a Milano, che si direbbe esau- 
sto. Lo si rivede invece presso (raggiano, dove esce dal Na- 
viglio Grande per raccogliere il soverchio di numerose roggie, 
scoli e fontanili, e gittarsi nel Po presso la Corte cui aggiunse 
il suo nome o piuttosto a San Zenone. Un po' più degno del 
nome di fiume è il Lambro, che ha un corso di 130 chilo- 
metri ed un bacino di sei o settecento metri quadrati. Nasce 
ai Pianorancio, sui monti che dominano le due braccia del 
lago di Como, e, traversata la valle Assina, scende fra le 
morene terminali del piano d'Erba, traversa il lago di Pusiano 
e la città di Monza, e dopo aver irrigate le campagne del Lo- 
digiano, ed accolte acque di navigli e di roggie infinite, e, per 
mezzo di quelle, anche il Seveso disceso dal monte Olimpino, 
prima bipartito, poi raccolto, evitando le alture di San Colom- 
bano, scende al Po. 

Per non parlare della Molgora e del Tarmo, che solcano la 
pianura lombarda ai suoi fianchi, il maggior fiume che tutta 
l'attraversa è l'Adda, divisa in due corsi distinti : il tor- 
rente, che dalle propaggini ghiacciate dell' Ortler, raccolte le 



206 



L'ITALIA 



acque delle numerose vedrette, attraversa la Valtellina e si 
getta nel Lario; ed il pacifico nume, V Adua cenilo che 
« scende con murmure solenne, giù pei taciti pascoli, dal 
Lario verso l'Eridano » . Dal passo di Eraele e dai tre laghetti 



N. 32. — LA VALTELLINA. 




Ovest di Roma 2° 



Scj/j c/<3 / c? 500.000 
0 5 40 15 20 iS 30 



ove nasce, l'Adda precipita ad accogliere il Braulio che le reca 
le acque dello Stelvio, e con poco più di 20 chilometri scende 
per 1573 metri a Bormio, continuando impetuoso a temuto 
torrente sino ai lago, con un'altra discesa di 1035 metri su quasi 
106 chilometri. Nella lunga tratta, che è tutta la Valtellina, gli 
si aggiungono le acque di numerosi torrenti specie sulla riva 
destra, la Val Viola, il Premadio, il Roasco di Val Grosina, 



FIUME ADDA 



207 



il Poschiavino che gli reca alla Madonna di Tirano le acque 
raccolte quasi tutte su territorio svizzero, il Eontana, il Mal- 
lero che scende fra il Disgrazia e il Bernina dalla pittoresca 
valle di Materico, ed il Masino sceso anch'esso da un'altra 
valle incantevole, coi noti bagni. Sull'opposta riva, dopo il 
Frodolfo che reca all'Adda il tributo del ghiacciaio del Forno 
e degli altri vastissimi di quel gruppo, vi scendono i minori 
torrenti delle Orobie dal punto dove s'innestano alle Oamo- 
nie sino al Lario. Ma prima di entrare, con un tortuoso giro 
nel lago traverso a quel Pian di Spagna che fu già lago pur 



X. 33. — IL CONFLUENTE DELI/ ADDA NEL PO. 




Scala di 1 : 500, Q00 



esso, l'Adda raccoglie le acque del laghetto di Mezzola, nel 
quale si gettano due fiumi copiosi, il Mera, sceso dalla Ma- 
loja per Val Bregaglia, ed il Liro venuto dalla Valle di San 
Giacomo e dallo Spluga. Da Colico a Lecco, per 54 chilo- 
metri, l'Adda perde le sue acque nel Lario, dove scendono 
dalle incombenti montagne il Gravedone, il Varrone, la Pio- 
verna con la bella cascata di Bellano, il Breggia impetuoso, 
il Oosia clie bagna le mura di Como, e infiniti altri torrenti 
per lo più asciutti. Così l'Adda esce accresciuta di sotto al 
ponte di Lecco, indugiandosi nei laghetti di Pescarenico, dor- 
iate, Olginate, per volgere a sud-est, bagnando Brivio, Cassano, 
Lodi, Pizzighettone e gettarsi nel Po presso Castelnuovo. Ivi 
ha percorso, dalla sua uscita dal lago, 145 chilometri, durante 
i quali è sceso ancora 158 metri, rimanendo sempre naviga- 



208 



L'ITALIA 



bile fuor del breve tratto dall'incile di Paderno allo sbocco 
del naviglio, dove alla navigazione, che sarebbe stata impossi- 
bile, venne in aiuto un canale. 

Prima di scendere al Po, oltre ai minori fiumi, oltre a ca- 
nali, roggie e scoli poco meno che innumerabili, l'Adda rac 
coglie ancora due fiumi cospicui, il Brembo ed il Serio. Il 
Brenibo scende con due rami dal passo di San Marco e dal 
laghetto del Diavolo, precipita rapidissimo con salti e cascate 
da 2000 metri sino a Piazza Brembana (463 metri). Ivi presso 
si uniscono i due rami, che corrono ancora torrentizii sino a 
Zogno, di dove arrivano all'Adda presso Canonica, già scemati 
dalle numerose derivazioni agricole e industriali che irrag- 
giano tutto intorno a Ponte San Pietro. Il Serio nasce più 
in alto, e prima di raggiungere Bondione, precipita dalla Scala 
del Barbellino con tre salti di 315 metri, formando una delle 
più pittoresche ed imponenti cascate. Calmato così l'impeto 
primo, traversa la vai Seriana, alimentandone le industrie me- 
ravigliose che la rendono tra le più fiorenti d'Italia e, cor- 
rendo poi quasi diritto da Alzano a Crema, irriga la pianura 
bergamasca e si unisce all'Adda a Montodine, dopo 120 chi- 
lometri di corso. 

Dopo il Ticino, dopo l'Adda, importante affluente del Po è 
l'Oglio, che coi principali sotto affluenti suoi, il Mella e il Chiese, 
forma le tre valli in cui è divisa la provincia di Brescia. 
L'Oglio percorre per 83 chilometri, quanto è lunga, la Val 
Camonica, dal lago di Ercavallo, dal lago ^ero, dalle vedrette 
dell' Adamello, dove piglia le origini, intorno ai 3000 metri 
sino al lago di Iseo, dove entra, come quei due, a calmare 
gli impeti torrentizii e purificare le acque. Ma prima accoglie 
a Ponte di Legno tutte le acque scese dal Tonale, ed a Darfo 
il Dezzo, $ceso dalla pittoresca valle di Scalve, ricca di mi- 
niere di ferro e di boschi di conifere. Entrato nel lago presso 
Lovere, ne esce a Sarnico, e fra le morene della Francia 
Corta raggiunge la pianura dove, dopo aver diviso la provin- 
cia di Brescia da quella di Bergamo e Cremona, infine at- 
traversa un tratto di questa e del Mantovano, ed entra nel 
Po presso Scorzarolo, dopo aver percorso, compreso il lago, 
d'Iseo, 280 chilometri. Appena 90 ne percorre il Mella, e 160 
il Chiese; quello, nato al passo di Manila e sceso dalle ri- 
denti prealpi di Colico per l'industre Val Trompia, che ne 
utilizza le acque copiose ed irruenti; questo, nato dalle vedrette 
e dai ghiacciai dell' Adamello, sceso per le orride e pittoresche 
valli di Fumo e di Daone, nelle Giudicane trentine, entrato 
nel* regno al combattuto ponte del Cafiaro, per attraversare 



CASCATA DEL PIZ DI NARDIS. 
Da una fotografia del signor G. B. Cnterverger di Trento. 

L'Italia. 



OF THE 



MINCIO, CANALI LOMBARDI 



211 



il solingo e mesto lago d'Idro, e l'operosa Valsabbia, colle sue 
striature glaciali delizia dei geologi. I due numi si perdono 
nell'Oglio, quello presso Ostiano, questo al disotto di Canneto, 
ancora pericolosi per le campagne che attraversano e troppe 
volte ricoprirono di ciottoli, di tritumi, di fango. 

Ultimo fiume lombardo è il Mincio, che a differenza degli 
altri, per l'ampiezza del lago di Garda o per le diverse vi- 
cende storiche delle regioni che attraversa, non serba il nome 
di Sarca, col quale entra nel lago. Dalle vedrette della 
Lobbia, scende fra massi di tonalite per balze, dirupi e sca- 
glioni imponenti, accogliendo il Lares, che forma la più sel- 
vaggia e pittoresca cascata del Trentino, ed il Nardis che 
gli reca, con un'altra cascata maestosa, le acque dei ghiac- 
ciai della Presanella. Percorre la celeberrima Val di Genova, 
piena di orride bellezze e di paurose leggende; accoglie a 
Baldino il Sarca di Campiglio, alimentato da laghi innume- 
revoli e da altre Sarche e percorre lento e placido la Val 
Rendena, bagnando Tione, Pinzolo, le Sarche, ed altri villaggi, 
per entrare nel Garda, dopo esser disceso quasi 2000 metri su 
77,2 chilometri. Nel traversare il lago, vi trova le acque del 
Varone, scese dalla celebre cascata del Toscolana, precipitante 
di balza in balza, del Ponale che reca al Benaco le acque 
del lago di Ledro con un'altra e più imponente cascata, e dei 
minori torrenti del Baldo e delle prealpi bresciane. Esce dal 
lago col nome di Mincio a Peschiera, serpeggiando lento tra 
le morene terminali del Garda, per impaludare presso Goito 
e dilagare intorno a Mantova, oltre la quale si gitta nel Po 
presso Governolo, quasi di fronte alla Secchia. 

Altre acque ha la pianura lombarda, celebre nel mondo per 
i canali, che, con mirabile magistero di conche e di chiuse, 
primi gli Italiani insegnarono al mondo. Le masse d'acqua 
dei laghi, incassate lunghesso il margine superiore d'una landa 
uniforme di materie erratiche e incoerenti, non solo si effon- 
dono in fiumi, ma sembrano penetrare interne e sotterranee,, 
stendendo fra le alterne ghiaie quegli strati acquei, che le 
annue nevi e le pioggie rendono più o meno copiosi, e che 
per la successiva inclinazione del piano si fanno sempre più 
prossimi alla superficie. Certo riempivano di stagni le pianure 
dove affluivano le acque, non per impedimenti recati dal suolo 
al loro deflusso, ma per la copia inesausta delle interne vene, 
che doveva suggerirne l'utile impiego, raccogliendole con le 
acque deviate dai fiumi in canali, in rivi, in roggie, ad avvi- 
vare l'industria con le potenti cadute artificiali, ad irrigare 
col lento deflusso le campagne. L T n tempo servivano anche 



212 



L'ITALIA 



alla navigazione, quando i burchielli trascinati lunghesso gli 
argini sembravano già comodi mezzi di comunicazione agli 
avi di noi moderni, insofferenti delle ferrovie lente, e dei re- 
golamenti che impediscono di correre a scavezzacollo sugli 
automobili. Il Naviglio Grande dal Ticino, presso Tornavento, 
sino a Milano, fu tra i primi aperti, mentre del nostro secolo è il 
Naviglio di Pavia. Altri Navigli furono anzitutto aperti per la 
navigazione, quello di Paderno, che consentì di superare le 
rapide dell'Adda, quello della Martesana che da Trezzo a 
Milano mette, si può dire, in comunicazione il Lario e il 
Verbano. Per irrigare le campagne sono stati invece costruiti 
la Muzza con le acque dell'Adda, la Eusia e il Naviglio di 
Cremona con quelle dell' Oglio, la Vettabbia con quelle del 
Seveso, e quasi ai dì nostri il canale Yilloresi, che trae dal 
Ticino le acque per cui diventò irriguo anche l'alto Milanese. 
Numerosi canali, infine, sono piuttosto di bonifica o di scarico, 
come la Eorca d'Ostiglia, la Eossetta, ed alcuni altri \ 

Da questi canali derivano le roggie, i rivi, i cavi, gli scoli, 
freschi l'estate e relativamente tiepidi l'inverno, ai quali la 
Lombardia deve le sue marcite, prati artificiali, che possono 
dare fino ad otto tagli per anno. Qual contrasto fra le condi- 
zioni successive della grande pianura quali erano state poste 
dalla natura, e quelle create dall'uomo ! Un tempo erano colà 
paludi nelle parti basse, foreste nella zona intermedia ed una 
vasta estensione di brughiere sul rialzo di ghiaie e d'argille 
situato ai piedi delle Alpi. Adesso quasi tutta la pianura del 



1 Ecco le notizie idrauliche principali sui fiumi più importanti della Lombardia: 





Lunghezza 


Estensione 


del Pendenza 


Portata 


Fiumi 


del corso eh. 


bacino eh. 


q. metri 


ni. cubi 




, 248 


7228 


2019 






130 


734 










7990 


27b"6 






. 67 


500 


1790 


8-280 




. 124 


1215 


2500 


6-210 


Oglio 


. 280 


6641 


2600 


137 


Melle 


96 


1138 


1550 


17 




160 


1596 


2300 


37 




194 


3058 


2000 


116 


Canali 






Ettari irrigati 






. 50 




44.000 


65 


» di Bereguardo 


. . 18.98 




5.500 


4.85 


» di Pavia . . , 


. . 33.1 




4.000 


6 


» della Martesana . 


. 45 




26.000 


30 


» di Paderno . . 


. 18 




3.500 


27 




38.26 




4S.00O 


60-90 


Canale Yilloresi . . . 


. . 86.5 




60. 000 


24-44 



IRRIGAZIONI, BAGNI E ACQUE MINERALI 



213 



Po e dei suoi affluenti è ricoperta di ricche coltivazioni, riso, 
frumento, foraggi, gelsi, che talvolta per il parallelismo degli 
appezzamenti e l'allineamento delle piantagioni riescono mo- 
notone alla vista, ma che in certi punti, specialmente nella 
Brian za, che fu detta, il « giardino del giardino d'Italia » , 
sono abbellite nel modo più grazioso da gruppi d'alberi, da 
piccoli laghi, da vallate sinuose. L'estrema varietà prodotta 
nella regione dal cammino progrediente e poscia retrogrado 
dei ghiacciai che la seminarono di laghi e di colline, di mon- 
acelli isolati, di catene continue, ha costretto gli abitanti a 
lasciare alle campagne una parte almeno di quella bellezza 
che ha la natura libera. Sopra qualche gruppo di morene si 
vedono appena alcuni tratti di terreno incolti per la man- 
canza d'acqua, e che nello stato in cui ancora si trovano non 
varrebbero certamente la pena d'essere messi a coltura. Si dice 
che durante il secolo presente codesti spazi coperti di brughiere 
siano diventati più sterili di quanto erano una volta. Per una 
ragione ancora ignota ai geologi le aves od acque di filtrazione 
che colano nelle profondità attraverso le ghiaie erratiche 
si sono abbassate, rimanendo per tal modo priva la superficie 
di ogni umidità. 

Per far scomparire queste lande, ultime vestigie dello stato 
primitivo, gli ingegneri propongono di derivare direttamente 
dai grandi laghi alpini la quantità d'acqua necessaria al- 
l'irrigazione dei terreni di brughiera. Essi vorrebbero così im- 
piegare utilmente tutta la massa liquida che ora si perde nel- 
l'atmosfera o nel golfo Adriatico. Si è calcolato che la super- 
ficie del suolo irrigato nella valle del Po è di circa 13,000 
chilometri quadrati e che viene impiegata per la fecondazione 
dei terreni una quantità d'acqua corrispondente a circa 1200 
metri cubi al secondo. Per tal modo le irrigazioni scemano 
circa d'un terzo la portata media del fiume; ma è appena 
un principio, e presto o tardi, questo gran corso d'acqua, i 
cui straripamenti e le cui alluvioni hanno un posto così impor- 
tante nell'economia della contrada, a mezzo d'altre derivazioni, 
sarà ridotto alla proporzione di un modesto fiume. 

Anche la Lombardia è ricca d'acque salubri, ed ha luoghi di 
bagni e di cure assai frequentati, specie nella Valtellina. Ivi 
si trovano, infatti, le acque salino-minerali del Masino, che si 
chiamarono « Bagni delle signore » quando illustri dame, spe- 
cie da Milano, sui pigri baronetti o a dorso di mulo, andavano 
alla cura nell'unica baracca di legno, che sino al 1832 offriva 
un ricovero sacro a Lucina : oggi vi si fanno altre cure, spe- 
cie d'aria, di latte, od anche solo di una pace senza l'eguale, 



214 



L'ITALIA 



nel delizioso soggiorno. Ivi le acque di Santa Caterina, nella 
celebre vai Eurva, dominata da alcuni tra i più vasti ghiacciai 
e tra i giganti più colossali delle Alpi ; e quelle di Bormio 
note agli antichi, se Plinio ne fa gli elogi, e Teodorico dava 
licenza al conte di Yinosadio di recarvisi a curare la sua po- 
dagra, acque copiose, fresche, intorno alle quali sorsero i Bagni 
vecchi e poi i Nuovi, uno stabilimento che nulla ha da in- 
vidiare a Ragatz, a Pfeffers, a Wildbad. Sulle vie che 
adducono ai maggiori valichi alpini si trovano le acque di 
Madesimo, uno dei centri più favoriti dell'idroterapia ; quelle 
di San Bernardino, limpide, leggiere, inodore, leggermente 
astringenti, in uno dei più ameni soggiorni delle Alpi, ed al- 
tre di minor conto. Regoledo, sul lago di Como, ha impor- 
tanti cure idroterapiche ; Tartavalle è anche centro d'escursioni 
nella pittoresca Valsassina ; Barco, presso Lecco, comincia 
ad attrarre con le sue acque solforose, e nella provincia di 
Bergamo sono frequentati i bagni di Trescorre, che è detto 
appunto Balneario, di Berbenno, di Zogno, e specialmente 
quelli di San Pellegrino, con le passeggiate alla casa paterna 
di Torquato Tasso, alla Pieve di San Giovanni Bianco, ad al- 
tri siti amenissimi. Così nella provincia di Brescia sono frequenta- 
tissimi, Collio per la cura climatica, Bovegno, Boario, San Co- 
lombano per le salutifere sorgenti. A Stabbio accorrono i 
lombardi del Ticino a cercar salute in quelle che furono forse 
le stalle delle legioni di Cesare, e l'acqua di Sales, nel comune 
pavese di Grodiasco, non solo serve a cure locali nell'ampio 
stabilimento, ma si esporta in gran copia. Il Trentino occi- 
dentale ha pur esso luoghi di cura frequentati e amenissimi : 
Cornano, nelle Griudicarie, con gli avanzi delle Tenne romane, 
dove tanti muovono « per l'orrida vallea gli stanchi passi » , 
a ricercare la salute perduta; Pejo, alpestre, ma gradito sog- 
giorno, come Rabbi con i vicini boschi di conifere, le vette in- 
combenti delle Alpi nevose, e tutte le recenti agevolezze dei 
più celebrati stabilimenti balneari, oltre alla compiacenza di 
trovarvisi lontano dal regno e pur fra gente italiana di lingua 
e d'affetto. 



Nel suo complesso, la grande pianura centrale distesa fra 
le Alpi e gli Apennini rassomiglia pel regime dei venti ad 
una ristretta vallata di montagne ; le correnti atmosferiche, 
piegate nel loro movimento dalla forma del bacino in cui 
penetrano, si propagano generalmente dall'est all'ovest o nel 
senso assolutamente contrario : quando scendono dalle Alpi, 



VENTI, CLIMA DELLA LOMBARDIA 



215 



raramente apportano la pioggia, di cui si sono sbarazzate sul 
versante occidentale ; quando spirano dall'Adriatico sono in- 
vece pregne d'umidità. La zona alpina è sostituita in gran 
parte da valli principali, aperte verso mezzogiorno e da valli 
secondarie che fanno capo a quelle. Le correnti aeree di sud- 
est vi trovano quindi libero ingresso, e deviando poi a seconda 
delle diramazioni delle valli, portano in ognuna di queste 
gran copia di vapori, che ivi si condensano in nubi e pioggie 
abbondanti. Perciò nelle valli e sui laghi la montagna nuvo- 
losa è quasi sicuro indizio di pioggia, la montagna serena di 
bel tempo x . 

J\la la pianura è abbastanza larga e i passaggi delle bar- 
riere alpine sono abbastanza numerosi perchè codesto flusso e ri- 
flusso normale di venti asciutti ed umidi sia frequentemente 
turbato. Nelle valli alpine l'alternativa delle correnti da monte 
a valle è più regolare : ogni lago ha le sue alternative di 
brezze ascendenti e discendenti, delle quali i barcaiuoli si ser- 
vono per andare e tornare sulle acque, come ha venti not- 
turni, il tivano sul lago di Como e il sever sul Benaco, e 
venti diurni, la òreva e Yander, ora o vinessa. La valle del Po 
è per latitudine un paese temperato per eccellenza, perchè 
il 45° grado, che trovasi ad eguale distanza dal polo e dall'e- 
quatore, taglia più volte il corso del fiume. Tuttavia il clima 
dell'Italia settentrionale è molto meno dolce che non si creda 
generalmente, e specialmente ineguale, se le temperature estreme 
del caldo e del freddo presentano differenze considerevoli. 
Nella Valtellina, od alta valle dell'Adda, la temperatura può 
elevarsi fino a 32 gradi ed abbassarsi d'altrettanto sotto lo 
zero. Nei paesi alquanto elevati sulla montagna, l'inverno è 
però temperato dalla serenità del cielo e dal fenomeno della 
inversione della temperatura ; le valli profonde ed anguste 
hanno invece inverno rigidissimo e nebbioso, eccettuati i paesi 
lacuali 2 . Nella pianura, il clima è assai più temperato per 
l'influenza dell'Adriatico e del golfo di Genova; tuttavia ha 
sempre il carattere di un clima continentale : Milano, sotto 
questo aspetto, è una delle città d'Italia nelle quali men grato 
riesce abitare. In tutta la pianura, l'inverno è rigido, l'estate 
calda, e resa talora più soffocante per l'alta umidità, l'aria sta- 
gnante, i vapori densi. L'umidità invernale è pur grande, spe- 

1 Boa, cioè nord, scura, acqua sigura, dicono a Bergamo ; e sul lago di Como : 
Valtellina scura, tut el mond se sgura, cioè si lava ; Valtellina ciara tut el mond se 
s'ciara. 

2 Negli otto anni decorsi dal 1858 al 1865 B. Diirer notò a Tremezzina un mi- 
nimo di temperatura di — 6,°3, mentre a Milano fu di — 15°, 8'. 



216 



L'ITALIA 



eie sui terreni irrigui, dove si hanno nebbie frequenti e folte. 
I temporali estivi sono abbastanza numerosi, spesso accom- 
pagnati da grandine, e le pioggie sono distribuite quasi uni- 
formemente in tutto Fanno 1 

Sulle rive dei laghi alpini, alcune località favorite, quali 
Pallanza, le Isole Borromee, Bellagio, Grardone Riviera, go- 
dono, per eccezione, di una temperatura relativamente uguale, in 
causa dell' azione moderatrice delle acque che diminuisce 
il calore dell'estate e previene i geli nell'inverno. Nei giar 
dini del golfo di Pallanza, a Bellagio, a Riva, ad Arco, il 
termometro raramente scende al disotto dei 5 gradi centigradi ; 
bisogna oltrepassare Roma e avanzarsi fino nel Napoletano 2 

1 De Marchi, Il clima d'Italia, loc. cit. Ecco le temperature tipiche dei centri 
principali della pianura lombarda, sulle medie di molti anni : 









(ì orni aio 


Aprile 


Luglio 


Ottobre 


Minimo 


Massimo 








0.8 


11.9 


22.4 


11.6 


— 7.8 


37 






112 


1.1 


11.5 


22.3 


11.6 


— 12.8 


33.7 


Bergamo . 




382 


2.1 


11.9 


23.1 


12.7 


— 9.4 


34.2 






172 


1.6 


13.2 


24.0 


13.2 


— 10.S 


37.1 


Milano 




147 


0.5 


12.2 


23.4 


12.6 


- 12.0 


37.5 






96 


0.6 


13.2 


24.5 


13.1 


— 13.1 


36.3 


Cremona . 




68 


0.3 


12.2 


24.8 


13.2 


— 12.7 


34.2 






10 


1.7 


13.9 


25.7 


14.1 


- 13.4 


33.2 






338 


2.9 


14.1 


26.3 


15.3 


- 5.9 


36.3 






237 


1.2 


12.5 


25.9 


13.9 


— 8.2 


35.4 






84- 


2.4 


12.1 


22.6 


14.0 


— 72 


34.2 


ecco la med 


ia umidità relativa di 


alcuni luoghi : 














Gennaio 


Aprile 


Luglio 


( Htobre 






Brescia 






86 


65 


54 


72 












87 


68 


63 


80 












85 


61 


56 


76 





Le pioggie cadute risultano così determinate con due cifre, indicanti la prima la quan- 
tità, la seconda la frequenza loro : 





Inverno 


Primavera 


Estate 


Autunno 


Anno 


Como. . . 


. 156.6 


19.5 


412.6 


32.5 


346.4 


29 6 


4 2.9 


28.3 


1318.5 


109.9 


Brescia 


. 158.7 


23.9 


255.5 


33.5 


285.1 


26.9 


276.0 


28.7 


975.3 


113.0 


Milano. 


. 192.5 


22.5 


250.2 


28.1 


236.1 


23.8 


320.8 


26.8 


999,6 


101.2 


Pavia . 


. 164.5 


27.9 


196.0 


26.1 


151.0 


17.9 


2 15.5 


28.3 


757.0 


100.2 


Mantova 


. 107. 6 


16.4 


175.3 


24.5 


142.7 


16.9 


216.8 


23.9 


644.4 


81.7 


Lugano. . 


. 101.3 




162.1 




131.6 




203.1 




597.3 




Riva . . 


. 166.0 




292.0 




34&.0 




337.0 




274 





2 Le principali stazioni meteoriche della Lombardia e delle regioni finitime sonò 
le seguenti: 







Milano 


147.1 


Sondrio .... 


363 


Vigevano .... 


115 




112 


Pavia ..... 


95.5 


Bergamo . . . 


. . 382.3 




40 


Salò 






68 


Brescia . . . . 


. . 172 




84 


Desenzano . . . 


. . 105 


Lugano (stazione) . 


. 338 



OF THE 



IGIENE, ABITANTI, LORO ORIGINI 



219 



per trovare un clima analogo, sotto il quale possa sorgere e 
svilupparsi la stessa vegetazione. 

Grli abitanti della Lombardia sono forniti con maggior do- 
vizia di tutti gli altri d'Italia di buone acque potabili, per 
l'abbondanza delle sorgenti montane, la vastità dei laghi, la 
copia delle acque che penetrano per sotterranei meati quasi 
dovunque. Più di 1400 comuni hanno buone acque potabili, 
appena 100 cattive, gli altri mediocri. Anche il consumo del 
frumento è maggiore che altrove; quello della carne rimane 
di poco inferiore al solo Piemonte, quello del vino non è su- 
perato in alcuna regione d'Italia, sebbene l'alcoolismo vi faccia 
assai minori danni che nel Veneto e altrove, per la parsimonia 
e la robusta complessione degli abitanti. Anche nella Lom- 
dardia l'alimentazione riesce però insufficiente, specie sulle 
Alpi e nelle campagne della pianura padana, dove regna la 
pellagra. Le abitazioni sono state molto migliorate nelle città, 
alcune delle quali, come Milano, Bergamo, Como, Lugano, 
hanno avuto un grande sviluppo edilizio, e si vennero con- 
formando a tutte le esigenze dell'igiene, mentre nelle città mi- 
nori sono ancora numerose le strade strette e tortuose, le case 
prive di fogne, le soffitte esposte a tutti gli eccessi di tempera- 
tura, e persino i sotterranei. Anche le abitazioni rurali sono 
state migliorate, ed in numerose proprietà possono additarsi 
a modello, chè nulla debbono invidiare alle campagne del 
Belgio e della Danimarca. Xelle montagne si nota qualche 
maggior progresso che in Piemonte, ma sono numerose an- 
cora le povere capanne, nelle quali la vita, dura per le fa- 
tiche e la scarsa alimentazione, riesce anche più dura e dif- 
ficile, a cagione dei ripari insufficienti, e di tutti i disagi ai 
quali sono esposti i loro abitanti 1 . 

Le memorie più antiche non dicono che le tribù transal- 
pine fossero allettate in Lombardia dalla fama di vene metal- 
liche, di marmi variopinti o d'alabastri, bensì le sedussero il 
dolce frutto dei vigneti, le messi ubertose, l'olezzo dei fiori. La 
vegetazione, più d'ogni altra cosa, impronta ogni paese del 
particolare suo aspetto, per cui dagli altri si distingue, ed al- 
l'indole tutta propria della loro vegetazione devono le convalli 
lombarde l'antica fama di bellezza. Il viandante, uscito dalle 

1 Secondo il censimento del 1881, vi erano in Lombardia, 3991 sordomuti, 3715 
ciechi e 2917, idioti, ma non è necessario rilevare come queste cifre avute dal 
censimento sieno inesatte e probabilmente inferiori al vero. 

I 

!» 
> 



220 



L'ITALIA 



selve della valle di Rabbi, vede aprirsi davanti il romito lago 
d'Idro ; calando dalle vette del Gottardo, ispido di ghiacci 
eterni, si trova fra le tepide anre del Oeresio, dove già lo sa- 
lutano l'agave e il gelsomino, il melagrano ed il lauro, il ro- 
smarino ed il lieo d'India. Così chi fugge la tetra Via Mala 
e le valanghe dello Spluga o discende i pericolosi sentieri 
che mettono nella valle dell'Adda, si riposa nella deliziosa 
Tremezzina, ovvero calando dalle vette del Baldo, dove co- 
glieva l'arenaria bavarica, la pallene spinosa, il citiso purpu- 
reo, scorge già tra le fessure delle rupi di Limone i fiammeg- 
gianti mazzi dell'oleandro e nei ridenti anfiteatri della riviera 
si vede innanzi, come gli immensi colonnati di Persepoli, le 
bizzarre fabbriche degli agrumeti, e tutto intorno annidarsi 
il delicato fiore del cappero, con una continua selva di lauri, di 
cedri, di aranci, che alternano la lucida fronda con le tinte 
grigie degli oliveti e diffondono aure balsamiche sotto un lim- 
pido cielo. E chi da qualche seno più riparato dei la- 
ghi lombardi si misura coi giganteschi candelabri delle 
agavi, si nasconde nei boschetti di annose magnolie, di cin- 
namomi, di pimenti, di lauri vetusti, può credere di essere 
trasportato da una magica potenza sulle rive dell'Indo o nelle isole 
del tropico. 

Non molto diversa dal Piemonte è la flora delle Alpi e 
delle Prealpi lombarde, e così hanno una loro propria vege- 
tazione, le pianure fertili e le rive dei laghi, le lande e le 
brughiere, le paludi e i canneti, mentre vi sono piante, come 
l' arenaria serpyllifolia e Valsine media, che vivono dovunque, 
senza odio e senza amore di acque o di terre. Anche in Lom- 
bardia ritroviamo più frequenti le piante fanerogame sul suolo 
calcare dei monti e su quello arenoso delle pianure, mentre 
la vegetazione più folta e rigogliosa segue le roccie graniti- 
che più abbondanti di sorgive ed i terreni argillosi più tenaci 
nel serbare l'umidità. Anche la formazione jurassica, sotto il 
blando influsso delle acque dei laghi, offre una bellissima se- 
rie di forme vegetali, come si rinvengono soltanto sugli scogli 
della Provenza e dei Pirenei. Nei campi del mezzodì, la ve- 
getazione ha già indole mediterranea, mentre il paese posto a 
settentrione, salve le riviere lacuali, entra nella signoria della 
flora alpina. Ed anche su quelle riviere, appena intervenga 
una meno propizia esposizione, e molto più sui minori laghi, la 
vegetazione si spoglia subito della sua pompa meridionale, per 
riprendere le nordiche sembianze. Sul lago Maggiore regge 
l'olivo, ma non come pianta agraria delle sue riviere, ed il 
Ceresio, colle sue tortuose diramazioni, ha diverso aspetto flo- 



FLORA LOMBARDA 



221 



reale dall'uno all'altro promontorio. Maggiori ancora sono i 
contrasti sul lago di Como, dove Yeriobotryon japonicum ma- 
tura i dolci frutti e la santolina chamae cyparissus si attor- 
ciglia col nodoso fusto all'acacia farnésiana, mentre a Lezzeno 
il raggio del sole scomparso ai primi di novembre ritorna 
ad indorare le gemme del fico, rattenute dal prematuro au- 
tunno, appena al principio di febbraio. Soltanto sul lago di 
Garda i limoni, gli aranci, gli olivi costituiscono una vera 
produzione industriale, mentre presso la foce del Sarca, nella 
pianura di Arco, rallegrata di vigne e di frutteti e su per la 
valle dell'Adige, s'inoltra il dominio della fiora meridionale 
sino ai vigneti di Merano. 

Lunghesso le falde dei monti Insubrici abbiamo qualche esem- 
pio della flora delle torbiere, ma gli sfagni, scarsi di specie 
e d'estensione, disseminati nelle fredde conche dell'altipiano e 
della collina, poco si dilatano e non formano mai quel tappeto 
elastico e compatto, dove mettono radice alcune tenere e rare 
orchidee ; vi si trovano però il licopodio, l'arnica, il vacinium 
myrtillus. Così, sulle rive del Po, si trova ancora qualche pianta 
che ricorda la flora delle saline, ma va ogni dì più scompa- 
rendo con le paludi. 

ISoi sappiamo come l'agricoltura insubrica, avvalorata dai 
lumi della scienza, dalla solerzia delle arti, dalle ricchezze 
degli antichi commerci, vinte le acque, si spinse sulle alpestri 
balze trasformandole in giardini pensili con cinese perseve- 
ranza, tramutando, talvolta con soverchio ardore, in vigneti 
le selve tutelari. Quindi un profondo e vasto mutamento, mag- 
giore che in qualsiasi altra parte d'Italia, si operò nella na- 
turale distribuzione delle piante per cui il Link diceva : 
« La pianura lombarda è un giardino, dove a mala pena si 
trova una pianta selvaggia, tale almeno che valga a dar ca- 
rattere alla sua flora ». Dove in tempi non remoti si esten- 
devano ampi boschi di roveri e di olmi, come nel celebre 
bosco della Merlata, presso Milano, o si addensavano vaste pi- 
nete, restano oggi appena poche reliquie sfuggite all' incuria 
o all'avidità dei signori, alle depredazioni dei poveri, alla 
voracità degli scarabei e delle falene. Quindi molte erbe na- 
tive furono estirpate insieme alle selve, mentre colle nuove col- 
tivazioni furono introdotte e si diffusero le ciperacee, le sufìrenie 
ed altre piante che indarno si cercherebbero fuori delle risaie. 
Che se v'è ancora qualche vegetazione selvaggia nelle bru- 
ghiere del Milanese, nelle sassaie del Bresciano, nelle lame 
uliginose e traballanti, assiduamente attraversate dagli uomini 
e dal bestiame, non possono paragonarsi per vastità e per 



L'ITALIA 



selvatichezza agli scopeti dell'estrema Germania, alle paludi 
saline dell'Ungheria od alle lande della Erancia. Anche fra 
i monti, la flora nativa si trova soltanto lungo i torrenti, nei 
precipizi, nelle fessure delle rupi, sui prati alpini e presso i 
margini dei ghiacciai. La regione montana è ricca di critto- 
game, sebbene alcune specie siano scomparse colla distru- 
zione delle foreste. Straordinario è il numero dei miceti e 
troviamo fra essi svariatissime specie di funghi, di felci, di 
epatiche, mentre il lichene islandico, non più ricercato come 
sostanza colorante, vegeta rigoglioso su tutte le Alpi. 

Minore ancora è la varietà della fauna, che la Lombardia 
ha comune col Piemonte e con altre regioni d'Italia. Le ca- 
verne di Entratico e le cavità delle volte del Duomo di Mi- 
lano ricettano nottole ed orecchioni; in qualche campagna 
si alimentano ancora i ricci per dar la caccia agli scarafaggi 
e alle lucertole. Colle selve scomparvero gli orsi, di cui appena 
si trova a quando a quando qualche ultimo avanzo sul Le- 
gnone e sulla Grigna, come scemarono il lupo, la volpe, la 
faina, la martora ed altri ditigradi. Pressoché scomparse sono 
le marmotte, mentre si diffusero i conigli, usati sempre più 
largamente per l'alimentazione, nè valsero gatti, torcibudelle 
e trappole a distruggere i topi frequenti nelle case e nelle 
campagne. Altri mammiferi si propagano e migliorano per 
cura dell'uomo, specie in Piemonte. 

Le foreste, quasi tutte mutate in boschi cedui, non hanno 
più selvaggina, se non sui declivi delle montagne. Gli stessi 
uccelli sono relativamente rari ; per piccoli che siano, costi- 
tuiscono un boccone del pasto del contadino. Col fucile, coi 
lacci, con tutti i congegni di distruzione si accalappiano non 
solo le beccaccie, le quaglie, i tordi, ma perfino le rondini e 
gli usignuoli. Sulle rive del lago Maggiore si uccidono an- 
nualmente, secondo Tschudi, circa 60,000 uccelli canori ; a 
Bergamo, Ohiavenna, Brescia, si uccidono a milioni, ogni col- 
lina delle prealpi porta in vetta un'uccellanda, o ròcolo, dove 
si tende la rete distruttrice. Rarissimi sono i rapaci, salvo i falchi, 
i gufi, e qualche altra specie ; abbondano invece, e di specie e 
di numero, i silvani, e nei monti e nei siti alpestri annidano 
ancora i razzolatori, galli di montagna, francolini, pernici. I 
trampolieri si fermano passando lungo le rive dei fiumi o 
nei siti palustri, e nei bracci morti del Ticino e nelle paludi 
dei laghi si cacciano folaghe, strolaghe, gabbiani ed altri ac- 
quatici. Lucertole, innocenti colubri e qualche vipera errano 
sulle colline e pei monti, mentre anche nei siti palustri presso 
Milano gracchiano rane rosse e verdi, e rospi smeraldini. 



FAUNA LOMBARDA 



223 



Quasi tutti i laghi ed i fiumi vantano speciali qualità di pe- 
sci, sebbene anche qui l'uomo, con l'avidità sua e con i nuovi 
e terribili ordigni di pesca, distrusse perfino le specie che ora 
si vanno con gran cura risseminando e coltivando. Ma ancora 
non si è posto mente, come del resto in nessuna parte d'Ita- 
lia, agli enormi vantaggi che si potrebbero trarre dalla razio- 
nale coltivazione del pesce in tanta copia di acque, come in 
alcune parti dell'Europa settentrionale, dove la piscicoltura su- 
pera d'importanza l'allevamento del pollame domestico. I laghi 
alpini vantano anche in Lombardia le trote prelibate: il Lario ha 
l'agone, delizia delle mense milanesi, il lago di Varese vanta il 
volume e la bontà delle sue tinche. Nei fiumicelli e nei tor- 
renti che sboccano nei laghi si pescano pure varie specie di 
trote, mentre il Benaco abbonda di spinerelli, di anguille, 
di agoni, e persino dai fossi delle risaie si pescano le lamprede. 

Due insetti contribuiscono coi loro prodotti alla ricchezza 
dell'agricoltura lombarda; il baco da seta e l'ape che prepara 
il miele squisito anche sulle balze alpestri, dove il rigido clima 
non consente lo sviluppo del gelso. E forse altri insetti po- 
tranno essere utilizzati da più ingegnose generazioni, se i con- 
tadini, per profittare della untuosità trasudata dalle meloe, 
le mescolano all'olio per ungere le assi dei carri, i villanelli 
suggono la sostanza lattea contenuta nell'addome della melo- 
lontha aprii ina, e l'arte medica e farmaceutica, e persino l'in- 
dustria, approfittano del pari di altri insetti numerosi. Che 
se non mancano insetti utili, non solo all'agricoltura, ma 
anche alla vita umana, la maggior parte sono ministri di 
male ed insidiano le nostre suppellettili, gli abiti, i libri, le 
messi, la stessa vita nostra. Uccidono le api, corrodono la 
vite, distruggono le piante più vetuste od entrando nei 
polmoni e nel sangue, vi recano infiniti generi di malattie e 
talora la morte. La terra coperta d'una bella vegetazione fa- 
vorisce il soggiorno e lo sviluppo di ditteri, imenotteri, lepi- 
dotteri, e di quei coleopteri che accompagnano i cereali, i le- 
gumi, gli ortaggi domestici. Come in Piemonte, vi sono in- 
setti che si trovano dovunque, mentre altri dimorano esclu- 
sivamente in una zona, appestando l'aria delle risaie e delle 
paludi, abbellendo dei loro vaghi colori i fiori dei giardini, 
disturbando col ronzìo molesto l'opera ed il sonno degli uo- 
mini, errando trasportati dall' uragano o dalla tormenta sino 
sui valichi più alti, sulle vette più difficili delle Alpi. 

La popolazione della media pianura irrigata dal Po ha ori- 



224 



L'ITALIA 



gini assai diverse. Latina per linguaggio, conta fra i suoi an- 
tenati Liguri, forse fratelli dei Baschi, Pelasgi che vivevano 
sulle foci del Po, Etruschi raggruppati in città popolose e 
molto esperti nell'arte d'incanalare le acque, potenti tribù 
galliche, l'accento delle quali, se non le parole, sarebbe rimasto 
nel gergo moderno degli Italiani del Nord. Si aggiungano an- 
cora i Celti-Ombroni, che le storie indicano come il popolo più 
antico d'Italia, e tutti quelli aborigeni, la lingua ignota dei quali 
non è forse del tutto scomparsa, poiché si riscontrano nei dia- 
letti locali parole affatto inesplicabili colla etimologia di idiomi 
antichi e moderni. Largamente aperte all'oriente, come sono 
le campagne del Po, esse dovevano essere naturalmente visi- 
tate ed invase da tutte le popolazioni sovrabbondanti delle 
rive dell'Adriatico e delle alte valli alpine. Si ammette in 
generale che la razza ligure predominasse al sud del Po e 
nella vallata del Tanaro fino alla Trebbia, mentre più all'est 
occupavano la vallata i Celti e gli Etruschi. Le invasioni gei- 
maniche dei primi secoli dell'era presente dovettero esercitare 
per l'avvenuto incrociamento una durevole influenza sugli abi- 
tanti dell'Italia del nord. La grande proporzione d'uomini di 
alta statura che si riscontra nella valle del Po attesta simile 
intervento dei popoli transalpini. I barbari, Goti, Vandali, 
Eruli, Longobardi si fusero ben presto nella massa latinizzata 
del popolo, ma l'ascendente che essi ebbero sui vinti, in se- 
guito alla conquista e al possesso del potere feudale, attribuì 
ad essi maggiore importanza. 

Ohi furono i primi abitatori dell'Insubria ? Anche qui, come 
in Piemonte, le genti discese dalle Alpi trovarono abitatori 
più antichi, frugali, forti, duri all'armi come i roveri delle 
selve native. Le rive del Po erano note ai navigatori sin dai 
tempi in cui presero forma le poetiche leggende della favola 
greca; ivi le Eliadi si erano consunte in lagrime, i Greci 
comperavano l'ambra del Baltico ed i cavalli che correvano 
ad Olimpia ; nelle sue paludi « sparse di sassi caduti dal cielo, 
Ercole aveva incontrato l'esercito imperterrito dei Liguri con- 
tro cui vani gli tornarono l'arco e il valore ». Ambedue le 
rive del Ticino, secondo Tito Livio, erano abitate dai Liguri 
il cui nome, nei fasti consolari, si estende fino ai popoli del 
lago d'Idro e alle valli del Taro e della Scultenna. Pare che 
sin d'allora coltivassero a ronchi le pendici dai monti, e mu- 
nissero di mura le loro castella, diversi in ciò dai Celti e dai 
Germani. Erano robusti, valenti frombolieri e portavano scudi 
di rame come i Greci, e lunghi capelli come i Celti, coi quali ave- 
vano comuni Pennino, Berghno, Tillino ed altre oscure divinità. 




c 



- 



L'Italia. 



29 



ANTICHI ABITATORI DI LOMBARDIA 



227 



Alle rive del Po si affacciarono certamente anche gli Um- 
bri, dai quali si volle derivasse al popolo della pianura il 
nome di Isombri dato loro dai Greci e di cui gli Italiani 
fecero Insubri. Più numerosi furono verso oriente i Veneti, 
che certamente passarono il Mincio e si insinuarono fra Li- 
guri ed Umbri, temperando a maggior dolcezza i loro idiomi. 
Anche la lega etrusca spinse le armi a settentrione dell' Apen- 
nino tino alle Alpi e all'Adige, fondandovi dodici città o 
piuttosto stazioni commerciali, perchè nessuna ci rivelò quei 
tesori d'arte ond'è ricca l'Etruria. Le Prealpi, colle loro cime 
alte, fredde, inabitabili, che dividono le terre e non le colle- 
gano, e le valli appartate, anguste, in quei tempi quasi senza 
agricoltura e senza commercio, non consentivano grandi ag- 
gregazioni di uomini, uè erano quelli i luoghi dove le menti 
potessero avvicinarsi e scaldarsi, e inventare leggi senza esem- 
pio ed arti senza modello, così lungi dalle grandi vie coni 
merciali e dal mare. Ma prima che la consuetudine colle città 
etrusche avesse del tutto ingentiliti i circostanti aborigeni, co- 
minciarono ad inoltrarsi tra noi dall' Arinorica e dalle Isole 
Britanniche i Celti, che vivevano in pastorizia, senza città, 
senza privato possesso, in ciani o comunanze di famiglie, di- 
morando per lo più all'aperto, lunghesso le acque o in tuguri 
rotondi, costruiti di tavole o di graticci con terra pesta, con 
acuto tetto di strame. Passavano fra le città che non sapevano 
espugnare, e i cui abitanti dalle mura potevano ascoltare 
senza spavento le strane voci ed i barbari canti di guerra, 
sino a che nelle sedi dei loro brenni e delle loro adunanze militari 
sorsero altre città come Breno, Oividate e la stessa Mediolano. 

Era le discordie galliche, i Romani si aprirono il varco del 
Pò; il console Marcello, d'accordo coi Oenomani, irruppe nelle 
valli lombarde, trionfò a Mediolano del brenno Virduuiaro e 
pose due colonie, a Piacenza e a Cremona. Dopo le guerre pu 
niche, fra la dispersione dei Senoni e dei Boi, sopravvisse la 
stirpe degli Insubri ; ma solo in sul principio dell'era volgare 
vinti gli Stoni, domati i Camuni, venduti all'asta i Templini, 
cessate le invasioni dei Cimbri e dei Teutoni, la via dei laghi 
e delle Alpi era aperta alle legioni di Roma. Allora l'Insu- 
bria, che nell'era etrusca era la favolosa frontiera del mondo 
civile, si trovò sulla gran via delle genti, ed i Romani die- 
dero ai municipi autorità sulle campagne, sicché Strabone po 
teva scrivere, che « per la frequenza degli abitatori e per l'am- 
piezza e l'opulenza delle città, i Romani di quelle parti so 
vrastano a tutti gli Italiani ». Allora la Cisalpina ebbe leggi, 
famiglie, municipi, strade, ponti, argini, templi magnifici, 



L'ITALIA 



mille delizie di arti e di fontane, teatri, grandi scuole e cam- 
pagne coltivate, dove sino allora avevano errato nelle paludi 
feroci cinghiali. 

A queste popolazioni altre si sovrapposero coll'invasione dei 
barbari e furono le ultime che contribuirono alla formazione 
delle genti moderne. Ma allora la Lombardia, come altre re- 
gioni d'Italia, era ridotta quasi ad un deserto; poche città sor- 
gevano solitarie sui monti e fra le paludi, mentre i barbari 
erravano sulle rovine, pascendosi di carni crude sotto i por- 
tici di marmo e trucidando quanti non si erano salvati nelle 
cerchie murate. I capitani longobardi s'intitolarono dalle 
città che a poco a poco risorsero ed acquistarono nuova impor 
tanza, mescolandosi i vincitori ai vinti Romani, e sotto l'egida di 
Agostino, di Ambrosio e degli altri vescovi ricostituirono la 
civiltà e prepararono l'epoca gloriosa dei municipi. 

Le diverse popolazioni che si succedettero in Lombardia de- 
terminarono a poco a poco la formazione di un dialetto che 
si inquadra quasi perfettamente fra i corsi della Sesia e del 
Mincio, fra le Alpi ed il Po. Quest'ampia regione si divide 
in due parti, che corrispondono alle antiche divisioni dell'In- 
subria e della Oenomana, con una linea che dalla vetta del- 
l'Ortler piega poi a mezzodì sul corso inferiore dell'Adda. Da 
un lato abbiamo i dialetti lodigiano, comasco, valtellinese, ti- 
cinese, verbanese ed il milanese propriamente detto; dall'altro, 
il bergamasco, il cremasco, il cremonese ed i vari dialetti 
dell' Anaunia, della Oamonia e del Bresciano. Nelle valli sviz- 
zere di Poschiavo, di Bregaglia, come in altre valli superiori 
delle Alpi, i dialetti lombardi si mescolarono coi dialetti la- 
dini dell'Engadina, dando luogo a varietà speciali di favelle. 

Le popolazioni lombarde sono certamente tra le più forti 
ed industri d'Italia. È noto qual fosse l'importanza delle loro 
industrie al tempo delle repubbliche italiane ed a qual grado 
di perfezione gli operai lombardi avessero portata la fabbri- 
cazione dei tessuti di seta, dei velluti, delle stoffe d'oro e d'ar- 
gento, delle tappezzerie, delle maioliche, dei metalli lavorati, 
delle armi, degli oggetti d'ogni specie che richiedono buon 
gusto ed abilità. I loro costruttori, col nome di magistri co- 
macini, si diffondevano in tutta l'Europa ; mercanti e banchieri 
lombardi avevano nelle mani tesori a Londra, in Erancia ed 
altrove, al punto che lombardo era sinonimo di banchiere e 
Lombard Street ancora si denomina a Londra la via dove abi- 
tano o negoziano i re della finanza. Per condurre entro la 



CONDIZIONI DELLA PROPIUETÀ AGRICOLA 



229 



fossa della città i marmi del Verbano, il volgare ripiego di 
una chiusa per superare il pendìo delle acque additò ai Lom- 
bardi la mirabile invenzione delle conche. Fioriva la pittura 
con Gaudenzio Ferrari, coi Luini, colla scuola di Leonardo e 
nell'architettura civile si introduceva il nuovo stile vario e 
signorile che ebbe nome di lombardesco. Oggi le industrie 
di nuovo giganteggiano e questa regione più di tutte le altre 
d'Italia contribuisce allo sviluppo della sua ricchezza. 

Assai grande è la varietà delle condizioni dell'agricoltura, 
sebbene non così come ai tempi in cui la descriveva Carlo Cat- 
taneo. « Mentre in una parte del territorio il riso nuota 
nelle acque, un'altra non può abbeverare il bestiame se non 
di scarse acque piovane, o colaticce, o tratte a forza di braccia 
da pozzi profondi fino a 100 metri. Un distretto è continuo 
prato, verde anche nel verno, folto d'armenti, ridondante di 
latticini; un altro raduna a stento poco latte caprino, colti- 
vando piuttosto a giardini che a campi il limone e l'olivo. 
Xei monti si coltiva la canapa ed è quasi ignoto il lino; in- 
torno a Crema ed a Cremona il lino è primaria derrata cam- 
pestre e la canapa è negletta. La pianura pavese si allarga 
in ampie risaie, poco cura il gelso, e la pianura cremonese ne 
ha le più folte e robuste piantagioni. Il vino è la speranza 
dell'agricoltura in ambo le opposte estremità del paese, nella 
boreale ed alpina Valtellina e nelle australi pianure di Can- 
neto, di Casalmaggiore e dell'Oltrepò. L'agricoltura bresciana 
solca profondamente, a forza di bovi, un terreno tenace; la lo- 
digiana sfiora i campi con un lieve aratro tratto da solleciti 
cavalli per non sommuovere le povere ghiaje sopra le quali il 
lavoro dei secoli ha disteso uno strato artificiale » \ 

L'ordinamento sociale è necessariamente diverso nella pia- 
nura, sui monti, fra le colline 2 . Nella pianura irrigua, ogni 
podere vuol essere ampio, perchè richiede complicate rotazioni, 
colture molto semplici, difficili giri di acque e una famiglia 
intelligente che ne governi l'azienda. Il proprietario, che non 
potrebbe appagarsi della vita rurale e solitaria in luoghi non 
ameni, vive in città, villeggia sui colli od all'estero, attende 
all'industria o vive nell'ozio. La coltivazione è diretta da fit- 
tavoli che devono essere di necessità capitalisti e talvolta pos- 
siedono altre terre che affidano ad altri coltivatori. Vivono 

1 C. Cattaneo, op. cit., voi. I, pag. CHI. 

2 Anche in Lombardia buona parte del terreno è improduttiva causa l'altitudine. 
Ben 4-17,200 ettari di montagne sulle Alpi, 2000 sugli Apennini giacciono a una al- 
titudine di oltre 1300 metri. La sola provincia di Sondrio ne ha 237,000, la maggior 
parte del suo territorio. 



230 



L'ITALIA 



sparsi nelle campagne, in casali isolati, in mezzo ad ogni abbon- 
danza domestica, circondati di famigli e cavalli, in mezzo ad 
nn popolo di giornalieri. Questi sono in condizioni poco invi- 
diabili, spesso decimati dalle malattie, incuranti dell'istruzione, 
per lo più mal retribuiti ed ora appena avviati ad una orga- 
nizzazione solidale, che, accrescendo le resistenze e dettando 
legge talvolta ai fittavoli, farà a poco a poco sparire questa 
classe, costringendo i proprietari a ceder loro le terre od a 
dirigerne la coltivazione. 

Sulle colline, ubertose come il piano, coltivate come il monte, 
una contadinanza che di rado possiede la terra può dividere 
col padrone il vino, il frumento, i bozzoli, serbando per sè 
tanto da vivere colla famiglia. Questi abitanti, liberi di col- 
tivare la terra a loro talento, le sono affezionati come se fosse 
loro proprietà e durano le famiglie da tempo memorabile, quando 
non ne diventino padrone, come nei siti meno lieti e più ri- 
pidi dove il cittadino non ama investire capitali. Tutto Fanno 
in queste campagne continuo lavoro: le viti, il gelso, il fru 
mento, il granturco, i bachi, le vacche, la vangatura e la messe, 
il bosco e Torto danno una perenne vicenda di cure, che acui- 
scono l'intelligenza, la previdenza, la frugalità. 

Sui monti le condizioni della proprietà mutano con quelle della 
coltura: il coltivatore non può quasi mai dividere gli scarsi frutti 
con un padrone. Le ripide pendici, ridotte a faticose gradinate, 
sostenute con mura di sasso, sulle quali talvolta il contadino porta 
a spalle la poca terra che basta a fermare il piede di una vite, 
appena danno la stretta mercede della manuale fatica. La 
terra non ha quasi valore, se non come spazio su cui si eser- 
cita l'opera dell'uomo, ed il coltivatore è quasi sempre pa- 
drone della sua gleba od almeno livellano perpetuo. Mentre 
una parte della famiglia suda su quella gleba ed alleva all'a- 
more di essa la povera prole, un'altra parte scende al piano 
ad esercitarvi qualche mestiere o si sparge trafficando oltre 
monti, per riportare alla famiglia i risparmi che le diano la 
forza di continuare la sua lotta colla natura e colla miseria. 
Indi una singolare mistura di costumi patriarcali e di espe- 
rienza moderna, la facilità di vivere in terra straniera e l'amore 
ilei suolo nativo, l'avidità del lucro e l'ospitale cordialità. In al- 
cuni luoghi la proprietà appartiene al comune e persino al 
gran comune antico, suddiviso in parecchi moderni, come quelli 
che occupavano la Levantina, la Mesolcina, il distretto di 
Bormio. In queste estreme regioni, dove la neve copre il terreno 
per molti mesi dell'anno, il pastore discende coll'armento lungo 
le valli, per risalire in estate sulle Alpi e rivedere nel fior della 



PRODOTTI AGRICOLI 



231 



primavera i campi e i prati che lasciò squallidi d'autunno. 
Questi varii aspetti della vita agricola nel piano, ai colli, sui 
monti si spiegano talvolta in modo aperto e risoluto, ma per 
io più trapassano dall'uno all'altro, con varia tessitura che il 
commercio e l'industria rendono più complicata. Laonde ben 
concludeva Carlo Cattaneo che « siffatta varietà palesa quanto 
l'agricoltura sia antica fra noi ed in quanti particolari modi 
abbia sciolto i singoli problemi che le varietà naturali del 
paese le avevano proposto » \ 

La Lombardia è di poco inferiore al Piemonte per la pro- 
duzione del frumento, mentre lo supera di buon tratto nella 
produzione del riso, che nella sola provincia di Milano si col- 
tiva in quantità uguali alle provincie di Novara e Alessan- 
dria, e come ivi manca nelle altre due provincie ; codesta col- 
tura è insignificante in quelle di Bergamo e Brescia, e neppure 
esiste nelle provincie di Sondrio e di Como. Più che doppia 
è la produzione del granoturco, che si coltiva largamente in 
tutte le provincie, tranne a Sondrio, e di cui infatti si fa largo 
consumo, e quasi dovunque è diffusa la coltura degli altri 
minori cereali \ Assai inferiore al Piemonte e ad altre re- 
gioni d'Italia è invece la Lombardia nella produzione del 
vino, che non supera, un anno sull'altro, un milione o poco 
più d'ettolitri. Notevoli sono anche gli altri prodotti agricoli, 
legumi e patate che servono largamente all'alimentazione, 
come le castagne nei monti, mentre la canapa e il lino si 
coltivano assai limitatamente 3 . 

Secondo la statistica, l'agricoltura lombarda trae dalla vite, 
dopo i cereali e il filugello, i suoi maggiori prodotti. Ma se 
prodiga alla vite molte cure, nella maggior parte dei casi 
deve superare grandi difficoltà, a fine di ottenere vini che possano 

' Op. cit., voi. I, pag. CV, CVI. 

2 La quantità della produzione, secondo la media del triennio 1896-98, è la seguente: 



Frumento ettolitri 3,038,427 sup. coltivata 293,300 ett. 

Granoturco » 5,512,500 » 330,154 » 

Riso ....... 2,583,533 » 67,082 » 

Segale 343,772 » 26,593 » 

Avena ...... 697,342 » 29,302 » 

Orzo ....... 12,603 i 1,197 » 



Totale cereali . . . 12,188,177 747,628 » 

Legumi 40,102 ett. 102,170 quiut. 

Patate 14,513 » 891,192 » 

Castagne . . . . 20,125 » 127,548 » 

Canapa 3,487 » 16,221 » 

Lino 20,187 » 68,148 » 



232 



L'ITALIA 



misurarsi con quelli delle regioni contermini, ove se ne tolgano 
quelle della Valtellina, i quali hanno un grande mercato nella 
Svizzera. La vite si trova sino a 700 metri d'altitudine sulle 
colline di Sondrio e di Como e nelle superiori vallate ber- 

X. 34. — LECCO E I VIGNETI DELLA BRIANZA. 



3,° 5 




Scala di l : 100,000 



gamasche e bresciane, ma per le condizioni del clima e le 
pioggie, le viti sono spesso attaccate da malattie e da parassiti, e 
il prodotto non sempre riesce sano e maturo. Xelle pianure 
e nelle colline della Brianza, di Bobbio, di Voghera, di Stra- 
della e d'altri siti la vite cresce meno minacciata, ed anche 
dalle devastazioni della grandine vanno riparandola i cannoni 
grandinifughi; ma la qualità dei vini, specie dopo l'estensione 



PRODOTTI AGRICOLA 



233 



dei nuovi vitigni americani, è appena discreta. S'aggiunga clie 
la filossera recò assai maggiori danni che altrove ai vigneti 
di collina, cominciando a Valili adrera e in altri siti della 
Brianza, e la vite americana richiede ora i terreni freschi, 
profondi, non calcari della pianura. Nel triennio 1896-98 la 
produzione media annuale dei vini fu di 1,150,000 ettolitri, 
un terzo nella provincia di Pavia e poco meno in quella di 
Mantova, quasi tutti vini rossi da pasto, del color del rubino, 
poco profumati, ad eccezione di quelli della Valtellina, dei 
vigneti di Arco e di alcuni altri. Pochissimi si esportano, 
mentre se ne traggono da altre regioni d'Italia per correggere 
i propri e alimentare l'industria, che è fiorente, della produzione 
e del commercio del vino \ 

In Lombardia incomincia a far capolino, sulle rive dei laghi 
ed in qualche altra plaga favorita, la coltura dell'olivo e degli 
agrumi: trattasi appena di 4000 ettolitri d'olio e di quattro 
milioni di limoni e d'aranci ; pure le due colture sono già 
la ricchezza di più d'un comune. Primeggia la Lombardia, e 
di gran lunga, per la coltura del gelso ; la produzione dei boz- 
zoli negli ultimi quattro anni (1896-1899) oscillò intorno a 16 ini 
lioni di chilogrammi, più di due quinti dell'intera produ- 
zione italiana J . Anche in questo prodotto la provincia di Mi- 
lano, con 3,223,000 chilogrammi nel 1898, sovrasta a tutti: viene 
ultima quella di Sondrio, che di rado supera i 100,000. Rag 
guardevole spazio dedica la Lombardia ai prati naturali e ar- 
tificiali; possiede anzitutto 30,000 ettari di prati artificiali e 
irrigui, che possono dare sino a 116 quintali di foraggi per 
ettaro, mentre dai prati naturali se ne traggono 50 a 30, se- 
condo sono o no irrigati, e dagli artificiali non irrigui più 
di 60. I prodotti dei latticini ammontano ogni anno a 40-50 
milioni di lire, divisi quasi tutti gli anni in circa 23 milioni 
di formaggi, 20 di burro e due o tre di ricotta e latticini 
diversi; lo stracchino, tratto dal latte delle vacche stanche 
nelle fermate che interrompono le periodiche migrazioni tra 
la montagna e la pianura, il (frana o lodigiano, che si fab- 



1 La coltura della vite in Lombardia ha avuto il seguente sviluppo : 

1890 . . . 186,650 ettari 890,505 ettol. 4.8 per ettaro 

3*91 . . . 195,603 » 1,158,207 » 5.9 

1892 . . . 188,087 » 1,293,897 » 6.9 

1893. . . 192,167 » ' 1,821,551 » 9.5 

1894. . . 192,068 » 1,434,130 » 7.5 

2 Produzione dei bozzoli in chilogrammi : 

1896. . . 16,932,000 1898. . . 16,120,000 

1897. . . 14,892,000 1899. . . 15,400,000 

V Italia. 30 



234 



L'ITALIA 



brica specialmente sui prati irrigui delle provincie di Milano 
e Pavia, sono celebri in tutto il mondo, come in gran fama 
salirono i caseifici e le latterie di Oarate Brianza, Locate 
Triulzi e cento altri, che coi prodotti eccellenti vincono an- 
che le diffidenze onde furono colpiti i burri lombardi dopo 
il largo uso della margarina e delle altre falsificazioni. 

Le razze di cavalli nulla hanno di particolare, quando non si 
noti la produzione di pesanti cavalli da tiro della pianura che 
spesso si adoperano in luogo dei buoi nei lavori agricoli. Le 
vacche lattifere sono di provenienza svizzera, tirolese o incro- 
ciate, sebbene da qualche anno sia in notevole progresso Falle- 
vamento di razze indigene, specie nel Bresciano. La pecora 
gigante bergamina di carne mediocre e di lana abbondante, 
la valtellinese più piccola, ma preferibile in tutto, sono le 
principali razze di pecore ; queste però in Lombardia neanche 
danno la metà del prodotto del Veneto. Le foreste sono in 
gran parte scomparse: nel 1883 appena un sesto dell'intera 
superficie si componeva di terreni soggetti a vincolo forestale, 
che non esistono nelle provincie di Milano, Cremona, Man- 
tova, e coprono appena 24,626 ettari nell'Appennino della 
provincia di Pavia \ E pure dai boschi si traggono ogni anno 
cinque a sei milioni di lire, che potrebbero a tutt'agio de- 
cuplicarsi almeno per i nostri nipoti a computare solo il le- 
gname, le castagne ed i funghi 2 , mentre ancora ai tempi di 
Polibio i monti erano tutti coperti di conifere, le pianure d'olmi 
e di quercie! Nella pianura si sostituiscono, è vero, ricchezze 
senza paragone maggiori, ma sui monti il taglio che ridusse 
la foresta ai più profondi recessi della Valtellina e delle Alpi 
bresciane e bergamasche recò danni inestimabili e pur troppo 
anche senza rimedio. 

Fra tutte le regioni d'Italia, la Lombardia primeggia per le 
sue industrie. Le miniere di ferro delle Valli Troni pia e 
Camonica e d'alcune valli bergamasche, quelle meno impor- 
tanti di zinco e di piombo, sono tra le più importanti del 



Terreni vincolati a bosco . . 

a cespuglio . 
» nudi ' . . 



362,355 ett. 
18,055 » 
34,37(5 » 



Totale 



414,786 
474,972 



nel 1883 
nel 1893 
1,551,617 
2,507,589 
1, «30.499 



Prodotti dèi boschi d'alto l'usto 
» » cedri ..... 
» secondari i complessivi 



Totale, .... 5 4 689,705 



INDUSTRIE LOMBARDE 



235 



continente e danno prodotti abbondanti ì ; si utilizzano sin dal 
tempo dei Carolingi, nel medio evo produssero armi per 
tutta Europa, e tra esse, famose le armature di Carlo V, di Fran- 
cesco I, e in un solo anno 4000 fucili pel Earnese e 150,000 
in tre anni per la Spagna. Esse danno anche oggi prodotti clie 
ascendono a più di 16 milioni 2 . Altri prodotti minerari servono 
ad alimentare le fabbriche e le officine, dalle quali escono com- 
bustibili agglomerati, biacche ed ossidi coloranti, polveri piriche, 
acido solforico, allume, soda, solfato di rame, acido cloridrico, 
silicato di soda, e specialmente perfosfati e concimi chimici, la 
cui sola produzione supera oggi 10 milioni di lire. Si aggiun- 
gano le cave di marmi, coti, amianti, arenarie e graniti, che 
impiegano da due a tremila operai, con una produzione di 
circa tre milioni di lire; le fornaci per calci, laterizi, terre- 
cotte, con 7000 operai, che producono per oltre 10 milioni di 
lire; e le industrie che danno le ceramiche fine di San Cri- 
stoforo, le lastre da finestra, le bottiglie e damigiane, le ter- 
raglie e maioliche ordinarie, i cementi ed altri prodotti affini, 
per altri 10 o 12 milioni di lire. 

Troppo spazio sarebbe necessario a dar conto di tutte le in- 
dustrie lombarde, se nel 1890 si contavano nella sola provincia 
di Milano più di 3000 opifici, con oltre 1200 caldaie e quasi 2000 
motori a vapore, ad acqua, a gas, ad elettricità, che potevano 
disporre di una forza di 38,000 cavalli, e nel decennio lo svi- 
luppo fu veramente straordinario. Nel 1891, quando la pro- 
vincia di Milano aveva 32,478 cavalli a vapore, tutto il regno 
ne contava 156,681, dei quali 3545 Como, 2192 Bergamo, 
1682 Mantova, 1216 Cremona, 1202 Brescia, pochi Pavia e 
Sondrio, arrivando tutte insieme neanche al terzo della sola 
provincia di Milano. E pure hanno importanza straordinaria i 
setifici di Como e di Bergamo, che impiegano più di 50,000 ope- 
rai in quella provincia, e poco meno di 20,000 in questa, mentre 
in tutte le altre non arrivano a questa cifra. Che se l'indu- 
stria della seta diede qualche segno di decadenza 3 , vi si svi- 

1 Produzione del ferro in Lombardia nel 1894: 12,099 tonnellate per 160,237 lire 
con 840 operai. Numero delle miniere 53 con una produzione di 1,051,556 lire con 
2235 operai. 

2 Le officine metallurgiche produssero nel 1894: 

5,4C6 tonnellate di ghisa per 1,034,320 lire 

36,465 » di ferro e acciaio. . » 13,716,300 » 
3,000 » di lavori di stagno . » 1,440,000 » 
e confr. Jervis, I tesori sotterranei d'Italia, Torino 1873. 

3 Lana, operai nel 1876 751 . . nel 1890 1,394 . . nel 1897 2,714 
Cotone, » » » 1,921 . . 9,044 . . » 13,141 

.Tello sole provincie di Bergamo e Brescia. 



236 



L'ITALIA 



lapparono quelle della lana, del cotone, della carta. E ten- 
gono sempre alta la loro fama le fabbriche d'armi di Brescia 
e Guardone Val Troni pia \ le segherie di legname di Son- 
drio, le concerie di pelli del Mantovano, le conserve e 
gli altri prodotti alimentari di Cremona, mentre non pos- 
sono trascurarsi le industrie tessili casalinghe, che danno moto 
a forse 20,000 telai, e la macinazione dei cereali, prevalente, 
come altre industrie, a Milano. In questo centro di meravi- 
gliosa attività si trovano infatti pressoché tutte le indu- 
strie, da quelle che trattano i prodotti grezzi del suolo, alle 
industrie più raffinate delle produzioni intellettuali, come 
l'arte tipografica e la prodazione degli strumenti musicali 2 . 



1 Nel 1890 produssero 26,000 fucili, 25,000 sciabole e baionette, 0000 pistole a vo- 
tazione ed altri prodotti secondarii. 

2 Statistica industriale, Lombardia, pubblicata dal ministero di agricoltura, indu- 
stria e commercio, Roma 1900. 

In tutta la Lombardia nel 1898 vi erano 307,124 operai, i quali utilizzavano per 
la industria 107,849 cavalli-vapore, così suddivisi secondo le varie categorie di in- 
dustrie : 

Industrie meccaniche e chimiche. . . 45,670 24,654 
alimentari ....... 23,502 20,934 

tessili 192,950 51,766 

diverse 44,637 10,395 

oltre a circa 20,000 telai a domicilio. 

11 numero degli operai di queste varie industrie nelle singole provincie era 
seguente : 





Meccaniche 


Alimentari 


Tessili 


Diverse 


Totale 


Bergamo . . 


. 4.462 


1,980 


32,787 


1,556 


40,785 


Brescia . . 


. 6,385 


3,164 


9,533 


3,760 


22,842 


Como . . . 


. 5,918 


2,250 


57,212 


3,528 


68,90s 


Cremona . 


. 1,527 


2,448 


6,634 


627 


11,236 


Mantova . 


. 1,373 


1,720 


749 


2,060 


5,906 


Milano . . . 


'>3,891 


7,610 


79,457 


31,989 


142,947 


Pavia . . . 


. 1,769 


3,536 


5,719 


906 


11,930 


Sondrio. . . 


466 


487 


1,224 


211 


2,570 


Tolale . . 


. 45,670 


23,502 


192,950 


44,637 


307,124 



Le industrie principali impiegavano le forze motrici seguenti : 

C. idraulici C. vapore Altri motori 



» per illuminazione 
Macinazione dei cereali . 
Brillatura del riso . . . 
Industria della seta . . 
» della lana . . 



Segherie e lavorazione del lesilo 



3,305 


631 


12 


2,443 


4,615 


225 


2,871 


4,622 


120 


12,122 


266 




3,754 


255 




2,575 


7,493 


6 


932 


868 




12,178 


15,360 




1,950 


915 


29 


2,231 


1,067 


12 



POPOLAZIONI DELLA LOMBARDIA 



237 



La popolazione complessiva della Lombardia secondo il cen- 
simento del 1881 risultò di 3,680,615, e al 31 dicembre 1898 
si calcolava di 4,107,851, aumento considerevole, dovuto anche 
alla grande attività industriale ed allo sviluppo di tutti i mezzi 
di comunicazione. Oltre che alle ferrovie, molto più fitte 
che in qualsiasi altra regione d'Italia, eccetto il Piemonte, e 
che mettono in comunicazione tutti i centri più importanti, dalla 
seconda linea costruita in Italia nel 1840, all'altra da pochi 
anni aperta nella Valtellina, la Lombardia possiede una rete 
di tramvie che superava nel 1899 i 1100 chilometri, e una 
rete di strade nazionali (406 chil.), provinciali (3563) e co- 
munali (9772) che superano complessivamente 14,000 chilo- 
metri, con una proporzione oltrepassata a ragione di superficie 
dal solo Piemonte. La repubblica veneta, la dominazione au- 
striaca nei suoi primi tempi, e specialmente Napoleone I, vol- 
sero le maggiori cure alle strade della Lombardia, che sono 
state completate dal governo nazionale. S'aggiunga che buona 
parte dei fiumi che solcano la Lombardia sono navigabili, a 
cominciare dal Po (per 320 chilometri), dal Ticino (32) e dal- 
l' Adda (51), e la rete dei fiumi è completata dai canali, che 
mettono in comunicazione tra loro anche i maggiori laghi, 
con un complessivo sviluppo di vie acquee di 1200 chilometri, 
superato solo dalla Venezia che raggiunge i 1340. 

La posizione sempre più centrale, che tale convergenza di 
strade assicura alla contrada, contribuisce con la meravigliosa 
fecondità delle campagne e gli altri suoi privilegi a fare della 
Lombardia, come di tutta l'Italia del nord, una delle parti più vi- 
tali del grande organismo dell'Europa. Il lavoro umano ha mo- 
dificato la geografia primitiva: non più in Roma, ma nell'an- 
tica Gallia cisalpina si trova il centro della Penisola. Se per la 
scelta d'una capitale gli Italiani avessero preso di mira l'impor- 





347 


34* 


11 


Tintorie e apparecchi a stampa .... 




6,613 




Tessiture di lino, canapa, juta .... 


2,508 


1,494 


12 






704 






196 


6 




Officine di prodotti chimici 


191 


3,437 


44 


Fabbriche di paste da minestra . . - . . 


160 


48 


26 


» di cappelli 


97 


1,228 


28 


Lavorazione di gomma e guttaperca . 




700 


17 




1,215 


211 




Fabbriche di spirito 




1,656 


1 


» di liquori e confetture . . . 


30 


376 


4 


» di bottoni, pettini, spazzole, ecc. 


95 


401 


18 


Lavorazioni di pietre, marmi e asfalti. . 


76 


28 


14 



238 



L'ITALIA 



tanza reale nel mondo del lavoro, anziché le tradizioni del pas- 
sato, almeno quattro città della pianura del nord, Torino, Ve- 
nezia, Bologna, ma specialmente Milano, avrebbero potuto sol- 
lecitare l'onore d'essere ciascuna la prima fra le sue pari. Impe- 
rocché la metropoli lombarda, dove vengono a metter capo le 
sette grandi vie alpine del Sempione, del Gottardo, del pic- 
colo S. Bernardo, dello Spluga, del Julier, della Maloia, dello 
Stelvio, è un emporio necessario. Senza le grandi vie, la valle del 
Po non avrebbe mai avuto nella storia d'Europa la grande im- 
portanza presente. L'alta muraglia ellittica delle Alpi la separava 
completamente dalla Erancia, dalla Svizzera e dalla Germania; 
al sud il baluardo meno elevato degli Apennini rendeva 
diffìcili le comunicazioni con le valli del Tevere e dell'Arno : 
il paese restava aperto soltanto dal lato del mare Adriatico, 
di fronte ad una riva tagliata a picco e selvaggia, abitata an- 
cora a' dì nostri, oltre le marine, da popoli semibarbari. 

In tutto il continente d'Europa non v'ha regione che sia 
più chiusa, la cui cinta di montagne sia più alta e difficile a 
valicarsi almeno per gli abitanti della pianura sottoposta; ma 
le grandi strade carrozzabili e le ferrovie hanno mutata una 
tale condizione di cose, e l'Italia del nord è divenuta pel com 
mercio europeo uno dei principali centri di richiamo e di di- 
stribuzione. La configurazione del suolo e le vie di comuni- 
cazione naturali e artificiali concorrono a spiegare la fon- 
dazione delle città, sorte sulle rive dei fiumi, nei punti dove 
convergono i maggiori sbocchi alpini, sui colli che ne age 
volano la difesa per opera di una gente gagliarda, operosa, 
estimatrice di sé e del valor proprio come poche altre al 
mondo. 



A ragione di superficie, nessuna regione del continente è 
popolata come l'Italia del nord; chi tenga conto delle sole 
contrade agricole, la Lombardia è la parte del continente dove 
le città sono più vicine le une alle altre: bisogna andare 
fino sulle rive del Gange e nel Celeste Impero per trovare 
simili agglomerazioni umane. Le grandi città sono assai nu- 
merose e quasi tutte celebrate pei monumenti, per i tesori 
d'arte, per le memorie storiche. In una regione come quella 
del bacino padano, dove gli agricoltori sono agglomerati in 
masse e le comunicazioni furono sempre facilissime, i centri 
di popolazione potevano spostarsi senza difficoltà a seconda 
degli avvenimenti guerreschi e delle vicende storiche ; da ciò 
codesta serie di città celebri come capiluoghi d'antiche repub- 
bliche o come residenze reali e ducali. 



MILANO 



La capitale della Lombardia, Milano, è sotto tutti gli aspetti 
una delle prime d'Italia: per la popolazione, compresi i sob- 
borghi, non è inferiore che a Napoli; pel commercio non la 
cede che a Genova; per l'industria eguaglia quelle due città; 
pel movimento scientifico e letterario è probabilmente la prima 
di tutte le città fra le Alpi e il mare di Sicilia. Fin dalle 
prime epoche storiche, Milano, sbocco naturale dei due laghi 
Maggiore e di Como, ci apparisce come una città celtica im- 
portante; in seguito i vantaggi della sua posizione le assicu- 
rarono ora uno dei primi posti, ed ora ha la preponderanza 
su tutte le altre città dell'Italia del nord. 

Nel medio evo le si dava il nome di « seconda Roma » per 
la sua potenza ; essa aveva già 200,000 abitanti alla fine del 
XIII secolo, quando Londra ne aveva appena la sesta parte. 
Mancava l'acqua a Milano, perchè allora era attraversata solo 
dal piccolo ruscello Olona; ma essa creò due veri fiumi, il 
Naviglio Grande e la Martesana, che le portano acqua in quan- 
tità doppia di quella che la Senna porta a Parigi in via or- 
dinaria. La maggior parte dei monumenti magnifici andò di- 
strutta nelle guerre numerose che devastarono il Milanese, ed 
oggi la città intera ha, quasi tutta, l'aspetto di una città mo- 
derna dell'Europa occidentale. 

Milano si trova nel centro della pianura lombarda, dove 
convergono i principali valichi alpini e su quella via pede- 
montana, che, lontana dalle sue antiche paludi, segue il corso 
del Po. Sorge in una regione aperta, dove pare mancassero 
tutti gli elementi necessari allo sviluppo d'una grande città 
eccetto quello della fertilità del suolo; forse anche i pantani 
che la circondavano parvero facile difesa, come per altre città 
le chiuse dei monti o l'impeto dei fiumi. Ma più che la po- 
sizione, giovarono alla sua fortuna le valorose genti che l'abi- 
tarono e in essa riassunsero il genio pratico dei Romani, la 
solidità longobarda, il gallico ardimento e l'italiana finezza. 
Così sorse una delle città più salde del mondo, invano distrutta 
dagli Unni di Attila, e dai Goti di Uraja; sulle cui rovine 
indarno Federico Barbarossa seminò il sale e dove dominarono 
senza vincerne la fiera italianità Francesi, Spagnuoli ed Au- 
striaci. In poche città, nota G. Marinelli, « s'incontra così 
spiccata la legge dei contrasti, vale a dire nelle sue genti un 
senso di altissimo patriottismo nazionale e di particolarismo 
municipale ; uno spirito d'ordinario tollerante, conservatore in 
politica come in religione, e in pari tempo capace delle più terri- 
bili e selvagge, anche delle più sante ribellioni ; per indole cri- 
tico e discorde, ma ed insieme anche atto nei supremi momenti 



240 



L'ITALIA 



a una assoluta concordia, così all'apparenza bonario e all'occorenza 
fiero; disposto ad assecondare le necessità pratiche della vita 
quotidiana, ina anche a sacrificarsi ai più elevati ideali, a con- 
ciliare le abitudini della più fervida e febbrile operosità con 
quelle della vita gaudente ed epicurea, la maggiore serietà di 
propositi e di obbiettivi col bisogno del teatrale e dello spet- 
tacoloso, il culto dell'arte e della scienza, con una indifferenza 
tra sentita ed affettata per il teorico e per l'accademico, quello 
delle memorie d'un passato glorioso, con l'adorazione e la viva 
coscienza del presente » . 

Eondata probabilmente dai primi Galli insubri, sostituita 
da un campo romano e cinta di mura dalla repubblica, crebbe 
la città magnifica durante l'impero, quando Ausonio ne can- 
tava le splendide terme di cui oggi si additano gli avanzi, i 
soli sopravvissuti a tutti i tormenti del ferro dei barbari, 
nelle colonne di San Lorenzo. Le sue mura riparate dall'ar- 
civescovo Ansperto, con le cento torri iperboliche e le nove 
porte, furono cantate in barbaro latino da altri poeti ed ab- 
battute non dalla leggendaria furia di Barbarossa, ma dagli 
edili spagnuoli che portarono ad 8 chil. q. la superficie della 
città. Il rinnovamento edilizio proseguì specialmente nell'età 
moderna che creò la galleria Vittorio Emanuele per molti 
anni unica in Europa, ridusse a magnifica passeggiata i ba- 
stioni, demolì le odiate fortificazioni del Castello, ridusse a 
grandioso e splendido quartiere moderno il deserto Eoro Bona- 
parte, ed in tutta la città allargò strade, incanalò le acque 
piovane, soppresse le povere lobbie, interrò e coprì le luride 
cantatane e dovunque diffuse aria, luce, pulizia, movimento. 
Così Milano, riuniti alla città i Corpi Santi, nella vasta cerchia 
moderna, può accogliere 482,000 mila abitanti, assai più non ne 
accogliesse nei tempi leggendari, in cui Bonvesin da Riva le 
attribuiva 200,000 abitanti, certo discesi a poco più d'un quarto 
dopo la tremenda peste descritta dal Manzoni. Una prima 
anagrafe del 1687 accusò 125,829 abitanti, di poco aumentati 
sino al 1819, quando ne furono censiti 140,500. L'aumento 
fu rapido specialmente negli ultimi anni, poiché nel censimento 
del 1861 figurano appena 242,457 abitanti ed in quello del 1881 
321 ,869, compresi i Corpi Santi, sepolcri di antichi cristiani o 
appannaggio di mense vescovili. Sull' area complessiva di 
15 chil. q. entro la cinta daziaria gli abitanti sono meglio di- 
stribuiti clie nelle altre grandi città italiane 1 , essendo numerosi 

1 Mediolanwm in X voi., Vallardi 1881 ; Milano, di varii, ISSI : Cattaneo, Lom- 
bardia; V alerà, Milano sconosciuta; Bono, Il Duomo; Venosta e Pizzigoni, Mi- 
lano; Brkntaki, Vie di Milano; Allocchio, La nuova Milano» 




I 



MILANO 



243 



gli spazi aperti sul suolo leggermente declive fra 128 e 110 ni. 
sul livello del mare. 

Il principale monumento di Milano è certamente il Duomo, 
che fu chiamato l'ottava meraviglia del mondo. La sua im- 
ponenza risponde all'importanza religiosa ed alle nobilissime 
tradizioni della chiesa milanese che rifulsero specialmente con- 
Sant' Ambrogio, ebbero propria liturgia ed inspirarono nel Me- 
dio Evo il movimento che condusse alla gloriosa età dei Co- 
muni. Il Duomo rappresenta, meglio di qualsiasi altro edi- 
fìcio, la lotta fra l'arte ultramontana e la natura italiana, 
ideato forse da un maestro non italiano, ma siffattamente mo- 
dificato dagli esecutori, di guisa che se l'interno conserva l'a- 
spetto imponente, severo, ascetico delle cattedrali gotiche, 
nella sua parte superiore trionfa la natura italiana sicché le 
seimila statue, le guglie numerose, cui sovrasta a 109 metri 
dal suolo, la statua della Madonna, corrispondono all'immenso 
panorama che si stende davanti a chi lo mira da quell'altura, 
coll'infìnito piano delle verdi e grasse campagne, i colli de- 
gradanti delle Alpi e degli Apennini e la cerchia estrema 
delle eterne nevi. Fuor di dubbio la facciata, costruita negli 
ultimi secoli, vuol essere, come ora si prepone, secondo il pro- 
getto del Brentano, ricostruita per riuscire in « conformità con 
il resto dell'edificio » . Così non si può prevedere quando sarà 
realmente compiuta l'opera incominciata nel 1386, lunga 148 
metri, appena 40 meno di S. Pietro, larga 71, ed 88 com- 
preso lo sfondo delle braccia. Davanti al Duomo si distende 
una delle più belle ed ampie piazze del mondo, cui fanno corona, 
oltre la galleria, il palazzo reale rifatto sul vecchio maniero 
di Matteo Visconti ed alcuni tra gli edifici più moderni 
della città, i^el mezzo sorge il monumento a Vittorio Ema- 
nuele e tutto intorno girano, come un perpetuo carosello, i 
tram che portano in ogni direzione della città, e ferve e si agita 
continuamente la più intensa vita cittadina. 

Sebbene il Duomo lasci a grande distanza tutte le altre 
chiese, Milano ne conta parecchie che la storia o l'arte non 
consentono di trascurare. Sant'Ambrogio è la più antica, seb- 
bene trasformata e restaurata più volte ; ivi furono incoronati 
imperatori e re, e presso ad essa sorgeva la basilica Fausta, 
consacrata nel primo secolo dell'era cristiana. Altre chiese ce- 
lebri sono San Vincenzo in Prato, basilica antichissima che 
costituisce un anello di congiunzione fra l'arte cristiana e la 
pagana, San Simpliciano colle pitture del Borgognone, San Lo- 
renzo e quella meravigliosa chiesa di Santa Maria delle Gra- 
zie dove si esplicò l'arte del Kinascimento e Leonardo da 



2U L'ITALIA 

Vinci dipinse pel refettorio dei frati il famoso Cenacolo. Bella 
per moderna architettura è San Paolo, per la sua porta bra- 
mantesca Santa Maria dei Miracoli, per la sua sagrestia San Sa- 
tiro, per l'aristocratica eleganza San Fedele. 

Le chiese lasciate incolumi da Barbarossa quando minò la 




ARCO DELLA PACE. 

ribelle città sono i soli monumenti coi quali possiamo risalire 
oltre il mille. Ma la città ha palazzi, numerosi istituti, scuole, 
monumenti e specialmente nei moderni tempi si è abbellita 
come poche altre. Il palazzo Marino, ora sede del Comune, 
capolavoro di Galeazzo Alessi, è certo uno dei più belli d'I- 
talia ed il palazzo reale succedette all'antico palazzo del Con- 



MILANO 



245 



sole, occupando anche il posto dell' Arengo, dove si tenevano i 
parlamenti del libero Comune. Il palazzo dell'Arcivescovado, 
quello di Giustizia, il palazzo dei Giureconsulti, ora sede del 
telegrafo, e quello del Broletto, sono tra i principali editici 
pubblici della città. E sono altresì notevoli l'antiteatro dell'A- 
rena, uno dei più singolari monumenti dell'epoca napoleonica, e 
l'arco del Sempione, altro monumento delle glorie napoleoni- 




ARENA 1>I MILANO. 

che, modellato sugli antichi archi romani. La Zecca, la villa 
reale coi giardini pubblici, il palazzo del Senato ed i palazzi 
Litta, Clerici, Belgioioso, Trivulzio, Soncino, Greppi, taluni 
dell'epoca spagnuola od austriaca, altri moderni, sono edifìci 
veramente monumentali. E nelle sue piazze, nei giardini, Mi- 
lano ha ricordato degnamente i principali avvenimenti della 
sua storia, come le Cinque Giornate, o della storia d'Italia, 
come Mentana, del pari che i suoi tìgli più illustri, Leonardo 
da Vinci e Alessandro Manzoni, Agostino Bertani e Giuseppe 
Sirtori, Carlo Porta e Francesco Hayez. E monumenti ebbero 



246 



L'ITALIA 



anche altri grandi italiani come Garibaldi e Cavour, mentre 
ancora non si riuscì a collocare la bella statua equestre di Na- 
poleone III il capolavoro di Francesco Barzaghi. 

Milano va celebrata per due altri monumenti, i quali si 
possono dire il trionfo l'uno della morte, l'altro della vita, il 

N. 35. — MILANO. 




Ovest di Roma 5°i5- 



Scala di 1 : 10(),(HKi 

cimitero monumentale e il teatro della Scala. Il primo è uno 
dei più ammirati del mondo per la ricchezza e per le nume 
rose opere d'arte; il teatro della Scala è certamente il più ce- 
lebre del mondo per la musica, dove ebbero il battesimo i più 
grandi maestri ed i più celebri artisti. Altri teatri numerosi 
come nessun'altra città vanta Milano, e coi teatri che servono 
al diletto, edifici d'istruzione e d'educazione, scuole, musei e 



MILANO 



247 



quel palazzo di Brera, che contiene tanti capolavori dell'arte. 
Ma più che per la pompa dei suoi spettacoli e l'importanza 




.MILANO. -GALLERIA VITTORIO EMANUELE. 
Da una fotografia dello stabilimento Aliiiari di Firenze. 



dei suoi istituti educativi, Milano è celebrata per gli istituti 
di beneficenza, nei quali non è seconda a nessuna città del 
mondo, per cui si può dire che ogni vera miseria vi trova 
un soccorso e Raffaele Lambruscini poteva chiamare Milano 



248 



L'ITALIA 



ia città del bene. L'Ospedale Maggiore è il più grande di tutta 
Italia, la Cassa di Risparmio diffonde dovunque i suoi bene- 
fici, e non pochi istituti di beneficenza dovettero essere tras- 
portati in altri Comuni, ad Abbiategrasso l'Ospizio per gli in- 
curabili, a Moni bello il grandioso manicomio, a Tarate la 
casa pei veterani. 

Ma Milano è sopratutto celebre e a nessun'altra seconda come 
città industriale. L'industria e il commercio sono antiche glorie 
milanesi. Tommaso Mocenigo la chiamava il paradiso di ogni 
ricchezza: le lane di Milano si diffondevano in tutta l'Europa e 
le sue lame gareggiavano con quelle di Toledo, mentre vi si 
producevano « oro ed ariento filato, drappi di seta ed oro, 
fustani infiniti di varia bontà, pannine fine eccellenti, mercerie 
e formaggio squisito ». Ai dì nostri Milano non ha vera e 
propria industria speciale, nè si può paragonare a Parigi; la 
sua attività industriale non vive soltanto di grande o piccola 
industria, ma tiene una via di mezzo, mentre non vi mancano 
grandi industrie metallurgiche, meccaniche, chimiche, tessili, ti- 
pografiche, in grandiosi opifici, che per macchinario, per esten- 
sione e potenza possono competere coi più rinomati d'Italia e 
dell'estero. Di codeste fabbriche sono sparsi anche i dintorni della 
città, i quali sono ben lungi dall' offrire la bellezza del paesag- 
gio e l'amenità dei siti di altre città d'Italia. Scomparso fra le 
uniformi case moderne è quel Lazzaretto cui si annodavano 
tradizioni cittadine, ravvivate dal romanzo di Alessandro Man- 
zoni, e gli edifici uniformi che si estendono dovunque ren- 
dono anche più melanconica la campagna, traversata da strade 
e da ferrovie ed irrigata dall'estesissima rete di canali, cavi, 
roggie, fossi che ne alimentano gli orti e le marcite. Pochi avanzi 
rimangono alla Bicocca della splendida villa degli Sforza, 
a Quarto Canino della villa che si era fatta eostruire il Pe- 
trarca, ed il leggendario palazzo della Simonetta è diventato 
una fabbrica di candele steariche e un'osteria. Sono più che altro 
degne di una visita la Certosa di Garegnano, dove il cantore 
di Laura scrisse buona parte del suo poema sull'Africa e del 
suo trattato sui Rimedi della fortuna, e Lord Byron trovava, 
come poche altre, ammirabili le pitture di Daniele Crespi. An- 
cora più celebre fu l'Abbazia di Chiaravalle, fondata da San 
Bernardo e dalla quale i Cistercensi misero a coltura buona 
parte del suolo lombardo; fra le sue tombe più celebri havvi 
quella della celebre Gruglielmina Boema che i Cistercensi ve- 
nerarono sugli altari, ed i Domenicani inquisitori, avendola 
convinta dell'eresia che fu poi di Fra Dolcino, tolsero dalla 
tomba e condannarono al rogo diciannove anni dopo la morte. 



DINTORNI DI MILANO, MONZA 



251 



Xel suo circondario, Milano accoglie altri luoghi notevoli 
per l'industria, per storiche memorie, per importanza di po- 
polazione. Melegnano è celebre del pari per il formaggio lo- 
digiano che vi si produce e per le battaglie ivi combattute 
il 4 settembre 1715 tra Svizzeri e Francesi e l'8 giugno 1859 
tra gli Austriaci e gli alleati Franco-Italiani: al suo ponte 
sul Lambro Bernabò Visconti costrinse i legati del Papa a 
mangiare la bolla papale di scomunica. Affori è un agglo- 
merato di case e di ville componenti già vari comuni che si 
uniranno presto o tardi a Milano. Baggio ha un'artistica 
chiesa gotica e fu patria di Sant'Anselmo, il martello degli 
eretici. 

Ricco d'industrie, specie del caseifìcio, è Bollate dove era 
un ippodromo anteriore a quello di San Siro e si addita un'al- 
tra di quelle statue di Pompeo ai cui piedi sarebbe stato pu- 
gnalato Giulio Cesare. Greco Milanese, Lambrate, Musocco 
sono quasi continuazioni di Milano; Trenno, ricco di cereali e 
di gelsi, è formato di vari antichi comuni ; Locate Triulzio 
ha una celebre latteria ed il palazzo dei Signori da cui ebbe 
il nome. A Cassano, invece, il palazzo dei marchesi d'Adda 
coli' antico ed agguerrito castello è diventato opificio industriale ; 
il suo ponte era una volta la chiave di Milano e vi combat- 
terono aspre battaglie Federico Barbarossa, Ezelino da Ro- 
mano, Eugenio di Savoia e Suvarof coi suoi russi. A Trezzo 
d'Adda vi è un altro antico castello tutto in rovina dove fu 
chiuso Bernabò Visconti e dove morì coi suoi figli ; ivi presso 
è la presa d'acqua della Martesana e l'Adda è attraversata da 
uno dei più arditi ponti in ferro costruiti in Italia; il paese 
è ricco di numerosi opifìci. Numerosi opifìci ha pure Vaprio 
d'Adda, antichissima terra, i cui dintorni sono assai pittoreschi 
e seminati di sontuose ville. Gorgonzola ricorda col nome il 
suo celebre stracchino, ma accoglie anche svariati ssiine indu- 
strie, come Cernusco sul Naviglio ed altri comuni del cir- 
condario. 

Nella provincia di Milano due altri centri per aspetto e per 
numero di abitanti nonché per importanza e nobiltà di memorie 
meritano il titolo di città, Monza e Lodi. A dir vero Monza si 
direbbe un sobborgo di Milano ed è del pari ricca d'industrie 
e formicolante di operai. Ma la città di Teodolinda è più ri- 
nomata per le sue reliquie longobarde e per la villa reale, 
dove dimorarono tutti i dominatori della Lombardia e per 
quarantanni villeggiarono i reali d'Italia. Il Duomo di Monza, 
innalzato dalla pia regina, fu ristaurato da Matteo da Cam- 
pione a spese di Matteo Visconti e coll'opera di quei maestri 



252 



L'ITALIA 



comacini, di cui quello fu il glorioso capo. Il tesoro di Monza, 
custodito nella sagrestia della cattedrale, comprende la tazza 
di zaffiro che Teodolinda offrì ad Agilulfo, la corona di quella 
regina, il celebre evangelistario e l'ingenuo simbolo della po- 
destà regia consistente in una chioccia coi pulcini d'argento 
dorato; ma più di questi oggetti e più dei dittici, dei calici 
e delle croci, è celebre la corona ferrea, opera bizantina che 

la leggenda attribuisce al- 
l'imperatrice Elena e vuole 
racchiuda uno dei chio- 
di che servirono a crocifig- 
gere Gresù Cristo. Dopo 
Berengario ed i molti re 
alemanni, cinsero la corona 
ferrea Carlo V, Napoleo- 
ne I e Ferdinando I d'Au- 
stria ; fu poi portata a Ro- 
ma ai funerali di Vittorio 
Emanuele e di Umberto, 
i due primi re d'Italia. 
Monza possiede altre chie- 
se gotiche e barocche, l'a- 
rengario dove si riuniva 
il popolo, i forni costruiti 
dal terribile Galeazzo I 
Visconti, il monastero del- 
la Signora di Monza reso 
famoso dal Manzoni e dal 
Rosini. Nel locale della 
palestra ginnastica fu as- 
sassinato il 29 luglio 1900 
Umberto I re d'Italia e dopo quei giorni nefasti fu chiusa la 
villa reale con i parchi immensi ed i giardini che sono tra i 
più vasti d'Europa. I cittadini di Monza ebbero fama di miti 1 
e furono tra i più zelanti difensori delle libertà comunali, come 
diedero numerosi seguaci alle schiere garibaldine. 

Lodi non è l'antica Alauda dei Celti, nè la Laus Pompeia 
dei Romani, che i Milanesi distrussero nel 1111 diroccandone 
le torri, abbruciandone gli editici, uccidendo quanti cittadini 

1 Così anche nei celebri versi di Buonincontro Morigia : 
Montia, tera bona, civili digna corona. 
Montia cunctorum dives et piena bonorura, 
.Montia il ti t; drapos cunctis meroantibus ;i]>to- 




LODI, SEREGNO, BO KG ELETTO LODIGIANO 



253 



trovarono colle armi in pugno e costringendo gli altri a fon- 
dare una nuova città che fu detta per gran tempo Lodinuova, 
sorta nel 1158 sopra un'altura che domina le rive dell'Adda. 
Il suo Duomo, monumento pregevole del secolo XIII, fu as- 
sai guasto dai ristoratori, mentre restano appena miserabili 
avanzi del suo castello. Ivi nacquero Tito da Lodi, il Ean- 
fulla della disfida di Barletta, e si fabbricano i celebri for- 
maggi lodigiani. La città ha scuole, musei, monumenti mo- 
derni, ma unica in Italia, ha voluto ricordare anche il Bar- 
barossa che ne fu, si può dire, il fondatore. 

Xei circondari di Monza, di Lodi, di Gallarate e di Abbia 
tegrasso non esistono altre città degne del nome, mentre spes- 
seggiano i villaggi industriali ed importantissimi centri agri 
coli- Brugherio sorge invece tra infecondi scopeti, ridotti dal- 
l'umana industria a ville e giardini ; tra le ville è celebre quella 
dei Sorniani, dalla quale nel 1788 fu compiuta la prima ascen- 
sione areostatica tentata in Italia. Lissone ha fabbriche di mobili 
celebrate anche all'estero ; Sesto San Giovanni vanta industrie 
manifatturiere ed agricole numerose e fiorenti ; Vimodrone ha 
una delle più antiche chiese della Lombardia ed Agliate, con 
le varie sue frazioni, formicola di opifici e di ville dei più do- 
viziosi patrizi milanesi. Besana coi suoi pingui vigneti e le 
numerose ville signorili ci porta già nell'amena Brianza. 
A Giussano, colonia dei Galli Orobii, nacque quell'Alberigo 
che organizzò la Compagnia della Morte stretta a Legnano 
intorno al Carroccio. Numerose industrie vantano anche Desio, 
Cesano Maderno, Meda, Paderno Dugnano e specialmente Se- 
regno che ha l'aspetto e gli agi di una piccola città di pro- 
vincia. Il ponte di San Hocco a Vimercate è una delle più 
pittoresche rovine d'Italia, ed il comune ebbe nella storia una 
parte che molte città potrebbero invidiare. Questo comune, al 
pari di Agrate Brianza, Arco re, Bernareggio, Velate Milanese 
ed altri minori, è composto di parecchi comuni un tempo di- 
stinti, e tutti sono celebri per le ville numerose che si sten- 
dono specialmente sulle prime falde della Brianza, del pari, 
che per i loro progressi agricoli ed industriali. 

Di Lodi Vecchio rimane ancora l'abbazia di San Bassano, 
uno dei primi templi del cristianesimo intorno alla quale sorse 
una borgata esclusivamente agricola. Anche Borghetto Lodi- 
giano, in una plaga assai depressa, è una delle grosse borgate 
rurali di cui abbonda questo circondario. Due sole fra esse 
meritano d'essere distinte per gli antichi castelli che le domi- 
navano, San Colombano al Lambro e Maccastorna, fondato il 
primo da Federico Barbarossa, celebre il secondo per la strage 



254 



L'ITALIA 



dei Ghibellini cremonesi e lodigiani compiutavi nel 1270. Oa- 
salpusterlengo si trova nel punto dove s'incrociano numerose 
strade ed ha perciò mercati frequentatissimi; Castiglione in 
riva all'Adda e Livraga in riva al Lambro sono celebri per 
i loro formaggi, mentre a Oodogno fioriscono numerose indu- 
strie che ne fanno uno dei luoghi più cospicui della Lom- 
bardia. Senna Lodigiana, Somaglia, Paullo e specialmente 
Sant'Angelo Lodigiano sono centri agricoli di notevole im- 
portanza e vi hanno sviluppo le principali industrie affini al- 
l'agricoltura \ 

Il circondario di Abbiategrasso è copiosamente irrigato dal 
Ticino e da numerosi canali e perciò contiene importanti cen- 
tri agricoli, nessuno dei quali si elevò a dignità cittadina, seb- 
bene il capoluogo fosse una volta cinto di mura e sia oggi 
ricco di scuole e di begli edifici, sorti intorno all'antico ca- 
stello, dove i Visconti e gli Sforza solevano ritrarsi per con- 
sumarvi le orgie che non impunemente potevano compiere a 
Milano. Oorbetta sorge al posto di un'antica colonia romana 
di cui ora si trovarono are votive sacre a Giove e agli dei 
infernali ; a Binasco i Milanesi eressero il celebre castello che 
li doveva difendere dalla nemica Pavia e fu decapitata l'in- 
felicissima Beatrice di Tenda. Gaggiano, Cuggiono, Arconate, 
Busto Garolfo, Castano Primo sono cospicui centri agricoli 
come Magenta, ben altrimenti celebre per la grande battaglia 
che vi si combattè il 4 giugno 1859 e decise l'abbandono di 
Milano da parte degli Austriaci vinti ; Mac-Mahon, che vi con 
dusse valorosamente l'esercito francese, fu nominato duca di 
Magenta e le ossa delle migliaia di combattenti che vi tro- 
varono la morte furono composte nell'ossario che sorge presso 
il villaggio, dove ancora si additano le case traforate dalle 
palle. A 5 chilometri si era combattuto sul ponte di Bufa- 
lora, che attraversa il Ticino presso il villaggio onde ha nome 
e costò più di tre milioni di lire. 

Il circondario di Abbiategrasso è celebre per l'agricoltura e le 
industrie agricole, quello di Gallarate lo è perle manifatture; Gal- 
larate ha, si può dire, opifìci di ogni sorta, ed è ormai vera e pro- 
pria città ricca di piazze, di ampie strade e di eleganti edi- 
fici. Anche Busto Arsizio è città industriosa, dove i soli co- 
tonifìci occupano più di 3000 operai. La chiesa ottagonale di 
Santa Maria è uno dei gioielli del Risorgimento, dovuto certo 
ad uno dei migliori allievi del Bramante. Anche Arzago ha 
una chiesa che appartiene ai primi tempi del cristianesimo: 



1 Lodi, di vavii, Milano 1878: Chiesi. Provincia di Mil<oio. 



ABB1ATEGRASS0. GALLARATE, LEGNANO 



255 



mentre ben altre antichità richiamarono gli studiosi nel pic- 
colo villaggio di Golasecca, dove si scoprì nna delle più im- 
portanti necropoli dell'età della pietra e del bronzo, più di 
3000 tombe, la metà appena di quelle che vi esistevano, piene 
di rozze urne liguri, di armille e fìbule etnische, di collane 
ed armi galliche, forse anche di avanzi della grande bat- 
taglia del Ticino che aprì ad Annibale le vie d'Italia. Pala- 
fitte somiglianti si trovarono ad Arzago, a Sesto Oalende, a 
Besnate, ed in molti altri luoghi 1 . Nelle vaste brughiere 



1 I comuni della provincia di Milano, che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti 



Abbiategrasso 


10,652 






Aftbri e Uniti 


7,302 










Livraga 


3,389 




3,102 






Arzago 


3,509 




3,464 


Baggio ' . . . 


3.189 


Lonate Pozzolo 


5,091 




3,071 




6,393 




7,261 










Maleo 




Bollate 


5,346 


Melegnano 


6,234 


Borghetto Lodigiano . . . 


5,873 




320,292 


Brembio , . . 


3,126 


Monza 


31,597 


Bnigherio 


1,289 




4,835 




13,500 


Nervi ano 


4,774 




4,263 


Paderno Duguauo .... 


5.926 




5,010 




4,877 


Casalpusterlengo 


6,336 


Rho ... 


4,568 


Cassano Magnago . . 


3,813 


Robecco sul Naviglio . . . 


3,321 








3,613 




4,625 




3,896 


Castiglione d'Adda . . . . 


3,881 


San Colombano al Lambro . 


6,932 


Celiano Laghetto . 


4,060 


San Rocco al Porto . . . 


3,002 


Cernnsco sul Naviglio. . . 


5,576 




6,784 




4,241 


Sant'Angelo Lodigiano . . 


8,691 


Codogno 


. 11,599 




3,513 






Senna lodigiana 


3,574 


Cornaredo 


3,634 


Seregno . ". 


8,079 










Cuggiono 


6,105 




4,003 


Desio 




Somaglia e Pizzolano . . 


3,079 


Fagliano Olona . '. . . . 


4,094 






Gallavate 






3,248 


Gin ssano 


4,905 


Trezzo siili' Adda 


4,743 


Gorgonzola 






3,098 


Goiia minore . 


3,528 




3,471 


Greco milanese . 


3,088 




3,811 


Inzago . . 




Velate milanese 


3,978 








3,141 


Lainate . . . 






4.643 



256 



L'ITALIA 



di Somma Lombarda, intorno al castello che fu dei Visconti, 
si svolgono spesso le manovre estive del nostro esercito. Ma 
il più celebre connine di questo circondario è Legnano, dove 
fu combattuta la memoranda battaglia del 29 maggio 117(3 che 
decise della rovina di Barbarossa, ma solo per poco della for- 
tuna d'Italia ed è ricordata oggi da un monumento. Adesso 
Legnano, come Rho, Parabiago, Saronno, è essenzialmente 
paese industriale; a Saronno vi è anche un celebre santuario 
con pitture del Luino e di Gaudenzio Ferrari. A Lainate non 
solo sorgono industrie fiorenti, ma si ammira una delle più 
grandiose ville d'Italia e forse del mondo, dove i Litta, special- 
mente al tempo del primo regno italico, diedero caccie e feste 
memorabili. 

Tra le provincie lombarde ha maggiore affinità con quella 
di Milano la provincia di Pavia, che è altresì la seconda per 
l'estensione territoriale, e la sola che con uno dei suoi cir- 
condari, quello di Bobbio, salga su per l'Apennino, con le alte 
valli della Staftora e della Trebbia, sino all'Antola, al Pe- 
nice e al più alto di tutti, il monte Lesima (1727 m.). Questo 
circondario, al pari di quelli di Voghera e Mortara, e dei man- 
damenti di Cava Manara e Sannazzaro dei Burgondi, sino 
al 1859 fece parte del Piemonte, sì che, solo dopo la guerra, 
la provincia di Pavia venne reintegrata negli antichi confini. 

Il capoluogo della provincia è città antichissima e celebre 
nella storia più che per le condizioni presenti. Quel punto, a 
poca distanza dal confluente dei due fiumi, tra Milano ed i 
monti dei Liguri, doveva esser sede di una città che fu detta 
Ticinum, ed aggregata poi alla tribù Papiria da cui ebbe 
nome di Papia. Doveva essere ben importante, perchè ivi Odoa- 
cre, distrutta l'ultima ombra dell'Impero, si proclamasse rex 
gentium; Teodorico vi eresse uno splendido palazzo e vi mise 
a morte Severino Boezio, e dopo la tragedia di Amalasunta 
e di Alboino, Autari ne fece la capitale definitiva del regno 
longobardo. Di là Botari proclamò l'Editto, Liutprando tentò 
di riunire l'Italia, Desiderio ne vide con la calata dei Fran- 
chi la peggiore rovina. Un'altra volta, il 25 febbraio 1002, vi 
fu proclamato un altro re d'Italia, Arduino d'Ivrea, ma il 
regno d'Italia era una parvenza che andava poco oltre le mura, 
e fu solo cagione che Pavia, sebbene libero comune, parteggiasse 
per gli Imperiali, e i suoi cittadini rimanessero fedeli al primo 
e al secondo Federico, e cadessero a Tagliacozzo per Cor- 
radino. La sua autonomia cessò nel 1359, quando i Visconti 
l'ebbero vinta ed annessa al Ducato di Milano, di cui seguì 
quind'innanzi la storia cogliendovi altri allori: durante il Re- 




L'Italia. 



PAVIA, LA CERTOSA, VOGHERA 



259 



gno italico, la fioritura impareggiabile della sua università, 
più tardi l'eroismo dei suoi figliuoli in tutte le guerre per la 
indipendenza, primi quei fratelli Oairoli, ai quali la città in- 
nalzò un monumento. 

Pavia serba, nelle sue vie parallele o perpendicolari al Ti- 
cino, il ricordo dell'antico campo romano, come nei suoi mo- 
numenti quello del Regno longobardo. Il Muto dall'accia 
al collo, informe statua romana, è da secoli bersaglio d'insulti e 
di motteggi; delle cento torri, alcune delle quali celebri, come 
quella di Boezio od architettonicamente bizzarre, come la Torre 
dal pizzo in giù, restano appena sei, anch'esse minacciate dai 
moderni edili. Ma rimane la basilica di San Michele maggiore, 
una delle più insigni chiese monumentali d'Italia, ampliata 
ed arricchita dai Longobardi, che eressero la chiesa di San Pie- 
tro in Ciel d'Oro, dove nel 1900 si trasferirono le reliquie di 
Sant'Agostino, accanto alle tombe di Boezio e di Luchino 
dal Verme. La cattedrale, imponente e non compiuta, del se- 
colo XY, chiude l'Arca di Sant'Agostino, uno dei più co- 
spicui monumenti di scoltura dei primordi del Risorgimento. 
Assai più antiche sono le chiese di San Gervaso e San Teo- 
doro, più volte distrutte e ricostruite sulle rovine, forse, di , 
templi pagani. Il castello fu costruito da Galeazzo II e per 
quanto guastato dalle bellicose vicende dei tempi, è uno dei 
più insigni monumenti del secolo XIV, dove ebbero alloggio 
imperatori e papi, letterati e condottieri. L'università, il pa- 
lazzo del Comune o Mezzabarba, i palazzi Botta, Malaspina ed 
altri sono pur notevoli, ed interessano del pari lo storico e l'ar- 
tista, come i palazzi dei collegi Borromeo e Ghislieri, dove 
per magistero di pie fondazioni s'accoglie la studiosa gioventù. 
Insigne monumento dell'età dei Comuni (1353) è il ponte co- 
perto sul Ticino, a sette piloni e sei arcate, in legno, lungo 
216 metri, e così robusto che nessuna piena del fiume lo dan- 
neggiò mai. L'università di Pavia venne fondata o piuttosto 
ampliata nel secolo XIV, quando Carlo IV consentì alla ere- 
zione di uno studio generale « utriusque juris nec non phi- 
losophiae, medicinae et artium liberali um » , e vi insegnarono 
uomini illustri pressoché innumerevoli, Lorenzo Valla, Nicolò 
Scillaccio, Gerolamo Cardano, Andrea Alciato, Gaspare Oselli, 
Giovanni Rasori, Antonio Scarpa, Lorenzo Spallanzani, Ales- 
sandro Volta, Giandomenico Romagnosi, Ugo Foscolo, Vin- 
cenzo Monti, Bartolomeo Panizza, Luigi Porta. 

Pavia, che anche Papa Leone XIII chiamò deeus Insubria, 
docta Papia, è città tranquilla e melanconica per l'aria grossa, 
spesso nebbiosa e per i dintorni monotoni e umidicci. Dalle 



260 



L'ITALIA 



sue mura ridotte in parte a bastioni, si scorgono le boscaglie 
vaste nelle quali dilaga il Ticino, la linea degli Apennini le 
campagne rigogliose e intensamente coltivate, con la lunga 
striscia del Naviglio. A pochi chilometri da Pavia, la ferrovia 
passa sul gran ponte tubolare di Mezzana Corti, traverso il 
Po, lungo 760 metri e largo 8, costruito nel 1865 con la spesa 
di otto milioni di lire. Ma il monumento tra i più insigni del 
mondo è la Certosa, a sette chilometri da Pavia, nel comune 
di Torre del Mangano. Il luogo solitario e deserto, in rasa 
pianura, parve appropriato alle meditazioni dei seguaci di 
San Brunone, e Gian Galeazzo Visconti, non pago di aver 
iniziato il Duomo di Milano, vi eresse quel gioiello di marmo 
che il mondo ammira. Salvo la facciata, un trionfo del ri- 
nascimento, la Certosa. è tutta in quello stile gotico, che, tra- 
piantato in Italia, vi depose la nordica pesantezza e ruvidezza, 
vi prese grazia e colore, e diventò quasi cosa nuova, sotto 
l'impulso di abilissimi artefici come Bernardo da Venezia, Ja- 
copo da Campione e Cristoforo di Beltramo 2 . 

Voghera è bella e pulita città, a 96 metri sul mare, tra- 
versata dalla Via Emilia, ma non ha, salvo il Castello, monu- 
menti di gran pregio ; vanta invece scuole, collegi, opifici impor- 
tanti e rinomati, ed un manicomio dei più vasti d'Italia : i din- 
torni sono amenissimi, ricchi di memorie storiche, meravigliosi 
per l'intensa vegetazione, specie per i ricchi vigneti. Mortara ri- 
vela nei suoi edifìci, come nel dialetto, il passaggio dal lom- 
bardo al piemontese, e sorse sul luogo di un'ara di Marte, se 
pure non è l'antica Sylva Bella, chiamata Mortara pel gran 
numero di combattenti ivi caduti in una battaglia tra Fran- 
chi e Longobardi, come nel 1849 vi caddero i Piemontesi, 
triste preludio della rotta di Novara. A Vigevano Carlo Al- 
berto firmava l'armistizio Salasco ed è anch'essa una industre 
città della Lomellina, fra campi e prati ubertosi, con una an- 
tica cattedrale del secolo XII, una piazza circondata da por- 
tici che ricorda lontanamente San Marco, ed un vastissimo 
castello, che Lodovico il Moro fece ristaurare dal Bramante, 
e contiene oggi un intero reggimento d'artiglieria. 

Presso Pavia, a Bereguardo, fa capo il Naviglio omonimo, 
dove furono la prima volta applicate le conche doppie, e si 
ammira, nel palazzo dei Cavagna a Zelata, una delle più in- 

1 Nel 1883 sodo stati aggregati a Pavia il comune dei Corpi Santi di Pavia, meno 
il territorio di Cà dei Tedioli, e i territorii di San Giuseppe, Bordoncina, Torretta, 
Livello, Corso e Scala, del coniane di Mirabello e Uniti ; riferendosi al 31 dicem- 
bre 1881, la città di Pavia avrebbe avuto così una popolazione di abitanti. 

2 P. Talinì, Pavia ; Pavia e i suoi istituti, di varii, 1887. 



VOGHERA, BOBBIO, MORTASA 



261 



sigili biblioteche private d'Italia. A Casorate ed a Landriano 
furono combattute alcune tra le più sanguinose battaglie del- 
l'età dei Comuni, come a Mirabello, il 24 febbraio 1525, Fran- 
cesco I contro Carlo V perdette « tutto fuorché l' onore » , 
nella memoranda battaglia che fu detta di Pavia. Belgi oj oso, 
come suona il nome, è uno dei più vaghi e ridenti paesi 
della bassa Lombardia, con industrie fiorenti; Cava ebbe nome 
di Manara dalla strenuissiuia difesa che ne fece nel 1848 Lu- 
ciano Manara, come nel 1799 e nel 1859 si combattè acca- 
nitamente a Zinasco, comune agrario composto di frazioni e 
cascinali numerosi. Corteolona fu luogo di delizie per i Caro 
lingi, se di là Lotario datò i suoi Capitolari, e Chignolo Po, 
grazie al suo grande sviluppo agricolo, è diventato uno dei 
più importanti comuni della bassa Lombardia. Importanti boi- 
gate rurali sono pure Villanterio, Miradolo, Pieve Porto Mo- 
rone, Santa Cristina e Bissone, San Nazzaro dei Burgundi, dove, 
intorno al piccolo centro, s'adunano a formare il comune 
frazioni, cascinali, casali sparsi per l'ubertosa campagna. 

Il circondario di Bobbio, oltre al capoluogo, antica città, 
sorta intorno al convento di San Colombano, con un pode- 
roso castello e avanzi di torri, col lungo e vetusto ponte sulla 
Trebbia, ha pochi centri notevoli. Ottone è quasi all'estremità 
della provincia, a 510 metri sul mare, e le fu più volte con- 
teso dai Pieschi. Pontanigorda ha acque copiose, che ora si 
vorrebbero condurre a Genova e ad alimentare le industrie 
della riviera; Varzi è una grossa borgata, con molte altre rac- 
colte intorno a formare il comune; a Sagliano di Crenna, 
come a Zavatterello, a Torre d'Albera, a Portunago si addi- 
tano avanzi di antichi castelli, da cui i signori feudali scen- 
devano ad assalire la strada. Il circondario di Mortara ha co- 
muni arricchiti dall'agricoltura, specie dalla coltura del riso, 
come Candia Lomellina, Cilavegna, dove sorgono anche im- 
portanti opifici, Ottobiano coi suoi celebri caseifici, San Gior- 
gio, Gorlasco che è quasi una piccola città, col vicino san- 
tuario della Madonna delle Bozzole, cui accorrono i devoti 
della Lomellina; Domo con bei edifici signorili, Tromello in 
un importante centro strategico. A Groppello che ebbe nome 
dai Cairoli, si venera la tomba di questi eroi; Mede, favorita 
dalla felice postura e dall'attività degli abitanti, è sulla via 
di diventare una vera città; Pomello diede il nome a tutta la 
regione; Pieve del Cairo ha memorie romane: il castello dei 
Beccaria e l'arco trionfale erettovi a Margherita d'Austria; an- 
che Sartirana ha un patrizio castello l'istaurato a villa mo- 
derna. Cassolo Nuovo, Gambolò, Bobbio, Zeme, Valle, Pa- 



262 



L'ITALIA 



lestro sono centri agricoli, celebre quest'ultimo per la batta- 
glia che nel 1859 cacciò gli Austriaci oltre il Ticino, ed è ri- 
cordata da un pietoso ossario, dove riposano insieme i vinci- 
tori ed i vinti. Nel circondario di Voghera si ammirano i 
bagni di Retorbido, le rovine dei castelli di Casei Gerola, di 
Cazzano, di Montesegale, di Montalto, di Stefanago, di Arena 
Po, le colline ubertose e coperte di vigneti di Stradella, di 
Broni, di Montù Beccaria. In grande progresso è Casteggio, 
coi suoi palazzi cospicui ; celebre per la battaglia del 20 mag- 
gio 1859 rimase Montebello, ricordata da un altro ossario, e 
a poca distanza è quella Torricella Vergate, dove, il giorno 
stesso della battaglia, il feroce Urban compì un eccidio degno 
dei più barbari tempi \ 

Nella grande pianura lombarda sono comprese, come Milano 
e Pavia, sulla sinistra del Po, anche le provincie di Cremona 
e di Mantova, dovute in tanta parte alle conquiste dell'uomo 
sul suolo basso, alluvionale, solcato da numerosi corsi d'ac- 
qua, soggetto a continue minaccie. Le principali città ebbero a 
sopportare anche la più efferata rabbia degli uomini: Ore 
mona fu distrutta dai soldati di Vespasiano, dai Milanesi, e 
nei tempi moderni ridotta con iniqua gara agli estremi, da 
Francesi, da Spagnuoli, da Austriaci ; Crema fu rasa al suolo 
da Barbarossa dopo una difesa eroica come quelle di Numancia 
e di Saragozza; Mantova sostenne assedi memorabili e vide 
ancora nella seconda metà del secolo decimonono i prodi suoi 
tigli pendere sugli spalti dalle forche austriache 2 . 



1 I comuni della provincia di Pavia, che nel censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti: 





3,587 


Mortara ..... ... 


8,076 




4,589 


Ottobiano 


3,136 


Bobbio 


4,635 


Ottone 


4,458 




6,610 


Palestro 


3,067 








34,070 


Casorate Primo 


3,533 










Pieve Portomorone 


3.902 


Casteggio 


3,925 








5,067 


San Giorgio di Lomellina . . . 


3.410 


Cilavegna 


4,130 


San Nazzaro dei Burgundi . . 


4,841 




4,737 




4,374 




7/286 


Santa Cristina e Bissone . . . 


3.117 




7,402 








4,320 


Valle Lomellina 


3,939 


Lomello . . . . 


3,299 




3,325 


Mede 


li 889 




:>0,416 




3,173 


Villauterio 


3,249 


Miradolo 


3,348 




4,061 


Montù Beccaria 


4,030 






2 Guida illustrata della citta di 


Cremona 


1 880 : Chiesi. Prov, di Cremona. 





CREMONA, CREMA, DUEMIGLIA, PIZZIGHETTOXE 



263 



Cremona è una delle più importanti ed illustri città di 
Lombardia. Costruita forse dagli Etruschi, riedificata ed am- 
pliata dai Romani, si paragonava nel medio evo al ponte 
di una nave ; il maggior albero era formato dal celebre torrazzo 
costruito fra l'VIII e il XIII secolo, alto 115 metri, 160,55 
sul livello del mare. Le mura di Cremona, ridotte in parte a pub- 
blico passeggio, misurano cinque chilometri e mezzo, ma la città 
trabocca dalle quattro porte in crescenti sobborghi, per le vie in 
gran parte tortuose. Dovunque si vedono i segni della vivace 
e industre operosità degli abitanti e del benessere dovuto al 
grande sviluppo agricolo delle sue campagne. Vanta edifici 
sacri e profani che sono monumenti insigni : la cattedrale, in- 
cominciata nel 1107, il Battistero, le chiese di San Luca, e 
di San Michele, il palazzo del Comune e dei giureconsulti e 
infiniti altri, pubblici e privati, che sono veri tesori artistici 
e storici. Un ampio viale, traverso al maggior suburbio, con- 
duce al Po, che la strada provinciale e la ferrovia attraver- 
sano sopra un ponte in ferro di 928 metri, uno dei vanti 
principali dell'industria metallurgica italiana. Anche Crema 
è città murata, con due sole porte ; il suo Duomo è glorioso 
monumento dell'arte lombarda, nel quale gli elementi cano- 
nici dell'arte comacina, per opera di Guglielmo e Antonio di 
Marco, si fusero nel nuovo stile gotico-lombardo; pur troppo 
l'interno è stato barbaramente trasformato. Il palazzo del Co- 
mune, il torrazzo, che con le sue forme ricorda il dominio 
della Serenissima, ed altri edilizi civili e religiosi danno alla 
città assai maggiore importanza di quella che avrebbe per sola 
virtù dei suoi abitanti. 

La provincia di Cremona ha pochi centri notevoli, fuorché 
per ragione dei loro prodotti agricoli, ed anche quelli tra i 
suoi comuni che superano i 3000 abitanti constano quasi tutti 
di numerose frazioni e casali sparsi nelle ubertose campagne. 
Il comune di Duemiglia, che si estende come un ferro di ca- 
vallo per 4 chilometri intorno a Cremona, ne comprende più 
di duecento, e il centro ha meno di duemila abitanti su un- 
dicimila! Sospiro è l'antica Sexpilos, a sei miglia romane dal 
capoluogo ; Casalbuttano ha l'aspetto di una piccola città con 
notevoli opifìci; Ostiano ha un antico castello spesso assediato 
nelle lotte medioevali; Torre dei Picenardi possiede una delle 
più belle e sontuose ville di Lombardia della famiglia che 
tolse il nome dal villaggio; Pizzighettone, diviso in due dal 
TAdda, ebbe grande importanza strategica, ed i suoi forti, più 
volte assediati, furono ora smantellati; Grumello, Sesto Cre- 
monese, Castelleone, San Bassano, sono costituiti da nume- 



264 



L'ITALIA 



rose frazioni, mentre Soresina, con un continuo progresso agri- 
colo e industriale, va assumendo il posto di città. Casalmag- 
giore è città agricola e industriale, con un gran ponte inferro 
sul Po e cospicui edifici, e al pari di Grussola, Martignana ed 
altri comuni si distende lunghesso gli argini del gran fiume. 
Ombriano è forse antica colonia degli Umbri e coi suoi ca- 
scinali quasi raggiunge le mura di Crema; Pandino è centro 
industrioso con un antico castello, ed Agnadello ricorda, an- 
che con una chiesa eretta dai vincitori, la sanguinosa batta 
glia di Gera d'Adda, dove l'il maggio 1509 i Veneziani 
dovettero soccombere a Luigi XII e alla Lega. Rivolta d'Adda. 
Soncino col suo bel castello, dove fu ucciso Ezzelino, e Ro- 
manengo sono centri importanti di industrie agricole e mani 
fatturiere i . 

Mantova è città assai singolare per la sua posizione a ca- 
valiere dei tre laghi ai quali dà il nome. Certo è che a cagione 
di essi fu già considerata dagli antichi come città forte, e for- 
tezza rimase sino a che l'Austria conservò il quadrilatero, di 
cui Mantova faceva parte, essendo stata sino al 1866 unita alla 
Venezia. Le sue origini si perdono tra le favole mitologiche, 
imperocché sarebbe stata fondata da Manto, figliuola del fa- 
moso indovino Tiresia, che Virgilio addita a Dante nell'In- 
ferno, ricordando come fuggì ogni umano consorzio nelle pa- 
ludi del Mincio, sicché : 

Gli uomini poi ch'intorno erano sparti 
S'accolsero in quel luogo, ch'era forte 
Per lo pantan ch'avea da tutte parti. 

Fer la città sovra quell'ossa morte, 
E per colei, che'l luogo prima elesse, 
Mantova l'appellar senz'altra sorte. 

Certo fu una delle precipue colonie etrusche ed ebbe poi 
gran parte fra le terre di Roma, alle quali diede Virgilio 
Marone. Ma la maggior sua gloria fu quella del ducato dei 



1 1 comuni della provincia di Cremona, che nel censimento del 31 dicembre ì vs l 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti: 





. . 15,844 






Casalbuttano ed Uniti . . 


. . 6,111 




. . . 3.211 


Castelleone 


6,935 




. . . 4,280 




. . 9,083 


Rivolta d'Adda . . . 


. . . 4.270 




. . 31,788 




. . . 4,276 








. . . 7.:>34 












:},880 







Ombriano 3,166 



MANTOVA, CURTATONE, VIRGILIO, ASOLA, BOZZOLO 



265 



Gonzaga che dal 1328 vi dominarono per quasi quattro se- 
coli, celebri per il valore delle armi e per l'amore delle arti 
e delle lettere, per cui alla loro corte convennero Ariosto e 
Tasso, Correggio e Tiziano, Giulio Romano e Mantegna, Leon 
Battista Alberti e Benvenuto Celimi, Baldassare Castiglioni 
e il Primaticcio. Mantova ebbe poi altri tristi anni sotto il 
dominio austriaco, eli e vi spiegò più che altrove la sua ferocia 
sicché le prigioni rigurgitarono d'illustri martiri, ed Enrico 
Tazzoli, Tito Speri, Carlo Poma, Fortunato Calvi, con tanti e 
tanti altri, vi salirono alle forche o vi furono fucilati sui me- 
morandi spalti di Belfiore. La città è naturalmente ricca di 
editici sacri e civili : l'antica cattedrale, la basilica di San- 
t'Andrea, il vero Pantheon dell'arte e delle memorie mantovane 
ed altre chiese ricche di sculture, di quadri, d'intagli in legno 
dei più gloriosi tempi dell'arte. La piazza Sordello è tra le 
più belle d'Italia ed il palazzo ducale ricorda ancora la splen- 
dida corte dei Gonzaga. Il castello di San Giorgio, il palazzo 
del Te, quello della Ragione e la terribile torre della Gabbia, 
sono monumenti insigni di architettura, ai quali nei moderni 
tempi si aggiunsero i monumenti ai martiri di Belfiore, a 
Vittorio Emanuele, a Garibaldi, a Cavour. Il vasto specchio 
acqueo che circonda la città da tre lati è unito da ponti, da 
arginature, da lingue di terra e protetto da fortificazioni che 
hanno oggi perduto ogni importanza \ 

La provincia, anziché in circondari, si divide ancora in di- 
stretti, come le altre del Veneto alle quali fu unita. In quello 
di Mantova sono compresi i comuni di Bagnolo San Vito, 
uno dei più vasti della provincia, del quale fa parte la fra- 
zione di Governolo, dove Papa Leone avrebbe arrestato At- 
tila e fu ferito Giovanni dalle Bande Nere; Borgoforte, posto 
a difendere il Po dove lo attraversa adesso un gran ponte in 
ferro di 500 metri ; Castellucchio, in una bassa e malinconica 
pianura ; Ourtatone, dove fu combattuta nel 1848 la celebre 
battaglia tra i volontari toscani e gli Austriaci, ricordata da . 
un monumento in quel villaggio e da un altro a Montanara, 
sino a dove si estese la pugna ; Porto Mantovano, composto 
di numerose frazioni al pari di Ronco Ferraro, Roverbella e 
San Giorgio di Mantova. Ad un comune del distretto, Quat- 
troville, fu dato il nome di Virgilio e vi fu innalzata sopra 
una colonna la statua del grande poeta. 

Gli altri dieci distretti racchiudono pochi comuni impor- 
tanti oltre a quelli che danno loro il nome : Asola, Bozzolo, 



1 Chiesi, Prov. di Mantova; E. Paglia, Mantovano. 
L'Italia. 



34 



266 



L'ITALIA 



Canneto siili' Oglio, Castiglione delle Stiviere, Gonzaga, Osti- 
glia, Revere, Serinide, Viadana e Volta Mantovana. Asola, 
piccola ed antica città, conserva ancora le mura che ne fecero 
una considerevole fortezza della repubblica Veneta, e la vi- 
cina Castel Goffredo è composta di 16 villaggi distinti, nei 
quali, come ad Asola, si attende specialmente alla produzione 
dei bozzoli ed all'allevamento del bestiame. Bozzolo ha pure 
territorio fertilissimo e qualche cospicua industria; (fazzuolo 
ricorda colla sua rocca la corte che vi tenevano i Gonzaga ; 
Marcaria si compone di numerosissime frazioni, mentre Riva- 
rolo Euori è un grosso borgo murato, e cospicui centri agri- 

N. 37. — MANTOVA. 

I? 40 




l°40' Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

coli sono anche Rodigo e San Martino dall'Argine. Canneto 
sull'Oglio ricorda col nome il campo cintato, intorno al quale 
avvenne la memoranda battaglia fra Vitellio e Ottone, coinè Ac- 
quanegra sul Chiese ci parla della grande sconfitta che i Mila- 
nesi v'inflissero ai Cremonesi parteggianti per Barbarossa. Ca- 
stiglione delle Stiviere, fra amenissime colline, ha tutto l'aspetto 
di una piccola città con un castello, che era sede d'importanti 
accampamenti estivi, da cui il villaggio ebbe nome, patria 
di San Luigi Gonzaga; ma assai più celebri sono Cavriana, 
Guidizzolo e specialmente Solferino, dove fu combattuta nel 
1859 la battaglia memoranda che costò agli alleati 8000 fra 
ufficiali e soldati su 500,000 combattenti: oggi le ossa dei 
nemici d'un giorno riposano insieme, nella grandiosa torre 



SOLFERINO, GONZAGA, OSTIGLIA, REVERE, VIADANA, VOLTA 267 



a poca distanza dalla Spia d'Italia, intorno alla quale più forte 
durò la lotta memorabile. 

Il distretto di Gonzaga ha sei comuni i quali sono tutti 
importanti: il capoluogo, sede della famiglia che signoreggiò 
su Mantova, Moglia, Pegognaga, Suzzara, San Benedetto Po, 
una piccola città di provincia sorta intorno all'antica abbazia 
dei Benedettini. Motteggiana, in territorio ubertoso e ben 
coltivato. Ostiglia, fondata certo da Roma, ha aspetto di piccola 
e prospera città, con opifici ed industrie agricole importanti, 
e fu patria di Cornelio ^Nepote. Revere sorge in mezzo ad un 
territorio ubertoso tutto sparso di ville e fattorie, e Quistello 
è uno dei più vasti e popolosi comuni della provincia. Anche qui 
ad un comune che aveva nome di Mulo fu dato quello di Villa 
Poma, a ricordo del martire glorioso, e si trovano tutti nel- 
l' oltre Po mantovano. Viadana ha pure aspetto d'una piccola 
città, con edifici notevoli, sebbene la maggior parte della sua 
popolazione sia sparsa in frazioni e casali assai numerosi come 
avviene di Dosolo e Sabbioneta, che un tempo ebbe titolo di 
città. Volta Mantovana si compone di numerosi paeselli sul 
pendìo delle pittoresche colline, sulle quali si decisero le sorti 
della guerra del 1859, come vi si era combattuto nel 1848 nel 
1815 ed in altri tempi, tramandando alla storia i nomi di 
battaglia di Goito, Monzambano e Ponti sul Mincio. Sermide 
è celebre per il feroce saccheggio, quando Badetzki ne puniva 



nel 1848 i liberali 


sentimenti, 


e Poggio Rusco è 


un grosso 


bor^o fra rurale e 


civile \ 


1 I comuni della provincia di Mantova, 


che nel censimento del 31 dicembre 1881 


avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti 






. . . 6,166 






Acquati egra sul Chiese . 


. . . 4,062 




. . . 5,203 


Bagnolo San Vito . . 


. . . 5,933 




4,260 




. . . 1,099 




. 10,492 








. . . 3.816 


Cannetto sull'Oglio . . 






4,074 


Castel Goffredo . . . 


. , . 4,328 




3,275 


Castiglione delle Stiviere 


. . . 3,559 




. . 7,782 








. . 4,839 




. . . 3,975 




. . . 7,102 








, . 10,484 


Goito 




San Giorgio di Mantova 


. . . 3,574 


Gonzaga 




San Martino dall'Argine 


. ... 3,336 




. . . 29,974 






Ma re aria 


. . . 8,501 




. . . 3,105 


Marmi rolo 


. . . 4,100 












, . . 16.144 


Motteggiana 


. . . 3,043 




. . . 3,000 


Ostiglia 


. . . 7,041 




. . . 4,246 



268 



L'ITALIA 



Brescia siede a capo di ima provincia che si estende dai 
supremi ghiacciai delle Alpi alle campagne padane, ed ha 
perciò varietà grande di territorio e di prodotti. La città, 
alle falde delle prime prealpi, a poca distanza dal Mella tor- 
bido e minaccioso, colle vie ampie e pulite, colle fontane ab- 
bondanti di fresche e limpide acque, cogli svariati monu- 
menti, è una delle più attraenti dell'Italia settentrionale come 
è anche una delle più gloriose per le vigorose iniziative ed i 
forti ardimenti che le procurarono terribili repressioni e in- 
sieme il nome glorioso di Leonessa d'Italia. Brescia è città 
antica ed i suoi stessi musei, destinati a conservare gli avanzi 



X. 38. — BRESCIA E DINTORNI. 




2°i5' Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

dell'età romana e della cristiana, sorgono sopra avanzi dell'an- 
tichità, come all'antichità pagana o cristiana risalgono le ori- 
gini delle chiese di San Giovanni Evangelista, di Sant'Afra, 
di Sant'Agata ed altre rifatte o rimodernate di poi. Memo- 
rabile è sopratutte la Vittoria alata, l'antica statua in bronzo 
cantata da Giosuè Carducci. 

Reliquia longobarda, almeno in parte, è la basilica di San Sal- 
vatore, e nei due duomi, il nuovo e il vecchio, può dirsi rias- 
sunta la storia religiosa di Brescia. Il Broletto, colla torre del 
Popolo, ricorda le antiche glorie del comune, e il palazzo della 
Loggia venne adornato dal Palladio e dal Sansovino, poi guasto 
dal Vanvitelli. La torre della Palata è singolarmente amata 
dai bresciani, i quali hanno nella chiesa di San Clemente un 
vero museo pittorico del loro Moretto e nella Madonna dèi 



BRESCIA, REZZATO, GARDONE VAL T., ISEO, LONATO 



269 



Miracoli uno dei più graziosi modelli del rinascimento. Bel- 
lissimo di classiche eleganze è il Campo Santo e tra i monu- 
menti moderni primeggiano quelli di Arnaldo da Brescia e 
di Garibaldi. Ohe se la città è gloriosa di memorie storiche, e 
superba dei suoi monumenti, non ha minor vanto d'industrie 
fiorenti, prime fra tutte le sue fabbriche d'armi e gli altri 
opifìci che le accrescono fama e ricchezza \ 

Molti sono i comuni della provincia di Brescia che meri- 
terebbero un ricordo. Oastenedolo vede sorgere intorno agli 
avanzi dell'antica rocca costruzioni moderne, invece delle 
rustiche d'un tempo; Rezzato è centro d'importanti traffici e 
dell'estrazione e lavorazione della pietra che da esso ha 
il nome, ma che si trova anche nei comuni vicini, ricchi tutti 
di massi erratici, di quarzi, di diaspri e d'altre pietre ; in al- 
cuni, come a Serie, vi sono anche freschissime caverne dove si 
conservano il latte e il burro. A Treponti combatterono va- 
lorosamente nel 1859 i volontari garibaldini, e fu ferito a 
morte Narciso Bronzetti; Gussago, colle numerose frazioni, giace 
alle porte della vai Trompia, q Maclodio è celebre per la vit 
toria che vi riportò il Carmagnola, e fu cantata dal Manzoni 
in una delle sue liriche più popolari. 

Ospitaletto, al limite meridionale della Francia Corta, deno- 
minata dalla lunga dimora che vi ebbero i Francesi al tempo 
dei Carolingi, o dalla strage che ne fu fatta nel 1265, è borgo 
rinomato per la trattura della seta e la filatura del cotone ; in- 
dustrie fiorenti vanta anche Bagnolo Mella, dove si scoprirono 
avanzi romani. Ghedi trasse forse il suo nome da un campo 
di Goti fondato tra le paludi e gli acquitrinii che ne occupa- 
vano allora il territorio ; Gardone e Bovegno sono i luoghi 
più importanti della vai Trompia, celebre del pari per le sue 
industrie del ferro e per le curiosità geologiche, per le bel- 
lezze della natura e per il forte animo dei suoi abitanti. Nella 
sua parte più alpestre sorge il pittoresco paese di Collio, sta- 
zione alpina assai frequentata. Iseo, sulle rive del lago a cui 
dà il nome, ha tutto l'aspetto d'una piccola città, ed è ricco 
d'industrie e celebre per attività di commerci, per le belle 
scuole e per i dintorni amen issi mi nei quali si lavora da oltre 
300 operai una grande torbiera. 

Lonato, grossa e ridente borgata, cinta dalle colline more- 
niche che fronteggiano il Garda, ha pure una vasta torbiera, 
famosa fra gli studiosi perchè la più ricca di oggetti preisto- 

1 Guida di Brescia e provincia, 1896 ; Chiesi, Prov. di Brescia ; Odorici, Brescia; 
Guida alpina della provincia di Brescia, 1889; G. Rosa ed altri, Brescia, 1882. 



270 



L'ITALIA 



rici e la più interessante di quante si conoscano. Desenzano 
sul lago ha un bel porto, con importanti istituti d'istruzione 
ed è interessante non meno per l'antica origine, che per la 
posizione amenissima. All'estremità della penisola omonima 
sorge Sermione, col castello degli Scaligeri, la chiesa antichis- 
sima di San Pietro, le grotte di Catullo ed il moderno stabi- 
limento di bagni per cui vi accorrono, insieme ai malati, i 
cultori delle antichità e gli innamorati, a ripetere fra i baci 
le poesie di Catullo. In sui confini della provincia sorge il 
villaggio di San Martino, nel comune di Rivoltella, dove fu 
combattuta il 24 giugno 1859 la grande battaglia da cui il 
villaggio ebbe nome e dove fu eretto un altro ossario: dalla 
torre si ha una magnifica vista sul lago di Garda e sulle cir- 
costanti colline. Anche Montichiari giace in bella posizione 
ed accoglie fiorenti setifìci, al pari di Carpenedolo e di altri 
comuni vicini, che rispondono quasi tutti nella storia a nomi 
di battaglie. 

Il circondario di Breno corrisponde quasi alla Valcamonica, 
il territorio degli antichi Camuni, che l'Austria riunì prima 
alla Valtellina, poi a Bergamo, sino a che il regno d'Italia la 
ridonò a Brescia sorella. Breno, il capoluogo della valle del 
l'Oglio, è antica borgata, oggi centro importante di escursioni 
alpine e d'industrie. Edolo, 360 metri più alta ai piedi del- 
l'Adamello, sorge nel punto dove la via sale da un lato al 
passo del Tonale, dall'altro al colle di Aprica ; Pisogne, sulla 
riva del lago d'Iseo, è ricca di miniere, di cave, di fornaci e 
di opifici. La valle abbonda specialmente di miniere e di pa- 
scoli, ed ha comuni superiori a 1200 metri d'altitudine come 
Temù e Ponte di Legno ; naturalmente questi comuni, al pari 
di Bienno, Braone, Lozio, Saviore, sono centri d'importanti escur- 
sioni alpine. 

Fra la Valcamonica ed il lago di Garda si estende il 
circondario di Salò, il cui capoluogo prospetta vagamente 
il lago: 

Lieto come fanciulla, che in danza entrando abbandona 

Le chiome e il velo a l'aure, 

E ride e getta fiori con le man piene, e di fiori 

Le esulta il capo giovine. 

Salò ha antiche origini, ma oggi si è rimodernata, ed è 
ricca d'industrie, di scuole e di begli edifìci, come tutto intorno 
gli oliveti, gli agrumi, gli oleandri, le agavi e i melagrani 
superbi ricordano la Riviera Ligure. Gavardo è centro ope- 
rosissimo d'industrie, come Toscolano, che ha cartiere rino 



BRENO. SALÒ. VEROLANUOVA, CHIARI 



271 



mate e fu una delle culle dell'industria tipografica in Italia. 
Gargnano è composto di parecchie numerose frazioni e nella 
principale sorge la principesca villa dei Bettolìi. IMaderno è 
ricco di ville ricche ed amene, tra le quali una è gradito sog- 
giorno di Giuseppe Zanardelli, e la vicina Gardone, con tutte 
le sue frazioni, formicola di alberghi e di pensioni dove con- 
vengono in gran numero i tedeschi. Bagolino, nella valle del 
Oaffaro, è interessante per i suoi boschi e per le sue rarità 
geologiche, come del resto tutta la Valsabbia. Bocca d'Anfo, 
Monte Suello, il ponte del Oaffaro ricordano in questo terri- 
torio l'epica lotta sostenuta nel 1866 da Garibaldi, costretto 
poco oltre ad obbedire e tornare, mentre era sulla via per 
conquistare il Trentino. 

Pianeggianti sono nella provincia i due circondari di Ve- 
rolanuova e di Chiari, quest'ultimo più ridente appoggiandosi 
sui colli morenici che dividono la pianura dal Garda. Chiari 
è una piccola città in via di rapido progresso, ricca d'indu- 
strie e fiorente di commerci. Ebbe anticamente un castello, 
fu come poche altre lacerata dalle interne fazioni, poi feudo 
del Carmagnola quando la Bepubblica Veneta vi favorì, come 
fece in altri luoghi, l'industria della seta: sotto le sue mura 
Eugenio di Savoia vinse nel 1701 sebbene inutilmente i Fran- 
cesi. Orzinuovi, costruita nel 1193 dai bresciani per fronteg- 
giare i cremonesi, venne fortificata dal San micheli per conto dei 
Veneziani; Bovato, nel centro della Erancia Corta, è ricca e 
prospera borgata e dal suo monte Orfano (402 metri) si ha 
una splendida veduta : in essa nacque nel 1198 Alessandro 
Bonvicini detto il Moretto. Sui fianchi settentrionali del monte 
Orfano sorge Erbusco, con le ville dove cospirava Pallavicino 
e soleva villeggiare Cesare Cantù ; Palazzolo sull'Oglio, grosso 
ed importante borgo industriale, con fonderie, officine mecca- 
niche, setifici, cotonifici, fabbriche di bottoni, ha una Torre 
del popolo eretta con le macerie dell'antico castello ; Verola- 
nuova è notevole per fertilità di territorio e per i grandi opi- 
fici serici che impiegano più di 100 operai ; Pontevico, quasi 
una piccola città, ha origini antiche e vedeva risalire dall'A- 
driatico sino al suo ponte sull'Oglio i barconi carichi di merci 
e derrate. Verolavecchia fu forse il Pago farratico dei Romani, 
e Leno spicca nel verde, fra le lande paludose di Ghedi e i 
brulli colli di Montechiaro : ivi Desiderio re dei Longobardi 
erigeva il celebre convento dei Benedettini. Manerbio ha in- 
dustrie diverse e magnificile piantagioni di gelsi, e Pralboino, 
sorta sul campo ivi posto da Alboino, ha un imponente ca- 
stello che fu dei Garàbara, feudatari a volta a volta benedetti 



272 



L'ITALIA 



per singolari virtù o vituperati per riprovevoli vizi e per 
inaudite violenze \ 

Bergamo è città di antichissima origine ed una di quelle 
che subirono nei tempi moderni le maggiori trasformazioni, 
poiché dal monte, su cui una volta si raccoglieva tutta quanta, è 
discesa al piano per sviluppare quelli che erano i suoi borghi 
quasi ad una nuova città. Eu il centro maggiore degli Orobii, 
così denominati appunto dalla vita che menavano sui monti, 
forse autoctoni, forse parenti dei Liguri, ma la città ebbe il 
medesimo nome dalla lingua dei Celti {Berg-heim). Fiorì al 
tempo di Roma, quando vi furono innalzati splendidi edi- 
lìzi, distrutti prima da Alarico, poi, fin nelle rovine, da Arnolfo 
di Oarinzia, sceso a contendere il regno d'Italia a Berengario. 
Subì altri eccidi e saccheggi, fu libero e glorioso comune, e 
rimase per secoli nel dominio della repubblica di Venezia che 
fu il più mite. Soggetta poi all'Austria, ne subì le repressioni 
violente, i giudizi statari, gii eccidi, vendicandosi coll'inviare 
alle battaglie dell'Indipendenza una legione, come poche altre 
città, numerosa e valente. Bergamo bassa, la città nuova, è 
tutta gaia e pittoresca ; fra i suoi moderni edifìzi e gli al- 
beri, l'occhio spazia sulla città alta, distinguendo sopra le 
mura antiche, le torri ed i fastigi dei maggiori edifìci. Ber- 
gamo alta, sopra un altipiano ondulato fra 302 e 430 metri, 
è tutta irregolare, costretta fra le massiccie mura di cui 
la munirono i Veneziani, ed è perciò tranquilla e malinco- 
nica : una funicolare unisce le due parti della città 2 . 



1 I comuni della provincia di Brescia, che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti : 









4,314 




3,940 


Lonato 


. . 6,505 






Manerbio ... ... 


. . 4,866 






Monti chi ari 


7,384 


Brescia 4 . . . 


59,792 


Orzi nuovi 


. . 6,242 




3,639 




5,085 




3,647 




4,067 








6,754 




tf,458 


Quinzano d'Oglio .... 


. 4,569 


Ciliari 


9, si 5 


Rovato 


7,825 




4,239 


Salò 


4,570 




3,140 


Travagliato 


3,858 




4,124 






Ghedi .......... 


3,46r> 


Verola vecchia 


. . 3.476 




4,492 






2 Chiesi, Provincia di Bergamo 


; Guida 


di Bergamo, 18N6; Sezione Bergamo, del 



C. A. I., Prealpì Bergamasche, 






L'Italia. 



BERGAMO, PONTI DA, SERIATE 



275 



Anche Bergamo li a chiese antichissime: dove ora sorge Santa 
Maria Maggiore fu un tempio pagano; la chiesa è stata costruita 
da quei celebri maestri comacini, che vi spiegarono tutte le 
eleganze di stile preludenti al glorioso rinascimento lombardo ; 
anche il coro ha stupendi lavori di intaglio e di intarsio, ed 
il presbiterio è un vero museo artistico. Addossata alla chiesa 
è la cappella eretta da Bartolomeo Oolleoni, uno dei più 
caratteristici monumenti del rinascimento, nella quale il ce- 
lebre condottiero spese più di 50,000 tìorini d'oro. La catte- 
drale, col suo leggiadro battistero di rarissimi marmi, la chiesa, 
ora caserma, di Sant'Agostino, sono pure cospicui monumenti 
d'arte. E fra i civili, si notano il palazzo che è sede del co- 
mune, con la celebre biblioteca e l'antica torre, quello della 
provincia, il più grandioso e ricco edificio della moderna Ber- 
gamo, che co' suoi fregi ricorda i fasti della Lega Lombarda, 
nata in questa città, ed il singolare gruppo di edifìci della 
Fiera, che ricorda i bazar orientali. Oltre ai soliti monumenti 
di tutte le altre città, Bergamo ne innalzò a Bartolomeo Col- 
leoni, Alvise II Con tari ni, Bernardo e Torquato Tasso, Gae- 
tano Donizetti, di cui sono raccolti nel museo, con preziosa cura, 
infiniti ricordi. Bellissimi sono i dintorni, specie la strada dei 
Torni che conduce al Pascolo dei Tedeschi : da qui si ha una 
stupenda vista sulla città, sulla pianura e sulle alture circo- 
stanti. San Vigilio (497 m.), co' suoi massicci torrioni romani, 
la Maresana (545 m.), la Rotonda di Almenno ed altri siti 
sono pure meta di facili e piacevoli escursioni. La popolazione 
è operosa ed intelligente e le sue industrie sono tra le più 
rinomate, sebbene la maschera dell'Arlecchino di Bergamo 
possa far credere che, se non nella città, abbondi nel con 
tado questo tipo ad un tempo ignorante e malizioso, ghiotto, 
pauroso e zotico *. 

Tra i comuni del circondario vuole essere ricordato in primo 
luogo Pontida, già nota per il convento di frati clunicensi, 
e assai più dopo che nel 1176 vi fu confermata la Lega 
Lombarda; Albino è una bella borgata in posizione ridentis- 
sima, a 358 metri sul livello del mare, con importanti stabi 
Irnienti serici: ivi presso si derivano dal Serio due dei prin- 
cipali canali dell'agro bergamasco ; Cembro, ricco del pari per 
i ndustrie fiorenti e per l'agricoltura del suo territorio, è punto 
<li partenza di dilettevoli escursioni sui monti inferiori della 
Valle Seriana, ed ha celebri cave di alabastro ; Seriate è bor- 

1 Chiksi, Provincia di Bergamo; Guida di Bergamo, 1886 ; Sezione. Bergamo del 
C. A. I., Prealpi bergamasche. 



?76 



L'ITALIA 



gata industriale di carattere moderno, sebbene sia antica 
terra con territorio fertilissimo; Trescorre Balneario ritrae vita 
e ricchezza da uno stabilimento di bagni all'ingresso della 
valle Cavallina, e dalle sue industrie seriche. Sebbene il cir- 
condario annoveri ben 194 comuni, pochi altri sono degni di 
menzione: Caprino Bergamasco per le sue filande; Sarnico, 
all'estremità meridionale del lago d'Iseo, in capo alla Val Ca- 
lepio, nota del pari per l'infelice tentativo garibaldino del 
maggio 1862, preludio dei più tristi fatti d'Aspromonte, e per 
i marmi preziosi, le sete ed i pesci squisiti del suo lago; Al- 
zano Maggiore, che ha esso solo più di 20 opifici per la trat- 
tura e la torcitura della seta ed altre industrie, e Grumello del 
Monte, con le sue colline coperte di vigneti, e sede di una 
scuola pratica di agricoltura. A Colognola del Piano fu com- 
battuta il 13 giugno 1391 la sanguinosa battaglia fra le truppe 
di Gian Galeazzo Visconti e dell'Acuto, e fece capo più tardi 
la celebre processione dei ventimila Flagellanti. A Mozzo, a 
Rosciate e a Calepio ed in altri comuni restano le rovine di 
antichi castelli; la chiesa di Santa Giulia a Bonate di Sotto 
è monumento nazionale, uno dei più antichi saggi dell'arte 
dei maestri comacini, e Zogno, borgo signorile circondato da 
aspre montagne, ha la triste celebrità di accogliere i cittadini 
politicamente più indolenti di tutto il regno d'Italia. E già 
abbiamo ricordato le acque salutari che diedero, da gran tempo, 
rinomanza a San Pellegrino. 

Uno degli altri due circondari di Bergamo è quasi tutto 
montuoso, l'altro interamente piano. Il primo, quello di elu- 
sone, occupa l'alta valle del Serio con l'aggiunta della carat- 
teristica Val di Scalve. Centro precipuo della vai Seriana è 
Clusone, piccola e antica città, con un ingegnosissimo orologio 
di Pietro Eanzago ed un'antica chiesa parrocchiale, sul cui at- 
tiguo oratorio è dipinta la più originale ed artistica danza 
macabra che si conosca in Lombardia. Gandino, nel centro della 
valle, a cui dà il nome, è una ricca e grossa borgata, il mag- 
gior centro dell'industria laniera nella provincia; Lovere giace 
in bellissima e pittoresca posizione, sulle rive del lago d'Iseo, 
con chiese ed edifìci civili assai ragguardevoli, antichi palaz- 
zotti signorili e moderni istituti scolastici ; i dintorni, che fu- 
rono teatro di sanguinose battaglie, contengono reliquie romane 
e medioevali, ed importanti cave di marmi. Ad Ardesio vi 
erano cave d'argento; presso Bondione si visitano bellissimi 
orridi, nei quali il Serio s'inabissa con orrendo fragore e presso 
Valgoglio si additano tuttora gli avanzi della frana che il 
1.° novembre 1666 subissò un'intera frazione. Vertova ha ve- 



CLUSONE, SCHILPARIO, TKEVIGLIO, CARAVAGGIO, COMO 



279 



dato sorgere intorno all'antico castello importanti opifìci mo- 
derni, e Castro è uno dei più importanti centri dell'industria 
siderurgica. Infine Schilpario, la patria di Angelo Mai, è una 
delle più deliziose stazioni alpine; ostinatamente ghibellina 
essa contese con Vii minore guelfa l'ufficio di capoluogo della 
valle di Scalve. 

Assai più ricco d'industrie è il circondario di Tre viglio, nel 
cui territorio hanno del pari grandissimo sviluppo l'agricol- 
tura e le industrie sussidiarie. Tre viglio è una bella ed elegante 
città, in un'aperta pianura formata dalle ghiaie dell'Adda, ed 
ha probabilmente origine medioevale, essendo stata formata 
dagli abitanti di tre ville vicine. Ohe se la cattedrale e qual- 
che altro edificio moderno ricordano la prima fondazione, Tre- 
vi glio ha carattere allatto contemporaneo, con le sue industrie 
della seta, con le officine meccaniche, la fabbrica di mobili, di 
carrozze ed altre industrie, per cui va rinomata in Italia. Xel 
circondario, più che altrove, sorsero nel Medio Evo nume- 
rosi castelli, che lasciarono il posto a fiorenti opifici indu- 
striali. Caravaggio è grosso e popoloso borgo, celebre non solo 
per le industrie e per essere stata la patria di Michelangelo 
Ani erighi (il Caravaggio), ma per il suo celebre santuario al 
quale traggono in folla i pellegrini di Lombardia; Brignano (iera 
d'Adda ha le rovine di un castello dei Visconti dove visse forse 
l'Innominato ; Martinengo ha parecchie case di aspetto signorile 
e numerosi istituti di educazione e di beneficenza ; Romano 
di Lombardia conserva l'antica rocca e le mura con una gran- 
diosa chiesa parrocchiale ; Cologno al Serio, Cividale al piano, 
Covo, Fontanella ed Urgnano sono pure centri importanti: in 
quest'ultimo è un quadro ritenuto del Tintoretto \ 

La più ridente delle provincie lombarde ed insieme la più 
varia è certamente quella di Como, che ha, essa sola, più di 
500 comuni, dei quali appena 14 superano i 3000 abitanti e 
31 neppure arrivano ai 300. Como sorge all'estremità del 
braccio più lungo del lago a cui dà il nome, tra le ultime 



1 I comuni della provincia di Bergamo, che nel censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti : 



Albino 


. 3,449 




. . :>,116 




. . 39,787 






Brignano Grera d'Adda. . 


. . 3,055 


Romano di Lombardia . 


. . 4,903 




. . 3,382 




3,369 




8,042 


Trescorre Balneario . . . 


3,147 




. . 4,040 








3,115 




4,037 




. 3,912 







280 



L'ITALIA 



falde del Baradello e quelle del monte di Briniate, sicché i 
poeti chiamarono lunata la bella città, su cui, fra i lunghi co 
mignoli dei numerosi opifici industriali, spiccano annerite dai 
secoli le vecchie torri e la mole gloriosa del duomo. La ve- 
getazione di tutto quell'antico fondo lacustre, in mezzo al quale 
sorge la città, è lussureggiante, e fra il verde intenso dei prati, 
dei campi, degli alberi fitti, di cui sono ricoperte le circostanti 
morene, appaiono numerose le ville, le frazioni, i sobborghi 
popolari di Como, cinta ancora per tre lati dalle antiche 
mura ricoperte di edera. E una delle più antiche città della 
Lombardia, già prospera quando Eoma ancora non era, men- 
tre diede poi a Roma i due Plinii. Sostenne lunghe e fre- 
quenti guerre con Milano, cui legò poi le sue sorti soffrendo 
insieme le medesime servitù. Ma pili che nella storia politica, 
("omo va famosa in quella delle arti per i suoi Maestri Oo- 
macini, che si resero celebri in tutta l'Europa, per l'industria 
serica in cui gareggia anche oggi colla stessa Erancia. Glo- 
riosa opera di quei Maestri è il duomo, iniziato quando essi 
cominciavano a ribellarsi alle fredde simmetrie gotiche, conti- 
nuato durante il periodo glorioso del Rinascimento, compiuto 
con la cupola barocca del Juvara. Il palazzo della Ragione, 
già sede dei Rettori del comune, la Torre dell'Orologio e 
quella di porta Vittoria sono rinomati edifìci, come la chiesa 
di San Eedele si ammira per l'antichità e il santuario del Cro- 
cefisso per correttezza di linee moderne. Como innalzò mo- 
numenti a Volta e a Garibaldi ; nei suoi dintorni pieni di 
ogni delizia si ammirano il castello di Baradello e l'antica 
basilica di Sant'Abbondio l . 

Il maggior borgo del circondario è Oantù, ricco per fertile 
territorio e più per le industrie dei mobili, della seta, dei mer- 
letti, dei bottoni ; Appiano sorge in bella posizione, con belle 
e spaziose vie e fu teatro di sanguinose fazioni combattute 
intorno al suo storico castello; Lurate Abbate, composto di 
numerose frazioni e cascinali sparsi, ha pure importanti opi- 
fici; Mariano Oomense ha una celebrata scuola di cantori. 
Sulle rive del lago sorgono Bellagio, la perla del lago, coi 
sontuosi alberghi, colle ricche e deliziose ville, dove s'accolgono, 
come nei dintorni, la nobiltà e la borghesia milanese. Menaggio 
è una piccola città moderna a cui fa capo la ferrovia economica 
per Porlezza, piccolo ma pittoresco borgo sul lago di Lugano. 
Italiano giace quasi di fronte a Menaggio ed è una delle più 
l>elle ed industri borgate della riva orientale del lago; sulla sua 

' Chiesi, Pròv. di Como: A. Avogadko, Prov. di Como, 1890. 



COMO, CANTO, BELLAGIO, MENAGGIO, DONGO, ESINO 2X1 



piazza si eleva il monumento a Tommaso Grossi e tutto in- 
torno sorgono opifìci importanti. Tra Bellano e Varenna, a 
mezza costa della montagna, in una posizione incantevole, sorge 
il villaggio di Regoledo, col grandioso albergo, stazione cli- 
matica alla moda ; ed all'estremità superiore del lago, proprio 
alla line del Pian di Spagna ed ai piedi del dirupato Legnone, 
trovasi Colico, centro importante di commerci e di industrie. 
Altri paesi notevoli del lago sono Bongo, antica colonia ro 
mana ; Gravedona, tutta distesa sulla riva, col palazzone a quat- 

N. 39. — ( OMO. 



3' 22' 




Scala di : a 100,000. 



tro torri e l'artistica chiesa di Santa Maria del Tiglio; Dervio, 
paese pittoresco dove si vuole fosse un oracolo di Delfo; Mol- 
frasio colle numerose grotte naturali e la grandiosa villa Pas- 
salacqua; Nesso, celebre per l'orrido famoso, e Rezzonico, da 
cui ebbe origine l'illustre famiglia. Notevole è Albogasio, allo 
sbocco della Valsolda, cantata in soavissimi versi da Antonio 
Fogazzaro. Cernobbio, paese formato in gran parte da ville si- 
gnorili, è uno dei più pittoreschi del lago; Montorfano va ri- 
nomato per le celebri cave, onde si estraggono, da antichissimi 
tempi, massi enormi e Turate vide sorgere la pietosa casa di 
ricovero per i veterani. I due Comuni di Esino sono tappa 
ad importanti escursioni alpine e quello anche più piccolo di 

L'Italia. 36 



282 



L'ITALIA 



Campione, tutto circondato da territorio svizzero, sul lago di 
Lugano, ha un celebre santuario, pare impossibile nella pa- 
tria dei più illustri Maestri Oomacini, quasi tutto barocco. 
Uno dei più importanti comuni della Brian za è Erba colle 
ville sontuose e la celebre Buca del Piombo. 

Lecco e Varese sono le sole città che abbiano nella pro- 
vincia una vera importanza oltre a Como. Piena la prima dì 
tutti i ricordi dei Promessi Sposi, dove è descritta come « un 
gran borgo che s'incammina a divenir città », non vede più ag- 
girarsi fra le sue mura i bravi di Don Rodrigo e il buon 
Renzo che va coi capponi in cerca del dottor Azzeccagar- 
bugli, ma operose popolazioni, nelle belle e spaziose vie fian- 
cheggiate da edifìci degni in tutto di una grande città. Di an- 
tiche origini, fu completamente distrutta nel 1226 da Matteo 
Visconti che ne relegò gli abitanti a Valmadrera. La città 
presto si riebbe per virtù propria e crebbe d'importanza quando 
Azzo Visconti gittò sull'emissario dell'Adda un grandioso ponte 
riedificato dal Euentes e ristaurato dai Francesi. Questo ponte, 
gli avanzi della rocca e qualche altra chiesa, costituiscono le 
sole antichità di Lecco; nei moderni tempi innalzò monu- 
menti ad Alessandro Manzoni, ad Antonio Ghislanzoni, ad An- 
tonio St©ppani ed a Giuseppe Garibaldi. Nei dintorni della 
città si ammirano parecchie Marmitte dei Giganti, avanzi di 
castelli medioevali, Pescarenico col convento di Padre Cristo- 
foro, Acquate dove era il palazzotto di don Rodrigo, il paese 
di Lucia, di Renzo, di don Abbondio, San Michele sui fianchi 
del monte Barro da cui si ha un'imponente vista su Lecco, i 
suoi laghi e la villa del Caleotto dove s'inspirò Alessandro 
Manzoni. 

Sul lago di Lecco i villaggi e le ville non sono così nu- 
merosi come su quello di Como. Abbadia fu un antico con- 
vento di Benedettini, Lierna era farse la villa di Plinio, In- 
trobio è capoluogo della Valsassina ed Asso si trova ai piedi 
della vallata omonima, come significa il suo nome nell'antica 
lingua dei Galli. Valmadrera , Oggiono , Casatenuovo sono 
importanti borghi industriali con numerose frazioni tutte piene 
di bellissime ville; Brivio ha un antico monumentale castello 
che domina il piccolo lago, e Mera te è un altro industrioso 
centro della Brianza. Interessanti sono anche i paesi della 
valle del Gerenzone, i cui abitanti sono per la maggior parte 
operai del ferro dal nero corpo, abbronzato dal fuoco, rotto 
alle diuturne fatiche, dall'animo buono e ospitali. 

Varese giace in un ampio bacino circondato da amene col- 
line, verdeggianti di ombrosi boschi o mutate in vigneti e 



LECCO, VARESE, LUJNO; LA VALTELLINA 



283 



giardini, seminate di case e di ville, le quali formano le cinque 
castellanze, che, insieme al maggior centro, costituiscono il co- 
mune. Giace questo ai piedi del monte sulla cui sommità 
sorge il venerato santuario della Madonna ed ha antiche ori- 
gini, nè potè sottrarsi alle tormentate vicende di tutta l'alta 
Lombardia. Vi fu combattuta il 26 maggio 1859 una delle 
più gloriose battaglie garibaldine, per cui Varese, prima fra le 
città lombarde, inalberò la bandiera tricolore. La sua antichità 
è attestata dalle numerose rovine romane e medioevali, dall'an- 
tica basilica di San Vittore, incominciata nel secolo settimo e 
compiuta nel decimottavo, dal battistero di San Giovanni che 
è del secolo nono. Sono pure notevoli edifici, il palazzo muni- 
cipale, l'ospedale civile ed alcune ville dei dintorni. Il borgo 
più 'importante del circondario è Luino, presso al punto dove 
la Tresa reca al Verbano le acque del Oeresio. La stazione 
internazionale, un monumento dell'architettura ferroviaria del 
nostro secolo, ne accrebbe notevolmente l'importanza ; sulla 
piazza sorge un monumento che ricorda il tentativo fattovi 
nel 1848 da Garibaldi contro gli Austriaci, ed i dintorni 
sono popolati di ville ainenissiine. Parecchi monti del circon- 
dario sono ancora coperti di boschi abbastanza vasti, dai quali 
si traggono legna e carbone. Morazzone è patria di un celebre 
pittore e fu teatro dell'ultimo fatto d'arme di Garibaldi nella 
campagna del 1848. A Tradate, sulle rovine dell'antico castello, 
«-orse il monumentale palazzo dei Pusterla 1 » 

Appartiene alla Lombardia, ma costituisce propriamente una 
regione appartata, la Valtellina, e si poteva dire anzi remota 
prima che l'attraversasse la ferrovia. Si dice che la vallata 
abbia tolto il silo nome dal comune di Tellio o Teglie, im- 
portante oggi, ma molto più quando Roma mandava le sue 
legioni a tenervi in freno i Rezi e le altre genti devota morti 
pectora liberae. La storia della valle è per più secoli oscura; 
pure ebbe vigorosa vita comunale e lungo alternarsi di lotte 
civili, durante le quali fu soggetta a Milano, a Como, a Ve- 
nezia e più duramente ai Grigioni. La devastò il Oollalto coi 

1 I cornimi della provincia di Conio, che nel censimento del 81 dicembre 1881 
■vano più di 8000 abitanti sono i seguenti : 

Appiano ... . . . . . . 3,062 Lecco . . . . . . . . . . 8,042 

B eli agio 3,254 Luino 3,540 

Bellano 3,136 Lurate Abbate ....... 3,380 

Canta 8,417 Mariano Comense ...... 4,842 

Casatenuovo 3,724 Oggiono 3,054 

Colico 3,339 Valmadrera 3,891 

Como ,. . 30,349 Varese 13,966 



2*4 



L'ITALIA 



suoi imperiali, vi combattè sanguinose battaglie il duca di 
Rohan e, prima delle servitù straniere, subì tutte le violenze 
della persecuzione religiosa. Capoluogo della valle è Sondrio, 
antica città regia, alle falde degli ultimi contrafforti del Dis- 
grazia, dal quale scende spesso minaccioso il Mallero. La città 
è ridente, in salubre e pittoresca posizione ed ha forse origini 
romane, sebbene nessuna antica rovina ne porga documento, 
forse per la distruzione spietata che nel 1303 ne fecero i Ru- 
sconi. Intorno ad essa sorgono il castello di Masegra, la rocca 
di Grum elio ed il grandioso convento che fu per secoli il ca- 
stello di San Giorgio e divenne poi un educandato femminile 
La seconda città della provincia è Chiavenna, sulle rive della 
Mera, dove si dipartono le strade per lo Spluga ed il Maloja; 
ha varie industrie manifatturiere e minerarie, ma è più ce- 
lebre per la birra che vi si fabbrica in grande quantità. Bor- 
mio, piccolo comune che ha antichità storiche e rinomanza su- 
periore a molte città, mostra gli avanzi dell'antico castello, il 
Torrione, che faceva parte del palazzo della Ragione e qualche 
chiesa non priva di inerito architettonico, ma è celebre sopra- 
tutto per i suoi bagni (Warm seé), dai quali la città ebbe nome. 
Così è celebre un altro piccolo comune, Valfurva, coi bagni 
di Santa Caterina, centro di ardue ed importanti escursioni 
alpine. Ponte in Valtellina è comune estesissimo, patria di 
Maurizio Quadrio e Giuseppe Piazzi ; Morbegno è notevole 
perle industrie della seta e dei formaggi; Berbenno, colle ro- 
vine dell'antichissima chiesa e di due castelli, adduce alle pit- 
toresche valli di Cervo e della Madre, e Tirano vanta i più 
prelibati vini della Valtellina. Chiesa è il capoluogo di Val 
Malenco, che fu chiamata il paradiso degli alpinisti e Eaedo 
adduce a quel pizzo del Diavolo che Antonio Stoppani chiama 
il Cervino delle Prealpi Orobie. Il comune di Livigno è no 
tevole, come già dissi, per trovarsi in una valle appartata da 
ogni umano consorzio le cui acque volgono a fiumi ale 
manni. Sulla strada nazionale dello Stelvio sorge il comune 
di Grosio, con le numerose frazioni e le rovine del castello 
Visconti-Venosta, che dominano la valle Grosina, solitario ba- 
cino, che è tutto un labirinto di balze, di valichi, di boschi. 

1 I comuni della provincia di Sondrio, che nel censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti, sono i seguenti : 

Berbenno di Valtellina 3040 Sondalo 3<»4~ 

Cbiavenna 4292 Sondrio 0wn> 

Grosio 3176 Teglio 6872 

Morbegno 3603 Tirano 5870 

Ponte in Valtellina 3301 Valle di Tirano 3.V2»» 



SONDRIO, CHIAVENNA. BORMIO. LUGANO 



di pascoli sormontati da ghiacciai e da vette superbe. Anche 
Sondalo, Talainona e Villa di Tirano sono cornimi impor 
tanti composti di varie frazioni ; ma più importante è Tellio. 
colla massiccia torre, considerata come il più antico edificio 
della Valtellina, e coi suoi importanti boschi. 

Completano naturalmente la Lombardia sui versanti raeridio- 



N. 40. — LAGO DI COMO E CAKTOS TICINO MJSRLDlONALK. 




a Ovest di Home 5 3 



nali delle Alpi, il Oanton Ticino, le valli grigioni di Poschiavo 
e Bregaglia e quella parte del Trentino che manda le sue 
acque alla riva destra dell'Adige. Laonde dobbiamo tener pa- 
rola dei più cospicui centri di queste regioni che hanno pur 
nome, alcuni anche sentimento italiano. 

Lugano è la più bella ed industriosa città di questo Cantone 
italiano della Svizzera, e deve al mite clima ed alla fer- 
rovia del Gottardo il grande sviluppo di questi ultimi anni 
per cui è diventata il buen retiro del mondo elegante. Una 



L'ITALIA 



parte della città ha ancora le antiche strade anguste e le 
vecchie case, ma quella che si spiega intorno al lago e sulla 
collina è tutta piena di ville e di sontuosi alberghi ; presso 
ad uno di questi si trova la chiesa della Madonna degli An- 
geli, coi celebri affreschi di Bernardino Luini. Tutto intorno, 
sui monti Generoso e Salvatore, e specialmente sul lago, si pos- 
sono compiere escursioni bellissime: nel lago si specchiano i 
villaggi di Capolago e di Melide, e poco lungi da esso sorge 
Chiasso dove sono le dogane dei due Stati. Locamo sul lago 
Maggiore, in capo alla Yalmaggia, è importante centro com- 
merciale, con un clima mite, ma non molto salubre; Bellin- 
zona è ora la capitale del Cantone ed ha, come poche altre, 
aspetto medioevale coi suoi castelli che servivano una volta di 
residenza ai Balivi di Uri e di Unterwalden dominanti nel 
Cantone, e sono oggi collegati alle nuove fortificazioni, per cui 
la città è un forte baluardo federale. Una diga di quasi due 
chilometri protegge Bellinzona dal Ticino attraversato da un 
bellissimo ponte. Biasca è allo sbocco di Valblegno, Giornico 
è celebre per la battaglia vinta dagli Svizzeri contro i Mila- 
nesi il 28 dicembre 1478 ; a Eaido i costumi italiani cominciano 
a cedere il passo ai tedeschi. L'ultimo comune notevole è Ai- 
rolo, dove anche di recente caddero frane rovinose ed inco- 
mincia la galleria del Gottardo. 

Xelle tre valli dei Grigioni, che mandano le loro acque ai 
fiumi italiani, sono notevoli Boveredo, il luogo di maggiore 
importanza della vai Mesocco, col castello dei Trivulzio ; Me- 
socco o Cremeo, con un altro gran castello distrutto nel 1526 
dai Grigioni e con belle case ed importanti commerci a 777 m. 
sul livello del mare; più in alto si trova soltanto il piccolo 
villaggio di San Bernardino (1626 m.), l'ultimo dove risuoni 
la lingua italiana, ^ella valle Bregaglia vi sono soltanto pie 
coli, per quanto pittoreschi ed interessanti villaggi, tra i quali 
vogliono essere ricordati Vicosoprano ò Vezpran (1071 m.), 
capoluogo della valle, e Casaccia dove la lingua di Dante è già 
un misto di lombardo e di ladino. Più importante è la valle 
di Poschiavo (Pusclav), percorsa dalla strada del Bernina; il 
capoluogo che le dà il nome è un grosso paese di 3000 abi- 
tanti a 1020 metri in una conca di montagne, mirabile centro 
di escursioni alpine, del pari che per le case moderne ed ele- 
ganti e per l'intensa e fresca verdura dei boschi e dei pascoli 
che tutto lo circondano e si specchiano nel lago che una 
volta occupava forse tutto il piano di Sant'Antonio. Più basso 
(755 in.) è il comune di Brusio, di lingua italiana e di reli- 
gione protestante ed a Campocologno, a circa mezz'ora dal con- 
fine italiano, appaiono le prime viti. 



VAL BREGAGLIA, POSCHIAVO, RIVA, ARCO 



287 



Nel Trentino, sulla destra dell'Adige, si trova anzitutto l'ita- 
lianissima città di Riva, specchiantesi nel Garda, fiorente pel 
suo commercio e che va vieppiù popolandosi di ville e di al- 
berghi sontuosi, con torri, palazzi e porticati che ricordano 
le signorie di Venezia e degli Scaligeri. Dominata dai neri 
torrioni d'un antico castello, si adagia nella campagna uber- 
tosa, a ponente di Riva, l'amena cittadella di Arco, rinchiusa 
e protetta a settentrione contro i freddi venti, mentre a mez- 
zogiorno la accarezzano le tepide brezze dello scirocco e la 
innonda il sole, e la città sa aggiungere sempre nuove attrattive 
a quelle dell'incantevole clima. Risalendo il Sarca, si trova 
Tione, capoluogo delle Giudicane, quasi completamente di- 
strutta da un incendio nell'agosto del 1895. A nord di Tione 
giace Pinzolo, con quel curiosissimo monumento artistico che 
è la chiesa di San Vigilio, sulla cui facciata, come su quella 
di un'altra chiesa del vicino paesello di Oarisolo, è dipinta una 
danza macabra di scuola veneta. La valle dell'Anaunia ha il 
suo capoluogo a Oles, presso il celebre ponte di Santa Giu- 
stina; più a nord la borgata di Eondo è piena di labirinti e 
di gole, dove brontolano le acque della Novella. Malè è sta- 
zione importante, come i celebri soggiorni di Rabbi, di Pejo 
e di Campiglio, ed all'imboccatura della valle di Non sorri- 
dono Mezzolombardo e Mezzotedesco, fiorenti per commerci 
vinicoli, in sui confini etnografici di nostra gente: poco oltre 
incominciano infatti « alte le case e tonde le persone * e la 
dolce lingua del sì mutasi in urli gutturali. Anche Molveno, 
Corredo, Cornano e Bresimo sono centri importanti e sempre 
più frequentati soggiorni alpini \ 

1 I principali comuni di questi paesi italiani fuori del regno nella loro popolazione 
secondo gli ultimi censimenti sono i seguenti: 

Arco 3300 Lugano 8000 

Bellinzona .' . . 3300 Poschiavn 3000 

Locamo 3353 Riva 7490 



UNIVERSITY OF BLLW0I8 



CAPITOLO IV. 



La regione veneta, 

IL TRENTINO ORIENTALE E LA VENEZIA GIULIA. 



La regione veneta ha subito, più d'ogni altra dell'Italia su- 
periore, gli oltraggi della storia, sì che rimane separata da 
molte Alpi sue, e salvo il Piave, il Tagliamento e altri fiumi 
minori, accoglie le acque di fiumi nati fuori del Regno. La 
linea di displuvio rimane quasi sempre lontana, come in nes- 
sun'altra parte dal confine politico: al passo del Brennero, tra 
le Alpi delle valli di Otz e di Ziller ; poi si modifica dove 
il Gross Glockner, il Gross Venediger e le altre vette supreme 
costituiscono le valli del Pinzgau e della Pusteria, per volgere 
ad oriente, dove digradano le Alpi Carniche, e le Giulie 
muoiono nell' altipiano del Carso , sino a quel Golfo del 
Quarnero 

Che Italia chiude e i suoi termini bagna. 

La catena del Monte Baldo, fra la valle dell'Adige e il 
Garda, forma una notevole muraglia, che, per le singolari ma- 
nifestazioni geologiche e botaniche e pel facile accesso, è stata 
studiata, come nessun altro gruppo dei nostri monti, e cantata 
dai poeti, sino ad Aleardo Aleardi ed a Giosuè Carducci, come 
montagna prediletta, bianca di nevi e altera di cime \ La ca- 
tena misura 38 chilometri per 12, ed è divisa dalla bocca di 
Navene in due gruppi, il veneto ed il trentino. Il Baldo tren- 
tino supera i 2000 metri appena con la vetta dell'Altissimo, 
presso la quale fu costruito un ricovero alpino, mentre scende 



1 R. HlNTERHUEBER, FuiSCHHAUF, BALL, BRENTARI, GtOIRAN, C. POLLINI, MATTEI, 

Catullo, De Zigno, Taramelli, ed altri. 

L'Italia. 37 



290 



L'ITALIA 



a picco sul Garda, a precipizio sul lago di Loppio, con miti 
declivi su Brentonico ; il veronese eleva a 2218 metri le cime 
di Val Dritta e sopra i 2000 parecchie altre, che fra oasi 
di boschi e di prati scendono a picco sulla breve zona di vigne 
e di oli veti bagnata dal lago, o precipitano fra ampie valli 
sulla Chiusa e sulle rive dell'Adige. La base della montagna 
è formata dalla dolomia principale, alla quale seguono gli 
strati del lias, coperti da lunghe striscie o lembi di calcare 
giurese e di scaglia; fra questa ed il calcare nummolitico si 
interpongono i tufi basaltici. Vi sono strati di carbon fossile 
di scarsa importanza, ricchissimi marmi, come il broccato e 
il broccatello, e terre verdi, rosse e gialle ricercate dai pittori; 
il grande ghiacciaio retico lasciò traccie sui dossi del Baldo 
sino a 900 metri \ 

Un meraviglioso anfiteatro morenico si dispiega sulla riva 
meridionale del Garda, depositato da una enorme corrente di 
ghiaccio, forse dal fiordo che nell'epoca successiva occupò la 
fessura del lago. Secondo G. Marinelli, questo ghiacciaio 
avrebbe avuto uno spessore di oltre un migliaio di metri, e 
tanta ampiezza da confondersi con le valli contermini del 
Chiese e dell'Adige, discoste tra loro almeno una trentina di 
chilometri, ma fu soggetta ad una serie di oscillazioni somi- 
glianti, in colossali proporzioni, a quelle dei ghiacciai mo- 
derni. L'anfiteatro, attraversato anche dalla ferrovia fra Lu- 
nato e Desenzano, si sviluppa ora, con una fronte di 60 chi- 
lometri, che doveva essere molto più estesa, e costituisce uno 
dei punti più deboli dell'Italia, ed insieme una delle regioni 
più importanti della sua storia. In parecchie località dell'ampio 
circo morenico, si trovano ben conservati, in gran copia ciottoli 
lisciati e striati, massi erratici di porfido, inelalìro, arenaria 
rossa, ed altri minerali provenienti dalle più alte valli dell'A- 
dige e dei suoi più remoti affluenti. 

Le Alpi Orientali entrano solo in parte e con poche tra 
le massime cime nella nostra descrizione. Ci basta infatti ri- 
salire l'Isarco (Eisack) e la Bienz che vi confluisce fino a To- 
blacco, discendere lunghesso la valle della Brava sino a Vil- 
laco, girare intorno al Triglavo, per seguire la Sava sino a 

1 La superficie del gruppo del Baldo è di 380,14 chilometri quadrati, con uno svi- 
luppo periferico di 140 chilometri e una inedia altezza di 868 metri; appena l'I. 7 
per cento dell'area totale (6.08 eh. q.j si trovano sopra i 2000 metri. Battisti, // 
Trentino, pag. 57.' Le altitudini principali sono le seguenti : 

Telegrafo o Monte Maggiore . 2200 m. Altissimo 2070 m 

Val Dritta 2218 » Monte Varagua 1771 

P. Pettorina 2191 » Bocca di Navone 1430 



ALPI ORIENTALI 



291 



Lubiana e cercare nell'altipiano carsico la più diretta via per 
Porto Re, passando dalla sella di Loque, il punto più elevato 
delle Alpi che cingono da questa parte l'Italia. A questa linea 



N. 41. — SCHIZZO DELLE ALPI CENTRALI ED ORIENTALI. 




Dalla Geografia d'Italia di F. Pasanisi. 

fi. Marinelli assegnava un lunghezza di 584 chilometri, sud- 
dividendola in tre zone: le Alpi veneto-trentine fra l'Adige 
ed il passo di Monte Croce ; le Oarniche fra le valli del Piave 
e della Drava e quelle del Fella e del Gais, e le Giulie, oltre 



292 



L'ITALIA 



il passo di Oamporosso. Ciascun gruppo ha le sue prealpi net- 
tamente distinte, come da quelli e da queste si stacca, per 
gli specialissimi caratteri morfologici e geologici, l'altipiano del 
Carso. 

Le Alpi veneto-trentine si dividono in diversi gruppi, al- 
cuni dei quali presentano grandi colossi piramidali coperti di 
neve gli orli e la parte superiore, separati da lunghe frane, e 
tutta una selvaggia bellezza di pinnacoli irti, sovrastanti alle 
azzurre conche di ghiaccio e alla vasta pianura di neve, che 
mancano affatto nelle prealpi. Nel plesso occidentale preval- 
gono le roccie più antiche, porfidi, graniti, scisti, filliti, mentre 
il gruppo orientale è il regno pressoché assoluto della dolomia, 
che gli dà la spiccata bellezza delle forme ed è cagione mas- 
sima di rapida decomposizione; l'uno è veramente trentino, 
l'altro gruppo costituisce le Alpi bellunesi, che appartengono 
nella maggior loro estensione all'Italia 1 . I gruppi del primo 
plesso traggono la denominazione, il primo dalla Cima D'Asta 
che vi domina, il secondo dall' Avisio che lo solca, il terzo 
dalla valle di Fassa, la principale che ad esso mena. Il quarto 
massiccio ha nome da una delle maggiori sue vette, il Pei- 
tlerkofel, ma come rimane propriamente fuori anche dai con- 
fini del Trentino, fra la vai Gardena, l'Isarco, il Kienz e Gader 
non occorre farne ulteriore menzione 2 , 

La vetta culminante del grappo di Cima d'Asta è una massa 
granitica che si eleva sugli schisti cristallini della Valsugana, 
emersa forse durante l'azione eruttiva dei vulcani permiani 
delle attigue valli di Memme e di Eassa. Le sue vette ed i 
declivi mandano le loro acque all' Avisio e alla Eersina da un 
lato, dall'altro al Cismon ed al Brenta, ed intorno ad un 
gruppo centrale si dilungano le catene dell' Agaro-Coppolo, 
ricca di caverne interessanti, come quella di San Dona, e di 
Cima Laste, la giogaia d'Arzon, la lunga cresta di porfido 

1 Marinelli, La Terra, IV, 124 e seg. ; ^FrEsheield Douglas, Ttalian Alps ; 
Iìohrach, Dolomitfarthen ; Zilliciien, Le Alpi dolomitiche, nel «Boll, del C. A. I. . 
1878; Diari antidi D., Escursioni nelle Alpi dolomitiche, ivi, 18d3 ; Crepin P., Mi - 
trer, T. Imminck, Gkohman, Gilhert e Churchill ed altri. Le Dolomiti, e special- 
mente: Richter, Erschliessimg der Ostalpen, 3 voi. 

2 Sebbene fuori del contine geografico meritano un cenno alcune vette del Ti- 
rolo centrale : 

Weisskugel 3744 ni. Gross Glockner 3797 ni. 

Picco dei Tre Signori . . 8499 » Ankogl 3253 » 

Gross Venediger 3(>73 » 

I passi principali che attraversano questi gruppi alpini sono i seguenti: 
Timbler Joch, mulattiera . . . 2480 Oetzthal- Merano 
Penser Jocli, sentiero 2211 Bolzano-Sterzing 



MONTAGNE DEL TRENTINO ORIENTALE 



295 



quarzifero di cima Cece, dominata dal Oolbricon, la catena 
porfirica di Lagorai e quella dello Scalet e del Sassorotto-Era- 
vort; a sud di quest'ultima è il monte Vetriolo, colle grotte 
dalle quali scaturiscono le celeberrime acque arsenicali, e la 
Oanzana, che andò per tanto tempo malamente confusa colla 
Chiarentana di Dante. Dallo Scalet, tra la Eersina e l'Avisio 
si dilungano i quattro gruppi minori di Segonzano, di Serra, 
di Oostalta e del Oalisio. Il Segonzano va famoso per una 
selva di colonne di terra, di dieci a quaranta metri, sormon- 
tate da un sasso che raggiunge talora il metro cubo : la sera, 
quando i raggi del sole morente fanno spiccare il colore della 
fanghiglia giallastra, sembrano colossali omeni col berretto 
giallo. Così il Calisio è celebre per le miniere fiorenti, specie 
in sul principio del secolo XIII, quando si chiamava Argen- 
tario, e diede forse origine al moto di Trento : « Montes ar- 
gentoni mi hi dat nomenque Tridentum » . Al gruppo di 
Cima d'Asta appartengono la Val Cembra, povera di strade, 
la Val di Eiemme che Staubach chiamò « il tempio della 
mineralogia » ed è anche delizia degli alpinisti, l'aspra e sel- 
vaggia valle superiore del Eersina o dei Mocheni, così denomi- 
nata dai Tedeschi che vi si stabilirono da secoli, forse per col- 
tivare le miniere. Vi appartengono anche la valle superiore 
del Brenta, che nei secoli passati era la via più diretta e fre- 
quentata tra Venezia e la Germania, ed è ora attraversata da 
una ferrovia economica, la quale da Trento muore per ora sul 
confine del regno, a Tezze ; e le valli secondarie, piene di 
tutti gli incantesimi delle Alpi, di Canal San Bovo, di Pri- 
miero e di Tesino, celebre questa per gli antichi costumi delle 
sue donne \ 

Le Alpi dell' Avisio sono formate da una serie di gruppi 
che si vanno estendendo ed elevando da settentrione a greco, 
^el gruppo di Monte Corno, una sola vetta supera i 1800 metri, 



1 Brentari, Il Trentino; Riehter, Ostalpen ; Loss, Cima d' Asta ; Euringer, id., 
nella « Zeit. d. D. 0. A. V. » XX, 1883. Il perimetro del grappo, secondo Battisti, 
è di 180 chilometri, la superficie di 1357,14 chilometri quadrati, il volume di 1922 
chilometri cubi, la media altezza di 1431 metri. Le vette più notevoli sono le 
seguenti : 

Cima d'Asta ........ 2844 m, Agaro 2068 m. 

Colbricon 2804 » Coppola 2061 » 

Cima di Lagorai 2617 » Costalta 1957 » 

Scalet o C. Tre Croci. . . . 2491 » Cima Laste 1679 » 

Arzon 243N » Doss di Segonzano. . . . . 1592 » 

Sassorotto 2287 » Cerramonte 1517 » 

Fravort 2331 » 



296 



L'ITALIA 



mentre nel gruppo della Rocca, che appartiene quasi tutto al 
Tirolo, il Corno Nero eleva le sue vette porfìriche oltre i 2400 
e di poco inferiore gli è il Corno Bianco, rappresentante di 
un'altra età geologica coi suoi calcari: fra i due monti si 
fanno i bagni di fieno aromatico sulla vasta prateria degli 
Occlini. La Pala di Santa si innalza come una grande pira- 
mide coperta di boschi e di prati, mentre il gruppo del La- 
temar eleva le cime aguzze delle sue dolomie, che, illuminate 
dal sole cadente, presentano uno dei più vaghi spettacoli delle 
Alpi. L'eruzione di granito roseo, sieniti, doriti, porfido, au- 
gitici e melafiri coprì in più luoghi la dolomia, metamorfo- 
sandola, mentre altrove, sul porfido quarzifero, si trovano le 
arenarie variegate e gli strati calcari e conchigliferi, talora 
con filoni di melafìro, di porfido augitico e di lave \ A questo 
gruppo si connettono le Alpi Passane, tra le quali è celebre 
per la posizione, per l'imponenza, per l'elevatezza, per la stessa 
poesia gentile del nome, il gruppo del Rosengarten, una im- 
mensa selva di roccie, frastagliate, spaccate, contorte, intorno alle 
quali la fantasia dei due popoli ha creato le più graziose leggende. 
Fra quelle roccie, infatti, Laurino, re dei pigmei, condusse la 
bionda Similde, e per allettarla vi fece sorgere, per magico 
incanto, vasti giardini profumati; ma presto vi imperversò 
una fiera battaglia di pigmei e di giganti, di fatate astuzie 
e di violenze, sino a che re Laurino, vinto, trasformò i giardini 
in una selva selvaggia di orride guglie e si fece monaco. Altri 
narrano che ivi sorgevano palazzi stupendi, fra giardini incan- 
tati, dove le Armide dei dintorni, secondo altri le streghe 
(bregostane), si recavano ai notturni convegni a cavalcioni della 
scopa. Le cime dei Mugnoni sarebbero gli stregoni che, un 
giorno, flagellavano la valle; v'è tra esse il gigante smisurato, 
il fraticello che era andato ad affrontarlo coi suoi esorcismi, 
l'orso che egli aveva chiamato in aiuto: siccome le forze del 
cielo e dell'inferno furono pari, vennero tutti trasformati in 
rupi 2 . La cima dominante è il Kesselkogel ; B. Minnigerode la 
reputa per l'ampia veduta la più bella delle dolomiti, per cui 
se ne agevolò la salita con la capanna di Grasleiten, ma le è di 

1 Battisti, Il Trentino; Brentari, Trentino orientale. Il gruppo occupa una .super- 
ficie di 621,69 chil. quadrati, con un perimetro di 132, un volume di 609 chil. cubi, 
ed una altezza media di 979 metri. Le vette più notevoli sono le seguenti : 

Latemar 2846 m. Corno bianco 2314 m. 

Pale di Santa 2493 » Monte Corno 1808 » 

Corno nero 2440 » 

2 Grimm, Deuisches Heldenbuch; Bolognini, Le leggende del Trentino. « Ann" 
8. A. Trid. » XIII, 349. 



MONTAGNE DEL TRENTINO ORIENTALE, ALPI FELTRINE 297 



poco inferiore e, sino alle ultime correzioni della carta austriaca, 
le contendeva il primato il Oatinaccio (Oiadenac), che ha nome 
d'uguale origine (catino, catinaccio, caldaia), ed è forse più 
arduo, se rimase sino al 1878 vergine di piede umano, come 
lo sono tuttora una delle Torri del Vajolet e qualche altra 
punta. Il gruppo è più piccolo di quello di Brenta, ma ne 
forma la ripetizione per le altitudini, i passi profondamente 
incisi, le diramazioni costali, le valli parallele alla catena prin- 
cipale, l'erosione delle creste, dei campanili, dei denti e delle 
seghe fantastiche, per la dolomia che bizzarramente si eleva sulle 
due rive dell'Adige, mentre le torri e le guglie dei Rosszàhne 
e della Pallaccia spiccano col colore oscuro dei neri porndi 
vicini, sulle lucenti dolomiti. Vi si connettono le ardue e se- 
ducenti vette del Sasso Lungo (Langkofel), colle minori punte 
di (xrohmann e delle Cinque Dita, una scogliera corallina 
sorta su porfidi augitici e arenarie, il grandioso bastione do- 
lomitico di Sella, coi prati di Stuores, dove s'accumulano in 
numero sterminato i fossili di San Oassiano, onde sono pieni 
i musei d'Europa; la catena del Sasso di Capei e quella dello 
Schlern, che è quasi tutta fuori del Trentino. In queste mon- 
tagne troveremo le valli ladine di Gardena, di Passa, di Li- 
vinallongo, di Badia, coi costumi, il dialetto, le industrie ori- 
ginali, con una costituzione geologica, dove i calcari e le do- 
lomie sono quasi sempre commisti ai porfidi e ad altre roccie 
eruttive \ 

Le montagne Feltrine costituiscono una catena relativamente 
modesta, con brulle e nude pareti dolomitiche, alle cui basi 
si distendono terreni fertili, verdeggianti sino alle roccie, co- 
perti di frutteti e di pampini dove li feconda il bacio del sole, di 
fitti boschi nereggianti nei lati settentrionali. Sovrasta a tutte 
le vette il massiccio bastione del Sasso di Mur ; il Pavione e il 
facile Monte Vena, celebre per la flora, gli sono di poco infe 
riori ; il punto di maggior depressione è il passo della Pine 

1 Brentari, // Trentino orientale ; Richter, Ostalpen: B. Wagner, E. Wiglutsch, 
I. Amonn, G. Merzbacher, I, Damian, Ber Bosengarten ; Tambosi, Baroldi ed 
altri, negli « Ann. della S. A. Trid. ». Il grappo ha un perimetro di 110 chil 
una superficie di 459,6 chil. quadrati, con un volume di 739,42 chil. cubi, e una 
media altezza di 1454 metri; un quarto dell'area del gruppo è fra i 2000 e i 2500 
metri. Le vette più notevoli sono le seguenti : 

Sasso Lungo (Langkofel) . . 3178 m. Rosengarten 3172 m- 

Punta di Grohmann . . . . 3111 » Torri del Vajolet 2805 » 

Kesselkogel 3002 » Pordoi 2951 » 

Catinaccio 2998 » Schlern 2565 » 

Punta delle Cinque Dita. . . 2997 » Sasso di Capei 2559 » 

Colle di Larsec 2886 » Passo di Fedaja 2559 » 

V Italia. 38 



298 



L'ITALIA 



stra, per cui da Feltre si va a Primiero. Alle ultime falde del 
monte di Vedana, presso il monastero, si stende un campo de- 
solato di rovine titaniche, che la leggenda attribuisce ad un 
terribile sfacelo del monte Peron, ma la scienza inclina a 
considerare siccome avanzo di una morena del Corde vole. I 
confini settentrionali del gruppo toccano la zona degli schisti 
cristallini, coperti dal calcare conchiglifero, ed, ai lati di esso, 
si estendono in due lunghe striscie le formazioni più recenti 
del calcare grigio liasico e dei terreni cretacei K 

Il più imponente di questi gruppi, il più celebrato e natu- 
ralmente il più caro agli alpinisti, è quello della Pale di 
San Martino, con le vette aguzze sulle quali domina, amman- 
tata di ghiacci, la superba Vezzana, e spicca, colla punta che 
pare inaccessibile, il Oimon della Pala, che Gr. Ball chiamò il 
Cervino delle Dolomiti. JSTon meno ardue sono le vette della 
fantastica Pala di San Martino, di Ball, del Sass Maor, di Pioc- 
cobon, mentre molti, dal rifugio degli alpinisti tridentini, 
salgono alla facile Rosetta, o raggiungono nella catena cen- 
trale la Cima Pradusta e le altri minori, o nelle orientali il 
monte Agner e gli altri che gli fanno corona. Tra queste vette 
si aprono passi ardui come quello di Travignolo e delle Co- 
melle, di Pradidali e di Roda, e facili valichi come quello di 
Bolle, dove passa la magnifica strada militare da Primiero a 
Predazzo. Il gran ghiacciaio del Cimone, coi crepacci temuti, 
quello della Pradusta, ed i due minori della Pale e di Pioc 
cobon occupano poco più dell'uno per cento di un'area che fu 
una volta loro dominio incontrastato. « Visto da Paneveggio. 
da Bolle, da San Martino di Castrozza, dalle valli coperte di 
nere boscaglie, questo gruppo sembra un castello smantellate 
con le torri, gli spalti, le mura, le barriere, lé guglie quasi 
in bilico, sempre in balìa dei più leggieri movimenti tellu- 
rici. Al tramonto, quando il sole dardeggia su quelle creste, 
la scena si trasfigura rapidamente nelle parvenze più strane, 
e tutti i colori, tutte le sfumature dell'iride, che fantasia di 
artista possa sognare si succedono con vertiginosa prestezza. 
Certo quei frati, che, nel Medio Evo, posero la loro stanza 

1 Takamelli, Note; Guermeiu, // Pbzocco ; Pellegrini, Vedana; secondo Bat- 
tisti, Il Trentino, il gruppo occupa un'area di 487,9 chil. quadrati, con un volume 
di 368,9 chil. cubi, e la media altezza di 755 metri. Lo altezze più notevoli sonò 
le seguenti : 

Sasso di Mur 2554 ni. Monte Vedana 1323 tu. 

Pavione 2336 » Monte Peron. 1484 

Cimon di Pizzo ...... 2328 » Passo delle Finestre . . . . 177S ■ 

Monte Vena 22215 » 



GRUPPI DELLA PALE E DELLA MARMOLADA 



299 



dove oggi sorge il celebre soggiorno alpino di San Martino 
ili Oastrozza ammiravano la natura » \ La dolomia bianca, 
cristallina, non stratificata, di cui consta l'anello corallino sorto 
nel mare triasico, dove ora s'ergono le Pale di San Martino, 
è stata erosa in modo da dar origine alle più ardite guglie che 
fantasia d'artista possa immaginare, e audacia di alpinisti de- 
siderare, ed è tuttodì siffattamente erodibile, che i fianchi della 
montagna sono tutti uno sfacelo, ad ogni stagione scendono 
per gli erti canaloni, minacciano e spesso travolgono gli audaci 
mossi all'assalto delle cime agognate. Ed a 2700 metri si 
estende per quattro chilometri un enorme tavoliere di pietrame, 
dove, fra le roccie bigie e cineree, nella nebbia fìtta, si perdet- 
tero il 2 settembre 1888 trenta alpinisti che vi dovettero at- 
tendere il nuovo giorno 2 . 

Il gruppo della Marmolada è dominato dalla regina, non, 
come fu detto, delle dolomiti, ma delle Alpi orientali. Intorno 
alla suprema vetta, coperta d'un vasto ammanto di ghiacci e 
di nevi che par di marmo, s'innalzano il Vernel e si staccano 
il gruppo di Colaz, il nucleo eruttivo dei Monzoni, con le ric- 
chezze e varietà dei minerali, sì che Humbold lo chiamò il teatro 
d elle più grandi rivoluzioni geologiche del globo, ed il minu- 
scolo gruppo di Cima di Bocche. La Marmolada, intorno alla 
quale si inchinano tutte le altre vette, è il più grandioso edi- 
ficio corallino 3 , sebbene il banco calcare che si innalza sul 

! Battisti, lì Trentino, pag. 87. 

2 Le Alpi dolomitiche sono state largamente illustrate, specialmente da Ricca- 

BONA, DORIGONI, D'ANXA, GrAMBILLO, TaMBOSI, BALL, FaLKNER, RlCHTER, FRESH- 

fi e li, Darmstaedter, e nella Guida di Brentari, che ne dà un'ampia biblio- 
grafia. Il gruppo occupa un'area di 348,26 chil. quadrati, con un volume di 281 
chil. cubi, un perimetro di 02 chil. ed una media altezza di 1864 metri. Le altezze 
più notevoli sono le seguenti: 





. . 3244 


m. 






m 


Vezzana 


3191 










Cimon della Pala . . . 


. . 3186 




Passo di Pradidali .... 


. 2700 




Cima di Fioccobon . . 


. . 3051 




Passo delle Comelle . . . 


. 2593 




Passo di Travignolo 


. . 3000 


» 


Passo di Roda 


2581 




Cima F rad usta .... 


. . 2930 




Passo di Rolle 


1984 


» 


Cima di Ball ..... 


. . 2890 






1541 




Agner . 


2874 




San Martino di Oastrozza . 


. 1497 





Scrissero della Marmolada: Menzixger, Gilbert e Churchill, Baro i/di. Bri - 
malti, Gtrohmann, Mekzbacher, D armst aedter, Richter, e molti altri; Bren- 
f a ri , Guitta, 312, 313. Secondo Battisti, Il Trentino,, la superfìcie del gruppo è di 
401.35 chil. quadrati, il volume di 53t,7 chil. cubi, il perimetro di 85, con una media 
iltitudinedi 1332 metri. Le vette più notevoli sono: 

Marmolada 3360 ni. Cima di Bocche 274S m. 

Vernel . : 3092 » Sasso di Rocca 2618 » 



-Mio 



L'ITALIA 



trias inferiore, meno saturo di magnesia, presenti chiare stra- 
tificazioni. Il lavoro dei coralli interrotto dalle eruzioni, con- 
tinuò poi e da nuove violenze di natura e dall'azione degli 
agenti atmosferici, venne spezzato e sparpagliato anche lungi 
dal primitivo suo centro. La Marmolada ha essa pure la sua 
leggenda, come ha avuto, sebbene di facile ascesa, le sue vit- 
time: il prete Terza che primo la tentò, nel 1803, scomparVe 
in un crepaccio, e per lungo tempo il monte si ritenne fatar, 
e inaccessibile. 

Gli altri gruppi delle Alpi veneto-trentine traggono il nonne 
dalle regioni dove sorgono e sono: Agordo, Val di Zoldo, Am- 
pezzo, il Cadore e Sesto \ Le Alpi Agordine sono dominate 
dalla vetta ardua e celeberrima della Civetta, vinta da piede 
umano appena nel 1867. Essa discende sul Corde vole con una 
parete enorme, le cui grige dolomie si specchiano nel laghetto 
d'AUeghe, mentre la giogaia meridionale si prolunga varia- 
mente rocciosa, interrotta da selle aspre ed amene, con le 
cime tozze della Mojazza, gli acuti obelischi del Mezzodì, ed 
il monte Serba, celebre per l'assenzio ombrellifero delle sue 
pendici. Tra le forcelle d'AUeghe e la vai Fiorentina si sten- 
dono altre vette più modeste, coperte di prati e di boschi, che 
separano le Alpi Agordine dalle Zoldane, erette tra il Boite, 
il Piave e il Maè. Torreggia in queste il Pelmo, come una 
colossale isola dolomitica, quasi priva di appendici, con pochi 
e bassi contrafforti; le verdi ondulazioni, non prive di depo- 
siti metalliferi, digradano sino al passo di Campello, dove i 
Cadorini, con Pietro Calvi, dovettero nel 1848 soccombere da 
eroi. Più ricco di piccoli gruppi che vanno succedendosi V\m 



1 Ecco i passi principali che s'aprono in tutte le Alpi veneto-trentine: 

a) Carrozzabili : Piano della Fugazza .... ni. 125.") Scliio-Kovereto 

Passo di Rolle » 1956 Priniiero-Paneveggio 

Tra i Sassi » 2157 Cortina- Andraz 

Peutelstein P » 1525 Cortina-Niederdorf 

Kreuzberg P » 1635 Innichen-Santo Stefa - 

/>) Mulattiere: Passo di Manazzo » 1321 Asiago- Le vico 

Passo di Costalunga » 1750 Vigo di Fassa-Boi zam 

Malknecht Pass • . » 2212 Cainpitello Vòls 

Valles P » 2032 Cencenighe-Paueveggi 

Gròdner Joch » 2130 St. Ulrich-Bruneck 

Cani poi ungo » 1891 Cor vara- Araba 

Pardoi P » 2253 Gries-Araba 

Passo di Falsarego 2119 Cortina-Caprile 

Passo Tre Croci » 1815 Auronzo-Cortina 

e) Sentieri : Passo di Fedaia » 2029 Val di Fassa-Caprile 

Forcella Grande » 2297 Auronzo-San Vito 



ALPI AMPEZZANE E CADORINE 



l'altro, è il vasto plesso delle Alpi Auipezzane, con la Tofana, 
la Oroda di Lago, la Oroda Eossa, il Becco di Mezzodì, il 
Diirrenstein, il facile e frequentatissimo Xuvolau e le altre 
vette dai colori smaglianti e piene di seduzioni, per cui Cor- 
tina d'Ampezzo, nel centro del gruppo, è diventata uno dei più- 



Si'. 42. — ALPI AMPEZZANE E C ADORINE. 




M endiano di Roma 0 



Scj/a di 1 a Soo.ooo 

0 S 10 15 20 25 50 SS 



attraenti soggiorni delle Alpi. Proseguendo verso settentrione, 
i monti s'adimano e danno luogo alle formazioni più antiche 
delle arenarie e delle fìlliti, nelle quali è scavata la valle amena 
della bassa Pusteria. 

Oltre il Lago di Landro ed il Boite si elevano le Alpi Oa- 
dorine, divise in due gruppi dalla bella strada carrozzabile che 
valica il passo di Misurina. A libeccio si elevano le vette cai- 



802 



L'ITALIA 



cari-dolomitiche più meravigliose delle Alpi, che, prima di ve- 
dere specchiate nel lago di Landro e domate dagli alpinisti, 
tutti potevano ammirare negli sfondi dei quadri di Tiziano, 
al quale suggerirono forse quel magistero altissimo dei colori 
onde va famoso nella storia dell'arte. L'Antelao, enorme pira- 
mide di frane, che li a sulla cima un immenso obelisco di neve, 
domina come un gigante solitario una selva di minori pinna- 
coli, dove il Cristallo, il Sorapis, ed altre vette offrono ardue 
ascensioni e panorami fra i più pittoreschi delle Alpi, mentre 
non sono prive di vedrette glaciali e di minerali un tempo 
molto apprezzati. Bellissime fra tutte le Marmarole « care al 
Vecellio, che di rose sul cheto vespero rifulgono, palagio di 
sogni, eliso di spiriti e di fate » \ Meno pittoresche e perciò 
solo ìnen note sono le Alpi di Sesto, che pure hanno le Tre 
Cime di Lavaredo, lo Zwòlferkofel, il Dreischusterspitz ed altre 
vette care agli alpinisti, di spiccata fisonomia, e coi loro arditi 
culmini segnano il confine politico e la linea di spartiacque 
fra il Sesto che va alla Drava, ed i tributari del Piave J . 

Le Alpi Gamiche sono ben diverse dalle precedenti per la 
costruzione geologica, nella quale prevalgono i calcari e le 
arenarie del paleozoico, e perchè, invece di esser spartite fra 
i due Stati, ne seguono il confine, per 130 chilometri e quello 
insieme delle acque che scendono all'Adriatico od al Mar Nero. 
Questa catena principale, secondo G. Marinelli e gli studi di 
suo figlio Olinto, si divide in due parti : una muraglia aspra 
e serrata, con una media linea di vette di 2293 metri, che nel 
Coglians si eleva sino a 2782, e una successione di cime se- 
parate da bassi valichi, che con una linea di vetta di 1698 chi- 

1 Carducci, Cadore. 

2 Per questi varii gruppi vedi : Brentari, Guida del Cadore ; Marinelli, Italia . 
e in Kichter, Ostalpen; Zsigmondi, Ampezsaner Algeri; eC. Diener, Sextener Gruppe, 
oltre agli scritti di Grohmann, Marinelli, Purtscheller, Ploner, ed agli studi 
e descrizioni numerose pubblicate nell' « Ann. della Società degli Alpinisti Trid. > . 
Le mitezze più notevoli di questi gruppi sono le seguenti: 





3263 


ni. 






Tofana .... 


.... 8248 




Diirrenstein 


. . 2836 >- 


Civetta 


.... 3218 




Croda di Lago .... 


2674 » 


Sorapis 


.... 3205 




Nuvolau 


. 2046 - 


Monte Cristallo 


.... 3199 




Becca di Mezzodì . . . 


. . 2550 s 




.... 3169 


» 




. . 2457 * 




.... 3162 


» 


G. di Mezzodì .... 


2332 > 


Croda Rossa . . , 


3133 




Forcella Forada . . . 


. 1975 • 


Z^olfelkofel . . 


.... 3095 




» id'Alleghe 


. . 1S20 » 


Drei Zinnen . . . 


3003, 2974. 2881 








Marmarole . . , 


. . . . . 2933 




t. d'Alleghe 


. . 966 » 



ALPI CARNI CHE 



303 



ioaietri neppur raggiunge, col Pollinig e col Rosskofel, la inedia 
della catena occidentale. La giogaia del Coglian, Oollians o 
Cogliano torreggia su tutte le Alpi contermini, e si scorge 
dall'intera pianura friulana, con la sua corona di nevi che 
alimentano la breve vedretta scendente su Val Valentina : una 
volta si riteneva che la vetta dominante di tutte le Oarniche 
fosse il Peralba, quattro chilometri a sud-est dell' Antola, che 
segna il confine fra il Veneto, il Tirolo e la Carinzia. La gio- 
gaia è costituita quasi totalmente da coralli e brachiopodi, 
spettanti a vari strati del devoniano, limitati a nord e a sud 
da formazioni schistose. Alla catena principale si connettono 
a nord la lunga giogaia delle Alpi del Gail o della Zeglia, 
comprese fra il corso di questo fiume e la Drava in cui esso 
confluisce, e le Alpi Tolmezzine separate dalla catena princi- 
pale da una serie di combe e di selle, che ricordano forse un 
antico tracciato idrografico diverso dall'attuale, il quale de- 
terminò una interessante segregazione di gruppi per lo più 
calcari, talvolta dolomitici. A sinistra della strada che tra 
versa le Alpi, dal Gail alla dolce insenatura di Gailberg, sul 
tracciato dell'antica via romana, si elevano il Sandspitz, il Gams- 
kofel ed altre vette superiori ai 2700 metri, mentre le mas- 
sime altezze sulla destra non superano j 2369 del Rosskofel. 
Xelle Tolmezzine si estollono invece le bellissime guglie dei 
monti di Sappada, il Sernio, una delle più eleganti vette do 
lomitiche del Eriuli, e l' Amariana, la più popolare delle vette 
di Oarnia per le sue leggende, sebbene inferiore ai 2000 m. 
Queste Alpi hanno una o due vedrette e pochi campi di neve, 
ma presentano invece anch'esse un grande interesse per il 
geologo e per l'industria mineraria. Le pendici sono coperte 
di pascoli o di boschi di conifere, ed hanno villaggi dove s'in- 
contrarono e talora si confusero le tre grandi stirpi di questa 
regione \ 

1 Studi orografici nelle Alpi orientali, di 0. Marinelli, nelle « Memorie della So- 
cietà geogr. it. », 1899, e nel « Bollettino id. », 1900; ed altri studi dello stesso 
autore e di G. Marinelli, T. Taramelli, A. Ferrucci, F. Fresch, G. Gayer, eòe. 
Queste Alpi coprono, secondo 0. Marinelli, un'area di 5581 chil. quadrati, con un 
volume di 6551 metri cubi ed una media altezza di 1173 metri. Le altezze più note- 
voli sono le seguenti : 



S;iudspitz 


. . . 2X01 ni. 




2198 m 




. . . 2782 » 




2190 »' 




. . . 2775 » 




1907 » 




. . . 2585 » 




1518 ' 




. . . 2521 » 


Passo di Monte Croce di Gamia 


1363 » 




. . . 2333 » 


Passo di Cima Sappada . . . 


1294 » 




. . . 2234 » 


Sella di Gailberg 


970 » 



304 



L'ITALIA 



La ferrovia Pontebbana, condotta sopra l'antica strada con- 
solare romana, che da Aquileja, per Tricesimum, adduce al No- 
rie®, per quel Canale del Eerro dal quale scendevano appunto 
il ferro e l'ambra, segna il confine tra le Alpi Oarniche e le 
Giulie. Dal valico di Oamporosso al Quarnero si estende una 
linea di vette lunga 236 chilometri, che per lunga tradizione 
geografica e storica ha nome di Alpi Giulie. Le prime mon- 
tagne della catena conservano netto e sicuro il carattere alpino, 
<e vanno poi sempre più digradando nelle inferiori montagne 



N. 43. — UDINE E IL C ONFINE ORIENTALE. 




1» Est di Roma 



S cala <Ji f. 3 S ° o. o o o 
o r io n 20 z5 ~o 

•carsiche. Notevole, secondo G. Marinelli, è la differenza fra 
le due catene, poiché le Giulie superiori sono costituite da 
grossi ed elevati nodi montuosi, da resegoni ragguardevoli, 
tali da rammentare le maggiori Alpi meridionali, e special- 
mente le catene dolomitiche, alle quali somigliano anche per 
la natura del suolo. Valli incassate, spesso selvaggie, di rado 
collegate fra loro da passi alpini, separano le varie catene, i 
cui singoli assi sono generalmente diretti da ovest ad est, 
mentre la direzione complessiva della catena è inclinata da 
greco a scirocco. Invece le Giulie meridionali, scolpite preva- 
lentemente nel cretaceo, presentano quella natura caratteri- 
stica, che ormai ha fatto diventare comune il nome di Carso. 



ALPI GIULIE, IL CARSO 



305 



Sono pianori elevati, dove appena 200, dove 700 od 800, segna- 
lati per l'orografia disordinata e caotica, per l'idrografia incerta 
e misteriosa ; cavernosi deserti di pietra, interrotti da profonde 
ed oscure spelonche, da melanconiche conche lacustri e palu- 
stri, percossi inesorabilmente dalla bora, sovente privi affatto 
di vegetazione arborea, salvo che nel fondo delle maggiori 
foibe e delle doline » \ Le Giulie occidentali sono fatte da na- 
tura italiane, ma solo per breve tratto segnano il confine 
politico; le orientali corrono tutte su territorio soggetto al- 
l'Austria. 

Hanno carattere spiccatamente alpino nelle Giulie occiden- 
tali le Alpi di Raccolana, costituite da tre catene parallele di 
calcari triasici e dolomia, ricche di giacimenti minerali. Il 
muro inaccessibile che separa la valle di Dogna da quella di 
Raccolana lancia al cielo la punta bilingue del Jof del Mon- 
tasio (Brumkofel, Huda Baliza), secondo in tutte le Giulie al 
solo Triglau, e lo seguono il Jof Euart sui cui contrafforti 
sono scavate le gallerie piombifere di Raibl, e si innalza il 
santuario di Lussari. Sull'altra catena domina l'acrocoro del 
Canino, un ampio e ondulato mare di pietra, aspro di innume- 
revoli solcature e di infiniti cordoni, paralleli, imbutiformi, ci- 
lindrici, variamente erosi dall'antico ghiacciaio e sempre tor- 
mentati da tutte le furie degli agenti atmosferici. Il Canino 

Come fantasma ripido si eleva 
Giganteggiando sovra l'Alpe Giulia 
Ne l'aere terso, splendido di neve; 

i suoi ghiacciai, minutamente studiati dai due Marinelli, il- 
lustratori infaticabili di tutta la regione, sono i più orientali 
d'Italia. Le Giulie orientali hanno ancora le vette del Tricorno, 
del Mangart, del Krn, col suo profilo napoleonico, ed alcune 
altre superiori ai 2000 metri, ma poi scendono ai verdi alti- 
piani, al bosco di Tarnova, al pianoro di Locavez, colle vallette, 
le conche, le caverne, gli imbuti su cui lottano le conifere e 
i faggi. Qui nessuna vetta raggiunge i 1500 metri, essendo di 
poco inferiore il Monte Calvo, come nel vicino carso si eleva 
appena a 1300 il ISTunos, il Mons Hegias, una delle molte sulle 
quali sarebbe salito Alboino per guardare in giù e proclamare 
« questa terra è mia » , cioè l'Italia terra di conquista. In tutta 
la regione, l'uomo lotta per decifrare il segreto di una idrografia 
misteriosa e per restituire alla terra l'antico ammanto di bo- 
schi per cui pareva impenetrabile alle legioni romane. Oltre 



La Terra, voi. II, p. 451. 
L'Italia. 



39 



306 



L'ITALIA 



la via Posturnia, essa assume ancora carattere alpino, e si 
eleva sino a 1796 metri colla piramide del Nevoso, l'ultima 
vetta del Carso Liburnico e delle Giulie, dalla quale digra- 
dano i monti della Yena, quello di Caldera e le colline 
terziarie della penisola istriana, povere d'acqua, aride, uni- 
formi, come per spingere le loro genti a fuggire i soffi bo- 
reali delle terre slave, per i riflessi azzurri dell'Adriatico e 
gli olezzi delle rive italiane \ 

Le Giulie hanno prealpi di poca importanza, denominate 
dalle vallate principali che le solcano, del Torre e del Judrio; 
in questa il Matajur segna la massima altezza alla quale 
giunga nelle Alpi orientali l'eocene; sulle une e sulle altre, 
si affacciano già numerose le genti slovene, che si spingono 
sino alle feraci colline ricche di vigne e di frutteti e popo- 
late di ville. Più importanti sono le prealpi Carniche, le Ve 
netianer Alpen dei geografi tedeschi, che occupano un vasto 
triangolo montuoso di 1922 chil. quadrati fra il Tagliamento, 
il Piave, il Meschio e la pianura del Friuli. La regione, che 
non ha l'attrattiva delle grandi vette, dei ghiacciai e delle nevi, 
ed è traversata da poche strade, rimane tra le men conosciute 
delle Alpi, anzi, si può dire, sino alle esplorazioni dei Ma- 
rinelli, tra le più ignorate d'Italia. Essi ne divisero le mon- 
tagne nei tre gruppi delle Alpi Clautane, dell'Arzino e del 

1 G. Caprin, Alpi Giulie; Marinelli G., Canal del Ferro; Findenigg, Prettner, 
0. Marinelli, Hecht, e specialmente J. Kugy, nell'opera di Richter, Alpi Giulie. 
Le altitudini più importanti sono le seguenti: 

Tricorno o Triglau .... 2864 m. Km 2246 m. 

Jof del Montasi^ ..... 2755 » Monte Nevoso 17^6 » 

Mangart 2678 > Lussari (sant. N . . . . . 1792 » 

Jof Fuart 2609 » Monte Calvo 1496 » 

Canin 2592 » Adelberg 598 » 

I valichi principali delle Alpi meridionali -orientali sono i seguenti : 

a) Carrozzabili: Kartischer Jock m. 1518 Silliau-Tilliach 

Passo di Maurin > 1277 Ampezzo- Pieve di Cadore 

Pian di Sappada » 1227 S. Stefano-Forni Avoltri 

Saifnitz P > 818 Pontebba-Tarvis 

Predil P 1169 Tarvis-Flitsch 

Wurzener P > 1066 Villach-Vurzen 

Loibl P » 1355 Neuoiarkt-Unterbergen 

Seeberg P » 1254 Krainburg-Kappel 

b) Mulattiere: Wolaver Jock » 20)1 Forno Avoltri- Kòtschacb 

Monte Croce » 1371 Tolmezzo-Kotscbacb 

St. Leon hard S » 1443 Kappel-Sulzbacb 

c) Sentieri: Notfeld P 1525 Pontebba-Hermagoi 

Worscbetz Sattel 1602 Flitscb-Kronau 

Skarbinja Joch ..... » 1830 Tolmino-Feistritz 



PREALPI GIULIE E CARNICHE, I LESSINI 



307 



Cavallo. Da pochi anni si potè così affermare che la loro 
punta culminante non è il Lares, il Oridola o il Pramag- 
giore, ma la Cima dei Preti, che si eleva a 2708 metri, mentre 
il Pra maggiore resta a 2479, e nelle prealpi dell'Arzillo nessuna 
vetta supera i 2000 metri, montagne sterili, dolomitiche al 
nord, calcari cretacee al sud, digradanti in colli terziari vestiti 
di boschi, di prati, di vigneti sino al lago di Gavazzo. Così 
nelle prealpi del Cavallo, che ebbero nome dal monte reputato 

X. 44. — PREALPI VICENTINI.. 



1 f IO 




1° io* Ovest di Roma 



Scala di 1.J fooooo 



il più elevato (2251 m.), mentre lo superano il Col ^Nudo 
(2472 m.) e il Teverone (2347 m.), si estende l'altipiano del 
Cansiglio {Campus Silvaé) da cui Venezia traeva legnami ab- 
bondanti per le sue flotte ed i geologi tolsero fossili innume- 
revoli. Le sue acque scompaiono tutte in buse, praje, lane, 
sperlonghe, ingiotidori, ad alimentare la Livenza, il Lago Morto 
e le altre acque delle sue falde. 

Le Alpi veneto-trentine sono precedute verso la pianura da 
monti ancora più importanti, i Lessini, l'altipiano dei Sette 
Comuni, la Grappa, le prealpi bellunesi. I Lessini hanno la 
forma di un ventaglio che si dispieghi da Rovereto: lungo le 
stecche scendono i progni o vaj di Fumane, Negrar, Val Pan- 



308 



L'ITALIA 



tena, Squaranto, Mezzane, Illasi, dell' Alpone e dell'Agno. Su 
queste prealpi veronesi poche cime oltrepassano i 1700 metri, e 
il Malóra le domina coi facili declivi da 1857, mentre il passo 
della Lora collega i Lessini colle prealpi vicentine di Cima di 
Posta e pel passo di Oampogrosso col pittoresco e ardito 
gruppo del Cornetto-Baffelan, che domina Recoaro e le sue acque. 
Sull'Adige i Lessini scendono con dolci declivi o con ripidi 
pendii, i quali talvolta « per tremuoto o per sostegno manco » 
scesero a rovina, come gli « slavini di Marco ». Procedendo 



N. 45. — MONTI BElìICI ED EUGANEI. 




Sesia c/i 1.3 5 o o. o o o 

0 5 10^ |5- 20 25 50 5S 



invece a nord-est, troviamo le Alpi che dominano Schio, col 
Pasubio, col Becco di Eiladonna, e più giù col Toraro e il 
bel monte Summano, celebre per la sua flora e meta di nuovo, 
come un tempo, a pietosi pellegrinaggi, intorno al rinnovato 
chiostro dei Grerolimini. 

I Sette Comuni occupano un altipiano di 964 chilometri 
quadrati, tra le valli dell' Astico e del Brenta, con la media 
altitudine di 1038 metri, mentre la maggior vetta, la Cima 
delle Dodici, si eleva a 2341 metri, e poche altre, quasi tutte 
allineate lunghesso il confine politico, si possono dire appena 
vette alpine. Lo sono meno ancora il Pau, il Bertiaga, il Su- 



PREALPI VICENTINE, SETTE COMUNI, BERICI, EUGANEI 3(W 



nio, e le altre dell'orlo meridionale, mentre tra questa e quella 
si divalla una vasta conca di calcari dellias, del giura e della creta, 
con avanzi morenici, con ampie praterie e boschi verdi e sa- 
lubri, che le rendono uno dei più ameni soggiorni delle Alpi. 
Anche qui, come nel Carso e nel Oansiglio, le acque scom- 
paiono dentro a loro, pirie, buse, sliinte, talune assai profonde, 
ed in gran parte inesplorate. Oltre il Brenta si eleva il Grappa, 
visibile da quasi tutta la pianura veneta, alla cui ombra Feltre 
deve i rigidi verni, ed oltre il quale si dilungano le colline 
terziarie di Possagno, i poggi ridenti di Asolo, il bosco del 
Montello che coi dossi ormai denudati, colle marmitte e gli 
altri fenomeni geologici rivela Fazione dell'antico ghiacciaio 
del Piave. Le prealpi bellunesi sono circondate da tre lati dal 
Piave e dalle vette del Col Visentin, per i poggi erbosi di 
]VIondragon, digradano ai colli viniferi di Eeletto e di Oo- 
negliano \ 

Due gruppi separati quasi perduti nella pianura veneta for- 
mano i colli Berici e gli Euganei. I colli Berici si elevano 
appena a 420 metri, coi due dossi del San Gottardo e di 
San Giovanni, ed occupano un'area di 420 chilometri qua- 
drati, celebri per le traccie basaltiche, per i covoli o caverne 
naturali, per le palafitte del lago di Eimon, scarsi d'acque, 
attraversati da più strade, popolati di ville su tutte le estreme 
pendici. Più elevato è il gruppo degli Euganei, che col Monte 
della Madonna raggiunge i 527 metri, e i 603 col Venda, 
avanzo di antiche manifestazioni vulcaniche, anzi di un solo 

1 Sui varii gruppi delle Prealpi venete, earniche, giulie vedi specialmente Ma- 
rinelli, Italia; Brentari, Guide di Becoaro, Schio, Bassano ; Pock, Cainer, Lessini; 
Cipolla, Dal Pozzo, Frescura, 1 Sette Comuni; Stivanello, Agnoletti, Favero, 
Sul Montello; Ferrucci, Marinelli, Di ene r. Prealpi earniche; Marinelli, Tu- 
ckett, Wellenthal, Soravia, Caporiacco, Bosco del Cansiglio. 

Le vette più importanti delle Prealpi del Veneto sono le seguenti : 



Cima dei Preti. . . 


m. 2708 (2703) 


Passo della Lora. . . 


m. 1715 


Cridola 


» 2581 


Col Visentin .... 


» 1765 


Pramaggiore . . . 


> 2479 


Passo di Campogrosso . 


» 1469 




> 2473 (2549) 




» 1299 (1295) 


Cima Nudo. . . . 


•> 2472 


Pau. . . 


> 1420 




» 3241 (2331) 


Piano della Fugazza 


» 1156 


Monte Cavallo. . . 


. » 2251 (2248) 


Spitz di Recoaro . . . 


» 1125 


Pasubio 


. » 2236 (2232) 


Piano del Cansiglio . 


» 1150 


Cima di Posta. . . . 


. » 2235 


Asiago ...... 


» 1002 


Becco di Filadonna. 


. » 2150 (2148) 




» 496 




. ^> 1895 


B. del Montello . . . 


» 369 


Monte Malera . . . 


. * 1857 


Possagno 


» 342 




» 1773 




» 130 


Monte Sparavier . . 


. » 1778 







310 



L'ITALIA 



gigantesco vulcano, che continuò le sue eruzioni anche du- 
rante il periodo terziario. Monotoni ed uniformi, ricchi d'acque 
minerali, celebri per la flora, come per i vigneti delle pendici, 
gli Euganei attrassero in ogni tempo scienziati, poeti, romiti \ 

Gli antichi laghi delle Alpi venete sono da lungo tempo 
scomparsi, tranne qualche piccolo bacino, ciò che devesi pro- 
babilmente attribuire alla rapida decomposizione delle roccie 
permeabili delle montagne dolomitiche. La regione veneta e 
le finitime Alpi non hanno perciò i vasti specchi d'acqua, 
dove si purificano i fiumi lombardi, e quelli che la solcano 
scendono più rapidi e minacciosi, a formare le ampie lagune 
del litorale. Euor del lago di Garda, che appartiene ai Ve- 
neto per la sua sponda orientale, come per la punta setten- 
trionale al Trentino, le altre conche lacustri, sebbene talune 
importanti pel geologo o per il paleontologo, e piene d'in- 
canti per gli amici della natura, hanno poca importanza idro- 
grafica. Nel bacino del Eersi na, a breve distanza dalla linea 
di displuvio coll'Avisio, giace il lago delle Piazze, lungo un 
chilometro e largo tre o quattrocento metri, con le acque di 
un bel verde azzurro, che gelano parecchi mesi, e negli altri 
scendono nell'inferiore lago della Seraia, il quale ha la forma 
di un sacco lungo 1250 metri, con la massima larghezza di 525, 
e la media profondità di sei o sette metri; in questa conca, 
da cui i contadini estraggono la torba, si legge nei quattro 
strati la storia di quattro età: le marne compatte prelacustri, 
le sabbie lacustri, le torbe di quattro o cinque metri del pe- 
riodo palustre, le sabbie ed i ciottoli dell'alluvionale. Un af- 
fluente del Eersina, il Costa, è alimentato dai tre laghi di Ma 
drano, di Oanzolino e di Costa, piccoli i due primi, coperto 
di una fìtta vegetazione palustre il terzo, tutti tre della com- 
plessiva superficie di 0,072 chilometri quadrati. I laghi di 
San Mauro, di Lazes e di Santa Colomba, chiusi nei bacini 
di porfido, alimentano varie sorgenti le cui acque scendono 
all'Avisio ed al Eersina. 

Appartengono al bacino della Brenta i laghi di Caldonazzo 
e di Levico anch'essi, come tutti gli altri di queste Alpi, 
impiccioliti dalle progressive alluvioni. Alla fine del secolo 
decimottavo, il primo si estendeva fin presso Pergine ed era 
circondato da vaste paludi; queste, con la più viva opposizione 



1 Sui colli Hciici ed Euganei vedi Molon, LiOY, Da Kio, Rkyer, Da Zigno, 

Pirona, Bullo, Carrkr, ecc. 



LAGHI DI LEVICO, CALDONAZZO, LAVARONE, ALLEGHE 311 



dei contadini che vi raccoglievano le canne, sono state pro- 
sciugate per iniziativa di Tommaso Maier, coll'abbassare il 
letto dell'emissario ; da sei chilometri quadrati, il lago si ridusse 
a poco più di quattro, e ridenti campagne si distendono ove erano 
paludi coperte di carici. Ad un chilometro appena la Brenta 
entra nel lago di Levico, lungo quasi tre chilometri, con una 
larghezza massima di 100 metri e rive assai ripide, con le acque 
a vari riflessi, dal verde chiaro al giallo aureo; le acque dei 
due laghi gelano incompletamente nelle fredde vernate. Il 
lago di Lavarone, una dolina alle falde del monte Horst, è 
pieno di rami e tronchi d'albero che i contadini pescano per 
scaldarsi l'inverno, ed alimentato da una voragine artificial- 
mente allargata per muovere un mulino. E un vero lago car- 
sico ; la leggenda narra di due fratelli che si contendevano 
aspramente per un bosco, il quale, per un divino castigo, piombò 
nel lago dove tuttora si vede. Non pochi altri laghi di questo 
bacino sono scomparsi, lasciando paludi o prati acquitrinosi: 
quello di Rebrut, distrutto dalle piene del 1882 e del 1888, era 
stato formato da successive frane ; la più terribile, nel 1825 
distrusse campi, casali, bestiami ed uomini; nel 1826 una 
nuova piena spezzò la diga, e le acque seppellirono sotto la 
ghiaia le frazioni di Ponte e di Remissore, costringendo a 
fuggire più in alto persino gli abitanti di Canal San Bovo. 

Nella valle dell' Avisio, il lago Bruii è tutto nascosto dalle 
erbe, il Lago Santo si formò come quello di Lavarone, ed ha 
del pari la sua foresta subacquea. Il lago di Oalaita, presso 
San Martino di Oastrozza, si va rapidamente prosciugando ; il 
lago di Antermoja (m. 2495) è uno specchio tranquillo d'ac- 
que limpidissime, in cui si riflettono i prismi, le guglie, gli 
schienoni dei circostanti dirupi, e le rive sono tutte frantumi 
di roccie e di sassi ; il lago di Carezza riflette invece, nelle 
sue acque di un cupo verde, gli alberi della conca boscosa che 
lo circondano. Incantevole è il laghetto di Pradidali, incor- 
niciato dalle cime più superbe del gruppo delle Pale, fra un 
fantastico accavvallarsi di rupi appena infiorate dai cuscinetti 
della silene acaulis; ma nessun lago delle Alpi raggiunge forse la 
bellezza di quello d'AUeghe. La notte dell'll gennaio 1771 
una parte del monte sovrastante al Cordevole precipitò a valle 
e seppellì 49 persone, arrestando per tre mesi il corso del 
fiume, e formando un lago profondo 90 metri. La frana sep- 
pellì i tre casali di Biese, Marin e Fucine, le acque sommer- 
sero i villaggi di Torre, Costa, Soracordevole e Somniariva, i 
cui abitanti si salvarono sul monte. Il lago, da cinque chilo- 
metri di lunghezza che ebbe allora, si ridusse successivamente 



312 



L'ITALIA 



a due, con una larghezza di quattrocento metri ed una profon- 
dità di cinque; A. Stoppani calcola che, prima della fine del vente- 
simo secolo, il lago sarà sparito, e sparirà con esso uno dei 
più grandi incanti della natura alpina, severo e non orrido, 
coll'infìnita varietà di tinte, dalle acque limpidissime alle 
nevi intatte, dalle cento gradazioni del verde, ai mille riflessi 
delle rupi della Civetta, delizia di pittori, inspiratrici di poeti, 
ammirazione degli stranieri che, come Gilbert e Churchill, lo 
reputano uno dei più bei punti d'Europa. 

Altri laghi men celebri, ma non meno interessanti, hanno 
le Alpi bellunesi, e primo quello di Santa Croce, formato 
ugualmente da una frana, che sarebbe caduta nel 365 in causa 
di un terremoto, laonde il Piave, che prima correva verso Ser- 
ravalle, deviò verso Belluno e formò il lago che andò sotto 
il nome di Lapisino o Varano, ed è tuttodì centro di frequenti 
commozioni sismiche. Durante l'inverno gela, e vi passano sopra 
i carri, mentre negli altri mesi le acque hanno un singolare co- 
lore verdastro. Ivi presso è il lago Morto, oscuro e tranquillo, 
senza emissari nè ruscelli che vi sbocchino, continuato da 
paludi che si estendono fra brulli e scoscesi dirupi. Era le 
dolomiti Ampezzane si trovano il Lago da Lago, il lago Daung 
e qualche altro; sulla strada di Primiero il lago di Calai ta, 
che si va restringendo ogni anno ed è ridotto a 400 metri ; 
presso il valico di San Pellegrino il laghetto di Cavia o dei 
Zingheni, che è piuttosto una conca riempita dall'acqua pio- 
vana. Quello di Colbricon era ricco, secondo il Rachini, di un 
pesce molto raro, sopra ogni altro squisito, chiamato sai 
marino. 

Il lago più bello e notevole delle Alpi Carniche è quello 
di Cavazzo o Alesso, che si trova a 195 metri sul mare, 
con un circuito di oltre otto chilometri, nel quale si di- 
lunga per 3760 metri con una larghezza variabile fra 200 e 
800. Generalmente poco profondo, raggiunge i 38 metri nel 
centro, e pare dovuto allo sbarramento alluvionale di una 
valle di erosione fluviale e in parte glaciale abbandonata, la 
leggenda dice ad un castigo divino che sommerse un paese 
per la malvagità degli abitanti, Le ghiaie e la fanghiglia ricca 
di diatomee vanno riempiendolo, ma ancora gela negli inverni 
più freddi. Più che al villaggio di Cavazzo, lontano quattro 
chilometri, deve il suo nome al vecchio castello di Cubatili m, 
succeduto a una vedetta romana e ricordato da Andrea Pal- 
ladio ; pieno anch'esso di leggende, si narra di un serpente che 
ne avvelenava le anguille, di un cavaliere che lo traversò 
sopra un sottile strato di ghiaccio, ignorando il pericolo e, 



LAGO DI CAVAZZO, LAGHI CARSICI 



313 



scampatone, eresse la chiesetta di San Candido e d'altre fole 
consimili. 

Grande importanza geologica hanno i laghi carsici, privi 
di emissari apparenti, sovente alimentati da sotterranee cor- 
renti, soggetti a periodiche inondazioni ed a notevoli varia- 
zioni di livello. Devono generalmente la loro origine a sco- 
scendimenti, ad erosioni chimiche, a cedimenti del suolo per 
mancanza del sostegno sottostante. Notevoli e quasi tipici sono 



LAGO DI MISURINA. 
Da una fotografia delle « Alpi illustrate » dell'editore A. Fusetti di Milano. 

quelli di Cepico d'Arsa o di Sissol nell'Istria, e di Doberdo 
o Jamino nel Carso di Monfalcone; ma altri sorgono, pres- 
soché innumerevoli, sebbene assai piccoli e tulli in via di 
prosciugamento in queste Alpi. Il lago di Reibl è uno sbar- 
ramento morenico nel cui fondo, traverso l'azzurro cupo delle 
acque, si scorgono i bianchi detriti ciottolosi recati dai rughi 
vicini; il laghetto di Dimon, oramai piccolissimo, gela pa- 
recchi mesi dell'anno, e quello di Pramosio, scavato negli schisti 
paleozoici, è una vera caldaia, come era quello di Borta, il 
quale, come venne formato, scomparve. ^SelVanno del diluvio , 
il 15 agosto 1762, una frana precipitò dal monte Anda, in- 
gombrò il letto del Tagliamento, seppellì sull'opposta riva il 

L'Italia. 40 



314 



L'ITALIA 



villaggio di Borta, una chiesa, 13 capanne e 53 abitanti; il 
lago, lungo 4 chilometri e profondo 70 metri, fu per alcuni 
anni il terrore degli abitanti del canal di Socchieve, sino a 
che, logorata a poco a poco la diga che lo tratteneva, scom- 
parve. 

Nella valle di Podola, presso Lorenzago, è il lago di Campo, 
dove la leggenda non trova profondità e che si va invece col- 
mando per lasciare uno spesso strato di torba; poco più in 
alto è il lago di Selva o Sant'Anna, dove scomparvero una 
volta un carro ed un bambino, che riuscirono a fior d'acqua 
più in su, nel lago di Castello. Il pittoresco lago d'Ajarnola 
è ricco d'abbondanti sorgenti subacquee lungo le rive, ed ha 
livello ed estensione variabili colle pioggie. La valle d'Am- 
pezzo ha il Lagosin, prodotto da una frana, e sempre più 
invaso da una fitta vegetazione, il Costalarges, che deve l'ori- 
gine a potenti colate di fango, l'Oltres, appena degno di men- 
zione, l'Ajal, ridotto ad un vivaio di pesci, il Maj orerà, un 
altro lago di sbarramento invaso da piante lacustri, come i 
due laghetti di Ghedina. Il lago Circino o di Zirknitz, l'an- 
tico lacus lugens, è insieme campo e selva, perchè le acque 
del bacino si raccolgono in 24 ore, e si vuotano poi in sei o 
sette giorni; il lago ha profonde voragini, dalle quali la leg- 
genda fa uscire scheletri d'uomini, montati su scheletri di ca- 
valli, preceduti da scheletri di avoltoi che scompaiono, con 
scrocchiare orrendo di ossa, giù pei dirupi. Il laghetto di Pa 
luzza, formato dal Moscardo, nella valle del But, doveva es- 
sere abbastanza ampio, se nel 1442 il patriarca d'Aquileja ne 
dà l'investitura per 40 libbre di trote ; poi scompare e di nuovo 
si forma nel 1829 per lasciar posto dopo 40 anni a una pa- 
lude. Nei calcari dolomitici triasici del Sorapis, è scavato il 
lago omonimo, celebre per l'azzurro latteo delle acque; il 
lago delle Croci e l'altipiano palustre della Musa, sempre più 
si restringono, e celebre è invece nella regione, uno dei più 
ammirati delle Alpi, il lago di Misurina, da cui esce l'An- 
ziei, con un giro di 2200 metri e le eccellenti trote che si 
gustano nei sontuosi alberghi delle sue rive. 

Nella pianura veneta più che veri laghi troviamo conche 
palustri che si vanno prosciugando. Tale il lago di San Da- 
niele nel Friuli, il piccolo lago di Arquà, una gemma degli 
Euganei, e specialmente il lago di Eimon, che ha una grande 
importanza nelle ricerche preistoriche, per essere uno dei primi 
nei quali, a cura di Francesco Molon e di Paolo Lioy, si sco 
prirono abitazioni lacustri. A memoria d'uomo, prima che si 
scavasse il canale di Debba, il lago era molto più esteso e in 



LAGHI DI ARQUÀ, FIMON, DELTA DEL PO 



315 



tempi remoti occupava tutta la valle, sino al laghetto, ora 
torbiera, di Eontega; le colline di Montesello e di Bisortole 
formavano vere isole, e il lago rimaneva chiuso dall'argine 
formato dal giogo calcare che unisce i colli di Arcugnano con 
quelli di Villabalzana. Ivi si scoprirono i pali che reggevano 
le abitazioni lacustri, e si trassero alla luce armi, stoviglie ed 
altri oggetti che ci parlano degli antichi titoplidi, onde assai 
prima d'ogni storico ricordo fu abitata la regione \ 

La regione veneta è povera di laghi, ma di rimando si può 
dire davvero il paese dei fiumi. Questi l'hanno in gran parte 
creata; questi senza l'assidua opera dell'uomo l'avrebbero di- 
strutta, cioè ridotta ad una vasta palude. Il Po entra nel ter- 
ritorio veneto al confluente della Secchia e del Mincio, e ne 
segna col filone principale il confine meridionale, tra le prò 
vincie di Rovigo da un lato, di Modena e Ferrara dall'altro. 
In questo tratto del fiume sono state in ogni tempo, ma spe- 
cialmente nei più lontani secoli, frequenti ed importanti le 

1 0. Marinelli, Lago di Gavazzo, « Riv. della società geogr. it. », agosto 1894 : 
« Memorie id. », Vili, 370; Laghi Veneti, « Atti Ist. Ven. », VI, 1894-95; Laghi 
delle Alpi orientali, « Boll. Id. », 1900; Lioy, Sui laghi, ecc. Le dimensioni ac- 
certate dei principali laghi di questa regione e delle contermini sono le seguenti : 









Profondità 




Altitudine 


Superficie 


media 


massima 


Cavazzo 


195 


1.74 


12.3 


38 




981.4 


0.58 


14.3 


33 




440 


1.27 


15.7 


35 


Caldonazzo . 


449 


5.61 


25.0 


49 




1000 


0.34 






Cepico d'Arsa . . . 


32 


2,24 






Doberdo o Jamino. . 


9 


2.50 






Reibl 


970 


0.56 






Delle Piazze. . . 


1013 


0.22 


7.2 


19 




974 


0.45 


6 


14 


Lago di Misurimi . . 


1775 


0.15 




3.6 


» di S tizzi noi . . 


1369 


0.004 




2 


» di Campo . . 


1301 


0.0034 




4 


» di Sant'Anna . 


1373 


0.0082 






Castello 


1406 


0.0035 




2 




1597 


0.0054 




2 


Lago delle Croci . 


1853 


0.0032 




2 




1481 


0.0018 




2 


Costalarges . ... 


1518 


0.0053 




2 




26 


0.51 


1.7 


8 


L. di Kevim . . . 


219.52 






15 


Lago Morto. . . . 


279.6 






70 (?) 


Lago di Santa Croce. 


392.9 


5 




32 



316 



L'ITALIA 



erosioni e le inondazioni. Al tempo dei Romani, e ancora nel 
secolo decimoterzo, il ramo principale del delta era il Po di 
Volano, che poi si è quasi prosciugato; rimaneva una sottile 
€orrente fra le paludi, la quale, durante le piene, serve di ca- 
nale di colmata alla laguna di Oomacchio. Due altri rami 
scorrevano più al sud, attraverso questa stessa laguna, e il loro 
antico letto è indicato dalle tortuose elevazioni sulle quali si 
sono costruite le strade carrozzabili. Non si sa in qual epoca 
siano scomparsi, ma nel secolo ottavo vennero sostituiti da 
un altro ramo, il Po di Primaro, che sboccava in mare non 
lungi da Ravenna, e il corso inferiore è ora tutto occupato 
dal Reno. Nel 1152 avvenne una nuova biforcazione in senso 
inverso. L'argine della riva destra si ruppe a Ficarolo, a monte 
di Ferrara, dicesi per malevolenza delle popolazioni supe- 
riori verso le vicine più basse, ed il ramo principale, il Po 
di Maestra o di Venezia, lasciò Ferrara tra le sue paludi e i 
suoi alvei abbandonati dal fiume, per andare al nord di tutti 
gli altri rami, e riunirsi coi canali del basso Adige. Le rotte 
avvengono quasi sempre nei medesimi punti in novembre o 
in ottobre ; nel gennaio non si ebbe mai alcuna rotta. 

Il Polesine di Rovigo, cioè il territorio compreso fra Po 
ed Adige, è stato a poco a poco innalzato dalle alluvioni, e 
si trova ad un livello appena inferiore a quello della media 
delle acque. Le campagne del Polesine di Ferrara non sono 
molto più basse del Po; si ripete un errore di Ouvier quando 
si afferma « che la superficie delle acque del fiume supera 
in altezza i tetti delle case di Ferrara ». Le misure esatte 
date da E. Lombardini, scienziato che meglio d'ogni altro 
conosce la valle del Po, provano che le maggiori piene del 
fiume raggiungono soltanto l'altezza di metri 2,75 sopra la 
corte del castello. Nelle grandi inondazioni, quando tutto il 
paese all'intorno è coperto dalle acque, Ferrara è uno dei 
principali luoghi di rifugio dei contadini, per la sua posizione 
relativamente elevata. 

Grli straripamenti del Po ed i frequenti mutamenti d'alveo 
ebbero per conseguenza di livellare, press'a poco, la superficie 
delle due rive; ma dopo che tutti i rami del fiume vennero 
arginati fino al mare, le alluvioni trasportate dalle acque di 
piena vanno depositandosi specialmente sul litorale e prolun- 
gano rapidamente il delta del fiume nell'Adriatico. Certo il 
progresso delle penisole alluvionali era un giorno assai più 
lento, perchè fra la catena di dune che limitava l'antica riva 
e la spiaggia moderna vi sono appena 25 chilometri di di- 
stanza, e la formazione di codeste terre esterne era comin- 



Delta! 



E.Reclus e A. Brunialti -L'Italia 




Società Editrice Libraria - Milano 



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I Po 



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IIMIVJERSiTV OF ILLINOIS 



DELTA DEL PO 



317 



ciata fin dal medio evo. Nel corso dei due ultimi secoli lo 
sviluppo medio della penisola melmosa si è fatto sempre più 
rapido; adesso è^di circa 70 metri l'anno, e la zona di ter- 



N. 46. — LAGUNE DI VENEZIA. 




! , 0° Meridiano di Roma 



Sca/<3 c/i 1.-3 loo.ooo 
0 1 2 »5 *• s e 

reno aggiunta al continente in questo intervallo di tempo mi- 
sura 113 ettari. Xelle annate eccezionali il fiume porta al 
mare più di 100 milioni di metri cubi di materie solide, ed 
i 46 milioni di metri di melma, che si ritiene trasporti in 



318 



L'ITALIA 



media, basterebbero a formare un'isola di 10 chilometri qua- 
drati su quattro o cinque di spessore. Dopo il Danubio, il Po 
è il più attivo di tutti i « fiumi lavoratori » del bacino del 



N. 47. — FOCI DEL PO. 




Dalla Carta dellUfiicio idrografico della E. Marina. 



Scala di 1 : 100,000. 

Mediterraneo; il Rodano non lo eguaglia per la massa delle 
alluvioni, e il Nilo gli resta di molto inferiore. Seguendo Fat 
tuale suo progresso, basterebbero al Po altri mille anni per for- 
mare attraverso l'Adriatico una penisola larga 10 chilometri 
che andasse a toccare le opposte spiaggie dell'Istria. 



IL PO, L'ADIGE 



319 



Il maggior fiume della regione veneta, e tutto proprio di 
essa e del Trentino, è l'Adige, il terzo fiume d'Italia per la 
estensione del bacino, e probabilmente il secondo per la lun- 
ghezza del corso. Corre per breve tratto, come la maggior 
parte dei fiumi delle Alpi centrali, da occidente ad oriente, 
volgendo poi, sino alla pianura veneta, a mezzogiorno, per 
piegare di nuovo sotto Verona, e scendere a sud est, poi quasi 
diritto ad oriente nell'Adriatico. Si considerano quali sorgenti 
dell'Adige le polle d'un ruscello che sorge a 1571 metri e si 
precipita dopo breve corso nel laghetto di Reschen. Uscito da 
questo, riceve il Karlinbach, scende al lago di Haider, tra- 
versa rapido il piano di Mais, ed a Grlurns accoglie il Ranim- 
bach. A questo punto l'Adige sente già nei nomi l'olezzo dei 
fiori italici; colla pendenza media ancora, forte di 13 metri 
al chilometro, attraversa la Val Venosta sino a Merano, per 
scendere più tranquillamente a Bolzano. Ha già percorso 98 chi- 
lometri, quando muore in esso l'Isarco rivale, sceso dallo 
Stein joch, col Pflersch e col Rienz, per 85 chilometri di corso 
assai più veloce, recando all'Adige copia maggiore d'acque e 
detriti abbondanti. Dal confluente coll'Isarco all'ultima chiusa 
delle Alpi, dove riceve il torrente Tasso, l'Adige è lungo 
130 chilometri, con una pendenza media di 114 centimetri, in- 
sufficiente a scavare il letto ed a resistere ai torrenti alpini, 
ohe, cogli abbondanti coni di defezione, lo costringono a piegare 
a destra od a sinistra. Superata una chiusa di roccie granitiche 
e dolomitiche fra Salorno e Oadino entra nel territorio trentino, 
per volgere lento sino a Mezzotedesco, fra torbiere e terreni 
acquitrinosi. Il letto, che fra Merano e Bolzano varia da 40 
a 50 metri, si allarga a 60, a 70 presso Trento, s'aggira 
intorno a 100 metri sino al confine del Regno, raggiunge i 
130 presso Verona e si allarga poi con una media di 155 da 
Verona al mare l . 

Nel corso della storia, l'Adige è stato fiume non meno er- 
rabondo del Po. Appena è uscito dall'angusta chiusa delle sue 
montagne calcari e dalla stretta artificiale dei forti e delle 
mura di Verona, incomincia la parte incostante del suo alveo 
attraverso la pianura. Al tempo dei Romani, scorreva molto 
più al nord; passava alle falde dei colli Euganei, in un alveo 
oggidì occupato dal Erassine e si versava nell'Adriatico al 
porto di Brondolo. Nel 587 ruppe i suoi argini e il ramo 
principale prese la direzione che ancora conserva per volgere 
allo sbocco di Eossone. Ma verso il sud continuarono ad 
aprirsi nuovi sbocchi. Sulla fine del secolo decimo ebbe origine 
l'Adigetto di Rovigo, che attraversò la catena di dune all'est 



320 



L'ITALIA 



di Adria; poscia un'altra rotta congiunse le acque dell'Adige 
a quelle del Po nell'alveo cui si diè nome di Canal Bianco 
o Po di Levante. L'Adige ed il Po facevano ormai parte di 
uno stesso sistema idrografico, e le barche potevano libera- 
mente andare, a mezzo di canali naturali, dall'uno all'altro 
fiume. Ai tempi nostri chiuse e fosse rettilinee hanno rego- 
lato questa rete di navigazione interna, ma geologicamente i 
due gran corsi d'acqua paralleli possono sempre venire consi- 
derati siccome aventi un delta comune 1 . 

L'Adige è fiume soggetto a piene formidabili, perchè il suo 
bacino superiore appartiene ad una delle regioni alpine più 
notevoli per la precipitazione d'acqua, che il Sonklar calcola a 
1150 millimetri in media all'anno 2 , ma assai più per la pre- 
valenza delle pioggie tra l'aprile ed il novembre, quando è 
più abbondante il disgelo, e per le copiose precipitazioni che 
seguono talvolta anche in un tempo brevissimo. La rotta più 
tremenda in cui si abbia memoria avvenne il 18 ottobre 1882, 
quando con rabbioso impeto le acque invasero una piccola 
parte delle provincie di Mantova e di Verona, parte di quelle 
di Padova e di Venezia, ed una estensione notevole di quella 
di Rovigo, con immenso danno di fabbricati, devastazione di 
vaste ed ubertose campagne, dalle quali furono costretti ad 
emigrare temporaneamente più di 120 mila abitanti, mentre 
il letto dell'Adige inferiormente, a Legnago, rimaneva quasi 
interamente asciatto. 

Danni ingenti soffrì in quell'occasione anche Verona, dove fa 
seriamente minacciata una parte della città, sì che poi si co- 
struirono i robusti muraglioni, che frenano il fiume. Nelle Pro- 
vincie trentine e tirolesi minarono villaggi interi e farono fit- 
tati nella miseria migliaia di abitatori, con danni di oltre 
trenta milioni di nostre lire. Del resto, nessun fiume ha forse 
piene più frequenti; il secolo XIX ne vide in media da tre 
a quattro l'anno, e la storia degli ultimi tredici secoli registra 
150 rotte, tutte più o meno disastrose. I grandiosi lavori, com- 
piuti nel Trentino per prosciugare le paludi che si estendevano 
sulle due rive dell'Adige, ne hanno notevolmente ristretto il 
letto di piena, sì che ora scende sempre più minaccioso a Ve- 
rona. Questi lavori contribuirono anche a migliorare la navi- 

1 W. von Ebenhof, Der Gebirgasserbau in Alpinen Etsch-becken, Wien 1892, cod 
81 ili. e un atlante di 61 tavole; Ponti, La sistemazione dell'Adige, Roma 1896 
A. Penck, Die Etseh, nella « Zeitschrift dei* D. und 0. A. V. », Graz J895; Bat- 
tisti, Il Trentino, p. 95 e seg. 

2 Hann, K limato logie, Stuttgard 1883. Secondo Bugie, la inedia della pioggia ca- 
duta in un quinquennio è di 1005 millimetri Fauno a Rovereto e di 1035 a Trento. 



ADIGE E SUOI AFFLUENTI, BRENTA 



321 



gazione ; ma essa diventa importante soltanto a Verona, dove 
l'Adige è altresì pieno di molini natanti, e pia ancora presso 
Legnago, di dove è attivamente percorso da navi di 50 ton- 
nellate fino ai suo sbocco nell'Adriatico. 

L'Adige ha numerosi affluenti, ma quasi tutti sul territorio 
italiano soggetto all'Austria o nel Tirolo e che descriveremo 
brevemente. L'Eisack o Isarco è il principale, se, a giudizio di 
taluni geografi, meriterebbe di dare il nome al maggior fiume. 
Sul territorio trentino, l'Adige riceve il Noce, che nasce a 2670 
metri, alle falde del Corno dei Tre Signori, ed attraversa la Val 
di Sole, ricca di numerosi affluenti ; poi V Avisio, coi tributari 
impetuosi e il vasto cono di defezione, largo più di un chi- 
lometro alla base, che si dovette contenere con la serra di 
San Giorgio, alta 20 metri e lunga 60, a quattro chilometri 
da Lavis, affinchè l'immensa quantità di macerie alpine re- 
cate dai fiume non facesse diga allo stesso Adige, già spinto 
contro le pareti occidentali della valle. Il Noce passa sotto a 
vari ponti, tra i quali è celebre quello di Santa Giustina, un 
arco di 68 metri, che sovrasta di 138 al letto del fiume; l'A- 
visio, un vero tipo di fiume torrente, attraversa le valli di 
Fassa e di Fiemine e la Val Oembra, dove recò sovente danni 
spaventosi con le sue piene e serve molto alla fluitazione del 
legname; presso il confluente è attraversato da un ponte di 
1200 metri per la ferrovia, mentre gli altri, salvo quello presso 
Lavis, hanno poca importanza. Anche le piene della Fersina 
sono state spesso dannose a Trento, che dovette costruire im- 
portanti arginature, come la serra di Pontalto cominciata sotto 
il vescovo Clesio, continuamente rinforzata o rifatta sino ai 
tempi moderni; in capo al suo bacino, il laghetto di Lases ed 
il Lago Santo versano le loro acque contemporaneamente al 
Fersina ed all' Avisio, mentre tutto suo è il lago di Narde- 
mole (2219 m.) da cui ha origine. Trento utilizza in gran parte 
per le sue industrie le acque del Fersina, come Rovereto quelle 
del Leno, l'ultimo affluente notevole dell'Adige nel Trentino. 
Fuor del quale ha solo progni asciutti la maggior parte del- 
l'anno e impetuosi dopo le pioggie, come quelli di Fumane, 
Xegrar, Val Pantena, Squaranto, Illasi, Alpone, o affluenti 
di poca importanza. 

Alcune colline separano le sorgenti del Brenta dal bacino 
dell'Adige, se pur non si voglia considerare come origine di 
quella il corso della Oenta \ Uscita dai due laghi di Levico e 



x Battisti, Il Trentino; Frescura, La Brenta, in « Riv. Geogr. Ital., 1896, nu- 
mero 8, 9 » ; Molon, 1 nostri fiumi, in « Atti Ist. Yen., 1883, I, 2 ». 

L'Italia. 41 



322 



L'ITALIA 



Oaldonazzo, la Brenta scorre fra i terreni alluvionali che for- 
mano le amene colline della Valsugana, volgendo a nord-est 
sino a Borgo, poi a sud-est sino alla confluenza del terribile 
torrente Grigno. Ivi essa volge decisamente al sud, per acco- 
gliere poco oltre il confine del regno il Oismon, lungo 51 chi- 
lometri, uno dei più temuti torrenti delle Alpi per la con- 
gerie infinita di detriti recata dalle sue piene. Basti che da 
una media di 12 metri cubi al secondo può salire in queste 
a 420, donde il proverbio, che la Brenta non sarebbe tale « sei 
Oismon no glie des na spenta ». Con meno rapido declivio, 
incassata fra le pareti dell'altipiano dei Sette Comuni e la 
Grappa, la Brenta percorre i 29 chilometri sino a Bussano, 
poi s'allarga sino ad un chilometro o si restringe fra gli 
argini robusti a 100 metri, rallentando sempre più il corso, 
ed a Strà si divide in due rami, uno dei quali sbocca nella 
laguna presso Fusina, l'altro si perde in ampie valli, risa- 
lendo sino a Codevigo il flutto marino. 

La pendenza della Brenta in nessun punto supera gli 8 me- 
tri ai chilometro, nondimeno è uno dei fiumi più ruinosi e vio- 
lenti nei periodi di piena, per effetto dei suoi affluenti alpini; 
questi recano enormi congerie, le quali si assottigliano e si 
trasformano nel fango onde il fiume accresce il suo delta di 
circa 100 metri l'anno, con una massa di oltre 1,500,000 metri 
cubi. La Brenta serve alla fluitazione del legname, che dopo 
la confluenza del Oismon si raccoglie in zattere, e subì per 
opera dell'uomo grandi trasformazioni, che ne prosciugarono 
le paludi, ne regolarono e frenarono il corso. Essa è anche 
sbarrata artificialmente presso il confine del regno per servire 
a scopo di difesa militare. Nel Trentino, presso la malga 
della Mora, nasce l'Astico (1200 m.), che dopo aver percorso 
un lungo arco di 14 chilometri nel territorio trentino, riceve 
il Posina ed altri torrenti minori, dà vita a numerose indu- 
strie e consuma le sue acque nelle irrigazioni e nelle deriva- 
zioni, o le perde nelle ghiaie, sì che appena nelle maggiori 
piene continuano sino alle arginature robuste del Tesina, e 
vanno per esso al Bacchiglione. Questo nasce a poca distanza 
da Vicenza, la attraversa, attraversa Padova e scende lenta- 
mente alla laguna veneta. 

Il torrente Isonzo, non lungi dal quale passa il confine fra 
l'Austria e l'Italia, è uno degli esempi più notevoli delle 
grandi rivoluzioni geologiche, se, come è probabile, ai tempi 
dei Romani ed ancora al principio del medio evo esso era 
l'affluente sotterraneo del Timavo d'Istria, ed è diventato fiume 
indipendente in epoca recente. Gli antichi autori, che pure co- 



BRENTA, ASTTCO, BACCHCGLIOXE, ISONZO, TAGLIAMENTO 323 



noscevano bene codesta regione del versante meridionale delle 
Alpi, non annoverano l'Isonzo fra i corsi d'acqua che si ver- 
sano nell'Adriatico; quando per la prima volta lo si cita sotto 
il nome di Sontius, in sul principio del sesto secolo, se ne 
parla come d'un semplice fiume d'una valle dell'interno. La 
tavola di Peutinger fa menzione anche della stazione di Ponte 
Sonti, assai più all'est di Aquileia, presso le sorgenti del 
Timavo. Le cronache serbano il silenzio intorno alle peripezie 
della sua formazione, mentre lo studio geologico delle mon 
tagne circonvicine induce a ritenere, che le prime acque del 
presente bacino riempissero una volta la valle di Tolmino sul- 
l'alto Isonzo, ed il soverchio scorresse non al sud come a' 
dì nostri, ma a nord ovest per lo stretto di Oaporetto, il fondo 
del quale è ancora piano come un letto di fiume, ad eccezione 
di un punto, dove pare che alcuni scoscendimenti di roccie 
abbiano intercettato l'antico canale. All'uscita di codesta gola, 
l'Isonzo andava a gettarsi nel Natisone, il quale, riunito agli al- 
tri fiumi di questo versante delle Alpi, bagnava la mura d' Aqui- 
leia, portando al mare una massa d'acque che per lungo tratto 
poteva essere rimontata dai navigli. Costretto a mutare il 
suo corso e sfuggire da una gola che misura appena 6 metri 
su 28 di profondità, l'Isonzo scorre verso il sud, per riversarsi 
colla Wippach in un altro lago, già tributario del Timavo per 
vie sotterranee. Ma questo lago si è vuotato come il primo, e 
l'Isonzo ha potuto entrare nella bassa pianura per scendere, 
fiume indipendente, verso il mare sovra un letto che non 
cessò mai di spostarsi grado a grada verso l'est. Nel 1490, si 
gettò bruscamente in questa direzione e fu causa di gravi di- 
sastri. Da quell'epoca, lavorò a creare davanti alla baia di Mon- 
falcone la penisola di Sdobba, ed a riunire i minori isolotti 
alla terraferma. 

Il Tagliamento ha la sua sorgente più oltre dell'Isonzo 
nel cuore delle montagne, le cui alte valli ricevono annual- 
mente una quantità di piogge considerevolissima, per cui è 
un lavoratore ancora più attivo del suo vicino del confine. 
All'uscita dalle strette gole nelle quali è racchiuso il corso 
superiore, esso ha depositato nella pianura una enorme massa 
di detriti, che trasporta ora a dritta, ora a sinistra, deva- 
stando tutto colle sue piene a lasciando un deserto di ghiaia 
dove prima erano prati e campi coltivati. Mentre in estate 
la sua massa liquida ridotta a piccoli fili d'acqua va serpeg- 
giando fra i sassi e le ghiaie, dopo le grandi pioggie scorre 
come un fiume potente, largo parecchi chilometri, tanto più 
formidabile, quasi sospeso com'è sopra le campagne delle 



324 



L'ITALIA 



sue rive; il piano della città di Coduoipo è 9 metri più basso 
del s?io letto. All'ovest del Tagli amento, la Meduna e la Zel- 
lina, affluenti superiori della Livenza, non sono meno deva- 
statori : il loro delta di congiunzione, non lungi da Pordenone, 
è un campo di ghiaia di una trentina di chilometri quadrati. 
Più basso, nelle lagune del litorale, elevazioni serpeggianti di 
sabbia ricordano un altro lavoro dei torrenti: sono banchi che 
essi depositano da ciascun lato dei loro antichi letti. È note- 
vole, che tutti codesti corsi d'acqua, arrivando al mare, riget- 
tano le loro alluvioni sul litorale dell'ovest; le loro torbide, 
trascinate dalla corrente laterale, deviano regolarmente sulla 
destra, e da questo lato accrescono incessantemente la spiaggia 
del continente. La direzione della corrente ha conservato al 
golfo di Monfalcone le sue antiche proporzioni, ad onta delle 
enormi quantità di materie alluvionali trasportate dall'Isonzo. 

Anche la Piave, corso d'acqua più d'ogni altro importante 
ad oriente dell'Adige, è un potente lavoratore, che devasta 
campagne, colina paludi e forma al suo entrare in mare nuove 
spiaggie. Come a quelle dell'Isonzo, del Tagliamento e della 
Livenza, anche alla sua foce la costa si avanza rapidamente ; 
l'antica Eraclea dei Veneti, divenuta poscia Oittanova, rimase 
lontana, entro terra, come all'est le città di Portogruaro e di 
Aquileia. In media, il progresso dei litorale si calcola sia 
stato di una decina di chilometri in duemila anni. 

Si credeva ancora dai nostri padri che la storia della Piave 
presentasse l'esempio d'una rivoluzione simile a quella del- 
Tlsonzo; pensavano che il fiume avesse completamente cam- 
biato di letto per più della metà del suo corso, così nella 
regione delle montagne, come nella bassa pianura. A valle 
d'una gola silvestre delle Alpi dolomitiche, nella località detta 
Capo di Ponte, la Piave discende a sud-ovest verso Belluno e 
va ad unirsi al Oordevole, della cui valle approfitta fino al mare ; 
la valle del Rai, che si vede aprirsi direttamente al sud 
di Capo di Ponte e sembra continuare sull'altro versante la 
valle del Meschio, pareva il prolungamento naturale della gola 
superiore della Piave. Tale era l'opinione generale, ed il Senato 
veneto trattò perfino la questione di ricondurre le acque della 
Piave nel loro letto primitivo, onde diminuire per tal modo 
i danni delle inondazioni, accresciute dal contributo dei Oor- 
devole. Si ripeteva che per effetto d'un terremoto o dell'assoda- 
mento delle roccie, i fianchi della montagna di Pinei che do- 
mina la linea presente di spartiacque fra il Hai e il Me- 
schio, vale a dire il presunto letto della Piave, dovessero 
esser crollati in due punti per modo da formare l'enorme 



ANTICO E MODERNO CORSO DELLA PIAVE 



325 



sbarramento che si eleva tuttora attraverso la valle. Appiè di 
codesto ammasso di rovine su cui stanno villaggi e campi col- 
tivati, alcuni piccoli laghi indicherebbero ancora il corso de- 
viato del fiume. Ma le osservazioni di Gabriele de Mortillet 
hanno fatto mettere da parte in via assoluta l'ipotesi di un 

N. 48. — ANTICO E MODERNO CORSO DELLA PIAVE. 



j 0.30' 




Scs/a g/i 1.3 5 o o.ooo 

0 5 iO 15 20 25 30 55 



cambiamento di corso della Piave a valle di Capo di Ponte. 
Il tratto di separazione non è già l'effetto di uno scoscendi- 
mento, come si diceva una volta; è invece una morena glaciale, 
che riposa sovra roccie le quali fanno parte dell'ossatura stessa 
delia regione. Tuttavia è indubitato che grandi sconvolgimenti 
hanno avuto luogo nel bacino del fiume. Così il Cordevole, il più 
grande affluente della Piave, venne ostruito per qualche tempo 
in epoca affatto recente, nel 1771. Di fronte all'enorme muraglia 
della montagna di Civita, striata di fessure verticali, le ter- 



326 



L'ITALIA 



razze verdeggianti della Pezza incominciarono a scivolare sovra 
un piano inclinato di schisti in dissoluzione, e dapprima len- 
tamente, poscia con uno slancio subitaneo vennero ad inabis- 
sarsi nella valle. Due villaggi rimasero distrutti, due altri 
sommersi nelle acque del Oordevole trasformato in lago. 
Quando l'acqua è tranquilla veggonsi ancora gli avanzi delle 
case inghiottite dell'antica Allegbe, metropoli della vallata. 
Tra i minori fiumi della regione ricordiamo ancora il Sile, 



N. 49. — CAMPI DI PIETRE DELLA ZELINA E DELLA MEDUNA. 




es HH 

Campi (li pietra Prati Pascoli 
Scala di 1 : 290,000 



0 • 10 chil. 

che scende a Treviso dai fianchi del monte Peralba; la Eratta, 
che nasce presso Montebello vicentino e scende nelle lagune, 
il Corno-Stella, sceso a questa dalle colline moreniche di Buja, 
e nell'Istria, il Risano, il Dragogna, il Quieto, l'Arsa che 
mette foce nel Quarnero, quasi tutti pòveri d'acque e con bre- 
vissimo corso. Più importante è il Timavo, limpido tìglio del- 
l' Albio, che raccoglie tutte le gronde di un alveo scomposto 
dagli spessi straripamenti, fugge le boscaglie che ne adornano 
la culla per chiudersi fra le marne dei colli, dominati dai 
numerosi castelli, che furono già covi di predoni ed ora sono 



MINORI FIUMI DEL VENETO, LAGUNE 



327 



rovine o comode ville moderne. Presso San Galiziano si ina- 
bissa nelle celebri grotte che offrono per un chilometro i più 
orridamente belli spettacoli, e poi scompare, come tante altre 
acque delle Giulie, per bagnare le viscere dell'altipiano o con- 
solidare, coi pulviscoli calcari di cui è pregna ogni goccia, le 
colline crivellate di meravigliose caverne. 

Tatto il tratto di spiaggia, lungo oltre 450 chilometri che 
corre dalle sorgenti del Timavo a maestro di Pesaro, si può 
dire opera di questi fiumi e degli altri che scendono dall'Ap- 
pennino alla Romagna \ In tutta quell'ampia curva, che ha 
una corda di oltre 200 metri, non si trova una sola roccia, 
nè il più breve tratto di costa a picco ; il litorale è tutto un 
succedersi di melme basse, uniformi, di dune più o meno co- 
perte di pinete, di banchi sabbiosi, di lidi rotti da porti e delta 
fluviali. Dietro questi cordoni litorali, su di una lunghezza 
che raggiunge in qualche punto i 35 chilometri, si succedono 
le lagune di Marano, di Oaorle, di Venezia, di Ohioggia, di 
Comacchio, orlate e talvolta alternate con stagni e paludi, 
valli da pesca e da caccia, dune ed altri simili fenomeni. 
Si valuta a più di 1500 chilometri quadrati l'area occupata 
da questi acquitrinii, che forma, in largo senso, l'estuario ve- 
neto ed è tuttora attraversata da alcuni dei fiumi che contri- 
buirono a crearla. 

Poche altre lotte più accanite ricorda la storia del globo, 
di quella combattuta dall'uomo contro questi fiumi del Veneto, 
che condusse talvolta anche a vere guerre civili. Così la 
Brenta sboccava una volta a Eusina, nell'estuario veneto, ed 
i suoi interrimenti colmavano i fossi di scolo ed ammorbavano 
l'atmosfera. I Padovani e gli altri abitanti delle basse pianure 
avevano interesse a far scorrere il fiume per la via più diretta 
verso le lagune onde abbassarne così il livello ed aver meno 



1 Ecco le principali notizie dei fiumi veneti : 









Lunghezza 


Bacino 




Sorgenti Altitudine 


i Foce i 


n eh il. 


in eh. q. 


Adige 


Laghi di Reseli en 


1471 


Porto Fossone 


410 


13.896 


Brenta 


Lago di Caldonazzo 


449 


Laguna veneta 


160 


2,304 


Astico Bacchigliene 


Malga della Mora 




Id. 


153 


2,265 


Piave 


M. Peralba 


2198 


Porto Cortelazzo 


220 


4,100 


Sile 


Presso Alberedo 


30 


P. di Jesolo 


96 


628 


Fratta-Gorzone 


Montebello Vicentino 


58 


Laguna veneta 


125 


910 


Isonzo 


Val di Trento 


813 


Golfo di Trieste 


129 


3,200 


Corno-Stella 


Buja 


200 


Laguna di Marano 


91 




Tagliamento 


Passo di Maurin 


1203 


Porto 'ragliamento 


166 


2,590 


Livenza 


Presso Polcenigo 


38 


P. Santa Margherita 


139 


2,690 


Reca-Timavo 


M. Catalano 


380 


Golfo di Monfalcone 


78 




Arsa 


M. Maggiore 




Quarnero 


43 





'328 



L'ITALIA 



a temere dalle inondazioni; i Veneziani invece tendevano ad 
allontanare la Brenta per mantenere la profondità e la salu- 
brità delle loro lagune. Simile conflitto d'interessi fu causa di 
guerre, che si possono dire vere lotte per l'esistenza. La con- 
quista del litorale diventò per Venezia una questione di vita 

0 di morte, e poiché la repubblica ebbe trionfato, si mise al- 
l'opera onde spostare il fiume. A mezzo d'un primo canale, la 
Brenta nuova o Brentone, e d'un secondo, il taglio nuovissimo 
di Brenta, si derivarono le acque del fiume per modo da farle 
girare intorno alla laguna e gettarle, con quelle del Bacchi- 
gliene e coi piccoli corsi d'acqua del Padovano, nel porto di 
Brondolo, a qualche chilometro al nord dalla foce dell'Adige. 
Ma il Brenta, il cui corso si trovava per tal modo notevol- 
mente prolungato, dovette elevare il suo letto a monte e con 
grande difficoltà si è potuto mantenerlo fra gli argini laterali. 
Dal 1811 al 1859, il torrente aveva rotto venti volte le sue 
dighe e la graduale elevazione del letto minacciava di rendere 
sempre più frequenti simili disastri. Allora si adottò il partito 
di abbreviare di 16 chilometri il corso del fiume gettandolo 
direttamente in una bassura della laguna di Ohioggia. Infatti 
il pericolo di corrosioni venne per tal modo scongiurato per 
qualche tempo, ed inoltre la Brenta, le cui alluvioni vanno 
man mano accumulandosi sull'acqua salsa, ha dato all'Italia 
una superfìcie di 30 chilometri quadrati di nuove terre. Se 
non che le pescaie di codesta parte del lago vennero comple- 
tamente rovinate e la febbre ha fatto la sua comparsa nei ca- 
solari del litorale vicino. I tecnici non riescono troppo bene 
ad opporsi ai capricci di codesti terribili vicini. Eppure senza 

1 continui sforzi degli ingegneri veneziani, le lagune del 
Lido, di Malamocco, di Ohioggia sarebbero da secoli colmate, 
come lo furono più all'est quelle di Grado e di Aquileia. In 
ogni tempo Venezia comprese con quanta cura essa dovesse 
conservare il suo prezioso mare interno; venne perfino proi- 
bita la coltivazione delle barene, piccoli isolotti elevati oltre 
il livello delle maree, temendosi, ed a ragione, che l'avidità dei 
coltivatori li tentasse ad invadere un po' alla volta il dominio 
delle acque. 

Gli idraulici della repubblica non si erano limitati a de- 
viare tutti i torrenti che si gettavano dapprima nelle lagune 
veneziane; essi aveano anche allontanate verso l'est, a mezzo 
di canali artificiali, le foci del Sile e della Piave, onde pro- 
teggere il porto del Lido dalla pericolosa vicinanza delle al- 
luvioni fluviali; ed agitarono perfino il grandioso progetto di 
ricevere tutti i fiumi alpini, dall'Isonzo alla Brenta, in un grande 



OF THE 



LAGUNE DELL'ESTUARIO VENETO 



331 



oanale di circonvallazione che avesse riversato l'intera massa 
delle piene molto al sud delle lagune. Ma questo progetto gi- 
gantesco non potè essere mandato ad effetto : i detriti traspor- 
tati dalla corrente del litorale chiusero il porto del Lido ; 
verso la fine del quindicesimo secolo si dovette abbandonarlo 
e trasportare 12 chilometri più al sud, alla foce di Mala- 
mocco, il gran porto militare di Venezia. Per proteggerlo 
contro l'invasione dei detriti si armarono di palafitte o di spe- 
roni trasversali le dighe potenti o murazzi che consolidano la 
freccia sabbiosa della costa, e da qualche tempo nn molo 
lungo 2200 metri s'avanza come un gran braccio fuori della 
sbarra di Malamocco e trattiene le alluvioni recate dal mare. 

Le lagune e gli interrimenti dell'estuario veneto in gene- 
rale non scemarono la salubrità dei luoghi abitati, specie di 
Venezia. I laghi salati e le paludi delle rive dell'Adriatico 
settentrionale nulla hanno a temere dalla malaria, flagello 
così terribile sulle coste del Mediterraneo. L'immunità di 
i quelle lagune si spiega con l'azione delle maree più forti in 
quei paraggi che nel Tirreno ; forse devesi anche ravvisare in 
ciò un effetto dei venti freddi scesi dalle Alpi, che contra- 
stano lo sviluppo dei miasmi. Le paludi del litorale dell'A- 
driatico, generalmente designate sotto il nome di lagune, vanno 
esse pure diminuendo col corso dei secoli; le antiche scom- 
paiono, mentre se ne vanno formando altre nuove più avanti 
nel mare. Le vecchie carte del litorale veneziano differiscono 
di molto da quelle che noi disegniamo adesso, e tuttavia 
codesti notevoli cambiamenti sono l'opera di un breve numero di 
secoli. Le paludi di Oaorle, fra la bocca della Piave ed il 
fondo del golfo di Trieste, hanno per tal modo modificato la 
loro forma, che riesce impossibile ricostruire l'antica topografìa 
della contrada; le celebri lagune di Venezia e di Ohioggia 
conservarono una certa costanza di contorni solo per il con- 
tinuo intervento dell'uomo ; quella di Brondolo venne colmata 
dopo la metà del secolo decimosesto. 

Un giorno, indubbiamente, un cordone litorale, una freccia 
simile a quelle che orlano le coste delle Caroline e del Bra- 
sile, separava le acque dell'Adriatico dalle lagune dell'interno. 
Codesta spiaggia primitiva, il cui sviluppo era di circa duecento 
chilometri, esiste ancora parzialmente: i lidi, sparsi di tratto 
in tratto di insenature che lasciano entrare la marea vivifi- 
cante e servono di porto ai navigli, sono gli avanzi di co- 
desto litorale esterno. In altri punti le traccie si devono ri- 
cercare non già sul mare, ma sulla terraferma. Così la peni- 
sola bassa che gli sbocchi del Po hanno gettata nel mare è 

L'Italia. 42 



332 



L'ITALIA 



attraversata da nord a sud da linee di dune che sono un pro- 
lungamento dei lidi veneziani e continuano anche negli sta- 
gni di Cornacchie) parallelamente alla riva attuale. Dall'Adige 
a Cervia codeste antiche spiaggie, che sembrano datare almeno 
dall'epoca romana, sono ricoperte di boschi di pini oscuri e 
maestosi, coi rami quasi costantemente piegati e gementi al 
vento marino. In qualche punto le quercie hanno sostituito i 
pini per una rotazione naturale delle produzioni del suolo; 




abeti e ginepri sono gli arbusti principali di quei boschi dove 
i nostri avi cacciavano ancora il cignale. 

Man mano che si riuniscono le acque protette contro il 
fiotto del largo da codesti bastioni naturali, e che le alluvioni 
si riversano all'esterno, il mare s'impadronisce delle sabbie 
per ripartirle egualmente e formarne di tratto in tratto nuove 
treccie curvilinee, simili alle prime. Il mare segna dunque 
esso stesso, con una serie di barriere, il proprio cammino re- 
trogrado. Vero è però che talvolta esso rioccupa lo spazio 
primitivo, in seguito all'abbassamento non ancora spiegato 
delle coste della Venezia. Così il banco di Oortelazzo, sbarra 
sottomarina di sabbie che si prolunga a venti metri di pro- 
fondità, parallelamente alla spiaggia delle paludi di Caorle, 
sembra essere stato in un'epoca geologica anteriore un lido t 
la cui scomparsa lasciò libero al mare uno spazio di più di 



ESTUARIO VENETO, L'ADRIATICO 



333 



mille chilometri quadrati. La catena delle isole, che fiancheg- 
giava il litorale d'Aquileia in antico e sul principio del 
medio evo, è quasi interamente scomparsa. All'epoca romana 
q nelle isole erano popolatissime; si trovavano in esse cantieri 
di costruzione, foreste e campi coltivati. Le cronache del medio 
«vo narrano anche come il doge di Venezia e il patriarca di 
Aquileia andassero a cacciare il cervo e il cignale in quelle 
isole, con gran dispetto degli abitanti. Attualmente delle terre 
e dei banchi di dune ' che le proteggevano restano poche 
vestigia ; i roveti hanno preso il posto delle antiche fore- 
ste e dei campi coltivati ; Grado è la sola località del litorale 
che sia ancora abitata. Nelle acque del mare e delle paludi, 
pietre, muraglie, pavimenti in mosaico ed anche lapidi con 
iscrizioni, attestano l'antica estensione della terraferma. Più 
all'ovest il litorale di Venezia si è abbassato nella stessa ma- 
niera. Sotto il suolo su cui sta oggi la città delle lagune, le 
perforazioni dei pozzi artesiani rivelarono l'esistenza di quattro 
strati sovrapposti di torbiere, delle quali una profonda circa 
130 metri dà la misura dell'enorme sprofondamento avvenuto. 
Già in epoca storica, la chiesa sotterranea di San Marco è 
ormai divenuta sottomarina ; selciati di strade, di passaggi, di 
€ostruzioni varie scendono a poco a poco al disotto della su- 
perfìcie delle lagune, sia in causa dell'assodarsi naturale delle 
sabbie, sia per altre e diverse ragioni geologiche ; se il mare 
non guadagna costantemente sulla spiaggia, si è perchè le allu- 
vioni portate dai fiumi compensano e superano gli effetti del- 
l'abbassamento del suolo. Anche Ravenna si abbassa, poiché le 
porte dei suoi monumenti si sprofondano un po' alla volta 
sotto il livello delle sue strade ; Pareto valuta il movimento 
di depressione a 15 centimetri per secolo. Dopo l'epoca plio- 
cenica, l'oscillazione del suolo avveniva in senso contrario, 
poiché tutto l'antico golfo del Piemonte si trova attualmente 
al disopra del livello dell'Adriatico. 

L'Adriatico che bagna il litorale del Veneto e di tutta 
l'Italia orientale è un bacino quasi chiuso da una strozzatura 
di 54 chilometri fra Otranto e il Capo Linguetta. Dentro a 
questi limiti, secondo lo Strelbitsky, avrebbe un'area di 
135,231 chilometri, dei quali 3356 sono occupati dalle sue 
isole; lo sviluppo delle coste sarebbe di 3865 chilometri, dei 
quali 1410 in territorio del Regno, che G. Marinelli riduce in- 
vece a 1190. La maggior lunghezza dell'Adriatico è di 765 
chilometri, la larghezza oscilla intorno ai 210 ; la sua pro- 
fondità varia fra 40 a 70 metri, e supera questo massimo solo 
al disotto di Rimini e sul litorale istriano, per precipitare a 



334 



L'ITALIA 



nord est di Brindisi sino alla massima profondità di 1590 me- 
tri. I pittori e i poeti eternarono le dolci tinte e le traspa- 
renze delle sne acqne, dove i dischi bianchi sono visibili a 
una profondità di 40 o 50 metri. Si affermò a lungo che 
l'Adriatico avesse un livello alquanto più alto degli altri mari 
che bagnano l'Italia e lo si spiegava col vasto bacino dei suoi 
fiumi, e col ricco tributo d'acque ch'essi recano a un mare 
relativamente angusto; ma dopo osservazioni lunghe e misure 
di precisione infinite, la differenza si chiarì pressoché insigni- 
ficante. Lo agitano specialmente la bora ed i venti siroccali,. 
che imprimono alle correnti una maggior velocità quanto sono 
meno profonde. 

Ricche di sorgenti minerali sono anche le Alpi orientali, 
e talune delle prealpi loro, specie le Euganee, non poche fra 
le quali hanno una vera celebrità mondiale. Tali le acque 
rameico- arsenicali di Levico, Roncegno e Vetriolo, scoperte 
verso la metà del secolo XIX, e che si usano per bagni e per 
bibita dai malati, accorrenti in numero sempre maggiore a 
cercarvi la salute od un maggior vigore di funzioni vitali. 
Le sorgenti sgorgano dal Buco del Tossico, nella Valle del- 
l'Inferno, a 535 metri, e sono raccolte in grandi vasche, per 
venire utilizzate nel tranquillo albergo di Vetriolo o nei più 
ampii stabilimenti di Roncegno e di Levico. Un altro gruppo 
di bagni celeberrimi dall'antichità sorge alle falde dei colli Eu- 
ganei, le Thermae aponenses, confuse poi col nome di euganee, 
ma tra loro distinte, anche per la qualità e l'efficacia cura- 
tiva delle acque, Abano, Arquà, Battaglia, Montegrotto, Mon- 
tortone. Ivi si bagnarono Tito Livio, Valerio Elacco, Lucano; 
ivi l'augure Oajo Cornelio vaticinò le vittorie di Cesare, e 
accorrevano da ogni parte le genti all'oracolo d' Aponum; 
ma indarno Cassiodoro, ministro di Teodorico, ristaurò le terme 
romane, che di nuovo giacquero in rovina per secoli ; le acque 
si usano per bevanda, bagni, infangature, e sono specialmente 
efficaci nelle malattie cutanee e nei reumatismi. A Battaglia 
fu aperta nel 1859 anche una grotta di vapore, prodotta da 
sorgenti termali, con una temperatura che può elevarsi sino 
a 47°. In bella posizione, a 463 metri sul mare, in fondo alla 
valle dell'Agno si trova la stazione balneare di Recoaro, cir- 
condata da ameni passeggiate e da colli ridenti incoronati 
dalle belle vette dei Baffelan e della Posta. Ivi la fonte 
Lelia, l'Amara, la Lorgna, la Nuova sgorgano, come cantò 
(r. Zanella: 

Dalla vegliata grotta 

Quando bolle il meriggio e quando annotta. 



ACQUE MINERALI, GEOLOGIA DEL VENETO 



335 



e tutto intorno sui monti si trovano altre numerose sorgenti 
curative, Capitello, Franco, Pace, Giausse, Civillina, Virgi- 
liana di Staro, Vegri di Valdagno, acidula di Torrebelvicino 
con terme, alberghi, ricoveri per i poveri, dove per due o tre 
mesi dell'anno ferve la vita più varia e piacevole, sebbene 
manchino ancora molti degli agi dei grandi centri di bagni. 
Altri luoghi di cura notevoli in queste Alpi sono i bagni di 
Arta, in una delle più belle valli della Oarnia, di Caldiero, 
l'antica Fons Junonis, poi di Gauderio, dicono per la gioia che 
vi si provava riacquistando la salute, di Monfalcone, poco 
lungi dall'antica Giapidia, celebrata da Virgilio; della Vena 
d'Oro, che alimenta presso Belluno un celebrato stabilimento 
idroterapico, ed altre ancora. 

Il Veneto è una delle regioni meglio conosciute d'Italia 
per gli studi geologici. Le rughe o fratture che determinano 
le valli si mantengono anche in questa regione, talora allar- 
gandosi in depressioni considerevoli, come quella di Belluno, 
e più come quelle della Valsugana, complicate da singolari 
fenomeni di scorrimento e dislocazione, con fratture parallele 
all'asse stratigrafico. Altre percorrono la cupola delie mon- 
tagne veronesi, traversano il Baldo, strisciano a levante dei 
Berici, rendono sconnesso il terreno sul quale si succedettero 
le manifestazioni terziarie del vulcanismo, colle eruzioni ba- 
saltiche, e colle successive delle trachiti, delle fonoliti, delle 
perliti degli Euganei. Di questo vasto edifìcio vulcanico sorto 
sulla penisola di roccie sedimentari resta appena lo sche- 
letro. Assai prima, tra queste eruzioni e le porfìriche del 
Trentino, si ebbero gli espandimenti delle valli di Eassa e di 
Reibl, del bacino di Recoaro, di varie valli dei Eriuli. Già 
abbiamo descritto le più singolari formazioni delle Alpi do- 
lomitiche, che il geologo De Bichthofen ed altri scienziati ri- 
tengono antichi isolotti di corallo, atolli sollevati dal fondo 
dei mari a due o tremila metri. Checché ne sia, queste mon- 
tagne aggiungono alla bellezza naturale di tutte le regioni 
alpine la più grande originalità di colore e d'aspetto. Come 
nella Svizzera e nell'Austria, sul versante settentrionale delle 
Alpi, le prealpi del versante italiano sono in gran parte com- 
poste da formazioni geologiche, sempre più recenti man mano 
che ci si avvicina alla pianura alluvionale. Le roccie meta- 
morfiche, il verrucano, le dolomie, le varie roccie si appoggiano 
sui graniti, i gneiss, gli schisti dei massi superiori ; poscia 
vengono specialmente strati delle epoche del trias e del giura, 



336 



L'ITALIA 



più basso ancora sono le terrazze e le colline terziarie di 
marne, d'argille, di ghiaie agglomerate. In questa formazione, 
al nord-ovest di Verona trovasi il monte Bolca, celebre nel 
mondo dei geologi, pel gran numero di piante e di animali 
fossili che vi si ritrovarono ; Agassi z vi contò non meno di 
centoventisette specie di pesci, la metà delle quali vivono 
tuttora 1 . 

Il clima padano e adriatico è generalmente molto umido 
d'inverno e piuttosto asciutto l'estate 2 . Dal clima alpino scen- 
diamo alle miti aure lacuali del Garda e alle pianure, dove 
si estende sino ai Berici il soffio delie brezze marine. Le ca- 
tene alpine sono piuttosto basse ad oriente, mentre il disli- 
vello di pressione nell'inverno è altissimo, e perciò la bora 
precipita spesso dalla catena con una straordinaria violenza, 
vento freddo, asciutto, specialmente violento a Trieste e nel 
Friuli. Questi rigori invernali spiegano il valore piuttosto 
basso della media temperatura annuale, benché l'estate abbia 
in compenso forti calori, resi ancor più pesanti dall'indole 
dei venti in prevalenza sciroccali. Nelle città, come nelle valli 
riparate dal vento di nord-est, la temperatura invernale è meno 
rigida ; Venezia deve la mitezza del clima, oltreché al mare, 
alla felice postura delle sue contrade, aperte per lo più da est 
ad ovest, per cui il vento settentrionale passa sopra le bar- 
riere chiuse dei fabbricati e le mantiene l'invidiata serenità 
del suo cielo. Così Ampezzo e molte chiuse delle Alpi, Oone- 
gliano ed altri siti delle prealpi aperti al sud hanno temperature 
più miti di quanto comporterebbero la latitudine e l'altitudine. 
Il vento di nord incontra però le correnti umide dominanti dal 
mare, e l'unione delle due correnti ed i moti vorticosi del- 
l'aria che ne derivano sono spesso causa di pioggie abbon- 
danti, ma brevi, perchè il vento settentrionale, più forte, presto 
prevale. Bora scura, piova sicura, dice il proverbio, mentre 

1 Tauamelli, .Geologia (V Italia, ed altri scritti. 

2 I principali osservatori meteorologici della regione veneta e delle contermini 
sono i seguenti : 

Cavalese 1000 Verona 66 

Aurouzo 871 Vicenza 54.2 

Male 770 Pordenone 34 

Belluno 404 Padova 30.7 

Trento 206 Treviso 25.6 

Rovereto 194 Oderzo . 20.5 

Ala 152 Riva . . 84 

Bassano 130 . Spineo 1/" 

Udine UH Venezia 21 

Oonegliano 85 Rovigo 0 



CLIMA. PIOGGIE DELLA REGIONE VENETA 



337 



la brezza di mare indica che l'atmosfera è in condizioni nor- 
mali. In alcune valli delle Alpi le pioggie cadono però in 
quantità eccezionale, ed anche nelle bassure del Polesine l'u- 
midità domina con grande frequenza, sì ohe nelle provinole 
di Udine e di Belluno abbiamo le maggiori quantità di 
pioggia \ 

Con siffatte condizioni idrografiche, climatiche e pluviome- 
triche, si comprende che 11 Veneto e le contermini regioni 
non soffrano penuria d'acque, sebbene ancor esse abbiano al- 
cuni siti che ne sono scarsi, come i colli Berici, l'altipiano 
dei Sette Comuni, ed in genere gli altipiani carsici. Nel 1885 
appena 83 comuni delle provincie venete avevano acque po- 
tabili cattive, mentre 560 le possedevano buone per più di 

1 De Marchi, II clima d'Italia. Secondo l'autore, ed altri dati, ecco le tempera- 
ture tipiche dei centri principali del Veneto, sulle medie di molti anni : 







Gennaio 


Aprilo 


Luglio 


( ottobre 


Minimo 


Massimo 








10.1 


20.3 


20.0 


— 15.6 


37.6 






. 3.0 


12. 6 


23.3 


13.2 


— Il 


37.6 






. 2.8 


13.7 


25.2 


14.5 


— 11.4 


35.5 






? 6 


13.0 


24.4 


14.3 


8.9 


35.0 


Padova . 




1.7 


12.5 


23.8 


13.2 


— 13.4 


35.3 






. 1.5 


13.5 


24.8 


13.7 


— 14 


:l7.5 


Vicenza. 




. 1.6 


12.11 


23.7 


13.0 


— 16 


38.3 






9 6 


14.1 


25.6 


15.2 


_ 4 


31.2 


Trento 




. 1.0 


12.2 


22.1 


11.1 










. 2.4 


12.1 


22.6 


14 






Ala . 




0 2 


12.5 


22 


11.9 






Cavalese 




2 6 


7.0 


17 


7.5 






ecco la media umidità relativa : 
















Gennaio 


Aprile 


Luglio 


( >ttobre 






Belluno 




83 


66 


65 


69 






Udine . , 




69 


62 


58 


70 












70 


60 


76 






Padova 




, 83 


69 


76 


72 










82 


73 


62 


75 






Trento , 




77 


65 


57 


71 










65 




68 







Le piogge cadute risultano così determinate con due cifre indicanti, la prima la 
quantità, la seconda la frequenza loro: 

Inverno Primavera Estate Autunno Anno 



Belluno . 


181.5 


18.0 


424.7 


39.6 


398.9 


40.2 


421.4 


31.5 


1420.2 


103.7 


Udine 


267.9 


30.5 


348.3 


40.9 


449.7 


43.8 


485.1 


37.1 


1551.0 


152.3 


Treviso . 


185.6 


21.4 


292.5 


30.8 


291.8 


28.4 


353.0 


27.4 


1122.9 


108.1 


Vicenza . 


221.7 


20.8 


305.6 


29.3 


270.3 


23.9 


361.3 


25.6 


1158.9 


99.6 


Verona . 


141.9 


19.8 


200.9 


24.0 


244.0 


22.9 


258.5 


23.8 


844.4 


91.4 


Venezia . 


131.3 


19.7 


190.8 


27.9 


209.6 


22.5 


257.5 


27.0 


789.2 


97.1 


Padova . 


165.9 


22.0 


218.4 


27.4 


217.5 


24.8 


259.4 


26.0 


861.2 


100.2 


Trento . 


150 




24 9 




298 




328 




1026 





338 



L'ITALIA 



1,800,000 abitanti. Ma nelle bassure solcate in tutti i sensi 
dai fiumi o da canali d'irrigazione, in molti siti gli abitanti 
sono soggetti a frequenti malattie, in causa della perniciosa 
influenza dei miasmi che esalano coi vapori del suolo; inoltre 
il nutrimento dei contadini è troppo uniforme ed insufficiente 
per poter reagire contro le cause d'indebolimento ; onde si 
esauriscono anzi tempo, e parecchi di loro soccombono di pel- 
lagra, l'incurabile malattia conosciuta soltanto nelle regioni 
dove la farina del mais ridotta a polenta costituisce l'alimento 
principale. Uno sopra ventiquattro degli abitanti della pro- 
vincia di Rovigo è colpito da tale flagello, in altre provincie 
la proporzione è appena minore, per cui si dovettero fondare 
pellagr osarti, cioè sanatori speciali per la cura di questa ma- 
lattia \ Il consumo della carne è minore che in Lombardia e 
in Piemonte, cioè di 54 chilogrammi l'anno, anziché di 64 e 
di 61 ; minore è pure il consumo di vino, mentre è in pro- 
porzione maggiore il numero degli abitanti che abusano di 
bevande alcooliche. Le condizioni delle abitazioni sono re- 
lativamente buone, essendo stati compiuti negli ultimi anni 
miglioramenti notevoli così nelle città, che nelle campagne 
e nelle stesse valli alpine, mentre appena due o trecento per- 
sone hanno ancora abitazioni sotterranee, e non più di tremila 
abitano nelle soffitte. I cimiteri si vanno trasportando lungi 
dall'abitato, ma non pochi sono ancora fra le case e nel Tren- 
tino dura la consuetudine antica di seppellire i morti intorno 
alle chiese; contuttociò la mortalità e le malattie non vi sono 
maggiori che nelle finitime provincie del Regno, ma più è breve 
la durata media della vita umana, che già tende a superare i 
37 anni 2 . 

Dove ora svettano i frassini o susurrano gli abeti, le palme 
spandevano nei remoti secoli al vento le grandi foglie. Il pastore 
attonito contempla talvolta sulle pietre quasi rapprese fronde 
di forma ignota. Quando le Alpi di Bolca, di Salcedo, di Rotzo, 
erano sepolte sepolte sotto l'Oceano, vi si impietravano le lunghe 
belemniti, le grottesche rudiste, le ammoniti, grandi come enormi 

1 Secondo un'inchiesta compiuta nel 1899, la percentuale dei pellagrosi sulla po- 
polazione agricola scese da 16,29 per mille nel 1881 a 10,30 per mille nel 1890, ed 
a 9,3r> per mille nel 1899, e nel complesso da 104,067 a 72,603. 11 Veneto li a però 
sempre un'enorme prevalenza, con 39,882 pellagrosi, mentre la Lombardia ne ha 
19,557, il Piemonte 1223, l'Emilia 4617, le Marche e l'Umbria 6023, la Toscana 166], 
la Liguria 94, il Lazio 146. 

2 II Veneto ci dà la cifra più bassa del regno dei sordomuti (4,16 su 10.000) e di 
ciechi (3,92 per 10,0p0 abitanti). La media dei cretini è di 694 per 10.000 abitanti. 



FLORA DELLA REGIONE VENETA 



339 



corni da caccia, e nelle isole scaldate dal sole ardente, tra le 
foreste delle cicadee, delle felci arboree e delle voltzie, si aggira- 
vano mostruose forme di animali. Poi venne il periodo glaciale, 
e quindi una rapida trasformazione della flora ; si determinò 
così l'origine delle piante alpine, perchè nel Veneto abbiamo 
oggi quattro distinte regioni botaniche: alpina, montana, pa- 
dana e sommersa, mancando la regione sempreverde delle 
rive del Mediterraneo, dei laghi, e dell'Italia peninsulare. 
Sopra il limite delle nevi eterne vegetano poche crittogame, 
mentre al disotto di esso troviamo subito larici e festuche, 
poe e triseti, l'edelweiss seducente ed i compatti cespugli delle 
and rosacee e degli astragali, che coi licheni ed i muschi 
chiazzano di verde le rosee pareti delle roccie e i nudi ghia- 
di oni. Sulle dolomiti si trovano tutte le specie caratteristiche 
di questa formazione, e non poche piante rare, come la 
primula tirolensis; ad oltre 3000 metri, sulla Pala di San Mar- 
tino, si trovò il physeuma cpmoswm, ma in generale la flora 
dolomitica è povera, dove se ne tolga qualche sito speciale, 
come quel tratto della valle del Oismon che va da Primiero 
al Passo di Rolle. Altre montagne sono celebri per la ricchezza 
della flora : il Monte Baldo, da cui furono denominate nuove 
specie di anemoni e di carici, e il gallinai baldensis; il Sumano, 
dove crescono bellissimi fiori che lo rendono nel maggio con- 
vegno preferito di botanici e di alpinisti, e numerose piante 
medicinali. Alcune piante sono esclusive di determinate loca- 
lità, come la Wulfhiia carinthiaca del Nassfeld, che fece di 
questo monte della Val del Eerro una specie di Mecca dei 
seguaci di Linneo, sui prati coperti dei grappoli dei più bei 
fiori azzurri ; Valyssum glemonense, che vegeta nelle fessure 
delle roccie presso Gremona, un carice, che ha le spighette 
divergenti come le dita d'un uccello, ed una specie tutta veneta 
della rosa alpina, che abbonda specialmente sui monti di Re- 
coaro, il rhododendrum chamaecistus. Altrove si additano come 
proprie di questa e delle contermini regioni le orecchie d'orso, 
il larisett, alcune specie di pirole, varie orchidee e la coral- 
lorhiza innata, che stende fra i muschi crescenti sugli alberi 
i rami corallini del suo rizoma; vi sono distinte specie di 
aconiti, e di euforbie che spandono in mano a chi le strappa 
un latticelo bianco, di ericacee a foglie lucenti, di mille foglie 
coperte di densi peli, di cariofillee, di rose nataline che aprono 
nell'inverno i grandi fiori carnicini, di sassifraghe, di om- 
brellifere, un papavero coi fiori bianchi o zafferano, una sin 
golare specie di stella alpina, il gnapJialinm oppeanum, oltre alle 
piante comuni a tutta la regione alpina. 

V Italia. 43 



340 



L'ITALIA 



Ricca di selve è la regione montana, specie nelle prealpi, 
dove i boschi del Cansiglio, del Montello, dei Sette Comuni, 
e di alcuni monti del Cadore e del Trentino orientale hanno 
una immensa importanza nell'economia forestale italiana. 
L'abete rosso, più di raro e quasi sempre isolato il bianco, il 
larice, il pino zimbro formano questi boschi, tra i quali e le 
vaste praterie crescono tutti i vegetali comuni alla zona delle 
prealpi. La maggior parte della regione, come in Lombardia, 
è compresa nel dominio della flora padana, salvo che vi ab- 
bondano forse un po' più gli alberi, anche per l'uso tuttora 
diffusissimo di coltivare nelle campagne le viti su per gli olmi 
e gli ontani. Solo nelle località più riparate ed esposte a 
mezzogiorno si salvano dal gelo il fico, il melagrano, l'alloro, il 
cipresso, come la vite che in Valtellina si eleva a 700 metri, 
sulle Alpi della Carnia appena regge a 500. Salgono assai più 
il granturco e il frumento, i cavoli, varii alberi da frutto che 
si trovano ancora a 1000 metri, l'orzo, le patate, i fagiuoli, 
le fave sino a 1400, dove siamo già nella regione montana 
dei pascoli. Quasi speciale al Veneto è la flora palustre, con 
200 specie di piante vascolari, talune sommerse, altre a fior 
d'acqua, giunchi, carici, canneti, necchi, schiancie dalle lunghe 
foglie a forma di spada, falcerelle dai bei mazzi di fiori rosei, 
giaggioli di palude, oltre agli ontani, ai pioppi ed ai salici, 
che accrescono la triste monotonia di quelle basse regioni. Si 
coltivano tutte le altre piante utili, come in Lombardia e nel 
Piemonte ; speciale al Veneto è il tabacco, nella valle della 
Brenta e su alcune pendici dei Sette Comuni. Infine nelle 
acque del mare, delle lagune e delle altre regioni acquitri- 
nose dolci o salse del litorale e dell'interno, oltre duemila 
specie di alghe, clorofìce, mizofice, troviamo briofiti, pteri- 
dofiti, idrocaritacee, lemnacee, allorragidacee, najadacee, le 
infinite specie delle ninfee, e le centosessanta e più di dia- 
tomacee rosse, verdi e brune che si tuffano a diverse profon- 
dità nelle acque del mare. Alcuni laghi hanno una vera ve- 
getazione arborea subacquea, altri si coprono per vasti tratti 
dell' eriopJiorum angusti folium coi graziosi pennacchietti serici, 
dei rosei fiori del poligonum amphybium e d'altre piante, che 
in taluni inondano tutta la superficie delle acque. 

Come delle strane forme vegetali, si sono conservate nel 
Veneto più che altrove : 



Nel sasso dei draghi — 
E Forme ne parlano — 
Sugli ardui macigni: 



le spire ri n volte, 
dei profughi cigni 



FAUNA DELLA REGIONE VENETA 



341 



nelle isole scaldate dal sole ardente si aggiravano uccelli più 
grandi degli struzzi con forine di serpenti e di volatili, ittio- 
sauri di dieci metri, plesiosauri con testa e collo di serpenti 
eretti sopra ventri di ippopotami, teleosauri come lo scheletro 
scoperto a Rotzo, pterodattili come quelli scavati a Bolca, 
rospi grandi come buoi. Oggi la fauna non solo è lontana 
dall'offrirci alcuna di queste singolarità, ma neppure si può 
dire diversa da quella delle altre regioni delle Alpi e del bacino 
del Po. Le varietà climatiche determinate dalle variate alti- 
tudini e dalle condizioni orografiche resero possibili numerose 
specie diverse, come la segregazione di recessi lontani da ogni 
umano consorzio consentì la conservazione di molte fra esse, 
che la presenza dell'uomo basta a distruggere. Ancora nei 1817 
si ricorda in Val di Fassa una terribile irruzione di lupi, e 
sulle alte vette, nei luoghi meno accessibili ancora s'inerpica 
il camoscio, mentre il capriolo si trova di raro nei grandi 
boschi di conifere. Comune è la volpe, oggetto di infiniti 
racconti e terrore dei fanciulli, frequenti i tassi, cacciati con 
furore dove danneggiano i raccolti. Nelle prealpi orientali 
non mancano faine, puzzole, ermellini, martore, queste ul- 
time rarissime. Lepri candide nell'inverno e grigio-oscure l'e- 
state scendono sino ai campi coltivati ; gentili scoiattoli si 
arrampicano sulle grandi conifere, toporagni si celano nel 
fitto dei boschi. A cotesti quadrupedi si aggiungano tutte le 
specie comuni utili all'uomo e ad esso domestiche, che vivono 
con noi o salgono l'estate i pascoli delle montagne. 

Rettili di varie specie abbondano nelle caverne, sui monti, 
nei boschi dove hanno oscurità, sicurezza, cibo sufficiente: vipere 
e lucertole, il serpente uccellatore e l'innocuo orbettino, rane 
e rospi, salamandre e tritoni. Quasi tutti i laghi e i torrenti 
hanno la trota, che però in alcuni non ha potuto allignare e 
in altri si coltiva artificialmente con gran profìtto al pari dei 
marsoni. Altri pesci si trovano nei torrenti, e crostacei pres- 
soché innumerevoli, ma i pesci d'ogni sorta abbondano spe- 
cialmente nelle valli da pesca della regione, che alimentano 
una delle industrie più fiorenti e remuneratrici. Infinite sono 
le specie degli uccelli, tra le quali difficile e rara è la caccia 
del gallo cedrone e del fagiano di montagna, più frequente e 
veramente devastatrici quelle che si fanno specialmente nei 
rocoli, dei fringuelli, delle allodole, dei tordi, delle pernici, di 
tante e tante altre specie, mentre è rarissimo ormai incontrare 
sulle vette più eccelse delle Alpi qualche aquila sperduta. E 
non è possibile ricordare le specie infinite degli insetti, tra le 
quali sono numerose quelle dei carnivori, e più quelle dei 



342 



L'ITALIA 



litofagi, che trovano abbondante e svariato alimento, nè man- 
cano la fillossera, la diaspis pentagona, ed altri che insidiano 
la vite, i boschi, il frumento, qnasi tutti i prodotti utili al- 
l'uomo. 



I problemi etnografici anteriori alla storia e di cui essa con- 
serva i ricordi nella regione Veneta e in tutte l'Alpi orientali 
sono strettamente connessi colle molteplici questioni sull'ori- 
gine, sulle sedi, sulle vie tenute dalle varie genti che si af- 
facciarono in Italia dai più antichi tempi sin verso il mille. 
In moltissimi luoghi si scoprirono monumenti dell'età della 
pietra e d'altre successive. A Eimòn i roveri delle vicine fo- 
reste servivano di palafitte per le abitazioni lacustri, e in- 
sieme alle selci procuravano gli utensili dei quali il tempo 
serba avanzi di vasi, di cavicchi, d'aste, d'archi, d'impugnature, 
di mazze. Vi si accedeva con piroghe scavate a fuoco nei 
tronchi, e forse i funghi poli pari servivano di esca. Dai fori 
delle abitazioni cadevano o si gittavano nell'acqua daghe, 
spilloni, accette, fìbbie, anelli, armille, i manichi lunati di 
alcune pentole ed altri oggetti che uniscono con una comune 
manifestazione primitiva dell'arte gli abitanti di Piinòn a 
quelli delle palafitte del Veronese e del Trentino \ Pare che 
di codesti oggetti di pietra facessero uso quei Liguri, che la- 
sciarono i maggiori ricordi sulle rive del Verbano, del Lario, 
del Garda e d'altri laghi minori; penetrarono nel Trentino per 
le valli del Po e dell'Adige, e s'abbassarono poi sull'estremo 
appennino, quando li prese di fronte l'urto d'altre genti. Non 
pare che gli Itali del Trentino occidentale passassero l'Adige, 
mentre l'orientale era abitato dai Veneti, che occuparono tutta 
la regione nella quale erano entrati per la valle del Brenta 
e per i passi tra questa e l'Adige. Traccie della loro presenza 
lasciarono dovunque gli Etruschi, che penetrarono nelle Alpi 
orientali per legge naturale di espansione o fuggendo le in- 
vasioni dei Galli. Nell'oscurità fitta che ancora avvolge queste 
età primitive un solo fatto appare certo e per noi prezioso : 
che tutti gli abitatori di queste Alpi orientali hanno avuto da 
remotissimi tempi una medesima civiltà, come ebbero comuni 
destini. 

Nei tempi storici si affacciano, per mescolarsi alla popola 
zione esistente a base di Veneti, i Galli Oenomani, che si ac- 
comunarono presto a quelli e diventarono alleati di Roma. 



1 Lioy, Bui laghi) Id., Monografia del lago dì Fi mòli. 



ANTICHE POPOLAZIONI DELLA REGIONE VENETA 



343 



Molte città del Veneto e Trento erano già ammesse alla cit- 
tadinanza romana al tempo di Claudio, e grande fa dovunque 
l'influsso idiomatico della lingua latina, specie nei centri di 
civiltà e lunghesso le vie militari, con quelle reazioni fone- 
tiche dei provinciali, determinate, specie in alcune valli re- 
mote, da abitudini organiche. Xel Trentino e nei territorii 
adiacenti durò così quella zona di dialetti latini, che si esten- 
deva con più o meno intima continuità dai Grigioni al Eriuli; 
ma dove non si erano radicati con sufficiente forza, per la 
varietà del sustrato etnico, meno adatto del trentino a rice- 
vere l'innesto romano, furono travolti dalle invasioni ale- 
manne dei primi secoli dell'era volgare, e solo si salvarono 
dal naufragio le colonie dei fuggiaschi riparate tuttodì nelle 
valli di Badia, Livinallongo ed Ampezzo. Queste invasioni 
lasciarono invece poche traccie nel Veneto e nel Trentino, 
sì che il confine linguistico non scese mai sotto San Michele, 
mentre ancora nel 1500 l'italiano era il linguaggio comune 
di Bolzano, come oggi vi è sempre più largamente parlato ed 
inteso. Le. oasi tedesche rimaste nel Trentino, in quelli che 
andavano sotto il nome di Tredici Comuni veronesi e di Sette 
Comuni vicentini, ed in qualche altro punto del Veneto eb- 
bero alimento dalla soggezione imperiale dei vescovi di Trento, 
dalle emigrazioni dei minatori del Tirolo e della Boemia, che 
allora attendevano, a preferenza degli italiani, ai lavori sot- 
terranei, dall'arrivo di boscaiuoli o di pastori tedeschi man- 
dati dai signori del Tirolo dove possedevano qualche arimania, 
e dai naturali rapporti di vicinanza \ La Carsia, vera strada 
maestra dei Barbari, ha i maggiori avanzi delle sue etniche 
vicende; Gorizia, interamente italiana sino all'ottocento, fu la 
cittadella dello slavismo quando esso irruppe sulle orme dei 
Longobardi ; l'Istria non potè salvare parte delle sue campagne 
dal dominio di estranee genti, ma serbò intatta la civiltà e 
l'indirizzo, come la stirpe italiana 2 . 

Ai giorni nostri, commiste alla popolazione quasi tutta ita- 
liana si trovano perciò, più che in altre regioni d'Italia, genti 
di origine e di lingua straniere, sebbene in gran parte italiane 
di cuore e di civiltà. La zona puramente ladina si limita al 
territorio di Fassa, nell'Alta Valle dell' Avisio, e racchiude 
appena 5000 abitanti, mentre un'altra zona, che C. Battisti 
chiama degli idiomi latini misti, occupa il bacino del i^oce, 
la valle media e inferiore dell' Avisio e la Rendena, dove ad 



1 Battisti, Il Trentino, pag. 210. 

2 Combi C, L'Istria, Milano 1885. 



344 



L'ITALIA 



onta degli ormai prevalenti impasti lombardi e veneti, usano 
ancora espressioni ladine \ Il numero totale degli abitanti di 
questa zona si calcola a 90,000. Ognuno di questi comuni 
ladini ha la sua bandiera che serve per tutte le feste civili e 
religiose. In alcuni durano curiosi usi nuziali ; la sposa, alla 
prima pubblicazione del matrimouio, porta il grembiale bianco, 
e le treccie avvolte a forma di cuore, alla seconda si adorna 
dei vestiti migliori, alla terza indossa il vestito di nozze; lo 
sposo dona alla sposa le scarpette nuziali, il grembiale e il 
fazzoletto di seta, e ne ha in cambio il panciotto di seta e la 
camicia. Il matrimonio è celebrato con canti, suoni e spari e 
con un copiosissimo pranzo, nel quale si mangiano i pasticci 
e le focaccie tradizionali. 

Un primo gruppo di colonie tedesche troviamo nella valle 
del Noce con quattro comuni, in quella dell' Avisio con due, 
nei villaggi dei Mocheni, a Folgaria ed a Luserna, che già 
appartiene geograficamente all'altipiano dei Sette Comuni, seb- 
bene non sia in questi compresa 2 . Qualche altro spruzzo di 
tedescheria si può scoprire anche altrove, ma, fuor, delle mi- 
lizie e di alcuni impiegati, rappresenta piuttosto i sottili ar- 
tifici dei funzionarii del censimento, che scoprirono, per esem- 
pio, più di 400 tedeschi a Pergine, dove neppur sono la 
metà. Le scuole tedesche, largamente sussidiate e vigorosa 
mente protette, hanno fatto certo qualche conquista; ma anche 
la lingua italiana sostiene con vigore e con successo la lotta 
della nazionalità ed io stesso, nelle annuali escursioni su queste 
Alpi, ha seguito i suoi progressi. Credo perciò non si possano 
calcolare a più di cinque a seimila questi tedeschi del Tren- 
tino, che B. Malfatti computava già a settemila, e in tempi 
più antichi erano a ragione di popolazione anche più, per modo 
che più evidenti appaiono le conquiste della lingua e della 
civiltà italiana 3 . 



1 Così ciasa per casa, caud per caldo, grani per grandi, blastemar per bestem- 
miare, sentes per senti, ed altri fenomeni glottologici proprii del ladino. I comuni 
veramente ladini sono i seguenti: 

Campiello 518 Pozza 748 

Canazei 904 Soraga 371 

Mazzin 473 Vigo di Fassa 738 

Perra 500 

2 San Felice (St. Felix), Laureguo (Laurein), Proves, Senale (Frauenwald), con 
1K79 ab., nella Val del Noce; Trodena (Truden) e Anterivo (Altrei), con 990 ab., 
in quella dell' Avisio; e poi: Frassilongo (Gereut), Fierozzo (Floraus), Palu (Palai). 
Vignola, Folgaria (Fólgereit) e Luserna con 6177 abitanti. 

A. Galanti, 1 Tedeschi sul versante meridionale (ielle Alpi, Etoma L885, e la co- 
piosissima letteratura ivi citata. 



TREDICI COMUNI VERONESI E SETTE COMUNI VICENTINI 345 



Xei Sette Comuni si può dire del pari pressoché scomparso 
l'antico dialetto teutonico che tutti parlavano. Gli homines 

N. 51. — I TREDICI COMUNI VERONESI ED I SETTE COMUNI VICENTINI. 




a Ovest di Roma 



? 5 ie -j ao :s 50 



teutonici di quei distretti, pretesi Cimbri, nei quali alcuni 
scienziati vollero riconoscere discendenti dai barbari vinti da 
Mario, non rivelano più la loro origine, salvo negli occhi az- 
zurri e nella capigliatura bionda, mentre per linguaggio e co- 



346 



L'ITALIA 



stumi non sono meno italiani degli altri abitanti del Veneto. 
Pochi vecchi parlano ancora l'idioma degli antenati, che era 
molto somigliante al linguaggio bavarese degli abitanti delle 
rive del Tegernsee. Non si conoscono più gli esatti confini 
dei Tredici Comuni, i nomi e i limiti dei quali sono oggi mu- 
tati. Il territorio dei Sette Comuni, ossia il distretto di Asiago, 
l'antico Schlàge dei Tedeschi, è perfettamente delimitato dalla 
natura del suolo; nondimeno, anche in passato, lungi dal- 
l'essere stati i campioni della potenza tedesca sul suolo ita- 
liano, come taluno pensa al di là delle Alpi, gli abitanti 
dei comuni tedeschi erano invece incaricati dalla Repubblica 
di Venezia di difendere le sue frontiere contro gli invasori 
del Nord; essi erano dispensati dal servizio militare e gode- 
vano di un'autonomia amministrativa, a condizione di iinpe 
dire il passaggio del nemico attraverso il loro altipiano; ed in 
ogni tempo disimpegnarono siffatto compito assai bene, donde 
il predicato di « fedelissimi » che i Veneziani aveano ag- 
giunto a quello di « poverissimi » portato dapprima da quelle 
antiche popolazioni. Ma nè la protezione di Venezia, nè più 
tardi quella dell'Austria poterono salvare i comuni tedeschi. 
La lingua tedesca neppure si capisce nei comuni di Enego e di 
Lusiana affacciati ai versanti del Brenta e dell' Astico; non si 
usa più nelle scuole e nelle chiese in alcun comune, e se ad 
Asiago, Gallio, Roana e Kotzo da alcuni si parla e giova ai 
numerosi emigranti che vanno a lavorare in Germania, è ap- 
pena comune dialetto a Mezzaselva ed in qualche altra fra- 
zione limitatamente ai vecchi del paese, mentre i giovani 
parlano tutti italiano \ Così nei Tredici Comuni veronesi il 
dialetto dei Teutoni sopravvive appena nei villaggi di Campo 
Fontana e della Giazza, ed è da pochi compreso negli altri 2 , 
come è dimenticato da secoli nel territorio che sta fra i due 
altipiani, e in altri paesi inferiori, sino ai quali si spinsero 
ed ebbero feudi e parroci del loro idioma. Nella regione orien- 

1 La lingua cimbra, come malamente fu chiamato questo dialetto simile al bavaro 
tirolese, si parla ancora intorno ad Asiago, nelle contrade Eckelen e Scalabrini, dai 
vecchi di Canove e Camporovere, da alcuni abitanti di Castelletto, Kotzo, Mezza- 
selva, nelle frazioni di Eonchi e in qualche altro gruppo di case di Gallio. L'affi- 
nità coi dialetti suddetti è evidente come ' dai proverbi af an morgen roat, oder bini 
oder coat, la mattina rosso vento o fango; a schbàlbelle machet net in langoz, una 
rondinella non fa primavera; der morgen stimi haVz golt in mnnt, l'ora del mat- 
tino ha l'oro in bocca. Restano ancora nei ricordi i nomi dei detti comuni : Slege. 
Robun, Rotz, Ghel, Wiische, Genebe, Lusan. 

2 I Tredici Comuni veronesi erano: Erbezzo, Bosco Chiesanuova, Val di Porro, 
Cerro, Roverè di Velo, Porcara, Saline, Velo, Azarino, Campo Silvano, Badia Ca 
Javena, Selva di Progno e San Bartolomeo tedesco, con circa 14,000 abitanti. 



COLONIE TEDESCHE E SLOVENE 



847 



tale, i Tedeschi riuscirono a stabilirsi soltanto in tre isole se- 
parate poco discoste tra loro, tra le sorgenti della Piave e del 
Tagliamento, ma in molti altri nomi bilingui di montagne, 
di castelli, di luoghi, di famiglie evidente appare che essi erano 
un tempo molto più diffusi anche in questa regione ormai 
così completamente italiana \ 

Nel Friuli e nell'Istria ben più ardua guerra si è combat- 
tuta e si combatte contro le genti slave, che riuscirono a 
far prevalere la loro lingua nel distretto di San Pietro,, 
nella parte montuosa di quelli di (Dividale e Tarcento, nel 
comune di Resia, nelle campagne e in piccola parte nelle 
città dell' Istria. Vanno distinti in due stirpi principali : 
Serbi e Sloveni, i primi, vigorosi di membra e d'animo, dal 
colorito bruno olivastro, dallo sguardo penetrante, con ingegno 
più sveglio e maggior orgoglio nazionale ; i secondi, meno alti 
di statura, dall'occhio azzurro e dalla bianca carnagione, con 
mite aspetto e fiacchi costumi. Vestono due palandrani o ca- 
sacche, uno disotto corto, senza maniche, di rozzi panni ca- 
stagni o biancastri, con calzoni pure biancastri filettati, assettati 
alla gamba; portano le opanche, suole di corda allacciate con 
correggie, in luogo delle scarpe. Altri slavi d'origine bosniaca 
occupano il centro della contea di Pisino, le campagne del- 
l' Albonese, alcuni luoghi dell'Istria. Tutti insieme, secondo il 
Oombi, sommano nella penisola a 112,000 contro 160,000 ita- 
liani 2 . 

In tutta la regione può dirsi favella comune delle classi 
colte il dialetto di Venezia, uniformità determinata dalla 
lunga influenza civile e politica della Repubblica, che riuscì 
ad eliminare nella secolare elaborazione quasi dovunque la 
vena degli elementi ladini, rimasta più viva nel Friuli. I 
dialetti nelle provincie centrali si accostano perciò al vene- 
ziano, ad onta delle varie forme rurali, mentre quelli di Ve- 
rona e Rovigo costituiscono già una transizione coi dialetti 
lombardi ed emiliani. Anche su per le valli del Bellunese 
durano traccie dei dialetti ladini che più spiccatamente si 
mantengono nel Friulano, dove troviamo intere frasi latine^ 
tu stas in tantis miseriis, e i nomi di Trasaghis (transaquas) r 
Somblago (summo lacu), Maseriis (maceries), con infiniti altri. 
Gli italiani ignorano quasi tutti la lingua degli spruzzi te- 

1 Secondo G. Mariuelli ed il censimeuto del 1881 si parlano ancora abitualmente 
e ordinariamente lingue slave in 19 comuni con 34,770 abitanti, e cioè : 8 nel di- 
stretto di. San Pietro al Natisoue, 5 in quello di (Dividale, 4 in quello di Tarcento,. 
1 in quello di Moggio e 1 in quello di Gemona. 

2 L'Istria, loc. cit. 

V Italia. 44 



348 



L'ITALIA 



deschi e delle colonie slave, mentre gli abitanti di quelle e 
molti di queste sono bilingui, anche perchè, mentre la popo- 
lazione italiana è una per civiltà, per tradizioni, per senti 
menti, le schiatte slave del Eriuli e dell'Istria si presentano 
varie ed estranee, non solo ai popoli limitrofi e d'oltrenionte, 
ma anche tra loro, sì che dai montanari, tra i quali i Russi 
di Suvarof trovavano interpreti, andiamo sino ai Vaiaceli i 
collegandosi coi ladini e per essi con gli stessi Friulani. 

Nelle Alpi orientali non vi è, si può dire, un metro qua- 
drato di terra esposta al sole, sia pure sull'orlo di un preci- 
pizio, su cui la mano del paziente contadino non lasci una 
traccia di sudato lavoro. Dove manca la terra vegetale, 
sui gioghi più ardui, il montanaro la porta, affrontando le 
più gravi fatiche pur di strappare ad essa pochi e miseri 
frutti. L'agricoltura è tuttora il nerbo della produzione di 
questa regione, sebbene gravata di vecchi debiti e di nuove 
imposte, solo in pochi siti abbia saputo affrontare arditamente il 
problema del suo razionale e scientifico ordinamento. Ed es- 
sendo la terra così aspra, essa procura il necessario sostenta- 
mento soltanto a chi la lavora colle proprie braccia, ed 
esclude il parassitismo dei fittavoli, che troviamo invece nu- 
merosi nella pianura, specie nelle valli del Po e dell'Adige, 
dove abbondano i latifondi. Le condizioni dei coltivatori del 
suolo sono perciò relativamente buone sui colli, sui monti, e 
dove prevalgono la piccola proprietà e la mezzadria, medio- 
cri ed anche cattive nella pianura, dove troviamo affittanze 
e subaffittanze, lavori a cottimo e giornalieri, come i sottani 
del basso Eriuli e i lavoranti a opera d'altre provincie. 

L'agricoltura ha compiuto, già dissi, progressi notevoli, 
ed alcune provincie, come quella di Padova, sono veramente 
ubertose, ma la produzione non è abbondante, e specialmente 
in alcune parti della provincia di Treviso e del basso Friuli 
si trovano perfino terre abbandonate dai coltivatori che fuggi- 
rono la miseria oltre l'Atlantico. In tutta la pianura si esten- 
dono i campi coltivati a grano, specie frumento, granturco, 
e in misura assai limitata orzo, avena e segala. Ed anche sui 
monti si coltivano granturco, orzo e segala, su tutti i ripiani 
dove ha presa l'aratro, e anche più su, dove la terra non può 
esser smossa che dalla vanga La produzione media per et- 

' Sappada (Bladen) con 1322 abitanti, Sauris (Zahre) con 797 e Paluzza (Ti mani 
con 945. Così Gemona, Ampezzo, Udine, Pordenone, Cividale che si chiamavano 
€lemaun, Petsch, Waiden, Portenau, Sibidat ed altri. 



AGRICOLTURA, BOSCHI, BESTIAME 



349 



taro è inferiore a quella del Piemonte e della Lombardia, 
scendendo da 14 ettolitri a 12 pel granturco, e da 19 a 14, 
nel Trentino anche a 9 pel frumento. Vasta è la coltivazione 
dei legumi, che sale su pei declivi a notevoli altezze ; più 
in alto ancora si trovano le patate, che diedero 36 quintali 
per ettaro, nel Trentino sino a 48, e non di rado queste col- 
ture vanno tra loro commiste. 

La coltura della vite ha una grande estensione, ma non molti 
sono ancora i vigneti, essendo per lo più la vite mista ad altre 
colture \ Molti terreni, per la naturale costituzione geologica, 
sono singolarmente appropriati e danno ottimi prodotti, con le 
varie qualità di uve teroldica e schiava, negrara e marzemina, 
padovana e bianchetti, cui si aggiunsero negli ultimi anni, dopo 
l'invasione della fillossera, le qualità americane. 1 vini della 
Valpolicella e delle altre valli dell'alto Veronese, che si pro- 
ducono in grande quantità, sono i soli che reggono all'espor- 
tazione, e si diffondono persino nel Sud America; anche 
a Oonegliano si fabbricano ottimi vini bianchi e spumanti, 
mentre sono più duri in alcuni luoghi del Friuli. Nel Vicen- 
tino sono eccellenti, ma in troppo piccola quantità per costi- 
tuire veri tipi commerciali, i vini di Breganze e d'Arzignano, 
come nel Trentino si hanno pure ottimi vini di bottiglia, specie 
dopo la fondazione delle scuole di viticoltura di San Michele 
e di Conegliano 2 . La coltura dell'olivo è invece poco diffusa e 
va piuttosto scemando; quasi nulla quella degli agrumi ' ó . Il 
tabacco si coltiva nella valle del Brenta e sulle opposte pen- 
dici dei Sette Comuni e del Feltrino, e dà poco più di un 
decimo del prodotto totale del Regno ; ma non si sanno pro- 
durre le qualità più desiderate, specie di tabacco da fiuto, 
per guisa che vi è sempre piuttosto notevole il contrabbando. 
Nel Trentino la coltura del tabacco è libera soltanto nella 
Val Lagarina 4 . 

La coltura delle castagne è comune a tutte le Prealpi, e si 
vanno sempre più diffondendo e con razionali colture le frutta 

1 Dalle statistiche del quinquennio 1890-94 risulta che la vite si coltiva in 702 
comuni del Veneto, sopra 421,495 ettari, con un prodotto medio per ettaro di 2,39 
ett. e totale di 1,006,728 ett. per tre quinti rosso. Nel Trentino sono coltivati a vite 
6624 ettari. 

2 Notizie e studi intorno ai vini ed alle nve d'Italia, per cura del ministero di 
Agricoltura, Industria e commercio, Roma 1896, pag. LVIII e seg. 

3 Superfìcie coltivata a legumi 150,000 ettari, che nel 1893 diedero 140,000 etto- 
litri di seme; a patate 10,700 ettari con 36 quintali per ettaro; a olivo 3200 ettari 
con 3000 ettolitri; a castagne 16,000 ettari con 52,000 ettolitri; a canape 7500 et- 
tari con 50,000 quintali di stopia. 

4 Tabacco: 373 ettari con 356,526 chilogrammi nel 1891. 



351) 



L'ITALIA 



a granello ed a nocciuolo, che danno luogo ad una esporta- 
zione ragguardevole. Una certa estensione occupano i prati in 
tutta la regione, e sui monti, sopra ai mille metri, le malghe, 
e perciò l'industria dei bestiame è più ricca che altrove \ Il 
Veneto ha buone razze di cavalli, specie la friulana, alla 
quale non si dedicano però cure sufficienti ; da alcuni anni 
attende anche al miglioramento delle qualità del suo bestiame 
bovino ed ovino. Si contano nel solo Veneto duecento latterie 
sociali, e più che altrettante nel Trentino, e nelle due regioni 
si producono formaggio, burro, ricotte ed altri prodotti per 
più di 15 milioni di lire. In qualche luogo è molto svilup- 
pata anche la coltura dei maiali, che danno eccellenti e sva- 
riati prodotti, nè si può dir trascurata l'agricoltura. Su lar- 
ghissima scala si coltiva il gelso, al quale coteste provincie 
devono il cospicuo posto che occupano nella produzione della 
seta 2 . 

L'estensione e il prodotto dei boschi occupano nelle provin- 
cie venete un posto ragguardevole. Secondo una pubblicazione 
ufficiale del 1894, i terreni soggetti a vincolo forestale nelle 
Provincie del Regno occupavano 447,338 ettari, 55,237 sotto 
la zona del castagno, che di rado supera i settecento metri. 
Ma cotesti boschi sono assai diversamente distribuiti, perchè 
mentre ne è affatto priva la provincia di Rovigo, in quella 
di Udine e più in quella di Belluno essi superano di gran 
lunga l'estensione del terreno arabile 3 . Dove si aggiungano 
altri centomila ettari di boschi non soggetti a vincoli fore- 
stali, si comprenderà come coteste provincie si possano dire 
tra le meno povere d'Italia, ed infatti i loro boschi danno un 
reddito di 4 a 5 milioni l'anno e assai maggiore sarebbe 
senza le distruzioni dissennate e selvaggie dell'egoismo, per 

1 I prati a fieno occupavano nel 1893 550,000 ettari, quelli a erba 380,000 cou 
circa 11 milioni di quintali di fieni e foraggi. 

2 Nel 1893 quasi 10 milioni di chilogr. di bozzoli. 

3 La superficie occupata dai boschi, secondo notizie ufficiali pubblicate dal mini- 
stero d'agricoltura nel 1885 e il 31 dicembre 1894, è la seguente: 







nel 1883 


nel 1893 






146,685 


161,579 








5,325 






27,124 


20,728 






160,772 


• 162,789 






671 


671 






35,461 


32,576 








63,670 




'rotale . . 


. 430,759 


447,338 



FORESTE E MINIERE 



351 



le quali nel 1892 scomparvero le ultime traccie del bosco del 
Montello, e si mantenne a fatica il bosco del Cansiglio, un 
faggeto di oltre 7000 ettari, stimato otto milioni di lire. Del 
fitto anello di piante, che ancora al tempo dei Romani copriva e 
riparava la spiaggia, appena restano alcuni avanzi \ Anche 
nel Trentino la metà del suolo (3023 chil. quadr.) è coltivata a 
boschi, e sono per un quarto di proprietà del Governo, per 
tre quarti dei Comuni, ma questi non ne ritraggono tutti i 
vantaggi che potrebbero se fossero economicamente più forti 
e dotati di una migliore rete stradale 2 . L'opera del rimbo- 
schimento, che dà nel Veneto appena qualche segno di sè, si 
prosegue con maggior energia nel Trentino, ed ha una vera 
importanza ricostituente sopratutto nell' altipiano del Carso, 
dove già qualche nuovissima foresta abbellisce quella selvaggia 
e desolata regione calcare. Da questi boschi, oltre ai prodotti 
secondarii, si estraggono taglie, cime, tavole, cantinelle, slip- 
peri, squadrati, legname da costruzione e da ardere per le po- 
polazioni. Si utilizzano per lo più a cernita, cioè si scelgono 
le piante che più conviene tagliare, diradando le altre, si mar- 
tellano, si vendono a stima od a misura; poi, nella primavera, 
si tagliano, e tronchi e tavole si trascinano giù per le risine 
o menadori, o si fluitano nei torrenti, per raccoglierle nei ci- 
doli, formati da chiuse artificiali, dove per lo più si trovano 
le grandi seghe; ivi si formano le zattere che si conducono 
alle stazioni ferroviarie o marittime. 

Il Veneto e più il Trentino avevano una volta cospicue 
ricchezze minerarie, se questo potè esser chiamato « la Cali- 
fornia d'Europa » . Giacciono abbandonate miniere di mercurio 
a Vallalta, di galena argentifera a Vallinferna, di rame a 
Forni Avoltri, di lignite in varii luoghi. Si ha memoria che 
a Primiero nel 1464 lavoravano 3000 operai, ed il Duca del 
Tirolo percepiva ottantamila talleri d'investitura ; a Pergine 
durò sino al principio del secolo XIX il potente sodalizio 
dei Canopi, e gli statuti minerari di Trento del 1208 sono i 
più antichi d'Europa. Oggi hanno acquistata qualche impor- 
tanza le piriti per le fabbriche di concimi chimici, e ne 
vantaggiarono le miniere di Agordo, esercitate per secoli dal 

1 I prodotti dei boschi nel 1890 95 ammontarono a una media annua di 4,500,000 
lire, tratte per 2,700,000 da boschi d'alto fusto, per 1,200,000 dai cedui, e per 600,000 
da altri prodotti forestali. 

2 Dalla Statistica agricolo -forestale del Trentino, pubblicata nel 1892, risulta che per 
ogni famiglia si avevano 4 ettari di boschi, e producevano in media quasi due mi- 
lioni di fiorini Tanno di prodotti calcolati nel bosco, che triplicano ed oltre, per 
quanto sopravvanza ai bisogni agricoli, domestici e di costruzione degli abitanti. 



352 



L'ITALIA 



Governo ed ora cedute ad una società. Nel Vicentino si sca- 
vano torbe e ligniti ; anche nella zona morenica del Eriuli, 
tra San Daniele e Tarcento, si trovano vaste torbiere, nel Ve- 
ronese terre bolari, nel Trentino ligniti e piriti. Il marmo 
rosso e il nero di Predazzo, i gialli di Brentonico, i porfidi 
di San Mauro, il broccatello di Verona, il membro di Ohiampo, 
le trubiti dei colli Euganei, le colonnette basaltiche di San Gio- 
vanni Ilarione, i caolini di Vicenza, le pietre molari di Bel- 
luno, il tufo di Osopo, e specialmente le pietre dell'Istria, 
sono minerali ricercati anche lontano dalle regioni dove si 
producono. Non pochi marmi delle Alpi orientali si lavorano 
a Vienna e a Parigi, per farne caminetti ad altre rivestiture e 
decorazioni di appartamenti. Le fornaci di Villaverla, Treviso, 
Pasiano di Pordenone, Albignasego ed altri siti, sono celebri 
anche all'estero, come le fabbriche di terraglie e maioliche 
comuni ed artistiche, i vetri e i cristalli di San Giovanni 
Lupatoto, e sopratntto le conterie di Venezia e di Murano, 
che, oltre al commercio locale, alimentano da secoli una grande 
esportazione fra txitte le popolazioni selvaggie dell'Africa, 
dell'America e dell'Oceania. 

Industrie metallurgiche si esercitano ad Udine e a Verona, 
e vi si connettono le fabbriche di chiodi delle valli del Biois 
e del Posina. Ebbero maggiore sviluppo a Venezia, nel grande 
arsenale marittimo, fu già gloria e presidio della Repub- 
blica, ed ora giace poco meno che abbandonato: appena due 
o tre navi da guerra si trovano quasi sempre impostate 
nei suoi bacini di costruzione e di raddobbo. Cantieri privati 
per costruzioni navali si trovano a Venezia stessa, a Ohioggia 
ed in altri punti del litorale, ma ora giacciono poco meno 
che in silenzio per la crisi che ha colpito tutte le industrie 
marittime. Anche gli stabilimenti della Società Veneta a Ve- 
nezia e dell'Adriatica a Verona hanno una grande importanza. 
Si aggiungano le fabbriche di coltelli, di campane, di fiam- 
miferi, di concimi artificiali, di candele di cera, di lucido da 
scarpe, di lumini da notte ed altre industrie grandi e piccole, 
che contribuiscono alla ricchezza della regione. 

Le industrie tessili sono fiorenti, sebbene in grado alquanto 
minore che nelle altre due regioni dell'Italia superiore. La seta 
si lavora in più di 300 opifici, e l'industria è diffusa anche 
nel Trentino, dove fu introdotta solo nel 1416; a paragone di 
quello che era tale industria in tutta la regione intorno alla 
metà del secolo decimonono, dobbiamo riconoscerne la deca- 
denza. Vi sono cotonifici nell'Udinese ed a Venezia, cartiere a 
Rovereto, Arsiero, Lugo di Vicenza; canapifici e linifici] 



INDUSTRIE DIVERSE 



353 



importanti, tintorie e industrie dei cordami. Specialmente im- 
portanti sono i lanifìcii di Schio, diffusi in altri paesi conter- 
mini, dopo il grandioso sviluppo dato a questa industria da 
Alessandro Rossi. Sono pure numerose ed importanti le fab 
briche di pasta di legno, le concerie di pelli, le seghe di 
legname, le industrie dei mobili artistici, nelle quali vanno 
specialmente celebrate, anche in America, Vicenza e Venezia \ 
Numerosissimi operai attendono a far treccie per cappelli di 
paglia ; altrove si fanno sedie, ceste di vimini, fiori artifi- 
ciali, mentre non si riuscì a dare incremento ad una fabbrica 
di giocattoli, che era stata fondata in Asiago, e vi avrebbe 
trovato gli elementi propizii, grazie ai quali fioriscono le fab- 
briche di Val Gardena 2 . Tutte queste industrie accennano ad 
uno sviluppo progressivo, il quale ha naturalmente le sue vit- 
time, come avvenne dei giocattoli, delle ceramiche artistiche 
e di qualche altra, ma tuttavia continua e si farà certo mag- 
giore, se non sarà dissanguato dalle imposte, od arrestato da 
disastrose tariffe doganali o da inframettenze burocratiche, 
favorito, come è, dal genio naturale delle popolazioni, buone, 
parsimoniose, intelligenti, dai perfezionamenti tecnici, dall'uso 
sempre crescente delle forze naturali, che si vanno utilizzando 
su larghissima scala 3 . 

1 Secondo notizie che risalgono a più di dieci anni, ma sono le sole che si ab- 
biano complete, in tutto il Veneto vi sarebbero 86,000 operai, che utilizzerebbero 
circa 49,000 cavalli-vapore così suddivisi: 

Industrie meccaniche e chimiche . . 28,058 operai 12,700 cav. vap. 

alimentari 9,828 » 13,100 

tessili 34,492 » 16,300 

diverse 13,622 » 6,900 

2 V. Brentari, Guida di Bussano e Sette Comuni; C. Cipolla, Le popolazioni dei 
XI1J Comuni: B. Frescura, I Sette Comuni) Bonato, Storia dei Sette Comuni. 



3 11 numero degli 


operai nelle varie 


Provincie del Veneto è 


il seguent 


Belluno 


. . . 1,695 


1282 


93 


1,141 


42,11 


Padova. 


. . . 2,177 


1092 


1,086 


1,264 


5,619 


Eovigo . 


... 922 


1415 


137 


329 


2,803 


Treviso. 


. . . 1,735 


1272 


5,422 


918 


9,347 


Udine . 


. . . 4,698 


1745 


11,307 


4,043 


21,793 


Venezia 


. . . 10,077 


365 


4,568 


2,559 


17,569 


Verona . 


. . . 4,379 


1814 


1,789 


676 


8,658 


Vicenza 


. . . 2,375 


743 


10,090 


2,692 


15,900 




28,058 


9828 


34,492 


13,622 


86,000 



le forze seguenti : 

Cavalli ldr. Cavalli a vap. Altri motori 

Officine metallurgiche .... 402 125 — 

» meccaniche 796 814 65 

» per l'illuminazione . . 314 2116 32 



354 



L'ITALIA 



Ad onta delle buone condizioni agricole 1 e dello sviluppo 
industriale, il Veneto e le finitime regioni danno un contin- 
gente all'emigrazione temporanea ed alla periodica che non è 
uguagliato da alcun'altra regione d'Italia. Sino al 1885 i Ve- 
neti ed Trentini andavano nei paesi vicini, per attendere spe- 
cialmente a lavori murari, minerarii o di terra ; dopo quel- 
l'anno cominciò una emigrazione permanente verso il Brasile 
ed altre regioni dell'America, che nel 1888 raggiunse un mas- 
simo di 88,042 abitanti, e nel 1891 di 68,417; aggiungendo l'emi- 
grazione temporanea si ha un esodo di 131,834 e 134,864 abi- 
tanti, cifre spaventose, quando si pensi che in un anno solo 
emigrò, per esempio, dalla provincia di Rovigo il 7 per cento 
della popolazione, e da quella di Udine l'8 per cento! In 
alcuni comuni l' emigrazione raggiunse anche proporzioni 
maggiori, per esempio a Cremona, dove in un anno emigrò il 
quarto degli abitanti; nelle valli alpine, su alcuni terreni 
poco fecondi della provincia di Treviso si videro campi 
e abituri completamente abbandonati, e se non fossero soprag- 
giunti i terribili disinganni del Brasile e d'altri siti, non si 
sa dove si sarebbe arrestato l'esodo, determinato dalla miseria, 
ma più da ingorde e disumane speculazioni e dall'ignoranza 
dei poveri contadini 2 . 

Al 31 dicembre 1899 le provincie venete avevano una popola- 
zione calcolata di 3,156,196 abitanti, che se è poco densa nella 



Macinazione dei cereali . . 


10,114 


379 






314 






Industria della seta 


61 


1,530 


114 




2,679 


1,444 




» della canapa 


117 


214 






417 


815 




Cartiera e paste di legno. . . . 


667 


1,400 


151 




314 


217 






817 


315 






116 


119 




Tessitura di lino, canapa, juta. . 


312 


219 






16 


215 


91 




90 


217 




Fabbriche di prodotti chimici . . 


32 


15 




» di paste da minestra. 


15 


112 




» di cappelli 


8 


23 


1 



1 Area coltivata a granoturco 416,000 ettari nel Veneto e 11,838 nel Trentino : a 
frumento 298,000 e 7137 ; a riso 20,000 : a cereali diversi 36,000 nel Veneto e 
7077 nel Trentino. 

2 Emigranti dal Veneto nel 1898 : permanente 8278 temporanea 95,167 totale 103,445 

» 1899; » 4909 » 109,319 » 114,228 

Nel 1899 la media dell'emigrazione temporanea era nel regno di 559 per 100,000 
abitanti, nel Veneto di 3484, in Piemonte di 355, in Lombardia di 303. 



POPOLAZIONE, STRADE, COMMERCI 



355 



provincia di Belluno, dove si trovano appena 53 abitanti per 
chilometro quadrato, raggiunge i 163 a Venezia, i 170 a Vi- 
cenza, e i 217 nella provincia di Padova. Si aggiungano 
347,000 abitanti pel Trentino, 600,000 per Trieste, l'Istria e 
le altre regioni contermini delle Alpi orientali, e si hanno 
così più di 4 milioni di abitanti agglomerati tra la cerchia 
di queste Alpi orientali ed il corso del Po. Allo sviluppo 
giovarono i facili mezzi di comunicazione, che nel Veneto 
lasciano ben poco a desiderare, salvo sui confini, dove le strade 
sono state piuttosto trascurate, per quelle stesse ragioni stra- 
tegiche che indussero invece a costruirle a spese dello Stato 
sul confine occidentale. La rete delle strade carreggiabili del 
Regno, cui poco manca per esser completa, misura 12,500 
chilometri; le ferrovie ordinarie, complementari, economiche 
e le tram vie ne misurano 1500, e si connettono alle ferrovie 
germaniche ed austriache con le linee del Brennero, della Pon- 
tebba e del litorale italiano. 

Questo litorale ha due grandi porti, quelli di Venezia e Trieste, 
il porto militare di Pola, e gli altri minori di Tolle, Levante, 
Falconerà, Lignano, Oapodistria, Pirano, Parenzo, Rovigno, 
oltre ai porticcioli numerosi di cui sono pieni i litorali dell'I- 
stria. Dopo esser stato in gran flore al tempo della Repubblica, 
il commercio di Venezia segnò una continua decadenza, e solo 
da alcuni anni si nota qualche progresso. A Trieste dedica 
tutte le sue cure il vicino Impero, e perciò il suo maggior 
porto lotta con successo con quello di Venezia e batte la no- 
stra bandiera su tutti i mari d'Oriente. 



In cosifatto territorio dovevano sorgere numerosi i centri 
abitati, sebbene in varie zone le popolazioni si trovavano 
esposte alle continue minaccie delle invasioni straniere e della 
furia degli elementi. Così nella vasta pianura traversata dal- 
l'Adige, e fra il suo corso e quello del Mincio, indarno le po- 
polazioni pacifiche delle campagne consacravano agli Dei in- 
fernali il passo del Brennero e si affaticavano a metterlo sotto 
la protezione delle tribù limitrofe; le orde guerriere d'oltre - 
monte non si arrestavano davanti alle are dei Numi, e spesso, 
come un fiume che supera l'argine troppo basso, scesero dila- 
gando nelle pianure d'Italia, mettendo a ruba le città, fa- 
cendo orrenda strage degli abitanti. Nessuna regione della 
terra fu più copiosamente bagnata di sangue.' Pino nell'ultima 
metà del secolo decimonono, gli sbocchi dell'alta valle del- 
l'Adige furono il principale teatro delle battaglie combattute 

L'Italia. 45 



356 



L'ITALIA 



pel possesso dell'Italia. Non una città, non un villaggio di 
quel piccolo distretto, che non sia tristamente celebre nella 
storia dell'umanità : là si trovano i campi di battaglia e di 
morte di Castiglione, di Lonato, di Rivoli, di Solferino, di 
Oustoza. Quando gli Austriaci possedevano il Lombardo-Ve- 
neto, aveano curata la fortificazione degli accessi della gran 
porta dell'Adige, con le quattro formidabili fortezze, dette del 
quadrilatero, Verona, Peschiera, Mantova e Legnago, e con 
molte altre costruzioni meno importanti : erano quelle « le 
chiavi di casa » . L'Italia ridivenuta indipendente le ha ri- 
prese ; allora la porta era chiusa ad essa, ora lo è all'Austria. 

Le stesse condizioni del suolo che attribuivano un'importanza 
strategica agli sbocchi delle Alpi e degli Apennini dovevano 
assegnare ad essi un posto importante nella storia del com- 
mercio : le piazze forti, come le città di scambio, non potevano 
collocarsi che sul declivio dei colli, le une per custodire gelosa- 
mente i passi, le altre invece per accogliere i viaggiatori e le 
mercanzie sorgenti di loro ricchezza. Tuttavia, non trovandosi 
troppo bene vicini genio militare e commercio, gli empori i di 
scambio si sono per la maggior parte collocati in modo da 
godere dei vantaggi forniti dalle grandi vie naturali del commer- 
cio, pur evitando le molestie e i pericoli onde sono sempre se- 
guite la guerra e la pace armata. Sulla frontiera orientale, come 
è oggi segnata, i pericoli sono ancora più grandi; dal tempo 
dei Romani a Napoleone si riconobbe sempre l'importanza della 
linea delle Alpi Giulie e la necessità di difendere su di esse 
la penisola italiana. 

La più importante città delle provincie venete, la più de- 
caduta da un lungo passato di glorie e di potenza, e insieme 
una delle più caratteristiche ed ammirate del mondo intero è 
Venezia, la « regina dell'Adriatico » . Contro l'opinione comune, 
è città antichissima. Alcuni avanzi di costruzioni romane tro- 
vati nell'isola di San Giorgio, sotto il livello del mare, e citati 
come testimonianza del curioso fenomeno del graduale innal- 
zamento della laguna veneta, provarono che i fangosi isolotti 
del golfo erano popolati prima dell'invasione barbarica ; co- 
teste terre a metà sommerse servivano di naturale rifugio 
alle popolazioni del litorale, perchè adatte ad essere sicuri 
emporii del commercio. Più tardi, fuggendo le irruzioni dei 
Barbari, alcuni abitanti delle terre finitime cercarono dapprima 
il temporaneo rifugio dei disperati nelle isolette della laguna, 
e dalla metà del secolo sesto vi si ordinarono a stabile go- 
verno coi tribuni del mare. A comporre le discordie tra questi 
e le gare tra le isole, vollero un dux supremo, eletto da tutto 



ORIGINI E SVILUPPO DI VENEZIA 



357 



il popolo; per quasi mezzo secolo s'alterna con un maestro 
dei militi, e nel 472 apre la serie dei Dogi, durata più d'un 
millennio. Le discordie civili, attizzate da Longobardi, da 
Franchi, da Bizantini, chetarono solo quando la sede del Go- 
verno fu portata a Rialto, l'isola che poco appresso, cresciuta 
di popolo, di edifici, di ricchezze, diventò il vero nucleo di 
Venezia. La natura dei luoghi e la condizione dei tempi edu- 
carono gli abitanti a vivere ed a combattere perpetuamente 
sul mare, per allargare i loro commerci o per vendicare le 
spose rapite dagli Siasi, per assicurarsi il possesso dell'Istria, 




LEONE DI s.\\ MARCO A VENEZIA. 



baluardo d'Italia, o per liberare dai pirati il mare che il Doge 
sposava nell'annuale solennità, immortalata dal Tintoretto, 
della festa dell'Ascensione. Così Venezia crebbe di potenza e 
di ricchezza; aiutando i Greci contro i Saraceni e contro i 
Normanni conseguì nuove franchigie commerciali, e fece del- 
l'Adriatico un suo lago; gettandosi cautamente nelle crociate, 
acquistò una incontestabile preminenza in tutto l'Oriente. 
Sottratta al popolo l'elezione del Doge, istituiti il Maggior 
Consiglio e la Signoria, la Repubblica diventa intorno al 1170 
una schietta aristocrazia. La città cresce di forza, di splen- 
dore, di autorità quando papa Alessandro III vi scende ad 
accordi con Barbarossa, ed Enrico Dandolo conquista Costan- 
tinopoli, infeudando alla Repubblica il trono dei Comneni e 



358 



L'ITALIA 



dei Paleologi. Con la « Serrata del Maggior Consiglio » l'a- 
ristocrazia, che già era venuta limitando il potere del Doge, 
diventa oligarchia vera, e tale perdura sino alla fine. 

Venezia era ormai unica al mondo, colle industrie fiorenti, 
colle flotte poderose, coi vasti commerci, colle feste che rin- 
vigorivano il corpo od infiammavano il cuore. La « perla 
delle acque » cominciava ad abbellirsi di monumenti, la piazza 



X. 52. — VENEZIA E DIXTOKNI. 




0?5 Ovest d i Roma 
Scala d/ 1. j foo.ooo 

0 12 3 4-56 



di San Marco si vantava già la più bella del mondo, il pa- 
lazzo del Doge era una meraviglia, e sulle pareti della « bella 
chiesa » gii stranieri venivano a leggere i fasti della Repub 
blica. La diplomazia di Venezia andava famosa nel mondo; 
Marco Polo rivelava l'estremo Oriente, Marin Sanudo pub 
blicava i suoi Diarii, Francesco Petrarca salutava la città 
« porta del genere umano, unico albergo di libertà, di giu- 
stizia, di pace, e meglio che dal mare onde è cinta, dalla 
prudente sapienza dei figli suoi munita e fatta sicura > . 
Alcune congiure di popolo e più quella del doge Marin Fa- 



VENEZIA SUL MARE E IN TERRAFERMA 



359 



liero fecero avveduta l'aristocrazia a porre a sè medesima quel 
gran freno che fu il Consiglio dei dieci. Le sciagurate guerre 
con Genova stremarono le due Repubbliche; Curzola, Anzio, 
Chioggia diventarono nomi di vittorie fratricide, mentre, con- 
trastata sul mare dai Turchi, sedotta al continente dal costi- 
tuirsi delle altre Signorie, anche Venezia diventò potenza terrestre 




LA SCUOLA DI SAN MARCO IN VENEZIA. 



ed acquistò a poco a poco tutto il Veneto, più Brescia, Ber- 
gamo e Cremona (1338-1499). Costituì così quella che Carlo 
Cattaneo chiama « una nobile amicizia di popoli », sebbene 
qualche pagina della storia di Venezia in terraferma appaia non 
scevra di perfidie, quando il pensiero ricorre ai Carraresi, al 
Carmagnola, ai Eoscari, e già si notino i segni della trasfor- 
mazione in oligarchia sin dall'istituzione del libro d'oro. 
Ma a quei tempi la potenza di Venezia aveva ancora robuste 



360 



L'ITALIA 



fondamenta. Situata in una regione intermedia, separata dal mare 
coi lidi, dalla terra ferma cogli estuari e coi tratti palu- 
dosi, Venezia aveva l'inestimabile privilegio, durante le con- 
tinue guerre che infestavano l'Europa, d'essere quasi inattac- 
cabile da qualsiasi nemico venuto dal continente o sbarcato 
dal mare. Dal canto suo, poteva a bell'agio inviare spedizioni 
commerciali o militari su tutte le spiaggie del Mediterraneo 
per fondarvi emporii, fondachi, fortezze, colonie. Di tutte le 
repubbliche commercianti d'Italia fu quella, che, dopo tante 
lotte sostenute col più ardente patriottismo, diventò la più 
potente e la più ricca, come aveva la posizione più favore- 
vole per la facilità degli scambi. Disponendo dei vantaggi 
d'una marea più alta di quella della maggior parte dei pa- 
raggi mediterranei, Venezia si trova quasi al centro delle 
regioni che nel medio evo costituivano il mondo commerciale; 
inoltre la posizione che essa occupa all'estremità dell'Adria- 
tico, non lungi da quella porzione delle Alpi dove le mon- 
tagne sono più basse, fra gli altipiani dell'Illiria e le creste 
nevose della Oarinzia e del Tirolo, le agevolava le comuni- 
cazioni con tutti i mercati della Germania, delle Fiandre, 
della Scandinavia A contatto con genti d'ogni paese, il Ve- 
neziano non odiava alcun straniero ; accoglieva gli Armeni e 
si alleava, occorrendo, perfino col nemico ereditario, il Turco. 

All'epoca delle crociate la repubblica di Venezia era il più 
rispettato fra gli Stati d'Europa, quello che, scevro di ogni 
fanatismo religioso, aveva la missione politica più imparziale, 
i cui ambasciatori godevano maggiore autorità. Ma siffatto 
prestigio era sostenuto da una enorme potenza materiale. Ve- 
nezia possedeva fino a trecento navi da guerra, montate da 
trentaseimila marinai, e le ricchezze acquisite col legittimo 
commercio, a mezzo di tributi, o per via di conquista, ven- 
nero ad accumularsi nei suoi duemila palazzi e nelle sue due- 
cento chiese; uno solo dei suoi isolotti sarebbe bastato a com- 
perare un regno dell'Africa o dell'Asia. Sovra un fondo di 
limo, dove un giorno il pescatore posava con precauzione la 
povera capanna di vimini, era sorta una città sontuosa, la più 
bella dell'Occidente. Intere foreste di larici, tagliati nelle Alpi 
venete e nelle montagne della Dalmazia, aveano servito a 
consolidare il suolo; più di quattrocento ponti di marmo riu- 
nivano i vari isolotti, con una retedi vie e di piazze; superbe 
dighe di granito, costruite ausu romano, ocre veneto, « con l'oro 
di Venezia e l'audacia di Roma » difendevano la meravigliosa 
città contro i furori del mare. Lo splendore dell'industria e 
le magnificenze dell'arte contribuivano a fare di Venezia la 
bella una città senza pari. 



VENEZIA E LE SCOPERTE GEOGRAFICHE 



361 



Le scoperte geografiche, alle quali Venezia stessa avea 
partecipato coi suoi navigatori e colle sue flotte, portarono un 
colpo decisivo alla potenza della città regina. Il Mediter- 



N. 53. — l'estuario veneto. 



12° 2o' dot. <W~^c£ 



1 Carpenti 




to di Chioggia 2t 

a 18 



\1° io CT^jd^vob 



Dalla Carta dell' ufficio idrografico della R. Marina. 

alg, alga — c, conchiglie - cri, corallo — f, fango — r, roccia — s, sabbia. 
Le altezze e le profondità sono espresse in metri e ridotte al livello medio delle acque. 



raneo non fu più il mare commerciale per eccellenza, e la 
circumnavigazione dell'Africa, la scoperta del Nuovo Mondo 
trasportarono la sede dei grandi commerci sulle rive del- 



362 



L'ITALIA 



l'Atlantico boreale. Venezia era ormai condannata a decadere; 
la via delle Indie non era più sua e dal lato d'Oriente la potenza 
crescente dei Turchi imponeva brevi limiti al suo mercato. 
Tuttavia la Repubblica disponeva ancora di tali mezzi e la sua 
organizzazione era così forte, che potè mantenersi indipen- 
dente per più di tre secoli, anche dopo la perdita dei suoi 
emporii commerciali. 

Così Venezia aiutò Enrico IV, resistè eroica agli anatemi 
dei Pontefici ed alle insidie spagnuole, affrontò da sola, per 
un quarto di secolo, nella leggendaria guerra di Oandia, tutta 
la furia ottomana. Ma l'ostinata e forse necessaria neu- 
tralità disarmata in terraferma le procurò gli oltraggi e i 
danni delle tre guerre di successione, che furono combattute 
anche sul suo territorio. Crescevano le civili discordie, nono- 
stante l'oppressione del popolo, che la stampa, più che altrove 
libera e diffusa, educava alle idee nuove ; e sebbene evidenti 
fossero i segni della decadenza, si costruivano i Murazzi, si 
cercava di rialzare l'industria, avvivare il commercio, prepa- 
rare nuove riforme dei codici, e si entrava senza audacia e 
senza paura nella via delle riforme. Ma nulla valse a salvarla 
dalla invasione del *Bonaparte che, per « spezzare le catene del 
popolo > , portò a Venezia prima le rapine dei suoi, e preparò 
il giogo dell'Austria; il popolo pagò la breve illusione di libertà 
col mercato di Oampoformio. Il grido di « Viva San Marco » 
si spense nell'avvicendarsi delle signorie straniere, e la deca- 
denza della città fu profonda, come era stata meravigliosa la 
sua grandezza. 

Nel 1840 Venezia aveva meno di centomila abitanti, alcuni 
palazzi cadevano in rovina, l'erba cresceva sulle sue piazze, le 
alghe ingombravano i canali ; in quell'epoca comparve anche la 
malaria, e si videro le sue donne « assise, dove non batte sole, lan- 
guir come viole, al sol recise », e i suoi figliuoli « gialli di 
febbre estiva, trar faticando a riva, una vii rete » 1 . Nondi- 
meno nel 1849 i suoi figli seppero rinnovare le prove dei 
Dandolo e dei Morosi ni, e tra le stragi del colera e della 
fame, nel memorabile assedio, rifiorirono le glorie più pure 
di Oandia e di Rodi. La libertà e l'indipendenza, che le furono 
restituite nel 1866, diedero a poco a poco a Venezia nuovo vigore di 
vita. Già la città era stata collegata al continente col ponte 
della ferrovia, uno fra i più meravigliosi del mondo, di 222 
archi, lungo oltre tremilaseicento metri. Ed ora manda di- 
rettamente le derrate e le mercanzie ricevute dall'interno ; il suo 

1 Zanella, poesie, A Venezia. 



VENEZIA MODERNA 



365 



porto, senza avere il movimento di quello di Trieste, specie dopo 
esser stato privato della franchigia che lo metteva in grado 
di far concorrenza alla rivale istriana, dà vita tuttavia ad un 
commercio di cabotaggio e di scalo assai notevole, specie 
dopo che il vapore andò grado a grado sostituendosi alla vela : il 
movimento delle navi corrisponde press'a poco alla metà di 




VENEZIA. — IL PALAZZO DUCALE. 
Uà una fotografia dello stabilimento Alinari di Firenze. 



quello del porto di Genova \ La fabbricazione degli specchi, 

I 11 movimento del porto di Venezia era nel 1865 di appena 499,000 tonnellate. Nel 
1871 era già aumentato a 743,000 tonnellate, con 5180 navi. Nel 1890 si ebbe un 
tonnellaggio di stazza di 976,820, con 950,917 tonn. di merci sbarcate e nel 1895 ar- 
rivarono per operazioni di commercio : 

Piroscafi nazionali 468,699 stranieri . . . 782,560 

Velieri 84,284 » ... 30,038 

Totale tonnellaggio di stazze . 1,365,581 merci sbarcate . 1,252,556 

II valore degli scambi per terra e per mare, che era nel 1869 di 514 milioni, 
aumentò ad oltre un miliardo nel 1900. 

Nel compartimento marittimo di Venezia al 31 dicembre 1899 erano inscritti 892 
velieri, di cui uno solo superiore a 500 tonnellate, per complessive tonn. 21,644; 
due velieri con scafo in ferro di 550; 23 navi a vapore di 15,024 tonn. e 1653 
cavalli. 

V Italia. 46 



366 



L'ITALIA 



dei merletti, dei mosaici, dei mobili, ed altre industrie rinvi- 
goriscono di nuova vita Venezia e le vicine città delle lagune, 
migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione dei vetri 
smaltati e di quelle conterie multicolori, che si mandano in 
tutte le parti del mondo e servono di moneta in certe con- 
trade dell'Oriente e nel centro dell'Africa. Sebbene inferiore 
per popolazione ed attività industriale a quello che essa era 
un giorno, Venezia serba ancora tutto ciò che la fa tanto 
amare dagli artisti e dai poeti: il dolce clima, il bel cielo, la 
vita gioconda, le feste, i monumenti, le ammirabili tele dei 
suoi grandi maestri. 

Il Canal Grande o Canalazzo, che attraversa la città dalla 
stazione della ferrovia serpeggiando sino alla Riva degli Schia- 
voni, sviluppa la sua curva tra due file di palazzi meravi- 
gliosi. La maggior parte sono del medio evo, con le finestre 
gotiche coronate di trilobi, coi balconi tralicciati di rosoni e 
di fiori, in tutto il lusso della fantasia gotica ; altri del Rina- 
scimento si innalzano col triplice colonnato sovrapposto alle 
pietre dell'Istria; parecchie facciate hanno tinte rosee e i loro 
arabeschi sembrano merletti di Burano ; su altri il tempo ha 
disteso la sua vernice grigia e uniforme. Già presso la sta- 
zione, San Simeone Piccolo ricorda il Pantheon di Roma ; 
oltrepassato il ponte di ferro, la chiesa degli Scalzi dispiega 
le maggiori aberrazioni del barocco, e il fondaco dei Turchi, 
ristampato sull'antico stile italo bizantino con merli arabi, ac- 
coglie il Museo civico, dove si radunarono stampe, disegni, me- 
morie patriottiche, bronzi artistici, armi e bandiere della re- 
pubblica, avori e intagli in legno, portolani, manoscritti, es- 
plorai, medaglie, ritratti, smalti, mosaici, vetri, porcellane, di- 
pinti. Quasi di fronte sorge il palazzo Vendramin-Oalergi, nel pu- 
rissimo stile del Risorgimento, costruito su disegno di Pietro 
Lombardo, il più fastoso ornamento del Canal Grande. Gran- 
dioso nel suo barocco è il palazzo Pesaro, come la Cà d'Oro 
è la più ornata e leggiadra costruzione dello stile archiacuto, 
una volta incrostata di dorature, ora restaurata in tutta l'antica 
purezza. Lasciata sulla destra la Pescheria, dove ferve la vita 
popolare del mercato, fra il palazzo dei Camerlenghi dalle 
svelte proporzioni, ed il Eondaco dei Tedeschi, coi prospetti 
semplici e regolari, che Tiziano e il Giorgione decorarono di 
freschi stupendi, non risparmiati dal tempo, si dispiega l'arco 
marmoreo del ponte di Rialto, unico, sino al 1854, che attra- 
versasse il Gran Canale e fiancheggiato da botteghe. Oltre il 
ponte, i palazzi si succedono sempre più fitti: Manin, colla 
sede della Banca d'Italia, Bembo, Dandolo, dimora del glo- 



VENEZIA, RIALTO, CANAL GRANDE 



367 



rioso doge, Loredano, Farsetti ora del Municipio, Griinani il 
capolavoro del Sanrnicheli, che accoglie la Corte d'appello, 
Corner-Spinelli un altro gioiello del Rinascimento, e di fronte 
Pisani, Tiepolo ora Papadopoli, Bernardo che accoglie la fab- 
brica di mosaici del Salviati, Grimani, Cappello. Seguono an- 
cora sulla sponda destra i palazzi Mocenigo, dove visse 
Bvron, Contarmi adorno di trofei, e poi una casa che di pa- 




VENEZIA. — IL PONTE DI RIALTO. 
Da una fotografia dei fratelli Alinari di Firenze. 



lazzo ha solo le fondamenta perchè la Repubblica non con- 
sentì al Duca di Milano di continuarne la costruzione ; i pa- 
lazzi Cavalli e Barbaro di stile gotico, Corner della Cà Grande 
opera del Sansovino, Contarini-Fasan la leggendaria casa della 
vaga e infelice Desdemona, Emo-Treves del Longhena, poi la 
Zecca, i giardini del palazzo reale, e sulla sinistra i palazzi 
Pisani e Foscari gotici, Rezzonico e Contarini degli Scrigni 
della fine del Rinascimento, Venier. Infine, eretta sulle acque 
come uno splendido e strano corallo biancastro, Santa Maria 
della Salute, colle sue cupole, le ricche sculture, il frontone 
carico di statue. 



368 



L'ITALIA 



Già dalla punta della Salute, presso alla dogana, si scorge 
la piazza di San Marco, unica al mondo. Lunga un po' più 
di 175 metri e larga 57 per vieppiù allargarsi a 82 verso la 
facciata della chiesa, tra due file di portici e di palazzi, dis- 
piega nel magnifico quadrato la sua foresta di colonne, con i 
capitelli corinzii, le statue, innumerevoli, il nobile e vario ordine 
delle classiche forme. Alla sua estremità si innalza la Basilica bi- 
zantina con larga mistura di gotico, colle guglie acute e le cupole 
scintillanti d'oro, con gli archi adorni di figurine, i portici pieni 
di colonnine, le volte coperte di mosaici, i pavimenti incro- 
stati di marmo; strano e misterioso santuario, moschea cri- 
stiana e chiesa bizantina, dove nell'ombra rossastra piovono 
fasci di luce. A pochi metri, isolato, eretto come l'albero d'un 
bastimento, il campanile si innalza al cielo, quasi per annun- 
ciare lontano ai viaggiatori del mare le feste ed i lutti della 
Dominante. Ai piedi gli è come appiccicata la loggetta del 
Sansovino, stupenda fioritura di statue, di bassorilievi, di 
bronzi, di marmi. Si ammirano le colonne quadrangolari recate 
da San Giovanni d'Acri, la quadriga dei cavalli di bronzo 
portata da Costantinopoli, le due colonne che reggono alla cima 
il coccodrillo e il leone alato della Repubblica, la scalea di 
marmo, dove s'allinea tutta la flottiglia nera delle gondole. 
Sull'orizzonte, lunghesso la Riva degli Schiavoni, si scorgono 
alberi di navi, cupole di chiese, canali che s'addentrano fra 
le case, il bellissimo monumento a Vittorio Emanuele, e nel 
fondo gli alberi del pubblico giardino. Ma le meraviglie lontane 
non distolgono lo sguardo attonito da quella che s'erge d'ap- 
presso, il Palazzo ducale, una fila di robuste colonne, che ne 
sorregge una seconda leggera, un merletto di volte, di orna- 
menti, di colonnine, sopra il quale s'eleva un muro massiccio 
di marmi bianchi e rossi coronato da una cornice di pira- 
midi, di guglie, di festoni,- che fanno pensare ai più strani 
fiori dei tropici, dominata dalle punte aguzze delle foglie lan- 
ceolate. 

Al di dentro, gli occhi sono abbagliati, appena dalle due ci- 
sterne si alzano a contemplare le quattro facciate, brillanti di tutta 
la giovinezza del Rinascimento. E un popolo di rilievi, di figure 
ornate, di colonnine, d'arabeschi, di statue, colossi pagani e figure 
bibliche, le forme reali e gracile tte degli scultori del secolo XV, 
e quelle agitate e muscolose uscite dagli scalpelli dei contem- 
poranei di Michelangelo. I marmi preziosi delle scale, gli 
stucchi delicati, i capricci eleganti degli svariati loro arabeschi, le 
armature ed i geroglifici, i grifi e i fauni, i fiori fantastici e 
le caprette maliziose, tutta una profusione di piante poetiche 



VENEZIA 



369 



e di animali saltellanti, sono le opere più meravigliose del 
Rizzo e del Sansovino. Ohi sale la scala magnifica nel vol- 
gare abito nero dei moderni, pensa malinconicamente come 
dovevano esservi meglio a loro posto le zimarre di broccato 
di seta, le pompose dalmatiche, le tiare ed i costumi bizan- 
tini, e tutte le signorili magnificenze per le quali erano fatti 
quei marmi. In capo alla scala s'aprono le sale dove il Tin- 
toretto e il Veronese, Tiziano ed il Palma coprirono di ca- 
polavori le mura e le volte, di cui Palladio, Scamozzi, San- 
sovino fecero i disegni e gli ornati. E vi si accolgono i trofei 
più gloriosi che siano al mondo ; navi dalle prore ricurve come 
colli di cigno, galere, stendardi fluttuanti, ricordi di mischie 
orrende, dove s'urtano Greci, Saraceni, Illirici, corpi nudi ab- 
bronzati dal sole e contorti nella lotta disperata, stoffe rica- 
mate d'oro, armi cesellate, sete costellate di perle, tutta la 
strana e confusa profusione delle pompe lussuose ed eroiche 
che cotesta storia, unica al mondo, ha portato da Zara a Da- 
ni ietta, da Bergamo ai Dardanelli, con le grandi nudità delle 
dee allegoriche, le erculee virtù del Pordenone, tutto un trionfo 
di forza virile, di energia attiva, di gioia dei sensi, coi due 
quadri, uno, il più grande del mondo, il Paradiso del Tinto- 
retto, l'altro, la maggior pompa del colorito, il Trionfo di Ve- 
nezia di Paolo Veronese, dopo i quali bisogna chiuder gli 
occhi, lasciarsi cullare dalle molli ondulazioni della gondola, 
e sognare tutto un passato di grandezza e di gloria 1 . 

La città è tutta piena, infatti, di monumenti, di memorie, 
di bellezze. Si può navigare nei suoi canali e nei suoi rii, per- 
dersi nelle calli, arrestarsi sui campielli, o lunghesso le fonda 
menta, e dapertutto l'occhio ammira, la mente ricorda 2 . L'Ac- 
cademia apre le venti sale piene di capolavori della scuola 
veneziana e d'altre d'Italia; le Mercerie sono continuamente 
animate dal movimento più intenso della vita cittadina ; le 
chiese di San Salvatore, della Madonna dell'Orto, dei Gesuiti 
sono tra le più belle del quartiere settentrionale, come dell'o- 
rientale Santa Maria Eormosa, col celebrato quadro di Palma 
il Vecchio, San Zaccaria, Santa Maria dei Miracoli, San Gio- 
vanni e Paolo, l'antica chiesa gotico-italiana, seconda solo a 

1 Scrissero di Venezia, tra moltissimi: Geuter, Venedig, 3 ediz., Darmstadt 1899 
Bergenroth, Ein Ausflug nach Venedig, Zurich 1899 ; R. Fulin, P. G. Molmenti' 
Guida artist ica e storica di Venezia, Venezia 1881; Yriarte, Venise ; Cantù C, Il- 
lustrazione del Lombardo -Veneto, voi. II, Venezia, ecc.; Romanin, Storia veneta, Fi- 
renze 1885; Battistella, La Repubblica veneta, Bologna 1897; Ruskin, Venezia 
Howells, Venetian Life. 

2 Taine, Voyage en Italie, Paris 1871, II, 259. 



370 



L'ITALIA 



San Marco dove si celebravano le esequie ed è la tomba dei 
dogi. Ivi presso è la Scuola di San Marco, col vasto ospedale 
civile, e la statua del Oolleoni modellata dal Verrocchio, che 
Burckhardt reputa il più grande monumento equestre del 
mondo. La porta dei leoni adduce all'arsenale, fondato nel 1104, 
che accoglie due o tremila operai dove lavoravano sino a 
ventimila; giardini pubblici servono al diletto della popola 
zione e alle moderne esposizioni di belle arti. La chiesa dei 
Erari è tra le più belle di Venezia, e le trecento sale del vicino 
Archivio contengono 14 milioni di documenti risalenti sino al 
secolo IX. Ancora memorabili sono la scuola di San Rocco, 
le chiese di San Stefano, di San Giorgio Maggiore, del Reden- 
tore, l'isola di San Lazzaro col convento dei mechitaristi Ar- 
meni, quella di San Servolo e San Clemente coi manicomi 
affollati, quella di San Michele col camposanto, ed il Lido 
coi forti inutili, i poderosi murazzi e lo stabilimento dei bagni, 
dove nei mesi estivi si affolla il mondo elegante e chiassoso 
accorrente dalle vicine provincie. 

Più lontano sorgono dalla laguna le altre isole, e prima 
Murano, con le celebri officine vetrarie, dove l'arte moderna 
emula oggi i prodigi più meravigliosi dell'antica, raccolti in un 
museo, insieme alle monete coniate già dal libero comune ed 
agli altri ricordi delle sue glorie. Una povera isola è invece 
Mazzorbo, l'antica Mqjurbium, con pochi abitanti che vivono 
della coltura degli orti, unita da un ponte a Burano, popola- 
tissima isola di pescatori, celebre per i merletti, dei quali fu 
ristampata di recente la classica industria e si hanno prodotti 
che gareggiano coi più belli dell'antichità, raccolti nella sua 
chiesa. Torcello, una delle prime isole abitate dai fuggenti 
l'ira di Attila, che vi innalzarono subito le torricelle della 
patria perduta, fu già potente, e potè erigere nel suo Duomo 
uno splendido monumento dell'arte; ma poiché le acque mu- 
tarono corso e la invasero le febbri palustri, decadde a povero 
villaggio e vive, si può dire, dell'industria dei forestieri. San 
Spirito, Poveglia, Malamocco, Portosecco sono abitate da or 
tolani e da pescatori, al pari di Pelestrina, forse le Fossae 
Pìiilistinae di Plinio, le cui donne lavorano merletti di refe, 
men leggiadri però che a Burano. All'estremità della laguna 
Ohioggia, fondata avanti Venezia, devastata durante la guerra 
coi Genovesi, è abitata in gran parte da pescatori; le sue donne 
indossano ancora alla domenica il costume antico, ed hanno 
lo scilinguagnolo sciolto immortalato nelle Barufe chiozòtte 
di Carlo Goldoni , ed il tipo riprodotto nei quadri di 
tanti pittori. L'estrema popolazione veneta si raccolse a Cavar- 



CHIOGGIA, CAVARZEKE, MESTRE, DOLO, MIRANO 371 

gere (Capo d'Arzine) ed il paese fa già fiorente per le cam- 
pagne e le selve che lo circondavano. 

Una gran parte del territorio di Venezia è coperta dalle 
acque della laguna, le quali, in non pochi luoghi abitati, de- 
terminano febbri palustri ed altrove sono foggiate a valli da 
pesca, dove la piscicoltura potrebbe avere sviluppo molto più 
grande. Anche nella terra ferma non mancano povere capanne, 
e troppo vaste estensioni di terre si locano a pochi contadini, po- 
veri di animali, sì che l'agricoltura vi ha poco sviluppo. Mestre, 
fondata da un leggendario condottiero deiMeonii, certo contem- 
poranea di Aitino, fu or libera, or soggetta a vari signori, ma 
più durevolmente podesteria di Venezia, ed ha tra le sue fra- 
zioni Marghera, col forte difeso con tanto valore contro la 
rabbia austriaca nel 1849. Lunghesso le belle strade, la Oa- 
puccina, la Castellana, il Terraglio, sorgono numerose le ville 
dei signori di Venezia, popolate di statue, fra giardini e bo- 
schetti incantevoli; celeberrima è quella dei Grimani a Martel- 
lago, elegante e signorile ritrovo fino al principio del se- 
colo XIX. Tutto circondato di ville è Dolo, grossa e non an 
tica borgata, dove la Brenta si divide in due rami. Il fiume 
glorioso nei sonetti degli abati cicisbei, quando per la sua cor- 
rente scendevano i burchielli pieni di musiche e di piaceri, ha 
ora l'aspetto umile d'un canale dove guazzano le anitre a 
frotte. Alcune ville sono in rovina coi muri di cinta abbat- 
tuti, altre restaurate da zente refada, cioè con pessimo gusto, 
ma dovunque, nei frutteti, nelle vigne, tra i cavoli argentati, 
in mezzo ai pascoli, sui cumuli di concime, sotto i pagliai, 
alla soglia dei tuguri, s'alzano le statue superstiti, bianche, gri- 
gie, gialle di licheni, verdastre di muschi, maculate, Iddii, 
Eroi, Ninfe, Stagioni, con gli archi, con le saette, con le ghir- 
lande, con le cornucopie, con le faci, con tutti gli emblemi 
della ricchezza, della voluttà, della potenza. Splendida è ancora 
Stra, la villa che fu dei Pisani, colle sale immense istoriate 
dal Tiepolo. Alla Mira è venuta via via crescendo una grossa 
borgata industriale, con la celebre fabbrica di candele stea- 
riche, mentre la Malcontenta, decaduta dall'antica importanza, 
non è più la piazza che era stata copiata dall'antica di San 
Marco: importanti comuni sono anche Oamprugara e Oam- 
polongo. 

Abbastanza importanti per la popolazione, per l'agricol- 
tura, per le molte ville onde sono adorni, sono i comuni del di- 
stretto di Mirano, che sino al 1853 erano uniti alla provincia 
di Padova. Il capoluogo, sovente preso e ripreso, ebbe molto 
a soffrire nelle guerre frequenti, e si divide in venti ville : 



372 



L'ITALIA 



Salzano ha le rovine di un antico castello e qualche indu- 
stria fiorente; bellissimi avanzi del suo vecchio castello con- 
serva anche Noale, che fu dei Tempesta ; nel centro di esso, il 
campazzo, si tiene un mercato di bovini, e nella loggia pubblica, 
ristaurata secondo l'antico stile gotico, quello dei cereali, am- 
bedue importanti. Stigliano fu castello fortissimo, fondato forse 
da una gens Ostilia o Sestilia ; Sala ha un palazzo con qua- 
ranta colonne di preziosi marmi, tratte quasi tutte dalle ro- 
vine dei monumenti di Roma. San Dona, distesa in lunga 
contrada sulla Piave, fu già feudo di nobili famiglie venete, 
ma ben altra importanza ebbe in quei luoghi Aitino, città ro- 
mana, dove sorsero are al Dio Beleno e morì l'imperatore Lucio 
Vero. Columella e Marziale lodano le sue frutta, e vi sorsero 
palazzi e terme, distrutte prima dagli Unni, poi da Alboino, 
sì che per secoli sarebbe stato dimenticato persino il nome 
della città, senza le leggende di fatati tesori sepolti sotto le 
sue rovine, di streghe e demoni vagolanti fra esse. Certo per 
secoli se ne trassero vasi, monete, marmi, colonne, sino a che le 
acque dei fiumi ed i flutti marini s'incontrarono per for- 
mare una vasta palude, bonificata nel secolo XIX. Città morte 
del pari sono Equilio, Eine, Eraclea, che fiorivano ai tempi 
dei Romani tra orti e pinete, e scomparvero nel doppio 
tormento del ferro dei barbari e delle invasioni delle acque : 
sulle loro rovine sorge probabilmente Cavazuccherina. Porto 
gruaro è stata fondata nel 1140 da negozianti che conduce- 
vano sul Lemene le loro merci e lì fabbricarono le prime 
case ; poi ebbe fondachi per i mercatanti stranieri, palazzi, di cui 
pittori celebrati dipinsero a fresco le mura, e la città con- 
tinua ad essere un centro importante 1 . Decaduta è invece Con- 



1 I comuni della provincia di Venezia che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti sono i seguenti: 





6,964 


Mirano 


8,015 


Campolongo maggiore . 


. 3,884 




3,756 


Camponogara .... 


. 3,069 




4,721 




3,103 




3,735 


Cavarzere 


17,270 




s,43i 


Cavazuccherina . . . 


. 3,455 


Portogruaro 


9,386 


Chioggia 


. 29,236 




3,341 




. 3,929 




8,576 


Concordia Sagittaria 


. 2,943 


San Michele al Tagliamento 


5,061 


Dolo 


6,475 


Santa Maria di Sala ... 


5,309 




3,302 




4,387 




3,311 


Scorzò 


4,988 




9,950 




131,695 




. 9,583 







CITTÀ MORTE DELLE LAGUNE, TREVISO 



373 



cordia, dove Cesare mandò una colonia romana, e che fu poi 
detta Sagittaria per le freccie che ivi si fabbricavano, e pro- 
curarono ai loro artefici speciali privilegi dagli imperatori ; 
anche l'antichissima diocesi di Concordia fu una delle più 
importanti del Veneto, e da essa dipendeva la grande badia 
fondata dai Benedettini a Sumaga. Decaduta del pari è Caorle, 
nella Sylva coprulana, cinta di doppie mura e piena già di 
palazzi : sul suo lido, dove eransi recati a far baldoria, i Ve- 
neziani si videro rapite le spose nel 935. San Stino sulla 
Livenza e San Michele sul Tagliamento sono borgate popo- 
lose importanti. 

La provincia di Treviso è la più strettamente unita a Ve- 
nezia, quella che ebbe forse con essa più lunghe ed intime 
relazioni. Eu già la vasta Marca Trevisana, e più volte va- 
riarono i suoi confini, specie quando il regno italico vi foggiò 
il dipartimento del Tagliamento; poi fu divisa in dieci distretti, 
ridotti ad otto nel 1853 con l'unione di Motta ad Oderzo e di 
Serravalle a Ceneda, rispettata anche dal nuovo regno. Treviso 
sorge « là dove Sile a Cagnan s'accompagna » l , ed ha certo 
origini remote, se la leggenda addita suoi fondatori Osiride, 
Antenore, i Trojani, i nomadi snidati dalle montagne da 
Nerone e da Druso. Soggiacque ai (roti, ai duchi d'Italia, ai 
marchesi longobardi, ai re franchi, agli imperatori; ebbe ve- 
scovi, consoli, marchesane; fu assalita dagli Ungari, governata 
dai Caminesi, dagli Scaligeri, dai Carraresi, e alfine da Ve- 
nezia 2 . Venne spesso assalita, sì che il suo territorio è pieno di 
torri, e la città stessa fu chiamata delle Torri, e quasi tutta at- 
terrata per vetustà, per vendetta di popolo, per impeti di guerra, 
per terremoti, per pretesti edilizi. La cattedrale, ristampata da 
Pietro Lombardo, col classico portico e le cinque cupole, l'an- 
tica chiesa gotica di San Nicolò, quella di Santa Maria 
Maddalena coi quadri di Paolo Veronese, sono le più notevoli 
di Treviso. Bellissima è la piazza dei Signori, e tutta la città 
è pulita, bene illuminata, rallegrata dalle limpide acque del 
Sile, che le fornisce anche copiose forze motrici. Il palazzo 
del Comune, col gran salone lungo 48 metri per 26, che fu già 
del Gran Consiglio o dei Trecento, la porta di San Tomaso 



1 Dante, Paradiso, Canto IX. 

2 L'abate Rambaldi così illustrò in una iscrizione la storia di Treviso: « più an- 
tica di Roma — possente confederata agli Eneti — nelle tortuose Jagune ravvolse 
— Cleonimo di Sparta — Municipio romano le aquile onnivittrici seguì — ruppe i 
Galli — Attila alle sue mura irrompente sviò — signora della Marca — la lombarda 
lega sostenne — gli Ecelini spense — da tiranne fazioni sconvolta — sotto Vene- 
zia quetò — MCCCXXXVIII » . 

L'Italia. 17 



374 



L'ITALIA 



sono tra i monumenti più notevoli. Nella città e nei dintorni 
fioriscono svariate industrie, brillatoi di riso, fabbriche di birra, 
fonderie di metalli, filature di seta, ceramiche, fornaci. 

Intorno a Treviso si estende un'amenissima cinta di vil- 
laggi, alcuni dei quali vantano dipinti di Lorenzo Lotto, di 
Giambellino, di Palma il Giovane, del Tiepolo e d'infiniti 
altri celebri artisti. Breda fa appunto un praedium suburbanus ; 
Quinto, Quarto e Settimo si denominarono dalle rispettive loro 
distanze dalla città. Preganziol ha un celebre giardino, con 
grotte e giuochi d'acqua, ed a Morgan v'era un castello di- 
strutto daiPadovani nel 1234, come Padernello venne un secolo 
dopo bruciato dagli Scaligeri. Casale sul Sile, Mogliano veneto, 
Paese, Roncada, San Biagio di Oollalta, Spresiano, Villorba e 
Zerobranco sono Comuni notevoli, composti di numerose 
ville e dotati di industrie fiorenti, più o meno connesse all'a- 
gricoltura 1 . 

Asolo fa non oscuro municipio romano, ma gli derivò sin- 
golare splendore specialmente quando Caterina Cornaro fu 
mandata dalla Serenissima, che le aveva data e poi tolta la 
corona di Cipro, a mettervi ancora insieme uno Staterello ed una 
Corte fiorita, dove, tra le feste e gli spettacoli, scrivevano il Bembo 
e il Navagero ; le sue colline sono prediletto soggiorno di in- 
glesi da che le cantarono Roberto ed Elisabetta Browning 2 . 
Ma della villa dei Cornaro non restano più traccie, mentre 
a Maser i Giacomelli instaurarono in tutto il suo splendore 
quella che fu già dei Barbaro e poi di Daniele Manin, l'ultimo 
doge di Venezia, costruita da Andrea Palladio, decorata coi 
suoi affreschi più celebrati da Paolo Veronese. A San Zenone, 
denominato dagli Ezzelini, sorgeva il castello di Alberico da 
Romano, demolito dai Trevisani il 24 agosto 1261 per vendi- 
care una delle più efferate tirannidi della storia; Cavaso ha 
rovine di antichi castelli e fiorenti industrie moderne; Cre- 
spano è prediletto soggiorno per la posizione; di là si am- 
mirano da un lato la vasta cerchia delle Alpi, dall'altro la 
pianura sino al mare ; ivi presso è un ponte con una corda di 40 
metri, ed alto più che altrettanti sopra il letto del torrente. 
A poca distanza giace Possagno, che accolse i primi vagiti 
dell'italo Eidia, Antonio Canova, e fu da lui dotata di un 
tempio monumentale e d'un museo dove s'accolgono circa 
duecento modelli delle opere di lui, molti plasmati di sua 
stessa mano. 

1 Semenza Treviso e provincia, Milano 1 sr>4-Gl ; Marson L.. Guida di Vittorio. 
voi. II; Santalena, Treviso, Vita trivigiana, Treviso nel 1848, 1889. 
Antelling, M., Asolo, i Natura ed arto », 1899, ]>. 297, 304. 



MONTEBELLUNA, VALDOBBIADENE, CONEGLIANO 375 

Sul dorso delle colline che si elevano nella parte occiden- 
tale del bosco del Montello, sorge Montebelluna, forse l'antico 
Mons Bellonae, nome se altro mai appropriato ad un luogo 
che fu sempre reputato punto strategico di grande importanza 
e dove si scoprirono urne cinerarie, vasi lagriruali, lucerne ed 
utensili di rame, anfore ed armi, monete ed ornamenti mu- 
liebri. Sulla sommità di questi colli si estende il piano del 
Oasteler, dove sorgeva il castello grande e popolato che do- 
minava l'intera regione ; dentro la sua cerchia sin dal X se- 
colo si teneva il mercato, le cui leggi erano incise sopra una 
colonna centrale. Alle falde dei colli incomincia il Montello che 
termina a Nervesa, sulle rive della Piave ; il bosco di annose 
querce, che costituiva col Oansiglio il maggior nerbo della 
veneta marina, più non esiste, imperocché tolto ai comunisti 
il diritto dei grani, appaltati i tagli, mutati i regolamenti, 
spogliati i villici di ogni mezzo di sussistenza, non bastarono 
le severe leggi e le raddoppiate vigilanze a salvarlo dalla più 
completa distruzione. Yolpago si crede traesse il suo nome 
dalle volpi che numerose frequentavano la campagna ; ben 
altrimenti celebre è Oornuda, dove i Orociati resisterono valoro- 
samente alle schiere austriache nella impari lotta del 1848. 
Pederobba è luogo rinomato, dove Era Giocondo derivò nel 
1507 l'acqua del Piave per modo da accrescere la ric- 
chezza di più che cinquanta villaggi; la petra rubea, che 
diede il nome al villaggio , servì a fabbricare bellissime 
ville ed il campanile di 41 metri, raddrizzato nel 1831 
con meravigliosa opera dall'architetto Ronchese. Arcade è ce- 
lebre per i suoi vini, mentre lo era un tempo anche per 
l'industria dei coltellinai e dei fabbricatori di forbici : que- 
sti villaggi hanno prosperi setifici ed altre industrie. 

Yaldobbiadene, denominata forse dalla feracità del suolo 
(due biade), forse dal fatto che il Piave si divideva ivi 
presso in due rami, è paese vario ed ameno, tra il fiume lar- 
ghissimo, i poggi ridenti ed i monti, ricco d'industrie, di pa- 
lazzi, di chiese. Il Comune di Earra ha pure arie salubri e 
numerosi vigneti; ivi nacque quel San Venanzio, autore di ce- 
lebri inni sacri ; il comune di Soligo, di cui Earra conserva il 
nome, è stato distrutto nel secolo XVI da un incendio. Più 
d'ogni altro celebre per i suoi vini è Oonegliano, dove sorge 
una importante scuola di enologia e viticoltura; ha bei fabbri- 
cati, vie spaziose, acque eccellenti, aria balsamica ed il suolo 
che lo circonda si può dire in gran parte conquista del lavoro 
umano su le sabbie e le ghiaie. In una frazione di Susegana 
sorge il castello, dentro al quale dominarono per secoli i Col- 



376 



L'ITALIA 



lalto; questi comuni, al pari di Codognè, Gaj arine, Marano di 
Piave, Pieve di Soligo, Vazzola, sono importanti centri agri- 
coli sebbene in non fertile territorio. . 

Castelfranco, ridente città, che conserva ancora le torri e le 
mura, è la patria del celebre pittore Giorgio Bar barelli, detto 
il Giorgione, al quale fu innalzato un monumento ; varii suoi 
dipinti, con alcuni di Paolo Veronese adornano la cattedrale, 
una delle più belle opere del Preti. Anche intorno a Castel- 
franco troviamo dovunque vestigia di castelli, nidi di feudatari 
che di là dominarono, proprietari, vescovi, patriarchi, signori, 
senz'altra legge che il proprio capriccio, senza altri limiti che 
la propria potenza. Castello di Godego è stato probabilmente 
fondato dai Goti; ivi, come a Loria ed altrove, seguì nel se- 
colo XVIII uno strano fenomeno : uscirono a più riprese dal 
suolo fiammelle vaganti che incendiarono numerosi abituri. 
Biese e Vedelago hanno fiorenti industrie e si allietano di ville 
numerose. 

Vittorio è città con codesto nome assai moderna, se non 
fosse a sua volta composta di due città distinte, Ceneda e Ser- 
ra valle, le quali, nemiche per secoli, nel nome del re liberatore 
chetarono le ire antiche. Ceneda giace in una fertile pianura, 
dove le leggendarie origini le procurarono importanza di città 
vescovile a poche altre seconda: essa ha un ampio giardino, 
ricco di rare piante, della famiglia Costantini. Le torri e le mura 
ohe circondano Serra valle provano che ivi ebbero stanza e domi- 
nio potenti signori, Caminesi, Carraresi, Ezzelini, ed ha pa- 
lazzi opifici industriali veramente ragguardevoli. Il centro in- 
dustriale di maggiore importanza della provincia fu per se- 
coli Eollina, le cui lane andavano un tempo celebrate anche 
in lontani paesi. Il distretto più arido, quasi tutto formato 
dalle ghiaie del Piave e della Livenza, è quello di Oderzo, 
l'antica Opitergium, ricordata come grande città da Strabone, 
da Plinio, da Paolo Diacono. Distrutta dai Pompeiani, poi 
dai Marcomanni, da Attila, da Grimoaldo, fu per qualche 
tempo sede dei re longobardi, ma non potè più rialzarsi al 
primitivo splendore. A San Polo sorge lo splendido castello 
dei Papadopoli ; a Ponte di Piave si trovano altre ville son- 
tuose, e Motta di Livenza fu patria di illustri uomini tra i 
quali basterebbe ricordare Antonio Scarpa. Fontanelle, Gorgo 
al Monticano, Mansuè, Salgareda sono villaggi di qualche im- 
portanza, sebbene arrestati nel loro sviluppo dalla grande enii 
grazione di contadini, per cui vaste campagne rimasero 
pressoché deserte. S'aggiunga che non poche terre e villaggi 
della provincia sono soggette all'impelo dei fiumi che le de- 



PADOVA 



377 



vastano nelle frequenti piene e sempre più diffìcilmente si 
possono contenere tra gli argini \ 

La più antica città del Veneto fondata dal mitico Antenore, 
re dei Troiani, fratello di Priamo, è Padova. Al tempo di 
Augusto era la più ricca città dell'Italia settentrionale; fra 
le sue mura nacquero Tito Livio e Trasea Peto, e le sue donne 
erano celebrate per le loro virtù anche nelle satire di Marziale. 
La rabbia dei barbari distrusse tutti i suoi antichi monumenti. 
Fu poi repubblica guelfa e nel 1318 si diede ai Carraresi che 
la tennero per quasi un secolo, combattendo cogli Scaligeri, 
alleati per lo più ai Vicentini, e con Venezia. Sotto il do- 
minio di quest'ultima, se non libertà, Padova ebbe pace, e potè 
fiorire la sua università, fondata dal vescovo Giordano nel 1222, 
ampliata poco appresso da Federico II, ed alla quale nel medio 
evo e durante il Rinascimento convennero studenti da ogni 
parte d'Europa. E poiché la scienza va dovunque compagna 
all'arte, ivi trovarono ospitalità e protezione, e lasciarono lar- 

1 I comuni della provincia di Treviso che al censimento del 31 dicembre 1881 



avevano più di 3000 abitanti 


sono i seguenti : 






3,240 




Q f\f\Q 


Arcade 


3,818 


Motta di Livenza .... 


5,998 




5,813 


Nervesa 


3,762 


Borso. 


3,324 


Oderzo 


6,666 


Breda di Piave 


3,699 




5,823 


Casale sul Sile 


3,964 


Pederobba 


4,647 




3,148 




3,506 


Castelfranco Veneto . . . 


11,512 




4,268 


Castello di Godego .... 


3,840 




3,191 




4,197 




4,116 


Chiarano 


3,215 




4,245 


Cison di Valmarino. . . . 


4,224 




6,960 


Codognè ........ 


3,493 




3,733 


Con egli ano 


8,209 * 


San Biagio di Callalta. . . 


6,419 


Cordignano 


4,335 


San Polo di Piave .... 


3,008 




4,709 


San Zenone degli Ezzelini . 


3,396 


Farra di Soligo 


4,502 




3,958 








3,193 


Fontanelle 


3,721 


Tarzo 


3,758 


Fregona 


3,054 




3,525 


Gajarine 


4,112 




30,300 


Godega di Sant'Urbano . . 


3,153 




' 5,469 


Gorgo al Monticano . . . 


3,303 




3,820 


Istrana 


3,202 




6,834 


Loria . . . 


3,703 




4,379 


Mansuè 


3,254 


Vittorio 


16,681 


Mareno di Piave 


3,494 




5,584 


Miane .... 


3,477 


Zero Branco . . 


4,277 


Mogliano Veneto 


6,362 







378 



L'ITALIA 



glie impronte del genio loro, Giotto e Paolo Uccello, Filippo 
Lippi, il Donatello, il Mantegna. Alla fine del secolo XVIII 
vi fiorivano molte industrie, specialmente tessili, e fu costruito 
il Prato della Valle, ampio spazio di novantamila metri qua- 
drati, dove, intorno ad un'isola centrale, gira un canale sui 
cui margini sorgono numerose statue di illustri uomini, e 
tutto intorno una vasta piazza. Al breve dominio francese 
seguì, cogli Austriaci, l'epoca della maggiore decadenza : si può 
dire anzi che soltanto gli studenti, colla loro gaia vita immor- 
talata da Arnaldo Fusinato, tennero vivo il sentimento patrio- 
tico, che spinse nel 1848 ad accrescere le file dei crociati. Liberata 
nel 1866, Padova è una delle città che trassero dall'unione 
italiana i maggiori benefizi, avendo ampliate vie e piazze, ab- 
battuti vecchi portici, corrette le acque, costruiti nuovi edifici, 
fondate industrie cospicue \ 

Celebre in tutto il mondo è la chiesa del Santo, come 
volgarmente si chiama la chiesa di Sant'Antonio di Padova. 
E una colossale costruzione a forma di croce, lunga 115 
metri e larga 55, incominciata nel 1232, compiuta nel 
1475 e l'istaurata dopo un incendio nel 1749. Nel suo 
insieme è una non felice alleanza dello stile bizantino e 
del gotico, ma vi si ammirano le cupole ben proporzionate, 
i quadri del Mantegna, i bronzi del Donatello, le statue e i 
bassorilievi di Jacopo Sansovino e dei due Lombardo ed 
altre meravigliose opere d'arte. Davanti alla chiesa s'eleva 
la statua equestre di Gattam elata, che fu comandante de- 
gli eserciti di Venezia verso il 1440, opera anch'essa del 
Donatello; ivi presso è la scuola del Santo con gli affreschi gio- 
vanili del Tiziano; ivi s'accolgono il museo municipale, la bi- 
blioteca, gli archivi. A poca distanza si trova il giardino bo- 
tanico più antico d'Europa, per più di due secoli anche il primo. 
Oltre al Santo, Padova possiede tre chiese importanti : 
Santa Giustina, notevole per le grandiose proporzioni e per 
gli stalli scolpiti dal Campagnola; gli Eremitani, coi celebri 
affreschi di Andrea Mantegna, e la Madonna dell'Arena, colle 
pareti e la volta interamente coperte dagli affreschi che vi di- 
pinse Giotto nel 1306, quando a Padova s'incontrava con Dante. 
Presso il ponte Molino sorge la torre eretta nel 1250 da Ez- 
zelino da Romano, « mesto avanzo di nefanda tirannide * ; 
ma i più celebrati monumenti civili della città sono l'univer- 
sità e il palazzo della Ragione, colla gran sala lunga 83 me- 



1 Selvatico, Padova e contorni, 166!); Marinelli, Sui colli Euganei, 1888; Mi 
NEGHI NI, Padova e la sua provincia, Milano 1857-01. 



PADOVA, ABANO, TEOLO, CITTADELLA 



379 



tri per 28 e i 300 affreschi del Miretto. Ne vuol essere tra- 
scurato il caffè Pedrocclii, a pochi altri secondo. 

Nei dintorni della città troviamo numerose borgate degne 
per varie ragioni di un ricordo. Albignasego ha una chiesa 
cattedrale anteriore al 1000; Abano è celebre per le sue terme 
e per le ville di cui è pieno il territorio, nel quale si com- 
prendono anche le terme di Montortone, sopra uno degli ul- 
timi colli emersi cogli Euganei ; Valsanzibio ha un celebrato 




PADOVA. — CAFFÈ PEDROCCHI. 
Da una fotografia dello stabilimento Alinari di Firenze. 



giardino, v dove si trovano giuochi d'acqua assai ammirati. 
Un'amena strada attraverso le falde settentrionali dei colli 
Euganei conduce a Teolo, celebre per i vigneti e i frutteti 
che lo circondano, dominato dalla maggior vetta degli Eu- 
ganei, il Venda che ebbe il nome da Venere o da Diana 
Bendia; anche Rovolon ha vigneti celebri ed amenissime 
ville. Numerosi villaggi sorgono sulle rive del Bacchiglione 
e della Brenta, tra i quali Piazzola, Vigodarzere e a breve 
distanza Vigonza. 



380 



L'ITALIA 



Oltre a quello che ha nome dal capoluogo, Padova si di- 
vide in sette distretti. Uno di questi, Cittadella, è cacciato 
come un cuneo nella provincia di Vicenza, alla quale per 
lungo tempo appartenne : il capoluogo fu costruito a guisa di 
una vera fortezza, colle mura, le torri e le fosse, da Benve- 
nuto da Oarturo, sicché potè opporre lunghe e fiere resistenze 
ed ospitare principi e monarchi. Presso il Brenta è Fonta- 
ni va, già feudo di una famiglia dalla quale parecchie deriva- 
rono nelle due provincie. A Galliera Veneta l'imperatrice 
d'Austria, moglie di Ferdinando I, restaurò con sovrana mu- 
nificenza la villa e il parco che furono dei Dolce ed appar- 
tengono ora ai De Micheli di Genova. San Martino di Lu- 
pari ebbe forse il nome dai lupi che ancora verso il 1000 in- 
festavano i boschi di questa regione e dai quali ha nome del 
pari il villaggio di San Giorgio. Oamposampiero, bella e po- 
polosa borgata, ebbe un forte castello circuito da mura ed è 
ora ricco di parecchie industrie ; Oampodarsego conserva qual- 
che avanzo romano e più numerosi abbondano a Ourtarolo. 
A San Giorgio delle Pertiche ed a Santa Giustina in Colle 
si trovano antiche chiese ed avanzi di torrioni, dentro ai quali 
si difesero i vescovi di Padova, signori del luogo. Piombino 
Dese, Trebaseleghe ed altri comuni si compongono di nume- 
rose ville, le quali ebbero per secoli vita autonoma. 

Al tempo dei Romani l'Adige da Verona correva diritto a 
Montagnana e per Saletto ad Este, dove si divideva forse in 
due rami ; nel 589 lasciò l'antico letto e dopo aver vagato 
più anni si aprì il nuovo. Montagnana esisteva al tempo di 
Roma ed ebbe poi uno sculdascio, dal quale ancora si deno- 
mina Casale di Scodosia. Il suo castello fu più volte assalito, 
al pari delle mura che ancora tutta la circondano ; ma oggi 
è solo un importante centro agricolo, tra i primi d'Italia per 
la coltura del frumento, della canapa e d'altri prodotti. Anche 
Merlara e Castelbaldo ebbero ugual sorte e vi hanno oggi la 
stessa fortuna. Este si vorrebbe fondata da un compagno di 
Antenore; certo fu una delle prime città degli Euganei e 
tolse il nome dall'Adige, sul quale e sotto le sue mura si com- 
batterono ai tempi dei Romani battaglie memorabili; di là 
originarono gli Estensi, che la dominarono per qualche secolo 
ed ebbero signorie anche in altre parti d'Italia. Vescovana 
aveva una rocca fortissima distrutta da Ezzelino ed è impor- 
tante mercato agricolo, celebre specialmente per i polli che si 
allevano nei suoi dintorni. Baone diede titolo comitale agli 
Estensi e sorge sui colli coronati di vigneti e di uliveti, dove 
la felice postura consente una rigogliosa vegetazione. La strada 



BATTAGLIA, ARQUÀ, CONSELVE, PIOVE 



383 



che gira intorno ai Colli Euganei tocca Lozzo Atestino e Vo, 
nelle cui campagne si coltiva largamente la vite. Monselice è 
popolosa terra ricordata da Paolo Diacono e divenuta città 
nel 1857 ; essa possiede antiche chiese, un importante niuseo 
ed è circondata da frutteti, specie sui vicini colli. Nel distretto 
sono notevoli Stanghella, grosso villaggio che fu già dei Pi- 
sani, quasi a mezza via tra Padova e Rovigo: nelle sue cam- 
pagne durò più a lungo che altrove la paura delle streghe. 
Battaglia è celebrata per le sue terme e le cure che vi si 
fanno nelle grotte ed in uno stabilimento non secondo ai più 
importanti d'Europa; tra Battaglia e Monselice sorge la su- 
perba villeggiatura del Oatajo, cresciuta intorno alla casa di 
Beatrice degli Obizzi, con un gran parco, una celebre armeria 
e un museo di antichità euganee, etnische, greche, romane, 
nelle ampie sale dove dipinsero Paolo Veronese e il Tinto- 
retto. Non può essere dimenticato Arquà, che fu lieto e tran- 
quillo soggiorno del Petrarca da cui ebbe il nome e di cui 
conserva la casa, coi grossolani affreschi che ricordano il suo 
incontro con Laura, colla gatta imbalsamata che vuoisi fosse 
fida compagna al cantore di Valchiusa. 

Fra Monselice e le lagune, sulle campagne create nei se- 
coli dai fiumi, tro^ansi i due distretti di Conselve e Piove di 
Sacco, in terreni argillosi e sabbiosi, dove più a lungo dura- 
rono e. non sono ancora scoro parsi i miserabili tuguri dì canne 
e di paglia, che servono di abitazione ai poveri coloni. Oon- 
selve, grossa borgata, anzi città, con civili abitazioni ed una 
vasta piazza, venne fondata, come appare dal nome, in capo 
ad una gran selva, distrutta durante i saccheggi e gli incendi 
che funestarono la città. Tribano, importante centro agricolo, 
ha alcune tele di Jacopo Da Ponte e vaste tenute di caccia. 
Anguillara e Bagnoli erano in cotal modo unite, perchè gli 
abitanti di questo dovevano contribuire alla difesa del castello 
di Anguillara, fortissimo in riva all'Adige, costruito da Jacopo 
da Carrara. Ad Agna si scoprirono antichità romane di qualche 
importanza; Piove, l'antica Plebs Sacci, ebbe antiche e frequenti 
relazioni coi Veneziani e vi fiorirono industrie importanti e 
tipografìe tra le prime d'Italia; Bovolenta è grossa e civile 
borgata più volte distrutta durante le guerre, circondata di 
canali e ricca di palazzi della nobiltà veneta. Oorrezzola sorse 
in mezzo a vaste pianure prosciugate dai Benedettini, che vi 
fecero larghe seminagioni di frumento con granai ricordati 
come i più importanti di tutta l'Alta Italia, e fornaci impor- 
tantissime; Brugine ha un palazzo dove si ammirano affreschi 
di Paolo Veronese, e fu costruito uno dei primi giardini in- 

V Italia. 48 



384 



L'ITALIA 



glesi d'Italia; le sue donne attendono a tessere il lino, ^li 
uomini sono in gran numero occupati alla pesca \ 

Rovigo, « sepolta fra l'Adige ed il Po », se non è, come 
dicono i suoi detrattori, « uno scheletro di città », è certo 
piuttosto scaduta dall'importanza di un tempo, sebbene si trovi 
sempre a capo del Polesine. Costruita in rasa pianura, a ca- 
valiere dell' Adigetto, ha lunghi borghi uniformi e vie abba- 
stanza spaziose che conducono alla bella piazza Vittorio Ema- 
nuele fiancheggiata di notevoli edifici, il municipio, l'Acca- 
demia dei Concordi ed altri ancora. Se ne fa menzione la 
prima volta nell' 838, col nome di villa di Rodigo, donde la 
leggenda che vuole il suo nome derivato dal nome greco della 
rosa. Sorta in terreno più asciutto ed elevato di Adria, su- 
però ben presto l'antico capoluogo del Polesine. Il palazzo 
comunale dove si trovano la biblioteca ed il museo, con un 
busto di Girolamo Miani, il celebre esploratore dell'Africa e 
quadri di gran pregio, ed il palazzo Roncali costruito dal San- 
micheli sono tra gli edifici più notevoli della città, che dopo 
il 1866 ha pur fatto notevoli progressi, grazie alla fertilità del 
suo agro, diventato uno dei più ricchi di queste provincie. 
Boara è anch'essa importante centro agricolo, come Vil- 
ladose e San Martino di Venezze, sull'Adigetto, dove i Vene- 
ziani costruirono una delle loro prime fortificazioni e che fu 
più volte soggetta a disastrose inondazioni. L'antichità di Adria 
si perde nella notte dei tempi; fiorente in riva al mare e alle la- 

1 I comuni della provincia di Padova che al censimento del 31 dicembre 1881 



avevano più di 3000 abitanti 


sono i seguenti : 






3,901 


Monselice 






3,219 


Montagnana 


. 9,900 




3,629 


Ospedaletto Euganeo . . . 


3,655 




. 4,259 








. 3,871 


Piazzola sul Brenta .... 




Bagnoli di Sopra 


3,973 












. 8,606 




3,697 


San Giorgio delle Pertiche . 


. 3,485 


Campodarsego 


4,032 


San Giorgio in Bosco . . . 


. 3,849 


Camposampiero 


3,705 










Santa Giustina in Colle . . 


. 3,237 


Cittadella 


. 9,032 










Teolo 


. 4,152 








. 4,616 


Este 


. 10,475 








. 3,177 






Galliera Veneta 


. 3,243 



















ADRIA, LOREO, ARIANO, BADIA, POLESELLA 



385 



girne, come poi Venezia, al segno da dare in perpetuo all'Adria- 
tico il suo nome, decadde quando si trovò lontana dal mare: oggi 
è a più di 23 chilometri, in un agro pieno di paludi, per- 
duta tra i fossi ed i canneti. Le rovine etruscbe e romane 
che si trovarono ad Adria narrano l'antica grandezza della città 
che oggi, dopo compiuti importanti prosciugamenti, va piut- 
tosto aumentando la sua importanza e già ha superato per 
popolazione lo stesso capoluogo della provincia. Bottrighe vide 
più volte inghiottite dalle piene del Po le sue case e le sue 
fornaci e coperte di melma le campagne, sebbene gli abitanti 
non cessassero mai di lottare contro le acque minaccianti. Oonta- 
rina sarebbe ancor più minacciata senza gli argini e le boni- 
fiche che consentono ai suoi abitanti di coltivare vaste cam- 
pagne come a quelli di Donada e Loreo, villaggi sorti dove 
tre o quattro secoli or sono era ancora il mare che bagnava 
forse la selva di lauri onde quest'ultima città ebbe il suo nome. 
Ed è de] pari una conquista sul mare il territorio di Ariano, 
per secoli ferrarese, oltre il maggior braccio del Po, coi comuni 
di Ariano, Porto Tolle, Taglio di Po, i cui abitanti coltivano 
le campagne conquistate sulle pianure e sulle selve, o le valli 
da pesca, fecondate dalle acque di piena \ 

Gli altri distretti della provincia hanno pochi comuni degni 
di menzione. Badia fu antico convento di Camaldolesi, ar- 
ricchito di privilegi da papi e da imperatori. Poi a poco a 
poco la terra si abbellì di private abitazioni, ebbe il suo ca- 
stello cinto di fosse e cospicue industrie per concia di pelli, 
filatura di seta, commercio delle mignatte. Trecenta, lodata 
dal Sanudo, crebbe d'importanza dopo il prosciugamento delle 
valli grandi veronesi, e Giacciano diventò cospicuo comune 
agricolo dopo la sua unione con Baruchella. Massa Superiore 
era cinta di fosse e di mura e lottò più volte con la opposta 
Sermide per salvarsi dalle inondazioni del Po. Bergantino è 
da tempo antico celebre per la coltura delle api ; vi durò più 
a lungo il feudalismo che lasciò sino agli ultimi anni gravo- 
sissimo l'onere della decima. Oastelnuovo Banano, Oeneselli 
e Melara furono pure feudi, celebre anche quest'ultimo per 
la coltura delle api, dal cui prodotto tolse forse il nome. Len- 
dinara, « che dal lino e dall'oro il nome prese » secondo la leg- 
genda, fu più volte distrutta e sorge ora sulle due rive del- 
l' Adigetto, con importanti mercati ed un campanile alto più 
di 100 metri ; la sua Madonna del Pilastrello è il più celebre 

1 Marciolini, Ariano nel Polesine: Guida di Rovigo; Bocchi F. A., Il Polesine 
di Rovigo, Milano 1857-61. 



386 



L'ITALIA 



santuario della provincia. Fratta ha origini romane e Castel 
Guglielmo fu nel medio evo fortissimo colle robuste mura e 
le fossa inondate dal Tartaro. Questo comune, ed i distretti 
di Occhiobello e Polesella, si chiamarono per lungo tempo 
territori aggiunti ; anche Crespino fu per secoli terra ferra 
rese e pontificia, e durante l'epoca napoleonica restò per molti 
mesi in mano dei briganti. Polesella, che dà nome al distretto, 
ebbe anch'essa molto a soffrire dalle rotte del Po e del Canal 
Bianco ed ancora nel 1882 furono inondate tutte le sue case 
e le sue campagne. Occhiobello sorge pure in riva al fiume 
e poco lungi dagli argini si trovano Canaro e Stienta, mentre 
Piesso Umbertiano è alquanto più riparato. Picarolo è cele- 
bre per terribili rotte del fiume che coprì più volte tutte le 
sue campagne l . 

Verona è la città più importante del Veneto dopo Venezia, 
città forte ed amena, celebrata da Catullo, levata a cielo da 
Muratori, F« eccelsa graziosa, alma Verona, terra antica e 
gentil >> cantata da Berni, reputata da Bastiano Serlio « il più 
bel sito d'Italia, e di pianura, e di colli, e di monti e anco 
di acque », la poetica città di Giulietta e Romeo, la pleasant 
Verona di Carlo Dickens. Fondata dai Reti e dagli Euganei, 
occupata forse dai Galli Cenomani, dall'89 avanti Cristo fu 
colonia romana, una delle più fiorenti della nordica Italia. 
Subì tutte le invasioni, salvo quella d'Attila, da cui la preservò 
papa Leone, e Teodorico ne fece la capitale del regno degli 
Ostrogoti e la predilesse tanto da esser chiamato nei Nibe- 
lunghi « il Veronese ». Presa da Alboino, che vi fu ucciso 
dopo il tragico banchetto in cui Bosmunda fu costretta a bere 
nel teschio del padre, più volte servì di rifugio ad altri re 



1 I comuni della provincia di 


Rovigo che al censimento del 31 dicembre 


1881 


avevano più di 3000 abitanti sono i seguenti : 






15,936 




4 245 


Ariano nel Polesine 


5,512 


Giacciano con Barachello . . . 


4,448 


Badia Polesine 


6,504 




7,322 




3,506 




1,550 




3,250 




4,144 




4,917 




3 167 




3,403 




4,331 




3,293 




6,396 




5,239 




3,837 




3,405 




11,311 




6,078 


San Martino di Venezza . . . 


3,990 




4,668 




3,163 




3,963 




4,321 




3,686 




4,752 




4,245 




3, m 



VERONA 



387 



longobardi, essendo reputata la più forte città del loro reame. 
Poi fu vinta dai Eranchi, i Berengari vi restaurarono il re- 
gno dei Longobardi, e gli imperatori di Germania le prepo- 
sero i loro marchesi, a cominciare da Arrigo di Oarinzia. Fu 
a capo delle città della Venezia che presero le armi contro il 
Barbarossa, ospitò per qualche anno la Corte pontificia e fiorì 
poi libero comune, dando impulso alle arti, agevolezze ai com- 
merci, sviluppo all'agricoltura, scuotendo le menti e ravvivando 

10 studio del diritto. Ma presto, come nelle altre città, inco- 
minciarono le lotte tra le potenti famiglie, i Sambonifacio, gli 
Scaligeri, i Montecchi, gli Ezzelini, tiranni e guerrieri, poli- 
tici e letterati, assassini e proscritti, grandi uomini e fratri- 
cidi oscuri. Era Giovanni da Schio predicò la pace sui prati 
di Paquara, dove la leggenda vuole si raccogliessero quattro- 
centomila cittadini, per diventare a sua volta tiranno; dopo 

11 1257. spento Ezzelino, dominarono pacificamente gli Scali- 
geri, quando Dante trovò nella « cortesia del gran lombardo 
— che porta sulla scala il santo uccello » , il suo primo ri- 
fugio, e vi scrisse parecchi canti della Commedia, mentre l'a- 
mico suo, Giotto, con gentile accorgimento, dipingeva le stanze 
che davano ricetto agli esuli ed agli oppressi, nella brillante 
corte di Oan Grande, che aveva vinti i Padovani, presa Vi- 
cenza ed esteso il dominio scaligero, che raggiunse sotto il 
figlio la maggiore ampiezza. Seguirono anni tristi di lotte fra- 
tricide, sino a che, dopo il breve dominio dei Visconti, Ve- 
rona ebbe pace nella sudditanza di Venezia che la tenne 
dal 1405 alla sua caduta. Michele Sanmicheli l'aveva forte- 
mente munita dal 1527 ; gli Austriaci, che l'ebbero definitiva- 
mente nel 1814, ne fecero il maggior baluardo del Quadrila- 
tero, che dovettero abbandonare nel 1866. Oltre al Sanmicheli, 
oltre a Plinio, a Catullo e ad altri antichi, Verona si gloria 
di Era Giocondo, un altro celebre architetto del Rinascimento, 
di Vittor Pisano, di Liberale, di Paolo Morando, di Fran- 
cesco Caroto, dei Morone, dei Bonifazio, pittori illustri, sui 
quali tutti si eleva Paolo Veronese, « un elegante cavaliere 
fra robusti plebei, che salutava Tiziano come il padre dell'arte, 
ma era da lui abbracciato affettuosamente come il capo di una 
nuova generazione » \ E dopo questi Girolamo Eracastoro, 
Isotta Nogarola, Onofrio Panvinio, Scipione Maffei, Antonio 
Cesari, Ippolito Pindemonte, Aleardo Aleardi. 

Il più antico e celebre monumento di Verona è l'Arena, edi- 
ficata secondo le cozzanti tradizioni da una Donna Verona fug- 



1 Taixe, Voyage en Italie, II, 39H. 



388 



L'ITALIA 



gita da Troja, dagli Etruschi, dai soldati della XIII legione, 
più probabilmente durante i regni di Tito e di Trajano, e l'i- 
staurata o completata da Diocleziano. E l'anfiteatro meno de- 
vastato dopo quelli di Roma e di Mmes, lungo 153 metri, con 
455 di circonferenza e 32 di altezza; poteva contenere tutti gli 
abitanti della città, quando candidati e magistrati gareggiavano 
nel dilettare il popolo coi giuochi sanguinosi; Napoleone vi 
assistè ad una parodia di corse dei tori, e Chateaubriand vi 
ammirò i più miti spettacoli dati ai pacifici regnanti che nel 
Congresso del 1822 ribadirono le catene all'Europa. La piazza 
delle Erbe, l'antico foro, è uno dei più pittoreschi mercati di 
frutta del mondo, colla tribuna da cui si proclamavano le 
sentenze ed i bandi del libero comune. Sulla piazza dei Si- 
gnori sorgono il palazzo della Ragione del 1183, la prefettura 
colla porta del Sanmicheli, le vecchie torri scaligere, ed un 
capolavoro del Rinascimento, il palazzo del Consiglio. La 
tomba degli Scaligeri è uno dei più splendidi mausolei gotici 
d'Italia ; le porte dei Borsari, l'arco dei Leoni ed altri ancora 
sono antiche porte romane più volte instaurate nei secoli. An- 
che Verona si gloria di chiese celebri nella storia dell'arte: 
Sant'Anastasia, a tre navate, incominciata nel 1261 ; il Duomo, 
edificio gotico del secolo XIV, con una facciata romana adorna 
di finestre gotiche e un coro del secolo XII; Sant'Eufemia, 
San Bernardino, San Zeno Maggiore, tutte ricche di dipinti, 
di scolture, d'intagli. La piazza Vittorio Emanuele o Bra 
(antico prato), tra l'Arena e il palazzo del municipio, colla 
Gran Guardia Vecchia ed i bei palazzi, è una delle più vaste 
e caratteristiche d'Italia l . 

Una parte di città si trova sulla riva sinistra dell'Adige, ed 
è unita alla principale da sei ponti ; difesa nel 1895 da ro- 
busti muraglioni contro le piene dell'Adige, che minacciava 
di travolgerla , ha il palazzo Pompei, colla celebre pinaco- 
teca, il giardino Giusti, celebre per i cipressi e la splendida 
veduta, l'antica chiesa di Santa Maria in Organo, e i castelli 
di San Giorgio e San Pietro. In alcune strade, ad onta dei 
rinnovamenti edilizi, Verona conserva alcunché del carattere 
medioevale, ed è vero tuttodì quello che scriveva T. Gau- 
tier, che « vi potrebbero ancora contendere Montecchi e 
Capùleti, e Tibaldo uccidervi Mercatio; l'ambiente della no- 
vella di Luigi Da Porto e della tragedia di Shakespeare è in- 
tatto. Poche città hanno meglio conservato il carattere me- 

1 T. Gautier, Voyage en Italie, e cfr . anche Persico, Verona e provincia, 1820-21; 
iuliari G. B., Il veronese all'epoca romana, 1894; Maffei S., Verona illustrata, 
1825-26 ; Belviglieri C, Verona e provincia, Milano 1857-61. 



VERONA E DINTORNI 



389 



dioevale: gli archi gotici, le trifore, i balconi frastagliati, gli 
angoli di strade scolpiti, le griglie di ferro battuto, tutto vi 
richiama al passato, e vi par di sognare vedendo passeg- 
giare nelle strade gente moderna » . 

Nei dintorni si visitano il santuario della Madonna di 




VERONA. — TOMBE DEGLI SCALIGERI. 
Da una fotografia dello stabilimento Alinari di Firenze. 

Campagna, pregevole monumento artistico, Montorio colle in- 
dustrie fiorenti, Lavagno e San Martino Buon Albergo, con 
le sontuose ville. Grezzana ha bei dipinti del Brusarosco e qual- 
che antichità romana, come in tutta la Valpantena si trovano 
avanzi di acquedotti, di terme, di templi, uno, dedicato forse a 
Mitra, a Santa Maria in Stella, un altro a Venere. Avesa è 
ricca di acque utili all'agricoltura e all'industria; a bogara 
si raccolse, nella Villa Mosconi, Ippolito Pindemonte; Pa- 



390 



L'ITALIA 



strengo ricorda una bella vittoria italiana, e di sanguinose bat- 
taglie ci parlano Santa Lucia e Bussolengo. Grossi centri in : 
dustriali sono Zevio e San Giovanni Lupatoto ; Sona, con 
le splendide ville, ricorda il cantore della Riseide; Bosco Chie- 
sanuova ha pure ville sontuose ed è uno dei più ameni sog- 
giorni delle Prealpi. 

Il distretto di San Pietro In Cariano comprende la Valpo- 
licella, celebrata per le frutta e l'amenità dei luoghi, ma spe 
cialmente per i suoi vini. Sono, a dir vero, tre valli distinte : 
una tolse anticamente il nome di Prunia dai Brenni o dal 
villaggio di Prun, che con Negrar accoglie il maggior nu- 
mero d'abitanti; la seconda, la valle di San Fiorano, con Ma- 
rano, dove la leggenda pone un campo di Mario, e Oastelrotto, 
uno dei duecento castelli leggendari della Valpolicella; la 
terza è quella di Eumane; San Pietro In Cariano è il capo- 
luogo, ma non il principale comune del distretto, mentre 
hanno maggior importanza Sant'Ambrogio e Breonio, ricche 
di vini e di marmi, Pescantina sull'Adige, dove si pesca molto 
pesce ; Gargagnago, dove Dante avrebbe composto parecchi 
canti del divino poema. Il finitimo distretto di Caprino, che si 
stende alle falde di Monte Baldo, non ha alcun comune ve- 
ramente importante fuori del capoluogo, lieto per copia di 
acque e pieno di amenissime ville. Storico nome è però Ri- 
voli, per la grande battaglia napoleonica, come è caro ai fe- 
deli il santuario della Madonna della Corona, cui si ascende 
per ottocento gradini, e ai letterati Incassi dove poesò Eraca- 
storo. Torri e Malcesine sul Garda sorgono fra ville ed orti, dove 
si coltivarono in ogni tempo frutta prelibate, che una volta si 
dovevano difendere con alte mura dagli orsi del Baldo ; Garda 
dovette essere un tempo ben più cospicua; se diede il suo 
nome al lago, mentre oggi assai più importante è Bardolino, 
<ìou molti avanzi di fortificazioni medioevali, come Lazise ; 
Castelnuovo ricorda il selvaggio eccidio consumato nel 1848 
dalle orde austriache sull'inerme e innocente popolazione, 
quando il villaggio fu tutto arso e devastato; Peschiera è ancora 
una forte città del Quadrilatero, nel punto dove il Mincio 
esce dal lago. 

Scendendo lunghesso la riva del Mincio troviamo altri nomi 
di battaglia, chè qui ogni colle, ogni casale, ogni palmo di 
terra fu bagnato di sangue. Sommacampagna, Valeggio, Moz- 
zecane, la stessa Villafranca videro più volte schierati di fronte 
gli eserciti, ed hanno vaste rovine di antichi castelli, ville ame- 
nissime che servirono di quartier generale a Carlo Al- 
berto, a Radetzky, a Napoleone, a Vittorio Emanuele. Isola 



SANGUINETTO, LEGNAGO, COLOGNA, SAN BONIFACIO 393 



della Scala, che nel secolo XIII era dei Conti, vide le scon- 
fitte di Francesco Gonzaga e di Gastone di Eoix, ed ha bei 
fabbricati moderni con un'ampia chiesa; Bovolone, centro com- 
merciale ed agricolo di crescente importanza, ha pure una 
chiesa con pregiati dipinti ; bogara è celebre borgata dove i 
Veronesi furon tratti da Enrico IV contro le genti della con- 
tessa Matilde, ed Oppeano ricorda la rotta inflitta da Ezze- 
lino ai Mantovani. Ronco, spesso minacciato dall'Adige, do- 
mina fertili campagne. Feracissimo è del pari il distretto che 
ha nome da Sanguinetto, antico feudo dei Dal Verme, col ca- 
stello dove fu rinchiuso l'ultimo dei Carraresi; a Cerea, 
intorno all'antico castello della contessa Matilde, si vennero 
sviluppando palazzi, ville e masserie numerose nelle circo- 
stanti campagne, per cui il paese, come Casaleone, ebbe negli 
ultimi anni un grande sviluppo. 

Legnago, attraversata dall'Adige, è soggetta più di qualsiasi 
altra città alle sue minaccie, mentre si considerò in ogni tempo 
come fortezza importante. Incominciarono a fortificarla il Sanmi- 
cheli ed il Bragadino, ma le opere principali furono compiute 
durante il regno italico e la dominazione austriaca, quando a 
sua difesa, oltre al Po, all'Adige e al Tartaro, giovarono 
le paludi delle Valli grandi veronesi, che si andarono poi 
prosciugando. Santa Maria di Vangadizza fu antica ed insigne 
badia camaldolese, cui si largirono per secoli terre, giurisdi- 
zioni e poteri; a Villa Bartolomea, oggi centro agricolo di 
grande importanza, ebbero feudo i conti di San Bonifacio. A 
Castagnara furono costruite importanti opere idrauliche e spe- 
cialmente la chiusa, continendo minuendoque flamini, siccandis 
agris, paludibus, che fu una delle ultime opere della Repub- 
blica. Minerbe si vuol derivare da Minerva, Roverchiara e 
Terrazzo, alle due estremità del distretto, sono prosperi centri 
agricoli, ed a Bevilacqua sorge il castello della nobile fami- 
glia, abbellito per secoli e così maltrattato nel 1848 dall'au- 
striaca rabbia. Soggetta a inondazioni è anche Cologna, dove 
il Guà" ruppe anche nel 1901 il murazzo che difende la città 
abbattendo parecchi edifici ed allagando le campagne ; la città, 
ricordata da Catullo, fu colonia romana, ed è oggi ricca di 
chiese, di istituti benefici ed educativi, di belli edifìci. Alba- 
redo è l'antico alberetum, piantato a contenere il nuovo corso 
dell'Adige; Cucca, Zimella e le altre terre del distretto rive- 
lano una crescente ricchezza agricola, che procura anche alle 
campagne una relativa agiatezza. 

San Bonifacio è un importante centro agricolo della pro- 
vincia, con mercati assai frequentati di cereali e di bestiame ; 

VItalia. 49 



394 



L'ITALIA 



Arcole ricorda la battaglia di tre giorni combattutavi nel no- 
vembre del 1796 tra i Francesi, comandati da Bonaparte, con 
Massena, Augereau e Lannés, e gli Austriaci. Caldiero, vil- 
laggio di non grande importanza, è l'antico calidarium delle 
terme romane; Oolognola sui colli è ricca di ville signorili; 
Soave è centro importante ed antica fortezza scaligera, di cui 
restano ancora i castelli e la cinta di mura merlate; Monte- 
forte ha una bella chiesa ed i suoi colli producono vini ce- 
lebrati e Montecchia di Crosara, già feudo della celebre fami- 
glia dei Montecchi, è più celebre perchè adduce ai monti 
basaltici di Vestena ed ai fossili di Bolca, visitati ed illu- 
strati dai più chiari geologi d'ogni nazione. Vestenanova si 
trova già nel distretto di Tregnago, il più montuoso della pro- 
vincia, che si appoggia ai Lessi ni, nel cui capoluogo si sco- 
prirono antichità sacre e profane: nel suo antico castello di- 
morò esule il pontefice Lucio III. Illasi era feudo impor- 
tante e possiede ora ville amenissime dei Pompei ; le sue colline 
producono vini squisiti, mentre le campagne, lunghesso il 
progno che ha nome dal villaggio, sono spesso devastate nella 
sua furia. I comuni superiori della valle sono tutti abitati 
da quel popolo che diede più spiccato carattere ai Tredici co- 
muni veronesi ed ai Sette vicentini, e conserva ancora qualche 
tradizione e traccie di costumanze avite, come il ballo prima 
verile intorno al tiglio e il pianto sulla bara dei trapassati \ 



' I comuni della provincia di 


Verona 


che al censimento del 1881 superavano i 


3000 abitanti sono i seguenti : 










4,691 




4,589 








3,156 


Bosco Chiesanuova 


3,087 




3,834 




4.377 




3,382 




3,259 




4,384 


Caprino Veronese 


6,075 




3,327 




3,706 


San Bonifacio 


6,256 


C astagnaro 


4,740 


San Giovanni Lupatoto. . . . 


4,236 


Castelnuovo di Verona . . . . 


3,834 


San Michele extra 


4,545 




7,418 


Sant'Ambrogio di Valpolicella . 


4,107 




7,770 




5,022 








3,122 




2,886 


Sona 


3,545 


Cucca 


3,810 


Tregnago . 


3,130 


Grezzana 


4,451 




5,437 




. 3,121 




68,121 




6,057 




3,103 




3,034 




5,149 


Lègnago 


14 ,",83 


Vi llaf ranca di Verona . . . . 


8,729 




3,782 




5,968 




. 5,110 


ZimeUa 


3,180 


Negrar 


. 3,047 







VICENZA 



395 



A Vicenza furono attribuite perfino origini niinotauriche, 
mentre altri la volle fondata da Ercole Libio, dai Galli, dai 
Trojani, dagli Etruschi. I Galli la chiamarono Berga, e nel 
secolo XVI corse il pericolo di essere ribattezzata per Oimbria; 
certo fu abitata prima dai Medoaci ed illustrata dagli 
Etruschi, che vi lasciarono numerosi ricordi. Ma più i Ro- 
mani, quando sui suoi colli sorsero templi a Giove, a Diana T 
agli Dei Mani, alla Eortuna, e la città ebbe ponti, acque- 
dotti, terme, ed il teatro Berga costruito ai tempi di Adriano. 
Eu poi travolta nei maggiori disastri delle invasioni barba- 
riche, arsa da Attila, saccheggiata e disertata da altri re o 
capi di quelle orde. Soggetta ai duchi longobardi, ai conti, 
agli imperatori di Germania, tra il turbinare violento delle 
fazioni, divise la sorte delle città vicine. S'aggiunsero le di- 
scordie fraterne, specie coi Padovani, incominciate dopo che 
nelle innocenti gazzarre carnevalesche quelli rapirono l'insegna 
di Vicenza, che era un asino, e lo impiccarono accanto al 
loro dragone, sì che i Vicentini dovettero riscattarsela a prezzo 
di salsiccie. Durante la lega lombarda, cui ebbe parte, Vi- 
cenza scosse il giogo imperiale, subì gli Ezzelini, si resse poi 
a libero comune, con mirabili ordinamenti e saggi statuti. Le 
discordie dei cittadini, che avevano assiepato di castelli tutto 
il contado, condussero i Vicentini a subire il dominio di Pa- 
dova, breve di anni, ma ricordato con odio vivace per se- 
coli, e quello degli Scaligeri ; nel 1404 Vicenza si diede a Vene- 
zia e ne divise le fortune. Dopo le sofferenze patite durante le 
lotte della lega di Oambrai, la città fiorì ed ebbe gloria di 
artisti, di letterati, di munifici signori, che vi costruirono i 
palazzi, le ville, e gli altri edifici onde va superba fra le città 
italiche. Cadde con Venezia, fu al pari di essa contesa per 
anni tra Erancesi ed Austriaci, e appena durante il regno ita- 
lico ebbe alcuni anni di floridezza e di splendore. Il 5 no- 
vembre 1813 tornò all'Austria ; la lunga pace, la feracità 
delle terre, la proscrizione di tutto ciò che potesse ricordare 
l'Italia e le libere istituzioni, addormentarono patrizie popolani. 
Ma non sì, che dopo le presaghe adunanze del Congresso dei 
dotti nel 1847, Vicenza non insorgesse nel 1848, con prove di 
eroismo mirabile nelle giornate del giugno, cedendo solo alle forze 
soverchianti dopo il bombardamento e le stragi. Libera risorse 
a poco a poco e tornò fiorente di industrie, a capo di un 
ubertoso territorio. Aveva avuto in ogni tempo illustri figliuoli, 
tra i quali basti ricordare Giambattista Roberti e Giuseppe 
Barbieri, Giangiorgio Trissino, Luigi Da Porto e Valerio 
Belli, Vincenzo Scamozzi e Andrea Palladio, Jacopo Da Ponte 



396 



L'ITALIA 



e il Mantegna, Jacopo Oabianca e Giacomo Zanella ed ebbe 
feste celebrate e singolari, specie le corse del palio e la rucC, 
una torre di legno carica di gente che si portava o trascinava 
per le strade. 

La città sorge alle falde dei monti Berici, dove il piccolo 
fiume Retrone confluisce nel Bacchiglione ; le acque ne 
innalzarono il suolo di cinque o sei metri solo dai tempi ro- 
mani, ed a questa profondità vennero infatti condotti gli scavi del 




VICENZA. — TEATRO OLIMPICO. — PROSPETTIVA DELLA SCENA. 
Da una fotografìa dello stabilimento Alinari di Firenze. 



teatro Berga. Sulla maggior piazza, più ampia dell'odierna, 
sorgevano palazzi ; tutto intorno e qua e là sparse per la 
città torri numerose ; presso alle porte incominciavano 
vaste paludi, che si estendevano alle origini dei due fiumi, e 
lungo le falde dei Berici, sino a che, durante il dominio ve- 
neto, si iniziarono i grandi lavori di scolo e i consorzi che 
conquistarono tanta parte delle più feraci campagne. Sulla 
maggior piazza sorgono la Basilica, vasto e classico edificio, 
con l'alta torre, la Loggia, disegnata del pari da Andrea Pai 
ladio, il Monte di Pietà che contiene anche la grande bi- 



VICENZA 



397 



blioteca civica. Sulla piazza dell'Isola, che era un tempo ve- 
ramente circondata dalle acque, nell'elegante palazzo che il 
Palladio costruì pei Chiericati, si accolse il museo, che contiene 
gli scavi di Fimon e di Berga, i quadri del Fogolino, del 
Bassano, del Tiepolo, del Veronese, del Van Dyck, del Man- 
tegna, i portolani del Benincasa, gli strumenti di fìsica del Fu- 
sinieri, e infiniti altri ricordi d'arte, di antichità, di storia pa- 
tria. Ivi presso è il teatro Olimpico, davanti alla cui singo- 




li 



VICENZA — BASILICA O PALAZZO DELLA RAGIONE. 
Da una fotografia delio stabilimento Alinari di Firenze. 

lare costruzione pareva anche al primo Napoleone d'essere in 
Grecia. E percorrendo la città si ammirano dovunque, come 
forse in nessun'altra, palazzi a sesto acuto o del Rinascimento, 
come quelli delle famiglie Porto, Salvi, Braschi, Thiene, 
Negri, la loggia del Vescovo e la casa dei Pigafetta, o classici 
capolavori di Andrea Palladio, dello Scamozzi, del Calderari, 
dell'Arnaldi, senza contare le fastose architetture dei barocchi. 
Tra le chiese vanno giustamente celebrate Santa Corona, 
San Lorenzo, e la cattedrale, con dipinti del Mantegna e di 
altri illustri, scolture e monumenti : nella cattedrale era stato 



à 



398 L'ITALIA 

raccolto dapprima il Concilio tenuto a Trento. Dal Campo 
Marzio, fra incantevoli vedute sui colli, sulla vasta campagna 
e sulle prealpi, un comodo porticato di 168 archi adduce al 
Santuario venerato della Madonna, ove è la Cena di Paolo 
Veronese ; tutto intorno fu più fiera la mischia nelle gior- 
nate del 1848, sì che ben vi sorsero accanto i monumenti ai 
caduti austriaci e agli eroi della patria indipendenza. Altri 
monumenti sorgono in città a Vittorio Emanuele, a Garibaldi, 
a Palladio, a Zanella e ricordi minori \ 

Nei dintorni immediati si ammirano la villa Valmarana, coi 
celebri dipinti del Tiepolo, e la Rotonda, una villa grandiosa 
la cui architettura fu spesso imitata. Ma i paesi del distretto 
salvo quelli dei monti, e dove se ne tolgano qualche bel pa- 
lazzo e la fiorente agricoltura, non offrono cose notevoli, es- 
sendo tutti sottratti da pochi secoli alle acque stagnanti o alle 
selve. Caldogno ha appunto uno di quei palazzi giustamente 
celebri per gusto architettonico e pittorici ornamenti, e Ca- 
misano è popolosa borgata con gli avanzi di un castello trai 
più combattuti durante la guerra di Cambrai. I colli, specie 
tra la Madonna del Monte ed Arcugnano, sono popolati di 
ville, mentre più lungi sorgono avanzi di castelli, come quelli 
di Montecchio Maggiore, eretti dagli Scaligeri, ora in com- 
pleta rovina, di Brendola, dove i vescovi di Vicenza si ripa- 
ravano nelle frequenti contese col popolo per fulminarlo di 
scomuniche, e di Montegalda, l'istaurato nei tempi moderni 
così da dar l'idea di quello che era durante le lotte coi Pa- 
dovani. Per l'amenità del sito, per i vini generosi, per le sue 
vaste grotte, dove più volte si rifugiarono i combattenti, il 
Covolo, è celebre Custoza, l'antica Custodia. 

Bellissima è la giacitura di Bassano, la seconda città della 
provincia e una delle più cospicue del Veneto. Dal ponte co- 
perto sul Brenta si ammirano a destra i gruppi di case do 
minate dalle oscure muraglie del castello di Ezzelino, la valle 
ampia, l'anfiteatro delle Alpi, a sinistra la vasta pianura, coi 
mille campanili e la striscia ghiajosa del fiume, il panorama 
che si gode anche più completo dalle torri, dalle fosse, o dal 
giardino Parolini, celebre d'ogni botanica rarità. Bassano ha un 
museo, istituti di beneficenza, case dipinte a fresco, avanzi 
di castelli e mura medioevali. Cartigliano e Rosà, al pari dei 
dintorni di Bassano, hanno ville sontuose; le colline di Ro- 

1 Cabianca J., e Lampertico F., Vicenza e il suo territorio, Milano 1857-61 ; Ru- 
mor, Bibliografia vicentina ; Ciscato, Guida di Vicenza : Brenta ri, Vicenza, Bassano 
e Schio ; Frescura B., L'altopiano dei Sette Comuni, 1S94. 



BASSANO, MAROSTICA, SETTE COMUNI 



399 



mano furono culla e tomba degli Ezzelini; nel vicino castello 
di San Zenone fu consumato l'eccidio di tutta la famiglia 
d'Alberico. Pove è rinomata per le cave di pietra, Valstagna 
per i commerci, e per le roviue che talora vi fa il Brenta, Oliero 
per le sue grotte, lavorate dalle copiose e limpide sorgenti, 
con piccoli laghi e stalattiti ammirate, Cam pese per la coltura 
del tabacco e il sepolcro di quel frate Folengo, che andò ce- 
lebrato per le poesie maccheroniche pubblicate col pseudonimo 
di Merlin Oocai. Marostica, forse un campo di Mario, sorge 
ai piedi del monte sul quale salgono le mura e i castelli che 
la circondano tutta ; Nove, ceduta a Marostica dai Vicentini 
dopo lo sterminio degli Ezzelini, ha una copiosa roggia che 
dà vita a industrie fiorenti, tra le quali va celebrata in Eu- 
ropa quella delle maioliche, oltre a magli, seghe di legname, 
mulini ; Sandrigo è centro di fiorenti mercati ; ed i comuni 
di B reganze, Modena, Pianezza, Fara, Mure si mostrano coi 
lunghi campanili, le bianche chiese, le case pulite in mezzo 
ad una selva di viti, di mandorli, di ciliegi, che producono 
vini prelibati e frutta. 

Singolare è l'altipiano dei Sette comuni, di cui già cono- 
sciamo la conformazione tellurica e gli abitatori. Botzo do- 
mina la valle dell' Astico, ed è il più antico, diviso dagli altri 
dal profondo burrone della Valdassa, che sarà presto at- 
traversato da un ponte gittato, con romana audacia, ad unire 
le frazioni del comune di Roana. In questo si trova la Jc'érchle 
von seileghen Beiblen, la chiesa delle Sante Eemminette, uno 
speco dove la tradizione colloca le Eate che regalavano, a chi 
le invocava, interminabili matasse di filo; altre Fate tengono 
parlamento sul monte Stangar, presso Gallio o nei Busi di 
Foza, mentre i piccoli salvanelli vestiti di rosso ravviano a 
rovescio i capelli dei fanciulli, aggruppano inestricabilmente 
le criniere dei cavalli, fanno impazzire i viandanti. Asiago 
giace in una vasta e verde pianura ondulata, dove le proprietà 
sono divise da grosse lastre di pietra; le case aguzze sono in 
gran parte coperte di scandole, alcune di paglia, pochissime 
di tegole. Le oscure tradizioni, la storia eroica, i costumi ori- 
ginali, la bontà degli abitanti, l'aria saluberrima, il latte, 
tutto s'aduna a farne uno dei più ricercati soggiorni alpini, 
solo che una ferrovia vi adduca con maggior agio dalla pianura. 
Gallio, Foza ed Enego si trovano ad oriente di Asiago, e Lu- 
siana oltre i boschi e le vette, sulle falde meridionali; Enego 
ha gli avanzi di un castello scaligero, ed al pari degli altri 
comuni è soggiorno nell'estate amenissimo: nessuna strada 
unisce questi comuni alia valle del Brenta, a cui si traggono 



400 



L'ITALIA 



i legnami o discendono nelle comode slitte le persone per sen- 
tieri ripidissimi. 

Il distretto di Thiene è uno dei più ricchi ed ameni della pro- 
vincia, protetto dai monti di Asiago e dal Sumano, irri- 
gato da acque copiose, ricco di industrie. Thiene è città im- 
portante come centro agricolo, nota per cospicua beneficenza 
e diffusa istruzione, col castello di Santa Maria tra i più belli 
dell'epoca. Le colline seminate di abitazioni e di ville, colti- 
vate a vigne, frutteti, olivi, hanno aspetto delizioso, Lonedo 
va celebrato per i palazzi dove s'accolgono le più celebri palme 
ed altri fossili di vegetali e di pesci; Zugliano, Lugo, Carré 
per le fabbriche di carta, di pannilani, di altri tessuti. Più 
celebrato per le industrie è il distretto di Schio, il cui capo- 
luogo gareggia con Biella e meritò il nome di Manchester 
italiana. La chiesa di Sant'Antonio Abate e il gran duomo 
di San Pietro furono instaurati specialmente a cura di Ales- 
sandro Bossi, il grande industriale, che nel centro del suo 
quartiere operaio innalzò una statua di Monteverde, il Tessi- 
tore. Intorno alle falde del Sumano sorgono Sant'Orso ricco 
di limpide acque, Pio vene colle grandi industrie di Bocchette, 
i Tretti colle antiche miniere aurifere dove traevano a lavo- 
rare trecento minatori tedeschi, e colle cave di caolino tut- 
tora utilissime, il colle di Meda dove si ritrasse Ezzelino il 
monaco. Arsiero, in bella posizione, ha cartiere rinomate, 
Torrebelvicino altre manifatture ed acque minerali, Valli dei 
Signori è allo sbocco della via che adduce a Rovereto, e 
Malo domina nell'aperta pianura un importante distretto agri- 
colo, mentre Posina, dentro le montagne, ai piedi del Pasubio, 
ha piccole industrie del ferro. 

Valdagno trae il suo nome dal fiume che l'attraversa, l'Agno, 
nato sui monti che incombono alla conca di Recoaro. Il ca- 
poluogo è importante centro industriale, con cave di ligniti. 
Recoaro è tra i più celebrati luoghi di cura, coi dintorni ame- 
nissimi e le fonti di acque salubri, alle quali traggono sul 
dorso degli asinelli le gaie comitive: Castelgomberto, Comedo, 
Trissino, con l'amena villa ora dei Porto, sorgono su colline 
ubertose. Parallela alla valle dell' Agno corre quella del 
Chiampo, al principio della quale si trova Arzignano, forse 
un'antica arx Jani, col castello, i bei fabbricati, le industrie 
fiorenti, e le campagne che tanto contribuirono alla sua ric- 
chezza. Chiampo colle celebri pietre {membro) fu patria di Già 
corno Zanella, che la cantò in bellissimi versi; Crespadoro ri- 
corda antiche miniere certo abbandonate. Un comune di que- 
sto distretto, San Giovanni Ilarione sull'Alpone, fa parte geo- 
graficamente della provincia di Verona. 



THIENE, VALDAGN0, LONIGO, BARBARANO, BELLUNO 403 

Sulle falde dei Berici e nella pianura si distendono i due di- 
stretti di Lonigo e Barbarano. Lonigo ha un'aria fresca e pulita 
di città moderna, con le vie e le piazze ampie, il Duomo, il ca- 
stello e la sontuosa villa dei GTiovanelli; Roventa con ricche 
campagne ha un antico palazzo Rezzonico; Pojana maggiore, 
Orgiano e Sarego sono pure importanti per le terre ubertose 
e le ville signorili. In vaghissima posizione è Montebello, ba- 
gnato da tre torrenti, coi colli rivestiti di pampini e un ca- 
stello spesso menzionato nella storia. Barbarano, antico feudo 
vescovile, fu più di ogni altra terra frequentemente ruinato 
e messo a sacco dai Padovani ed i colli su cui sorgono gli 
altri comuni minori producono vini che nel secolo XVI si 
lodavano « per delicatissimi come la malvasia perseghina e 
per generosi quanto il moscato » . Albettone è ricco di pietre 
calcari ed i colli di Mossano ricordano gli eccidi commessi 
nelle sue grotte da Tedeschi e Spagnuoli \ 

Belluno è la più piccola provincia del Veneto ed una tra 
le minori d'Italia, ma altresì tra le più belle per le sue mon- 
tagne e le acque, per la storia ed i costumi degli abitanti. 
Belluno, si denominasse da Bellona, da Belloveso o da un ignoto 
condottiero « unico per valore » (Virunus), ebbe importanza note- 
vole ai tempi di Roma, vide sorgere negli oscuri tempi delle 
invasioni barbariche i suoi numerosi castelli, e nelle lotte dei 
comuni fu piuttosto guelfa, sebbene si dichiarasse per la Lega 



1 I comuni della provincia di Vicenza che al censimento del 31 dicembre 1881 
avevano più di 3000 abitanti sono i seguenti: 





. . 3,974 


Montebello vicentino . . 


. . 4,455 




. . 4,046 


Monteccbio maggiore . . 


. . 5,961 




8,939 


Noventa vicentina . . . 


. . 5,593 




6,176 




3,542 




14,525 




3,472 




4,004 




. 3,447 




. 3,543 




4,768 


Camisano vicentino . . . 


, 4,294 




. . 6,163 




. . 3,077 


Rosa 


. . 3,289 


Chiampo 


. . 3,909 


Rossano veneto .... 


. . 3,289 




. . 3,817 


Sandrigo 


. . 3,851 


Comedo ....... 


4,544 


San Giovanni Ilarione . . 


. . 3,874 


Dueville 


3,570 


Schio 


11,162 


Enego 


3,294 


Thiene 


. . 6,468 


Fara vicentina 


. 1 3,132 


Tezze ........ 


3,620 




. . 3,141 




. . 3,693 


Isola di Malo 


3,840 




. 3,904 




9,839 






Lusiana 


. . 4,558 




7,496 


Malo 


. 5,266 




. 3,954 








38,713 


L'Italia. 






50 



! 



404 



L'ITALIA 



Lombarda. Ebbe le solite contese di vescovi e baroni, come 
Feltre ed altre città della pianura, sino a che trovò pace 
nella signoria di Venezia. Costituita a provincia, poi a dipar- 
timento del Piave per decreti del Bonaparte, subì tutti i danni 
e gli oltraggi delle occupazioni francesi ed austriache, e vide 
invano i prodi suoi figli insorgere con Fortunato Calvi nel 
Cadore. Il 29 giugno 1873 la città fu devastata e in parte 
distrutta, come altri paesi della provincia, da un violento ter- 
remoto, che fece più di cinquanta vittime e cagionò immensi 
danni, continuando a turbare con lievi scosse per un anno 
la tranquillità degli abitanti. La città, che diede i natali a 
Girolamo Segato, al geologo T. A. Catullo, ad Andrea 
Brustolon, siede a cavaliere di un colle, e dalle sue piazze am- 
pie si godono vedute incantevoli; essa ha aspetto affatto ve- 
neziano, e si comprende che fosse stretta alla Repubblica da 
intimi legami. La cattedrale, in parte distrutta dal terremoto, 
è opera di Tullio Lombardo, del secolo XVI ; il campanile di 
66 metri è del Iuvara, l'antico palazzo dei Rettori, ora Pre- 
fettura, è una bella costruzione del Rinascimento ; il muni- 
cipio in stile gotico' e la chiesa di Santo Stefano, sono edi- 
fici pregevoli, come il museo, che contiene quadri, bronzi, me- 
daglie ed altri oggetti interessanti per l'arte, per la storia, 
per la scienza. Ad un'ora e mezza da Belluno è la Vena d'Oro, 
l'antica acqua della Camana, dove fu eretto dopo il 1866 un 
rinomato stabilimento idroterapico 1 . 

Nel distretto il principale comune è Mei, che tolse il nome 
dall'antico castello di Zumelle, teatro di guerre e di roman- 
zesche avventure. Sedico, allo sbocco della valle del Corde- 
vole, che distrusse nel 1882 il ponte della strada provinciale, 
ricostruito poi a nove archi per questa e per la ferrovia, ha 
i migliori dipinti di Giovanni Demin, e si compone di ben 
venticinque villaggi, con seghe di legname importanti. So- 
spirolo ha fabbriche di stromenti agricoli; Ponte nelle Alpi è 
denominato dal ponte sul Bove cento volte distrutto nei se- 
coli, sino a che nel 1872 fu costruito in ferro; ad oriente di 
esso, tra il Col Nudo ed il Bosco del Cansiglio sorgono i pae- 
selli dell' Alpago continuamente minacciati dalle frane. 

La seconda città della provincia è Peltre, che esagerata- 
mente si disse perpetuo nivkim damnata rigore, a cagione del 
monte Tornatico che la domina. La cattedrale ha un'abside 
policroma sullo stile del quattrocento ; e sulla piazza maggiore 

1 Pellegrini F., Nomi locali del Bellunese, 1885 ; Marson, Vittorio e distretto, 
voi. II; Alvisi G., Belluno e la sua provincia, Milano 1857-61. 



FELTRE, FONZASO, AGORDO, CAPRILE, LONGARONE 



405 



sorgono palazzi cospicui, mentre ivi ed altrove monumenti o 
iscrizioni ricordano Vittorino da Feltre, Panfilo Castaldi, il 
Toinitano, il Morto da Eeltre, Filippo De Boni, Giuseppe Se- 
gusini. I dintorni sono pieni di ville, e nella città si eserci- 
tano le più importanti industrie pastorizie, specie quella degli 
utensili domestici in legno, che le povere donne traggono a 
vendere lontano. Cesio, colonia romana, raccoglie in un co 
mune diciotto o venti villaggi, e le ville illustrate nei 
romanzi di A. Caccianiga; Lentini ha una chiesa che può 
considerarsi un vero museo artistico, ed anche la chiesa di 
Santa Giustina è una delle più belle della diocesi ; nelle nu- 
merose frazioni del comune, tra le macerie di tanti castelli, 
si scavarono armi e monete. Arten e Seren, alle falde setten- 
trionali del monte Grappa, conservano traccie degli antichi 
ghiacciai. Eonzaso, se non il nome {Font assumi), deve certo 
la ricchezza al commercio dei legnami, che scendono pel 
Cismon ; ivi passava l'antica via Claudia Altinate, e corre ora 
una delle più pittoresche e sicure strade delle Alpi. La 
mon, Arsiè, Sovramonte sono centri importanti di industrie 
alpine. 

Il distretto di Agordo è celebre per le miniere, del pari che 
per i pascoli e le alpine bellezze di cui è pieno; il comune onde ha 
nome è il solo della valle del Cordevole che superi i 3000 abi- 
tanti, amenissimo colla sua vasta piazza tappezzata di verde, 
detta Broi e colla chiesa dominata da due campanili, che pre- 
sentano una delle vedute alpine più pittoresche. La chiesa, 
il municipio, il palazzo Manzoni abbelliscono la maggior 
piazza ; ma l'attività e la ricchezza di Agordo sono dovute 
alla miniera di Valle Impenna, coi numerosi pozzi, uno 
dei quali di 150 metri e colle gallerie che misurano tutte in 
sieme più di 5 chilometri, per molti anni poco profittevole 
al demanio dello Stato, ed ora alienata a privati che ne trag- 
gono notevoli profitti dopo l'uso delle piriti nella fabbrica 
zione dei concimi. Alleghe e Caprile sul bellissimo lago, alle 
falde della Civetta, sono deliziosi soggiorni, devastati più volte 
da terribili incendi, e più oltre Rocca Pietore adduce ai ce- 
leberrimi Serai di Sottoguda e alla Marmolada. Da Taibon 
si ascende nella pittoresca valle di San Lucano, tutta piena 
delle leggende del santo vescovo onde ebbe il nome. 

La strada d'Alemagna che avrebbe dovuto attraversare Bel 
luno, passa invece ad oriente, a Ponte delle Alpi, e tocca 
Longarone, bella borgata, con case signorili e seghe impor- 
tanti. Ivi presso sbocca la valle di Zoldo, celebre altrettanto 
per le stupende vedute, le fresche acque, le piccole industrie 



406 



L'ITALIA 



del ferro cui si dedicano i suoi abitanti, che per le miniere, 
i boschi, e le devastazioni terribili del Mae che l'attraversa e 
talora appena lascia il posto alla moderna strada ; in una fra- 
zione di Eorno di Zoldo è nato e si ricorda il Brustolon. Il 
Cadore propriamente detto comprende i due distretti di Pieve 
ed Auronzo. I loro comuni, ad eccezione di Sappada, aggre- 
gato da ultimo al distretto di Auronzo, si ressero con proprie 
leggi, sotto la protezione della Repubblica veneta, sino alla 
caduta di questa 1 . A Pieve fu inaugurato nel 1889 un mo- 
numento a Tiziano ; cinque anni prima, nell'anniversario 
del combattimento di Treponti, ne era stato innalzato un altro 
a Fortunato Calvi. Le chiese e il palazzo del comune, il mu- 
seo, alcune case antiche sono degne di ammirazione e con- 
tengono pregevoli opere d'arte. San Vito di Cadore, tra il 
Pelmo e l'Antelao, è soggiorno alpino amenissimo ; ivi, come 
a Barca, alla Chiusa ed altrove, si combatterono memorabili 
battaglie, e precipitarono più volte frane e valanghe a sep- 
pellire gli abitanti. Il più grosso comune del Cadore è Au- 
ronzo, paese antichissimo, che è andato sostituendo, alle case 
di legno coi ballatoi aftumicati, belle case moderne 2 . All'estre- 
mità del Cadore, il Comelico costituisce una caratteristica e 
ridente isola alpina 3 , formata dalla valle superiore del Piave e 

1 Brentari, Guida del Cadore, Bassano 1886 ; Dona, Il Cadore, Padova 1877 ; 
J. Gilbert, Cadore or Titians Country, London ]869; Ronzon A., Il Cadore de- 
critto e illustrato. 

2 Carducci così descrive questi villaggi nel suo « Cadore » : 

Pieve che allegra siede tra colli ridenti e del Piave 

ode basso lo strepito, 
Auronzo bella, al piano stendentesi, lunga tra Tacque 

sotto la fosca Ajàrnola, 
e Lorenzago aprica, tra i campi declivi, che d'alto 

la valle in mezzo domina 
e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti 

tutto il verde Comelico. 

3 I principali comuni della provincia di Belluno che al censimento del 31 di" 



cebre 1881 avevano 


più di 3000 abitanti 


sono i seguenti : 






3,429 




. . . 3,530 


Alano di Piave 


3,196 


Mei 


. . . 6,999 




7,051 




. . . 3,835 




4,501 




. . . 3,185 




15,935 




. . . 4,274 


Comelico superiore 


4,101 




. . . 4,630 


Feltre 


13,258 




. . . 4,293 




4,793 


Seren 


. . . 4,833 


Forno di Zoldo 


4,814 




. . . 3,406 




4,356 




. . . 3,585 




3,102 


Valle di Cadore . . . 


. . . 3,033 



CADORE, COMELICO, FRIULI 



407 



da quella del Padolo, con cinque comuni suddivisi in 25 villaggi 
quasi tutti nascosti tra i boschi, con pochi campi d'orzo, di 
fave, di patate : bellissima fra tutte è la valle Visdenda, che 
vorrebbe dire appunto degna di essere veduta, ma sorpren- 
denti sono anche più le alpestri bellezze dell' altipiano 
di Sappada, dove abita una gente d'antica origine tedesca, 
buona, frugale, con pascoli ricchissimi e boschi che alimen- 
tano non solo seghe e cartiere, ma altresì alcune piccole in- 
dustrie alpine di cui fu raccolto nel comune un piccolo, ma 
interessante museo campionario. 

La provincia di Udine è tra le più vaste d'Italia e 
comprende una delle regioni meglio distinte, che va altresì 
sotto il nome di Friuli. Ebbe per capoluogo dapprima Aqui- 
leja, poi Oividale, ora Udine, e confini diversi secondo i tempi. 
Il Eriuli storico stendesi dal Piave all'Arsa, dalla Drava 
all'Adriatico; il geografico dalla Livenza al Timavo, dal mare 
alle somme vette delle Alpi Oarniche e Giulie; l'odierna pro- 
vincia comprende l'antica « patria del Eriuli » , meno Porto- 
gruaro, Mon falcone, Gradisca, Aquileia ed altri territori di minor 
conto. Eu « la porta dei Barbari » , che vi distrussero quasi ogni 
ricordo di Roma. Le continue guerre tra il patriarca d'Aqui- 
leja divenuto poi sovrano del Eriuli ed i numerosi castellani, 
le accanite lotte fra i due comuni principali, Udine e Oivi- 
dale, le minute ostilità tra castellani e comuni minori, fecero 
che ogni castello venisse più volte smantellato, ed ogni vil- 
laggio soffrisse incendi e saccheggi, .e non fossero rispettati i 
chiostri, i monasteri, le chiese. Anche i fiumi e i torrenti ag- 
giunsero le loro devastazioni, sì che persino molte memorie 
andarono sperdute. I Carni avevano opposto accanita resistenza 
ai Romani, ma uniti a questi non seppero trattenere i Bar- 
bari, dei quali dominarono più a lungo nel Eriuli i Longo- 
bardi. Durante il governo dei patriarchi, il Eriuli ebbe un 
proprio Parlamento, che ne faceva una specie di monarchia 
temperata, con prelati, nobili e comuni, e fecero per secoli 
savie leggi 1 . Parteggiando quasi sempre per l'imperatore, i 
patriarchi affrontarono più volte le scomuniche pontifìcie, e 
sostennero frequenti guerre, così da far parere ai popoli som- 
mamente desiderabile il governo della Repubblica di Venezia 
che durò dal 1420 alla caduta di questa. Divise poi la sorte 
colle altre provincie venete, e nel 1848 fu tra quelle che opposero 
accanita resistenza sì che ultima sventolò sul Veneto la bandiera 
tricolore dal monte d'Osopo. Il lungo dominio di sovrani pro- 



1 Nicoletti, Costumi e leggi dei Forlanì sotto i patriarchi. 



408 



L'ITALIA 



prii, la posizione del paese e l'indole diversa delle confinanti 
sorelle slave e teutoniche, l'avversione e la gelosia per il Ve- 
neto, tutto contribuì a conservare il dialetto friulano, del quale 
abbiamo notato le singolarità, come sappiamo che vi sono 
nella provincia comuni slavi e tedeschi, ma ben più numerosi, 
oltre i « disonesti » confini di essa, sono i comuni italiani 1 . 

Udine giace nella vasta pianura friulana, sul canale della 
Roja derivato dal Torre con una cinta di antiche mura; altri 
avanzi di mura e di fosse cingono la parte più antica della 
città. In mezzo a questa s'innalza il castello, ricostruito nel 
1513 da Giovanni Fontana, sul colle innalzato, secondo la 
leggenda, da Attila per assistere all'incendio di Aquileja. Sulla 
piazza Vittorio Emanuele sorgono la statua della pace regalata 
da Napoleone in memoria di Oampoformio e una statua eque- 
stre del Gran Re; due altre colossali statue di marmo, Er- 
cole e Caco, stanno come a guardia della Torre dell'orologio. 
I palazzi del comune ricostruito dopo l'incendio del 1876, che 
rispettò parecchi antichi dipinti, l'arcivescovile con affreschi del 
Tiepolo, e del Bartolini, che contiene il museo e la biblioteca 
comunale, sono tra i più notevoli; ma non pochi altri di illustri 
famiglie vanno celebrati per dipinti, per statue, o per gli anre- 
schi, quasi tutti scoloriti delle facciate. Di Udine o della pro- 
vincia, furono Berengario I, Gerardo di Premariaco ed altri illu- 
stri patriarchi aquilejesi, Federico Savorgnano il conservatore 
della patria, Paolo Diacono, il beato Odorico da Pordenone, e 
infiniti altri. Nel distretto di Udine meritano di esser segnalati 
Campoformio dove venne firmato il famoso trattato. Mereto 
di Tomba, cogli avanzi di un antico campo romano, Morte 
gliano che ha una chiesa con pregevolissimi ornati del cin- 
quecento, Lestizza e Pasian Schiavonesco, Pavia di Udine, 
Pozzuoli del Friuli, Reana del Rojale, centri cospicui per 
ville amenissime e per le feraci campagne che le circon- 
dano 2 . 

La provincia, oltre a questi, comprende sedici distretti, che 
possono raggrupparsi in distinte regioni geografiche: il Canal 
del Ferro, la Carnia, Oividale, le terre oltre il Tagliamento e 
la pianura friulana» Il Canal del Ferro corrisponde al distretto 
di Moggio, ed è attraversato dalla ferrovia pontebbana con 
12 stazioni, da Reana del Rojale, a 9 chilometri da Udine, al 
confine che ne dista 68 a 564 metri d'altitudine. Moggio, sulla 

1 Ciconj G., Udine e la sua provincia, Milano 1857-6 L ; Podrecca, Slavia italiano 
1884; Antonini, Il Friuli orientale, 1865. 

2 G. Occioni Bon affons, Guida del comune di Udine, ISSO. 



UDINE, RESI A, CARNI A, TOLMEZZO, AMPEZZO 



409 



riva dell' Aupa, ebbe un antico e potente convento di Bene- 
dettini, e celebrate cave di marmo. La Resia ha singolare la 
lingua come le leggende, e le conservò più a lungo, vivendo 
quasi appartata sino al 1834, quando si aprì la strada carroz- 
zabile, anzi sino alla più recente apertura della ferrovia pon- 
tebbana \ 

Singolare regione è anche la Oarnia, che comprende i due 
distretti di Ampezzo e Tolmezzo, ed è, come poche altre, mi- 
nacciata sui declivi e devastata nelle sue campagne dalle frane 
e dalle acque 2 . Tolmezzo si trova ai piedi del monte Strabut, 
minacciato dal Tagliamento e dal But, che lo distrussero in parte 
nel 1632 e dal terremoto che nel 1788 vi abbatteva 40 case ; 
ha pochi avanzi delle antiche mura, un Duomo di pregiata 
architettura con vari dipinti di scuola veneta, eleganti pa- 
lazzine e un setificio che fu nel secolo XVIII il primo d'Eu- 
ropa. A Cavazzo si ammirano dipinti di Paolo Veronese e 
del Pordenone; Verzegniss andò famosa nel 1878 per una 
epidemia istero-demoniaca, che colpì in pochi mesi 18 donne 
e due uomini, sì che dopo gli urli, i contorcimenti, gli esor- 
cismi, dovettero intervenire la Curia e i carabinieri ; ivi presso 
il Maloga precipita da un arco di ponte colla bella cascata di 
Oiaulis. A Zuglio, la città fondata da Giulio Cesare, si sca- 
varono numerosi ricordi antichi; Arta è nota per le acque 
solforose; Paluzza è il capoluogo della valle del But, altri- 
menti detta Canal San Pietro. Nel vicino canale d'Incarojo, 
attraversato dal Chiarsò, si trova Paularo, delizioso soggiorno 
estivo con ville amenissime, in quello di Goirto o valle del 
Degano sorgono non meno frequentati Comeglians e Forni 
Avoltri, dove Paolo III fece tagliare i larici colossali per il 
palazzo Farnese in Roma. Risalendo il Tagliamento, si scor- 
gono dovunque piccole frazioni e casali, ad anche Ampezzo, 
ricca di fontane zampillanti, appena raggiunge con le sue fra- 
zioni i duemila abitanti. I due comuni di Eorni, in capo alla 
valle, hanno le case tutte in legno, coperte di tavole, circon- 
date da due o tre ballatoi, addossate le une alle altre, e de- 
vono usare singolari precauzioni contro l'incendio. In questi 
distretti si trovano le poche traccie di tedeschi della pro- 
vincia 3 . 

1 Gr. Marinelli, Guida del Canal del Ferro, Udine 1894. 

N. Grassi, Notizie storiche sulla provincia della Gamia, Udine 1872. 
3 I comuni tedeschi di questa regione hanno la popolazione seguente : 



Paluzza o Tiinau 
Sauris .... 
Sappada . . . 



945 
797 
1322 



Totale . . . 3064 



410 



L'ITALIA 



Cividale, più volte distrutta, serba ancora le vecchie mura, 
e il Duomo è una delle più belle chiese del Friuli, con un 
battistero del secolo Vili ; nella festa dell'Epifania il diacono 
cantava il vangelo con l'elmo in testa e la spada nuda in 
mano ad attestare la sovranità degli antichi patriarchi: nel 
museo si conservano antichità romane e longobarde, e tutto 
intorno al territorio dove ora sono ville amenissime sorge- 
vano castelli e fortezze. Attimis e Paedis sulle falde dei monti, 
Povoletto nella pianura, sono i principali comuni del distretto. 
Dietro ad esso, tutto a ridosso del confine si estende quello 
di San Pietro, denominato dal Natisone che lo attraversa o 
dagli Slavi che l'abitano \ 

Cinque dei diciassette distretti si trovano nell'ampia valle 
del Tagliamento, ma ancora sulle ultime pendici delle prealpi. 
Gemona, alle falde del monte Glemina onde ebbe il nome, 
siede in posizione incantevole, con un perimetro murato di 
due chilometri, e belle palazzine dentro e fuori di esso; il 
Duomo contiene reliquie e cimelii ecclesiastici preziosi e an- 
tichissimi ; il palazzo civico fu ricostruito nel 1368 colle ga- 
belle che pagavano i mercanti toscani ; il contado ha marmi, 
vini, abitanti industriosi; le donne emigrano a lavorare la 
seta. Venzone è celebrato per la mummificazione dei cadaveri 
sepolti in alcune sue tombe; Altegna ha le rovine di un ca- 
stello celebrato da Paolo Diacono ; e il castello d'Osoppo è ce- 
lebre per le tombe dei Savorgnani e più per l'eroica resistenza 
del 1848 ; Buja, ricca di moderne industrie, dopo le deriva- 
zioni del Ledra, crebbe anche a spese dei vicini. Tarcento 
ostenta le ruine delle rocche dei Frangipani, Tricesimo, in- 
cendiata nel 1472 dai Turchi, ha iscrizioni romane, e palazzi 
signorili; Magnano, ottime cave di pietre. San Daniele, grosso 
borgo alle falde di un colle, vide più volte il suo ca- 
stello bruciato dai terrazzani per rivendicare sulla feudale pre- 
potenza i loro diritti: vi si ammirano numerosi palazzi signorili, 
e il luogo è frequente pel commercio dei grani e celebrato per 
i prosciutti sottilmente affettati. A Pagagna Pabio Asquini 

1 Ecco i comuni nei quali si parla ancora ordinariamente lo slavo nella provincia 
di Udine: 



San Pietro al Natisone . 


. . 8 


comuni su 


15,62] abitanti 


Cividale 


; \ ■ 5 


» » 


5,820 




. . 4 


» » 


8,985 




1 




641 




1 




3,703 




19 


» » 


34,770 



MANIAGO, PORDENONE, SACILE, SAN VITO, CODEOIPO 413 



scavò la prima torba per usarla nelle fornaci attigue al suo 
torrione. Uno dei più bei castelli è quello dei Colloredo, una 
potente famiglia, che parecchi ne seminò in Friuli ed oltre le 
Alpi, ed ivi ebbe la culla; Eagogna, come San Daniele, 
conseguì negli ultimi anni un notevole sviluppo industriale, e 
così Spilimbergo, che fu già tra i maggiori castelli del Eriuli, 
ed ha palazzi antichi, pregevoli dipinti, importanti setifici. A 
Olauzetto si fabbrica un formaggio speciale, V asino. Nel pa- 
lazzo degli Spilimbergo in Domanins si conserva il ritratto 
fatto dal Tiziano alla sua scolara Irene, che fu della famiglia, 
e tanto si innamorò dell'arte da morire a 20 anni, vittima 
illustre del genio. Maniago e parecchi comuni del distretto 
sono celebri per i coltelli e le forbici ricercate in tutta 
l'Italia. 

Grli altri sei distretti della provincia di Udine si stendono 
tutti nell'aperta pianura. A Pordenone primeggiano il palazzo 
a sesto acuto del comune, costruito nel 1291 e il tempio di 
San Marco con pregiati dipinti, specie del pittore che andò 
famoso col nome della terra e sparse anche nei più umili 
paeselli circostanti le opere sue ; la città ha varii palazzi, ed 
un singolare campanile che si ingrossa verso il castello delle 
campane; nel castello di Pordenone Bartolomeo d'Alviano 
raccoglieva letterati ed artisti, tra i quali Eracastoro e il Na- 
vagero, ed il territorio è feracissimo. Non poche terre diedero 
origine a famiglie illustri, Aviano, Oordenons, Fontanafredda 
Pasiano, Porcia, ed erano assiepate di castelli, come oggi sono 
fiorenti di industrie ed abbellite di ville amenissime. Sacile 
ha una piazza cinta da portici, con bellissimi edifici, e fu a 
lungo antemurale del Eriuli verso la marca Trivigiana; Ca- 
neva, Polcenigo ed i vicini comuni sono celebrati per i vini, 
le sete ed altri prodotti agricoli. Ad ogni piè sospinto s'incon- 
trano anche qui rovine di castelli feudali; San Vito, denomi- 
nato dal Tagliamento che più volte ne devastò le campagne, 
diede i natali a Era Paolo Sarpi, ed è un grosso borgo agri- 
colo ed industriale, il terzo della provincia. Oodroipo ha una 
vasta piazza. quasi circolare con quattro vie principali onde 
avrebbe tolto il nome (quadrupiimi), ed al pari dei comuni 
del distretto ha filande di seta, rovine di castelli e palazzotti 
moderni ; in una frazione di Passoriano sorge la villa dei 
Manin, dove morì l'ultimo doge di Venezia, e dimorò Na- 
poleone durante il trattato di Oampoformio, per cui diede il 
nome al dipartimento durante il Regno italico. Latisana, poco 
lungi dalle lagune, tra vaste praterie, è centro, per quanto 
decaduto, dell'allevamento della razza di cavalli che ha nome 

L'Italia 51 



414 



L'ITALIA 



di friulana; Palinanova o Palma, una delle poche fortezze 
del nostro confine, fu costruita dai Veneziani nell'anniversario 
della battaglia delle Ourzolari, quasi Italiae et christianae 
fidei propugnaculum, e fu per qualche tempo luogo d'asilo, specie 
per i cattivi debitori \ 

Si è notato che nel Veneto, più che altrove, si trovano ol- 
tre il confine politico città e terre italiane delle quali ci ri- 
mane ora a dare una breve descrizione. E prima dal Tren- 
tino orientale, sulla sinistra dell'Adige, dove appunto sor- 
gono le maggiori città, a cominciare dal capoluogo. Trento si 
innalza sulle rovine della forte Tridentum, che fu uno dei 
baluardi dell'impero romano, circondata dai tre colli o Doss 



1 Ecco i comuni principali della provincia di Udine che secondo il censimento 
del 31 dicembre 1881 avevano più di 3000 abitanti : 





3,244 








, . 7,854 




4,252 




5,567 


Povoletto . . . 


3,505 




3,698 




4,133 




3,059 




4,153 




3,269 




3,835 




6,184 


Pozzuolo del Friuli 


3,461 




5,213 




1,007 


Ciseriis 


3,242 


Prata di Pordenone 


3,464 




8,118 


Rivignano ....... 


3,009 


Castelnuovo del Friuli . . 


. . 3,148 




3,625 




. . 1 5,034 




3,215 




' 4,912 


Rivolto 


3,654 








5,326 


Fagagna 


4,399 


San Giorgio di Nogaro . . . . 


3,804 




, , 3,474 








4,139 




3,949 




, 3,254 


San Giorgio della Richinvelda . 


3,709 




. . 7,953 


San Pietro al Natisone . . . . 


3.182 




. 3,370 


San Vito al Tagliamento . . . 


9,136 




. . 5,045 




4,072 




. . 4,187 




5,456 








3,204 






Tarcento . 


3,940 


Marti gn a eco 


. . 3,458 




4,618 




3,263 


Trasaghi s 


3,610 




4,006 




3,940 




. . 3,917 




31,854 




. . 3,878 




3,051 




4,491 






Pai mano va ... . 


. . 4,600 


Vito d'Asio 


3,031 








4,240 



TRENTO, ROVERETO 



415 



di Trent, di San Rocco e di Sant'Agata. Le torri che sorgono 
da tutti i lati della città, le vecchie mura merlate che fanno 
qua e là capolino tra i nuovi edifìci, il suo castello, i cam- 
panili dai tetti variopinti, sui quali il sole fa brillare scintille 
di topazi e smeraldi, le danno fisonomia originale. Dovunque 
facciate dipinte e fregi scolpiti, intonachi rabescati a grafiti, 
bassorilievi dei decoratori piovuti a Trento durante i princi- 
pati di Bernardo desio e del Madruzzi \ Su ogni finestra vasi 
di fiori, dietro i quali mandano lampi le nere pupille italiane 



N. 54. — PALM ANO VA. 




Scafa c/i f. j 1 oo.o oo 

0 1 2 3 4-56 



delle belle trentine : si direbbe, come Arrigo Heine, che tutta 
la città « vi guarda co' suoi grandi occhi italiani » . Il duomo 
è uno dei migliori edifìci del secolo XIII, e nella chiesa di 
Santa Maria Maggiore fa tenuto il Concilio che contribuì alla 
fama della città 2 . Essa è piena di palazzi sui quali domina il 
castello del Buon Consiglio, la famosa dimora dei principi ve- 
scovi, ed ha un monumento a Dante tra i più belli e sugge- 
stivi si potessero immaginare in così fatta città. Rovereto è 
importante centro industriale, specie per la tessitura della seta, 
e crebbe all'ombra del vessillo di San Marco che per secoli 
sventolò sul massiccio torrione ; ha bei palazzi e monumenti, 
tra i quali uno ad Antonio Rosmini. 

1 Schneller C, Siidtirolische Landschaften, Innsbruck 1899; Escursioni al Tren- 
tino e alle prealpi venete, Schio 1899. 

2 C. Gambillo, Il Trentino, Firenze 1830; 0. Brentari, Guida del Trentino orien- 
tale, II voi., Bassano 1891-95, e le numerose opere ivi citate. 



416 



L'ITALIA 



Era gli altri maggiori comuni del Trentino orientale, quasi 
tutti in bella posizione sui monti, sono degni di menzione 
Eolgaria, coi suoi Mocheni, dominati un tempo dai Signori di 
Castel Beseno ; Vallarsa, ormai completamente italiana di dia- 
letto e di costumi; Lavis, in capo alla vai Cembra, denominata 
àsìlpinus cembra che ne copriva una volta tutte le pendici; Ca- 
valese, in amenissimo sito, famosa nel 1501 per un grande 



X. 55. — UDIXE, GRADISCA, GORIZIA. 




Scala di 1 : 500,000 



processo di stregoneria che condusse ad abbruciare otto fat - 
tucchiere; Predazzo, che sorge proprio nel centro dell'antico 
vulcano per cui andò sconvolta questa regione. Nella valle 
del Brenta hanno speciale importanza Canal San Bovo, con 
le vecchie case di legno, Pieve Tesino di cui ricordammo i 
singolari costumi e le vaghissime donne; Pergine, col suo 
castello fieramente combattuto e le moderne industrie; Levico 
e Koncegno, coi celebrati stabilimenti di cure termali, ai quali 
si aggiunsero di recente quello di Vetriolo e lo stabilimento 
alpino di Sella, e infine Borgo, la capitale della Valsugana, 



LIBRARY 



BORGO, AQU1LEJA, GRADO 



419 



ridente paese, circondato da vigneti, fra i quali fanno capo- 
lino numerosi castelli \ 

Xella Venezia Giulia e nell'Istria sono assai numerosi i 
luoghi che hanno una importanza nella storia o seppero ac- 
quistarla per il loro sviluppo demografico ed economico o per 
la loro posizione. Aquileja, che oggi conta appena 900 abitanti, fu 
uno dei centri più ragguardevoli dell'impero romano dal primo 



X. 56. — TRIESTE, CAPO D'ISTRIA, PIRANO. 



35 ! 




* l°25'Estd i Roma 



Scala di 1 : 500,000 



al quarto secolo, dimora di imperatori, importante come pre- 
sidio militare, fiorente di industrie. Le rovine sono state por 
tate via o* coperte dalle glume dei cereali, dai frascati del 
vino, dai fiori del prato: nel suo museo si legge tuttavia la 
storia di venti generazioni. La basilica, colla maestosa torre, 



1 I principali comuni del Trentino so 



Ala . . 4,(541 

Arco . . 3,782 

Ario 3,114 

Brentonico 4,007 

Borgo 4,449 

Canal San Bovo ...... 3,790 

Castel Tesino 2,588 

Cavalese . . . . . . . . . 2,979 

Cles 2,754 

Folgaria 3,581 

Fondo 2,168 

Lavis 3,089 



i seguenti : 

Levico 5,651 

Mezzolombardo 4,019 

Mori . . . . . . . • . . . 4,455 

Pergine 4,336 

Predazzo ... 2,912 

Rabbi 2,557 

Riva 6,480 

Ronceguo 3,394 

Rovereto 10,000 

Trento 21,486 

Vallarsa 3,400 



420 



L'ITALIA 



attesta ancora il dominio dei patriarchi, mentre del loro pa- 
lazzo, distrutto dal terremoto e dalle soldatesche di Eicino 
Cane, restano appena due colonne. Grado fu metropoli delle isole 
venete, ed ebbe patriarchi che vi costruirono il duomo, ricco di 
cimelii e di tesori sacri; è abitata principalmente da pescatori. Oor- 



N. 57. — PISINO, PARENZO, ROVIGNO, POLA. 




Scala di 1: 500,000 



mons, presso al confine segnato dal ponte sul Iudrio, è florido 
borgo, importante centro per l'esportazione della frutta; Go- 
rizia è il vero capoluogo del Eduli orientale, col mite clima 
che la fa paragonare a Nizza e le fiorenti industrie, dominata 
dal castello dove tennero corte armigera e fastosa gli antichi 
conti, con un importante museo. Nel vicino convento di Oasta- 
gnavizzo sono sepolti gli ultimi Borboni di Francia ; a nord-est 
si eleva il vasto altipiano di Tarnova, tutto coperto da una 



GORIZIA, GRADISCA, TRIESTE 



421 



vasta foresta dove nell'inverno compare talvolta anche l'orso. 
Idria, sul fiume omonimo affluente dell'Isonzo, ha ricchissime 
miniere di mercurio ; Gradisca, antica fortezza, chiuse nel suo 
castello, ridotto a prigione di Stato, Federico Oonfalonieri e 
tanti altri dei nostri. 

Trieste, la terza città della monarchia austro-ungarica, è la 
regina dell'Adriatico orientale, anzi il principale porto di 




CASTELLO DI MIRA MAR. 



tutto quel mare. Fu colonia militare e commerciale dei Eo- 
mani, soggetta ai Longobardi e ai Franchi, poi più volte con- 
quistata da Venezia, al cui dominio cercava sottrarsi dandosi 
prima ai patriarchi di Aquileja, poi a Leopoldo d'Austria, 
per essere di nuovo contesa sino a che nel 1521 vi fu 
riconfermato il dominio austriaco. Ma il mare rimase a 
Venezia, e Trieste si trovò annichilita sino a quando nel 
1717 Carlo VI la dichiarò porto franco. Salì in gran fiore 



422 



L'ITALIA 



specialmente dopo il 1866, quando rimase all'Austria, che ne 
fece il porto principale dell'impero. La città vecchia è costi- 
tuita da un labirinto di vie anguste, mascherate a mare dai 
grandiosi edifìci che formano la piazza della Borsa, la piazza 
Grande e l'annesso giardino pubblico. Oltre il corso si estende 
la città Teresiana, dentro essa il canale che serve di porto 
interno, al di là la stazione ferroviaria, i quattro bacini del 
porto, e dietro le colline sparse di ville amenissime. An- 
cora nel 1717 la città aveva 5600 abitanti, ed oggi ne ac- 
coglie 160,000, dei quali ben 125,000 sono italiani, e parlano 
un dialetto tra il veneziano e l'istriano. Il castello, il duomo di 
San Giusto, il lapidario triestino e aquilejano, il palazzo del 
comune, quello del Lloyd, il museo civico ed il teatro grande 
sono gli edifici più notevoli della città; nei suoi dintorni si 
trova il castello di Miramar, eretto dall'arciduca Massimiliano 
Da Trieste, con due ore di ferrovia attraverso il Carso, si rag- 
giunge la grotta d'Adelsberg, che si sviluppa con un percorso 
di oltre quattro chilometri, ed è tra le più vaste e celebri del 
mondo; anche le caverne di San Oanzianó sono interessanti 
per il paleontologo, per lo storico, pel curioso. 

L'Istria è una penisola triangolare che dalle montagne del 
Carso si protende nell'Adriatico tra i golfi di Trieste e di 
Fiume, sì che Nelson la reputava « tutta un porto » 1 . La città 
ed i principali centri sono abitati da italiani, che parlano il 
dialetto veneto ed hanno una incontestabile supremazia civile 
sulle campagne dove, come constatò lo stesso Czornig, « varie 
razze slave vestono all'italiana e parlano un miscuglio di 
vocaboli serbi ed italiani » 2 . Le città più notevoli dell'Istria, 
che fanno capo a Trieste, sono: Pisino, col castello dominante una 
foiba di 125 metri, dove scompaiono le acque piovane, Di- 
gnano, borgata affatto meridionale e di carattere moderno, con 
le sue bellissime donne che ricordano pel loro costume le ar 
lesiane di Provenza ; Capodistria, la patria del Vergerio e del 
Carpaccio, col maestoso e leggiadro palazzo del podestà, il 
duomo e le altre chiese veneziane ; Isola, ai piedi delle colline 
che producono il rinomato refosco-, Pirano, sul promontorio, 
all'ingresso di una vasta rada coronata fra il verde delle 
torri della vecchia cinta murale; Buja, dove più ferve il mo 
vimento di resistenza agli Slavi, chiamata un tempo « la spia 

1 Combi, Istoria; De Luca Bo, Fra Italiani, Tedeschi e Slavi, Torino 1899. 

2 Caprin, Alpi Giulie, Marine istriane ; Tamaro, Le viltà e le castella dell'Istria: 
De Franceschi, L'Istria; Marcotti, L'Adriatico orientale; Hugues C, Impressioni 
sull'Istria, 1899, « N. Ant. », p. 664-(>81: C. E., Su e giò per l'Istria, nelle « Alpi 
fliulie», Trieste 1899. 



CITTÀ DELL'ISTRIA 



423 



dell'Istria » ; Parenzo, che fu a lungo sede della Dieta istriana, 
colla celebre basilica eufrasiana ; Rovigno, città antica, che dà 
alla flotta austriaca come, un tempo a Venezia, i migliori ma- 
rinai. L'ultima città dell'Italia geografica è Pola, col grande 
arsenale militare austriaco e il celebre anfiteatro; questo solo 
mostra l'importanza che, già greca, aveva al tempo dei Ro- 
mani; anche Emme, che si trova sulle soglie d'Italia, sebbene 
politicamente ungherese, è tutta italiana come altre di quel 
litorale \ 



I comuni principali della Venezia Giulia e dell'Istria sono i seguenti : 



Buja 3,000 

Capodistria 9,000 

Dignano 5,000 

Fiume 20,300 

Grado 3,500 

Gorizia 22,000 

Isola 5,200 



Parenzo 3,200 

Pirauo 7,200 

Pisino 3,250 

Pola 32,000 

Rovigno 10,000 

Trieste . 160,000 



L'Italia. 



52 



CAPITOLO V. 



La Liguria o riviera di Genova. 



In confronto del vasto bacino dove si riuniscono le acque 
del Po e quelle dei suoi affluenti, la Liguria è una breve 
striscia di litorale, un semplice versante di montagne; ma la 
limitata sua estensione non le impedisce d'essere una delle re- 
gioni d'Italia meglio disegnate dalla natura, una di quelle che 
più si distinguono pei loro caratteri geografici e la cui popo- 
lazione ha per conseguenza una maggiore originalità nella 
storia. M. Hartmann la chiamò la più bella e pittoresca ri- 
viera marittima che l'Europa vanti ; talune parti di essa sono 
il soggiorno prediletto di pittori e di innamorati, piene di 
ville amenissime, di sontuosi alberghi, di incantevoli siti. E 
di rimando, i Genovesi, per ragione di geografìa, dovevano 
vivere nella storia, per lungo tempo, una vita distinta da 
quella delle altre popolazioni della penisola, stretti sulle spiagge 
brevi, dominate dall'aspra muraglia degli Apennini \ 

Dal nord al sud, dalla pianura padana al litorale mediter- 
raneo, il contrasto è spiccatissimo; ma dall'ovest all'est, dalla 
Provenza alla Toscana il mutamento nulla ha di straordinario. 
Non esiste un limite di separazione apparente fra le Alpi e 
gli Apennini; il passaggio dall'uno all'altro sistema orogra- 
fico si compie per gradazioni insensibili. Quando, al di là delle 

1 Strafforello Gustavo, La Patria, VI, Provincie di Genova e Porto Maurizio, 
Torino 1892 : Giovanni Dellepiane, Gui la 'per escursioni negli Apennini e nelle 
Alpi Liguri, con note di A. Issel, L. Mazzuoli, 0. Penzig, B. Gestro, e un'ap- 
pendice di A. Issel, II ed., Genova 1896; Davide Bertolotti, Viaggio nella Li- 
guria marittima, Torino 1834: Frescura. Bernardino, La Liguria, Dell'* Italia » 
di G. Marinelli, L. Pareto, G. Garibaldi, F. Ciocca ; Guida di Genova e del 
Genovesato, Genova 1846, cfr. A. Issel, Bibliografia scientifica della Liguria, 1887. 



426 



L'ITALIA 



Alpi Marittime, si seguono le montagne in direzione dell'o- 
riente si vede che esse assumono a poco a poco l'aspetto gene- 
rale degli Apennini: la catena, abbassata tratto tratto da 
larghe depressioni, prosegue regolarmente attorno al golfo di 
Genova senza che un solo cangiamento di struttura permetta 
di affermare che leggi dissimili abbiano in questo punto pre- 
sieduto alla formazione di quella massa. Sebbene siano mon- 
tagne assai diverse nel loro complesso, le Alpi e gli Apen- 
nini sono però così intimamente connesse, che possono essere 

N. 58. — LA RIVIERA DI GENOVA. 




a Ovest di Roma 5°3o 



Scala di 1 : 500,000 

considerate come tronco e rami di una stessa pianta. Per chi 
consideri l'orientazione dell'asse quale circostanza capitale, 
l'Apennino ligure incomincia sui contini di trancia, verso le 
sorgenti della Tinea e della Vesubia: ivi, secondo quanto 
hanno assodato le ricerche di Titre, la catena principale delle 
Alpi francesi e quella delle montagne provenzali e liguri, assai 
prossime le une alle altre nella parte sud-occidentale, divergono, 
lasciando fra le loro propaggini la valle d'erosione dove ser- 
peggiano il Po e i suoi affluenti. Se l'altezza delle cime, le 
erbe degli altipiani superiori, le nevi perpetue ed i ghiacciai 
dovessero considerarsi come tratti distintivi del sistema alpino, 
il luogo d'origine degli Apennini si troverebbe all'est del 
gruppo di Tenda, perchè le belle montagne del Olapier, della 
Einestra, della Gordolasca, l'altezza delle quali raggiunge 
in qualche punto i 3000 metri, rassomigliano alle Alpi pei 



CONFINI DELLA LIGURIA 



429 



pascoli, pei laghetti circondati di verzura, pei torrenti, pei 
« clapiers » , per le foreste di abeti, per le valanghe, e possedono 
inoltre i ghiacciai pili meridionali del sistema alpino. In via 
ordinaria i geologi riconoscono il limite più naturale nel punto 
in cui le rocce cristalline della parte occidentale scompaiono 
per far posto a formazioni più recenti e specialmente agli strati 
cretacei e terziari; noi già sappiamo come anche questa sia 
una divisione convenzionale, perchè le masse cristalline che 
costituiscono la vetta dei gruppi occidentali, entro il loro ri- 
vestimento laterale di depositi sedimentari, continuano più 
all'est, sotto gli strati delle formazioni moderne, ed anzi in 
certi punti sorgono oltre questi, in sommità simili a quelle 
delle Alpi. Qualche cima delle montagne di Spezia ricorda il 
gruppo di Tenda per le sue roccie granitiche. 

Assai più ampia della moderna era la Liguria nella remota 
antichità. Se non era Liguria tutta l'Europa occidentale, come 
canta Esiodo, o tutto il bacino del Mediterraneo, come crede 
Eratostene, certo i Liguri si estendevano dal Rodano e dalle 
Alpi sino al mare 1 . Grli Itali, gli Etruschi, i Galli, li ridus 
sero ai più alpestri gioghi dell' Apennino ; tuttavia la Liguria 
romana era ancora molto più ampia della moderna, e la mo- 
derna stessa è ridotta nei suoi contini politici in limiti assai 
più angusti di quelli che le avrebbe segnati natura. Essa inco- 
mincia infatti dal Varo e dal suo principale affluente, la 
Tinea, e con un lungo arco di 417 chilometri bagnato dal 
Mediterraneo, riesce alla foce della Magra, il celebre fiume, che, 

.... per cammin corto 

Lo Genovese parte dal Toscano. 

Al nord, il confine segue il crinale delle Alpi marittime sino 
al monte Oarsene, penetra nell'alta valle del Tanaro, fra Or- 
mea e Garessio; valica ai Griovetti il contrafforte che si stacca 
dal monte dello Schiavo e scende a Oalizzano, sulla Bormida 
occidentale, discendendone la valle sino a Millesimo; di là 
per Cairo, Dego e Spigno riesce a Serravalle Seri via, ripas 
sando sulle valli dei torrenti Erro, Orba, Stura e Lemme, e sui con- 
trafforti che li dividono. Il confine volge poi a sud est lun- 
ghesso il torrente Borbera, discende a Ottone sulla Trebbia, 
e dopo aver raggiunto le vette del Misurasca (m. 1803) e del 
Penna (ni. 1735), scende sul Vara a Varese ligure, per se- 

1 Nicolucci, La stirpe elei Liguri, « Atti accad. di Napoli », II, 1863; Biagio T., 
1 Liguri nelle Terremare, nella « N. Ant. », ser. II, voi. XXIII ; Issel A., Liguria 
geologica e preistorica, Genova 1892, voi. II. 



430 



L'ITALIA 



guire il corso di quel fiume sino alla foce, dominata tutta in- 
torno dalle ultime terre liguri. 

Il confine amministrativo verso la Francia è invece quello 
che noi conosciamo del Regno, assai più breve del naturale ; 
si fa più ampio sulla cerchia delle Alpi, sebbene lasci pur 
sempre alla Liguria la forma di un grande arco, dentro al 
quale s'accoglie un'area di 5282 chilometri quadrati \ costi 
tuendo il più piccolo fra i compartimenti italiani, superato 
anche da quelli del Lazio e dell'Umbria, che pur constano di 
una sola provincia. Si aggiungano 21,41 chilometri quadrati 
per le isole Capraia (19,53), Palmaria (1,63), Tino e Tinetto 
(0,11) e perle due Gallinarie (0,14). La provincia di Genova, 
con 197 comuni, copre un'area di 4072 chilometri quadrati, 
quella di Porto Maurizio di 1210 con 105 comuni 2 . Il dipar- 
timento delle Alpi Marittime ha un'area di 3578 chilometri 
quadrati. 

La massa di sollevamento che costituisce la catena litorale 
è ben lungi dall'essere uniforme. Come le Alpi, gli Apennini 
si dividono in gruppi distinti, collegati gli uni agli altri da 
facili altipiani. Il più bello fra questi è quello che si 
apre all'ovest di Savona e si chiama Passo d'Altare, di Oar- 
care o di Cadibona, dal nome di tre villaggi dei dintorni. 
Questo passo, che ha appena 470 metri d' altezza, venne 
sempre volgarmente considerato come il confine più naturale 
delle grandi Alpi, e ben a ragione, almeno dal punto di 
vista militare. In ogni tempo gli eserciti guerreggianti nell'I- 
talia del nord cercarono di occupare fortemente quella parte 
delle montagne, nell'intento di dominare ad un tempo gli ap 
procci di Genova e le valli minori del versante piemontese ; 
nel 1796 Bonaparte lo superava con mossa audace, e Soult 
lo difendeva invano nel 1800. Le due Bormide e il Tanaro, 
che scorrono all'ovest dell'altipiano d'Altare e vanno a con 
giungersi a valle d'Alessandria, furono spesso tinte di sangue ; 
terribili battaglie vennero combattute a Gavi, a Novi, a Mil- 
lesimo, ed in altri luoghi delle loro valli, in causa appunto 
dell'importanza strategica delle strade che le percorrono. 

All'est dell'altipiano d'Altare, l'Apennino ligure si mantiene 
ad un'altezza di circa 1000 metri; poscia, al di là del colle 
dei Giovi, un dì consacrato agli dei dai Liguri, quasi ricono 
scenti della breccia che esso apre loro verso le pianure del nord, 

1 Secondo le cifre ufficiali: 5407 secondo Strelbitzky ; 5278 secondo B. Frescura. 
* Secondo Frescura, Genova 4099, Porto Maurizio 1179; secondo Strelbitzky, 
Genova 4194, Porto Maurizio 1193. 



APENNINO LIGURE 



431 



la catena si ripiega a sud-est, eleva qualcuna delle sue cime 
ad oltre 1300 metri e spinge al nord parecchie ramificazioni 
di montagne scoscese, una delle quali seppellì sotto le sue ro- 
vine la città romana di Velleja, antichissima colonia dei Li- 
guri vellejati, dove, dopo la celebre tavola alimentaria Trajana y 
dissepolta nel 1747 dalla marra di un contadino di Maci- 
nesso, si rinvennero avanzi di monumenti, di iscrizioni, di 
statue \ 

Al monte Pennino la catena principale s'allontana dal li- 
torale; dove il colle di Pontremoli dà adito alla strada da 
Parma alla Spezia, vale a dire al ripiano di separazione fra 
l'Apennino ligure ed il toscano, la cresta principale si svolge 
a 50 chilometri dal mare. In questa regione orientale delle 
montagne genovesi, una ramificazione laterale si stacca da un 
gruppo della catena centrale e abbassandosi di vetta in vetta 
va a formare il bel promontorio di Portovenere, superba 
rocca di marmo nero, su cui si ergeva un giorno un tempio 
alla dea della bellezza e dell'amore. Questo ramo laterale, la 
cui estremità protegge il golfo della Spezia dai venti dell'ovest, 
fu sempre, come la catena principale, di grave impedimento 
alle libere comunicazioni fra le popolazioni vicine, non tanto 
per l'altezza, quanto per la ripidità dei declivi. La spiaggia 
del Mediterraneo non dista generalmente più di 5 chilometri 
dalla vetta più elevata dell'Apennino : così la montagna as- 
sume tali proporzioni da riuscire quasi insuperabile e le strade 
non possono valicare la catena se non con numerosi meandri. 
Ad oriente del Varo il massiccio stesso delle Alpi bagna le 
ultime propaggini nelle acque azzurre di Nizza e di Mentone. 
La penisola di Saint Hospice, che si protende con tanta grazia 
nel mare tra la baia di Villafranca ed il golfo di Beaulieu, 
la superba « Testa di Oan », la cui pittoresca rocca che in- 
combe su Monaco sembra quasi un mostro isolato, il Capo 
Martin coi lunghi declivi vestiti d'olivi secolari, sono le ultime 
propaggini della grande catena, e chi ne segue passo passo le 
creste può facilmente riuscire alle vette supreme, che domi- 
nano le valli tributarie del Po. L'elevata terrazza della « Testa 
di Oan » (524 metri), frastagliata di improvvisi precipizi dove 
il trachite esce dal seno delle masse calcari, costituisce una 
vera frontiera naturale. Sul breve altipiano che domina il pro- 
montorio, presso il villaggio della Turbia, al quale adduce da 
Montecarlo una ferrovia a dentiera di 2338 metri, una eccelsa 
torre, di cui ancora si vedono gli avanzi imponenti, fu eretta 



1 Pigorini, Mauiottj, Antolini, ecc. 



432 



L'ITALIA 



come trofeo ad Augusto « vincitore di tutte le nazioni delle 
Alpi ». E giustamente fu dato al contrafforte di montagne 
che domina la Turbia a nord il nome di Monte delle Bat- 
taglie, chè in tutti i secoli si combattè accanitamente pel 
possesso di quei confini. I Saraceni possedettero la rupe di 
Eza e quella stessa di Mentone, ed a Monaco dominarono per 
tempo non breve pirati cristiani. 

Il massiccio delle Alpi marittime ha confini assai precisi, che 
in gran parte noi abbiamo conosciuti in Piemonte. I suoi monti 
di granito hanno sulle loro pendici alcuni ghiacciai e nevai 
che costituiscono come la pietra angolare del bacino del Po. Ad 
est il colle di Tenda, dove serpeggia coi numerosi meandri la strada 
da Nizza a Torino, a nord il colle di Larche, il passo del- 
l'Argentiera coi bei pascoli seminati di laghi, sono i confini 
naturali, traverso i quali le acque muggenti e spumanti scen- 
dono tra forre discoscese al Mediterraneo. Su alcune vette 
sorgono ancora le mura dirute di qualche antico villaggio ; 
ma chi le supera ed esce dall'ombra umida di alcune fessure 
della montagna, entra in un bagno di luce, s'affaccia ai 
declivi illuminati dal sole, seminati di bianche ville, coi vil- 
laggi dalle case fitte ed oscure. 

La ramificazione della giogaia alpino-apenninica fra la Roja 
e la Taggia ha una elevazione notevole, che comincia al monte 
Saccarello e diverge a Ventimiglia ed a Bordighera, con due 
propaggini sulle quali parecchie vette si elevano a 2000 
e più metri. Era la Taggia e la profonda valle dell' Arroscia 
si estende la giogaia dal monte Erontè al monte Grande, che 
si protende sino al mare ai capi dei Marmi, di Marta, del 
Cervo, delle Mele. La giogaia principale, che dal monte Erontè 
volge ad Albenga, è lunga 42 chilometri, ma ha pochis- 
sime cime che superino i 2000 metri. In questa regione, come 
in tutta la Liguria, le comunicazioni dovevano riescire diffi- 
cili, specie nel medio evo, quando si lasciarono andare in ro- 
vina le strade romane, sì che l'Alighieri a ragione cantava, 
nel Purgatorio, che 

Tra Lerici e Turbia la più diserta 
La più romita via è una scala 
Verso di quella agevole ed aperta. 

Natura aveva procurato alla Liguria valichi facilmente accessi- 
bili, come quelli di Oadibona (470 m.) e dei Giovi (472 m.), 
ed anche le vette non sono molto elevate, sì che tra Albenga 
e Genova si superano molto agevolmente. A nord di Ge- 
nova, la catena principale dell' Apennino si scosta un po' più 



APENNINO LIGURE, SUA FORMAZIONE 



433 



dal mare, sì che le diramazioni che se ne distaccano acqui- 
stano una maggiore importanza ed hanno anche una mediocre 
altezza. Genova giace fra i due rami di cotesta catena secon- 
daria, che si stacca dal Matallo e dopo essersi elevata alle 
cime su cui sorgono i forti del Diamante e dei Due Fratelli, 
s'adima al forte dello Sperone e si spinge in mare coi due 
capi sui quali sorgono la Lanterna e la batteria della Strega. 
Era le sorgenti del Bisagno e delPEntella spiccasi dal sommo 
una catena secondaria notabile per le sue molte suddivisioni, 
che mandano le acque ora a quei due fiumi, ora nella valle 
di Eontanabuona, e si spingono lungi nel mare col capo me- 
raviglioso di Portofino. Assai maggiore importanza hanno le 
montagne dell'ultima catena, dapprima semplice, poi estesa, 
con vette quasi alpine e precipizi che scendono a picco nel 
mare, come quelli sui quali sorgono le Oinqueterre, sì che ivi 
anche la ferrovia litorale, aperta con difficoltà e spese enormi, 
ha dovuto correre quasi sempre in gallerie, e non pochi vil- 
laggi sono annidati nelle fessure della roccia 1 . 

Della geologia della Liguria non pochi si occuparono, specie 
dopo che vi furono scoperte traccie di antichi ghiacciai e le 
numerose ed importanti caverne ossifere, le quali tanta luce 
diffusero sui tempi preistorici, e per cui Lorenzo Pareto e Ar- 
turo Issel recarono alla scienza largo contributo 2 . Il granito, 
il gneis ed altre rocce cristalline dominano nella riviera di po- 
nente, mentre in quella di levante prevalgono serpentine ed 
eufotidi, che nell'interno della valle della Trebbia, del Taro, 
dell' Aveto raggiungono altezze considerevoli in massicci com- 
patti. Le formazioni sedimentari, che circondano le roccie cri- 



1 Ecco le altitudini principali delle Alpi e degli Apennini liguri : 





. . . 3046 


Monte Canno di Vedone. 


. . 2009 




. . . 2906 




. 989 


Col di Cerèze 


. . . 2564 










Monte E r metta 


. . 1262 




. . . 2200 






Monte Bertrand .... 


. . . 2482 


La Bocchetta 


. . 772 




. . . 2138 


Monte Fascia 


. . 883 


Colle di Tanarello . . . 


. . . 2045 


Madonna della Guardia . . 


. . 820 








1598 








. 1034 




. . . 1627 




. 1053 


Monte Frontè 


. . . 2153 








. . . 1418 




. . 1735 



2 Pareto, Geologia della Liguria; Issel, Nuore ricerche nelle caverne ossifere della 
Liguria, 1878: Contributi alla geologia ligustica, 1887, e specialmente Liguria geo- 
logica e preistorica, 1892. 

L'Italia. 53 



434 



L'ITALIA 



stalline della riviera di ponente, sono schisti steatitosi od ar- 
gillosi, roccie quarzose o calcari, ora granulari, ora a tessitura 
compatta; in quella di levante abbondano invece calcari, are- 
narie e macigni. Grli steascliisti si mostrano specialmente verso 
Finale, e i calcari dolomitici nei monti di Isoverde. Il marmo 
nero di Portovenere si connette con le formazioni calcari an- 
tiche del golfo della Spezia ai colossi delle Alpi carraresi. 
Una più estesa formazione di scbisti argillosi e calcari, di 
macigni e calcari marnosi di epoca terziaria antica, eccetto 
qualche spazio in cui sorgono masse di serpentino, occupa 

N. 59. — PUNTA DI PORTOFINO. 




3°I5' Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

tutta la riviera di levante, stendendosi da Genova alla Spezia, 
lunghesso la costa e nell'interno; nella serie di rocce di questa 
formazione si trovano le belle lavagne, adoperate a diversi 
usi, e le lastre di macigno, che servono a lastricare le vie 
delle città, e che provengono dalle vicinanze di Spezia. 

Il terreno terziario recente si mostra con frequenza anche 
sulle rive del mare ligustico, ma in lembi non molto estesi; 
ve ne ha nelle marne conchiglifere di Albissola e dei paesi 
contermini, ma più a Cenale, dove gli strati superiori sono 
composti di una pietra molare, a Finale, dove predominano 
le sabbie gialle superiori le quali indurite formano la pietra 
giallognola di Finale, che coi marmi di Carrara e la pietra 



GEOLOGIA, CAVERNE DELLA LIGUEIA 



i35 



nera della Lanterna contribuisce al lusso dei palazzi geno- 
vesi. Il monte di Portofino, secondo Lorenzo Parodi, coi 
suoi strati inclinati di puddinga poligenica, deve essere ripor- 
tato alla parte media della formazione terziaria, a cui appar- 
tengono le mollasse di Celle ed il terreno analogo di Cadi- 
bona colle sue ligniti, come sul piovente meridionale i nu- 
merosi banchi di tali roccie, che raggiungono anche altezze 
considerevoli a Roccaforte, a Orocefieschi ed altrove. Presso 
Albenga si trovano argille e sabbie plioceniche, e in un bur- 
rone del Rio Torsero fossili in ottimo stato di conservazione : 
anche intorno al valico dei Giovi furono raccolti fossili, con- 
chiglie e coralli miocenici, specie da Don Perrando, che ne 
arricchì il gabinetto dell'università di Genova. Ammoniti ed 
altri fossili Massici e giurassici si trovano nel monte Parodi, 
presso Spezia, e nei monti sui quali domina la Madonna della 
Guardia si trovano aragoniti in nitidi cristalli, magnesiti, criso- 
tili, traccie di malachite, e vi si trovano anche diabasi ramolari 
e spilitiche con piccoli adunamenti di epidoto verde e cristalli 
d'albite. Nella valle del Bisagno si trovarono alghe fossili e fu- 
coidi, tra le quali notevolissime le impressioni meandriformi 
delle helmintoidee. Altri fossili importanti si trovarono nelle 
marne e nelle argille plioceniche di Borzoli, e presso Torriglia 
furono tratti dal terreno grandi tronchi di conifere, che si 
indurirono all'aria e poterono essere lavorati. 

Tra le numerose caverne ossifere sono specialmente celebri, 
anche perchè più studiate, quelle che si trovano nelle mon- 
tagne calcari dei dintorni di Pinalborgo \ Nella caverna del 
Sanguineto, lunga 22 metri, si raccolsero scheletri umani quasi 
intieri ed ossa innumerevoli, punteruoli d'osso, ascie di pietra, 
fusaruole, cocci di vasi non torniti e malcotti, insieme ad ossa 
di cinghiale e di cervo. Così nella grotta di Rocca di Perti, che 
parrebbe scavata od almeno ampliata dalla mano dell'uomo 
per oltre 100 metri nella pietra di Finale, e nella caverna 
do Rimi, lunga 40 metri, ma in gran parte, oltre a questi, 
inesplorata, si trovarono anche ossa e denti di orsi e di lupi. 
Gli abitanti asportarono tutto il terriccio dalla caverna di 
Martino, ma ancora restano aderenti alle sue parti avanzi 
di breccia ossifera, contenenti pezzetti di carbone e scheg- 
gie di selce. La caverna di Pollerà o Pian Marino, con 
una prima camera di 40 metri per 15 ed un'altra cavità 

1 Paolo Bensa pubblicò nel « Boll, del Club alp. it. », 1900, p. 81-141, un elenco 
delle caverne liguri conosciute fino al 1900, con una ricca bibliografìa. Sono ben 
129 grotte e caverne, con uno studio speciale illustrato sulle dieci caverne del Fi- 
nalese, che sono le più interessanti. 



436 



L'ITALIA 



declive di 86 inetri, conteneva più di 50 scheletri umani ed 
infiniti oggetti lavorati d'ossa e conchiglie, ascie, scalpelli, coltel- 
lini di pietra, lame di bronzo, vasi di pietra oliare, cocci di 
fossili, e numerose ossa, denti di orsi, lupi, cinghiali, cervi, 
daini, caprioli, buoi, capre. Altri avanzi di uomini preistorici, 
delle loro industrie e della loro vita giornaliera si trovarono 
nelle caverne dei Zerbi, delle Fate, di Ve rezzi, e special- 
mente in quella delle Arene Candide, tutta scavata nel cal- 
care triassico, dove, in camere, anditi, cavità quasi innume- 
revoli, erano accumulati scheletri umani intatti nelle tombe 
coperte di lastroni di calcare, e punte di lancia, di giavellotti, 
di pugnali, con ceneri, carboni ed altri avanzi di pasti umani, 
frammenti di vetri romani, monili e pietre da macina, sug- 
gelli di terra cotta e ossa di infiniti mammiferi selvaggi e do- 
mestici, d'uccelli, di testuggini, di pesci. Ricche di fossili e di 
oggetti preistorici erano anche la caverna dei Colombi presso 
Porto venere; la grotta del Pastore presso Toirano che serbava 
avanzi di orsi spelei e di volpi scomparse; quella di Ponte Vara, 
presso Pietra Ligure, probabilmente un antico sepolcreto cel- 
to-ligure, in cui si deponevano i cadaveri dopo morti chiusi 
in due anfore a guisa di cassa. Isella grotta di Bergeggi il 
suolo era coperto da uno spesso strato di breccia ossifera, e 
in quella del Garbasso, presso Noli, si trovarono tracce non 
dubbie di abitazioni medioevali. Alcune furono conservate dalla 
religione, come la grotta di Santa Lucia, presso Toirano, 
lunga qualche centinaio di metri, dalla quale esce un filo di 
acqua che, se non preserva chi la beve dalla cecità, certo ar- 
ricchisce il vicino santuario. 



La brevità del versante marittimo dell' Apennino ligure non 
permette ai torrenti di riunire acque copiose e formare fiumi 
permanenti, i quali scendano al mare e modifichino notevol 
mente l'aspetto delle rive. Il Varo, se anche si voglia assu- 
mere come naturale confine occidentale della Liguria, è fiume 
francese, ai quale solo la Vesubia ed altri minori affluenti re- 
cano acque scese da alpi, in piccola parte anche politicamente 
italiane. Il Paglione e gli altri torrentelli di quel litorale ap- 
pena hanno un nome, e la Roja scorre in parte su territorio 
francese, a cagione dei disonesto confine, per cui Breglio e 
Saorgio, che dominano la sua media valle, appartengono alla 
Francia e una ferrovia da Cuneo a Ventimiglia non è pos- 
sibile se non violentando la natura. Sotto il colle di Tenda 
la Roja ingrossa con le acque del Caramagna e del Riofreddo, 



FIUMI LIGURI, ROJA, NERVI A, CENTA, POLCEVERA 



437 



più in basso con quelle della Levenza, che traversa la selvaggia 
valle di Briga e del Biogna, uscito da uno dei laghi delle Me- 
raviglie; scorre quasi sempre in cupi valloni, che la condu- 
cono dalle faide dei villaggi di Piena, San Michele, Airole, 
sino a Bevera, dove si unisce al torrente omonimo. Lungo la 
Roja corre in gran parte la strada scavata nel vivo scoglio 
ai tempi di Carlo Emanuele I, ma in qualche punto il fiume 
impaluda, mentre in alto alimenta ottime trote e trasporta 
legname, ed in basso dà moto a numerose gore di mulini ed 
a qualche opificio, gittandosi in mare dopo un corso di 58 chi- 
lometri. 

Alla Roja seguono la Nervia, nella cui valle altri vorrebbe 
far scendere la ferrovia da Cuneo che si arresta ora a Vernante, 
parecchi piccoli ruscelli, per lo più asciutti, sino alla fiumara 
di Taggia o Argentina, così chiamata dai vaghissimi argentei 
veli che forma su in alto, nel discendere di cascata in cascata 
sui massi coperti di muschio, ma spesso furiosa nel breve corso 
di 40 chilometri, dalle origini a Colle Ardente, sino al mare, 
dove sbocca presso Arena di Taggia. Nelle piene versa sino a 
10 milioni di metri cubi d'acqua in un giorno, ed il suo letto, 
per lo più asciutto, s'innalza di due o tre metri. L'Impero o 
fiumara d'Oneglia nasce a 550 metri sul livello del mare, al 
Roggio e in altre fontane e, ingrossata d'altri rivi, si insinua 
fra colli ameni, doviziosi d'olivi e d'altre piante fruttifere. 
Come l'Argentina, ha una pendenza molto grande nel corso 
superiore, e nelle sue piene versa in mare circa otto milioni 
di metri cubi d'acqua in un giorno. Altri torrenti, appena 
dopo forti pioggie si gonfiano; per lo più sono poveri fili 
d'acqua gorgoglianti fra le pietre, di cui non una goccia ar- 
riva oltre la duna formata alla foce. 

La Centa, formata dall' Arroscia e dalla Xevia, ha spesso ca- 
gionato, colle sue improvvise inondazioni, gravissimi danni ad 
Albenga; qualche danno recarono ai villaggi che attraversano 
anche altri torrenti, ma nessuno è degno di essere menzionato, 
se non forse per avere talvolta interrotto per più giorni le 
stesse comunicazioni ferroviarie, come avvenne anche nel 1900 
presso Einalborgo, a Savona ed altrove. I declivi dell' Apen- 
nino sono qui ripidissimi, e se un diluvio d'acqua li bagna, anche 
torrentelli appena conosciuti diventano una rovina. Impor- 
tante presso Genova è la Polcevera, la Porcifera di Plinio, 
formata dal Verde, che bagna l'industre villaggio di Isoverde 
e da altri minori affluenti. Corre per lo più asciutta per col- 
line tutte piene di ricche, amenissime ville, mentre sul suo 
letto, dapprima ristretto, ma poi ampio sino al mare, si sca- 



438 L'ITALIA 

vano le ghiaie e si esercitano le industrie dei cordami. Fra 
questo fiume ed il Bisagno siede Genova, e presso le sorgenti 
dei due fiumi, nei laghi del Gorzente, ed a 145 metri sul mare 
presso Mignanego, si raccolgono e si derivano le acque che dis- 
setano Genova, ma già si deplorano insufficienti ad alimentarne 
gli opifìci industriali. 

Tra Genova e Chiavari i fiumi che scendono dalla catena 
centrale volgono tutti alla valle del Po; in Liguria troviamo solo 
poveri torrentelli asciutti, sino all'Entella, cantata da Dante: 
« la fiumara bella — che intra Siestri e Chiavari s'adima » . Nasce 
essa poco lungi dal Bisagno, ma corre per una valle quasi 
parallela al litorale di 20 chilometri, e raccoglie le acque prese 
dai versanti nord-ovest del Penna e del Mozzolasca, che ali- 
mentano cogli altri il Taro ed i finitimi affluenti dei fiumi 
padani. Seguono altri torrenti oscuri persino senza nome ; ta- 
luni, come la Casorza, presso Riva Trigoso, scendono in mare 
traverso rive pittoresche, altri hanno un corso brevissimo. No- 
tevole è solo l'ultimo fiume ligure, la Magra, che accoglie 
varii affluenti, e tra essi la Vara : le due valli, distinte pel 
diverso dialetto, genovese e toscano, sono divise dal massiccio 
del Gottero ; dopo il confluente della Vara la Magra ha letto 
assai ampio e considerevoli piene. Le prime sorgenti di 
questo fiume si trovano a 1166 metri, al colle della Cisa, e le 
acque raccolte in un bacino di 1512 chilometri quadrati scen- 
dono in mare dopo un corso di 64 chilometri : fino ai tempi 
d'Augusto la Magra segnava il confine d'Italia. Le grandi al- 
luvioni di questo fiume hanno formato una estesa spianata 
larga oltre 1200 metri davanti all'antica città tirrena di Luni, 
che una volta si trovava sulla spiaggia ; le stesse alluvioni 
hanno pure cangiato in lago una piccola baia del mare. 

Se la Liguria manca di grandi fiumi, questi sono però so- 
stituiti in alcuni punti da corsi d'acqua sotterranei. Nella Li- 
guria, come in Provenza, sebbene in minor numero, vi sono 
molte fontane che sgorgano in mare a qualche distanza dalla 
riva : alcune anche hanno una massa d'acqua assai notevole. 
Le due sorgenti d'acqua dolce della Polla, che pullulano da 
15 metri di profondità nel golfo della Spezia presso Cadmiare 
e si riconoscevano da lungi pel grande gorgoglio, sono di tale 
abbondanza, che il governo le ha fatte isolare dall'acqua salsa 
per gli approvvigionamenti della marina. 

Oltre a quelli dei quali abbiamo parlato nel descrivere le 
Alpi in generale ed il Piemonte, la Liguria non possiede la- 
ghi veramente notevoli. Parecchie Madonne del Lago ricordano 
certo antichi bacini prosciugati; uno solo è ancora ricco di 



LAGHI, ACQUE MINERALI DELLA LIGURIA 



439 



acque e di trote eccellenti, nell'alta valle dell' Arroscia, sul va- 
lico che da Borghetto di Ranzo adduce al versante del Tanaro, 
dove si celebra una gran festa il 2 luglio. Anche presso Ne vi 
è un Lago scuro, pieno di ottimi pesci. Notevoli come lavoro 
d'arte sono i laghi del Gorzente, che raccolgono le acque di 
un bacino di 18 milioni di metri quadrati, ed alimentano non 
solo i serbatoi di Genova, ma importanti motori industriali. 
Il lago inferiore della Lavezza ha uno specchio d'acqua di 
212,948 metri quadrati, contiene 2,264,167 metri cubi d'acqua 
ed è chiuso a valle da una diga alta 37 metri ; il lago Lungo, 
situato superiormente, ha la capacità di 3,638,939 metri cubi 
e una portata di 450 litri al secondo. Una galleria di 2314 me- 
tri traverso l'Apennino porta l'acqua nel versante della Polce- 
vera ed a Genova, opera anche questa dell'ingegnere Nicolò 
Bruno. Altri laghi furono invece prosciugati, quello di Lajone, 
presso Sassello; alcuni fiumi, se non veri laghi, formano pa 
ludi, che dovrebbero e potrebbero essere assai facilmente pro- 
sciugate, regolandone il corso e traendo profitto delle acque, 
scarse è vero, ma con così rapidi salti, da servire ad alimen- 
tare tutte le forze elettriche occorrenti alle industrie ed alla 
locomozione del litorale. 



Le acque minerali non sono molte, uè godono la celebrità 
di quelle d'altre regioni d'Italia. In alcuni comuni sprizzano 
acque solforose, fredde e termali come a Borgomare, che ha 
un piccolo stabilimento poco lungi dall'abitato; presso Pigna, 
dove da antichi tempi si curavano le malattie della pelle, 
specie la scabbia, sorge pure un piccolo stabilimento moderno. 
Svariate acque termali si trovano a Oastelvittorio, ed in altri 
luoghi, tra i quali ranno giustamente celebrati, anche come 
deliziosi soggiorni alpini, Isolabuona e Vigna, e veri stabi- 
limenti termali si trovano a San Stefano d'Aveto ed a Sopra la 
Croce. Sono invece numerosi come in nessun'altra regione 
d'Italia gli stabilimenti di bagni, ed i luoghi che pel dolce clima 
sono affollati nella stagione invernale, specie per le cure delle 
malattie di petto. In nessun'altra regione il mare concorre di 
più a rigenerare « nell'acque lustrali — le razze mortali » . La 
scienza medica ha detto « al mare, al mare, lavoratori affaticati, 
giovani donne spossate, adolescenti puniti dei vizi dei padri, al 
mare tutti voi che soffrite di questa lebbra moderna, la scro- 
fola, e voi le cui ossa si piegano e si rammolliscono, al mare, 
pallida umanità, fiacca, sfibrata, infeconda » e tutti i litorali 
della Liguria si vanno per due o tre mesi dell'anno sempre 



440 



L'ITALIA 



più affollando di inalati e di sani. A Genova i bagni di mare 
si usavano da remoti tempi, ma appena nei moderni sorsero 
numerosi stabilimenti, che si moltiplicano nella città stessa e 
si dilungano sulle due riviere, non solo in centri importanti, 
come Sanpierdarena, Pegli, Savona, Alassio, Rapallo, Sestri 
Ponente, Levanto, Spezia, ma anche sulle spiaggie un quarto 
di secolo fa appena frequentate di Arenzano, Varazze, Spo 
torno, Einalmarina, Loano, Laigueglia, San Stefano al Mare, 
Starla, Quinto, Santa Margherita, Lavagna, Moneglia, Por- 
tovenere. 

Non meno celebri e frequentati sono i soggiorni inver- 
nali per la cura e la prevenzione della tisi ; sulla riva del 
mare si respira un'aria umida, ricca di cloruri di sodio e di 
iodio, continuamente rinnovata da correnti più ossigenate e 
più pure, sotto la luce viva del sole che anche nell'inverno 
anima coi vivi raggi tutta la natura. Nei luoghi meglio ri- 
posti, dove la temperatura ben raramente scende a zero, vi 
sono fresche ed amene passeggiate, popolazioni gaie ed ospi- 
tali, e sorsero grandi alberghi, che sono veri sanatori, provvisti 
di ogni agiatezza e di ogni lusso moderno. Sono specialmente 
frequentate: Nervi, protetta dal monte che scende quasi a 
picco sulla città, coperto di ville e di oliveti; Quinto al Mare, 
un po' più freddo di Nervi, ma con aria più pura, più ampie 
vedute dal mare e vasto orizzonte ; Alassio ; San Remo, il più 
celebre ed il più affollato, con medie di temperatura, di pioggie 
e di venti così favorevoli, quali nessun altro luogo può offrire 
e con gli amenissimi dintorni, sì che vi dimorarono anche non po- 
chi sovrani d'Europa ; Bordighera, la città delle palme, Ospeda- 
letti, dove ancora non risponde l'accorrenza degli ospiti alle 
spese ingenti fatte, un po' con la speranza di crearvi un nuovo 
Monte Carlo, Monaco, e quasi tutti i centri più ridenti della 
riviera che da Monaco continua sino a Nizza. 

Nessun'altra regione d'Europa può vantare, infatti, in più 
alta misura tutti i vantaggi delle pittoresche bellezze, dei più 
soavi incanti di natura e di cielo. L'uomo che in altri luoghi 
non seppe che rendere più brutta ed incomoda la terra su cui 
dimora, qui contribuì efficacemente ad abbellirla col proprio 
lavoro. Il litorale si stende di promontorio in promontorio con 
un succedersi di curve a profili regolari, tutte diverse pei 
mille particolari delle roccie, delle spiaggie, delle coltiva- 
zioni, dei gruppi di costruzioni. La ferrovia delle due riviere 
s'apre a viva forza un passaggio attraverso i promontori a 
mezzo di gallerie e di trincee, talora molto lunghe ; la linea di 
176 chilometri tra Genova e Nizza ne attraversa più di cento 



LA RIVIERA LIGURE, CLIMA 



443 



in tunnel delle più diverse lunghezze, e quella di 90 chilo- 
metri da Genova a Spezia corre per ben 46,581 metri dentro 
a 72 gallerie, un continuo caleidoscopio, talora incombente 
sul mare, che nelle forti mareggiate danneggia sempre la 
ferrovia \ La strada carrozzabile che più facilmente può pie- 
garsi a seconda delle sinuosità del terreno, serpeggia continua- 
mente, ora elevandosi, ora abbassandosi, ed il paesaggio muta 
aspetto ad ogni suo giro. Qui si segue la spiaggia all'om- 
bra dei tamarischi dal flore roseo, e Fonda marina viene ad 
infrangere le sue spume sull'orlo stesso della via ; altrove si 
sale di giro in giro sulle rocce lavorate dai coltivatori per 
formarne ripiani di terra vegetale e si scorge lontano, attra- 
verso i rami intricati degli olivi, il cerchio azzurro del mare 
che s'allontana sempre più verso l'orizzonte, fino al profilo va- 
poroso delle montagne della Corsica. Dalle creste dei promon- 
tori si seguono con lo sguardo le ondulazioni ritmiche della 
costa, che vanno succedendosi attorno al golfo con tutte le gra- 
dazioni di luce e di tinte onde la lumeggiano i raggi, le om- 
bre, i vapori, il fondo. Le città, i villaggi, le vecchie torri, 
le ville, le officine, i cantieri di costruzione, variano all'infi- 
nito il profilo sempre nuovo dei paesaggi. Una città occupa 
il sommo d'un altipiano, e dal basso se ne scorgono le mura 
e le cupole disegnarsi sull'azzurro del cielo; un'altra si spiega 
a guisa di anfiteatro lunghesso i declivi e viene a finire sulla 
spiaggia coperta dalle barche ivi ritirate dai marinai; un'altra 
si annida in una breve insenatura fra gli ulivi, i vigneti, i 
cedri e gli aranci. Qua e là qualche palma dattilifera dà al 
paesaggio una certa fìsonomia orientale. Xon lungi dalla fron- 
tiera francese, Bordighera è interamente circondata di palmizi, 
i rami dei quali sono oggetto d'un commercio importante, ma 
i cui frutti raramente giungono a maturità ; Bordighera, dopo 
Elche in Ispagna, è la città europea presso la quale l'albero 
africano si è meglio acclimatizzato. 

Alla ricchezza della Liguria porge certo grande contributo 
il clima. « La Liguria ha un clima suo proprio, il quale, tolte 
poche variazioni locali dovute a speciali circostanze di esposi- 
zione, è meravigliosamente uniforme, e partecipa insieme delle 
prerogative dei tropici e di quelle della zona temperata. La 
catena delle Alpi Marittime e dell' Apennino la proteggono 

1 Da Genova al confine francese, 71 gallerie di 27,788 metri, *tra le quali quelle 
ili Capo Berta 2435 metri, Bergeggi 1624, Capo Mele 1320, Crevorill78, Vado 1141, 
Capra Zoppa 1136 ; da Genova a Sarzana, 72 gallerie di 46,581 metri, tra le quali 
quelle di Mesco 3034, Ruta 3047, Traversata 2292, Monterosso 2287, Barbieri-Ro- 
spo 2985, Valle Grande 2528, Grazie 1915. 

L'Italia 54 



L'ITALIA 



dai geli e dalle nebbie nordiche, ed attraggono le nuvole, che 
depongono i loro vapori acquei in forma di neve sulle più 
alte vette, e lasciano il cielo meridionale limpido, azzurro, dal 
« dolce color d'orientai zaffiro » , mentre le sottostanti col- 
line rocciose in cui le due catene si trasformano avvicinandosi 
al mare, concentrano il calore solare e lo irradiano sui lembi 
piani delle spiagge, innalzandone così in modo anormale la 
temperatura, la quale però non riesce mai opprimente, rin- 
frescata com'è dalla brezza e dagli influssi geniali del Medi- 
terraneo » \ In Liguria raramente cade la neve e subito 
scompare ; solo per eccezione, durante brevissimo tempo, il 
gelo è tale da condensare la superficie delle acque, mentre i 
monti che dominano le due riviere sono bianchi di neve ed 
il termometro scende talvolta sino a 10 gradi sotto lo zero. 
Rarissimi sono i luoghi del litorale che per ragioni locali 
hanno un clima meno salubre, come avviene ad Albenga, 
a Loano e altrove, a cagione dei miasmi che esalano dal 
limo depositato dalle piene anche piccole sul fondo ghiaioso 
dei torrenti. Una volta neppure Genova aveva un clima vera- 
mente salubre, ma molto deve ai venti, che vi si ingolfano 
quasi entro un imbuto recandovi tutta l'umidità onde sono ca- 
richi. I venti che seguono la riviera di Ponente, e le correnti 
atmosferiche di quella di Levante, sono arrestati dalle mon- 
tagne che si elevano all'estremità del Golfo di Genova e deb- 
bono scaricare il vapore sovrabbondante. Ma se il clima di 
Genova e d'alcune altre località del litorale ha seri inconve- 
nienti, parecchie città della Liguria, ben riparate dal lato nord 
dallo schermo protettore delie montagne e poste fuori della 
direzione ordinaria delle nubi, godono d'una uniformità e 
d'una dolcezza di clima affatto eccezionali in Europa 2 . Così 
Bordighera, San Remo, Mentone, Nizza, sono veramente in- 
superate ; anche Nervi è un soggiorno delizioso per la bellezza 
del cielo e per la purezza dell'atmosfera. 

Durante l'anno predomina fra tutti i venti il piovoso sci- 
rocco, e più copiose e dirotte sono le pioggie quando si accoin- 

1 Macmillan, The Biviera; S. Liégeard, La cote d'Azur. 

2 La media temperatura, secondo osservazioni di oltre mezzo secolo, è la se- 
guente : 





Gennaio 


Aprile 


Luo 


ilio 


Ottobre 


Minima Massima 


Porto Maurizio. . 


. 8 .5 


14° 


24° 


.1 


16°.8 


— 2/7 33°.4 




. 8°. 6 


14° 


23° 


.8 


16 n .8 






. 7°.l 


14\5 


24° 


.7 


16°.4 






. 7'.6 


14°.2 


24°.3 


16°.9 


— 4°. 8 34°. 7 




. 7°.3 


13.4 


22° 


.9 


15°.7 





CLIMA, PIOGGIE, CONDIZIONI SANITARIE DELLA LIGURIA 445 



pagina coll'austro, o vento di mezzogiorno. Ma se contro lo 
scirocco irrompe d'improvviso il libeccio, si determinano i vio- 
lenti turbini di vento e i diluvi scroscianti, che elevano le 
onde marine contro le case e le strade, spesso guaste od inter- 
rotte, sradicano alberi annosi, abbattono i fumaiuoli, e deter- 
minano, con crescente frequenza improvvisa, disastrosissime 
piene. La pioggia caduta in una media di mezzo secolo di os 
seriazioni fu di circa 130 centimetri l'anno, e il mese più 
piovoso fa l'ottobre, con 230 millimetri. La nebbia è rarissima 
e la grandine poco frequente e quasi mai rovinosa come nella 
gran valle padana \ 

Le condizioni di suolo e di clima e l'esposizione della Li- 
guria, in una alle sue condizioni economiche, ne fanno una 
delle più salubri regioni della penisola. La pellagra vi è pres 
socliè sconosciuta, se ai 4000 malati del Veneto, la Liguria 
ne contrappone appena 94. I comuni sono quasi tutti prov- 
visti di buone acque potabili provenienti dalle vive sorgenti 
dei monti, sì che appena 37 le hanno mediocri e la metà tra 
essi in misura anche insufficiente. Il consumo del frumento 
sale a 1,58 quintali per abitante, come nelle regioni che ne 
consumano di più; quello dei cereali inferiori che nel Veneto 
raggiunge quasi la media di due quintali, si ragguaglia appena 
a 0,25. In LOS comuni è notevole il consumo della carne fre- 
sca, in altri quello del pesce e nel complesso l'alimentazione 
è buona, essendo quasi dovunque notevole anche la produ- 
zione ed il consumo della frutta, e abbastanza diffuso l'uso del 
vino. Anche le condizioni delle abitazioni sono buone, perchè 
si costruirono dovunque nuove e più comode case, dove anche 
i meno abbienti possono trovare buoni alloggi ; si vennero spe- 
cialmente diradando le popolazioni che vivevano accumulate 
in taluni centri, con le case altissime, addossate le une alle 
altre, come ancora si vedono nella stessa Genova, per modo 
da sottrarsi a vicenda l'aria e la luce. 

Su tutti i promontori, in tutti i seni di queste coste pri- 
vilegiate per la mitezza del clima e per la bellezza dei pae- 
saggi, sono stati costruiti ed ogni anno aumentano palazzi, 
ville, alberghi in gran numero. Il litorale di Genova, per una 
ventina di chilometri da ambo i lati della città, è occupato da 
una linea non interrotta di case di campagna e di villeggia- 

1 L'umidità relativa media nei quattro mesi fu di 54°, 68°, 67°, 63° a Porto Mau- 
rizio, e di 58°, 64°, 62", 61° a Genova. La pioggia caduta, per quantità e frequenza, fu: 

Inverno Primavera Estate Autunno Anno 

San Remo . . 181.7 16.5 184.6 16.5 73.7 7.9 306.2 16.6 746.1 37.6 
Genova . . . 329,7 31.4 279.7 34.5 166.0 21.5 531.6 36.3 1307.0 123.7 



446 



L'ITALIA 



ture, di opifici industriali, di cantieri. La popolazione delle 
città, troppo numerosa entro la cinta ristretta, si è sparsa 
nei sobborghi. Un po' alla volta la lunga via che serpeggia 
fra le officine ed i giardini salendo sui promontori, scendendo 
negli avvallamenti, deve necessariamente estendersi su tutta 
la costa ligure, poiché non i Genovesi soltanto, sibbene la 
folla europea delle persone agiate si sente attratta da quei 
luoghi incantevoli. La riviera ligure da Nizza alla Spezia as- 
sume l'aspetto di una grande città, dove i quartieri popolosi 
si alternano ai giardini ed alle ville amenissime. 

La povertà dei ruscelli, l'asprezza dei burroni, le forti pen- 
denze dei declivi, attribuiscono a codesta regione del litorale 
mediterraneo un carattere affatto diverso da quello delle re- 
gioni dell'Europa temperata e perfino del versante immedia- 
tamente opposto. Ohi, dopo percorsi i magnifici boschi di ca- 
stagni irrigati dalle acque nascenti dell'Ellero, del Tanaro, 
della Bormida, valichi le brevi vette, può credersi per un 
istante di essere trasportato in Africa o nella Siria. Le erbe, 
che dall'altro lato degli Apennini stendono dovunque i loro 
meravigliosi tappeti smaltati di fiori, sono più scarse da 
Nizza alla Spezia ; solo pochi ampi prati naturali, e qualche 
aiuola erbosa mantenuta con grandi spese nei giardini ri- 
cordano le campagne del Piemonte e della Lombardia. Se i 
declivi e le strette valli della Liguria non fossero state tras- 
formate dall'assiduo lavoro umano e dall'arte del giardiniere, 
gli Apennini non avrebbero avuto altra verdura che quella 
dei pini e dei roveti. La vegetazione dei grandi alberi non 
raggiunge la stessa altezza che sulle Alpi, sebbene gli Apen- 
nini godano di una temperatura media più elevata; all'altezza 
dove nella Svizzera si vedono ancora bellissimi faggi, sui de- 
clivi liguri gli stessi alberi sono intisichiti. 

Anche nella Liguria vi sono però zone eccezionali, e non 
mancano vegetali che si devono segnalare per la rarità o per 
la bellezza. La regione delle Alpi marittime percorsa dalla strada 
da Nizza a Cuneo si può dire il paradiso dei botanici, tante 
sono le specie varie, belle, interessanti che vi allignano. La 
flora alpina e subalpina vi si mescola in strano modo colla 
fiora mediterranea e vi si additano varie specie provenienti 
dall'occidente, e che qui trovano il loro limite verso oriente 
e settentrione. Nella valle della Roja e nelle altre che im- 
mettono in essa trovasi abbondantissima la mtureja montana 
e non raro il curioso semprevivo a forma di ragno, e poi 



FLORA LTGrURE 



447 



prilli ale, campanule, niicronierie, centauree, sassifraghe di 
molte specie, potentille. Anche il promontorio di Portofino è 
caro ai botanici, che ivi soltanto trovano la saxifraga cochlearis 
ed altre piante rare, coronille, scrofolarie, tinee: sulle pen- 
dici che scendono a San Fruttuoso cresce abbondante Vampe- 
lodesmus tenax, le cui fibre fortissime sono adoperate per la 
confezione di corde assai resistenti. Ideile aride colline che 
sovrastano ad Albenga si trovano lupini, rarissime euforbie, 
e la nepete italica, pianta quasi scomparsa; in tutta la valle 
del ISTeva, sui muri e sulle rupi fiorisce la campanula sabalia. 
La flora del nudo monte Fascia, presso Genova, acquista in 
primavera una vera celebrità, e nei monti che sovrastano a 
Chiavari si trovano varie piante rare, tra le quali la polygala 
chamaebuxus, coi bei fiori bianco gialli e giallo-violetti. Ivi e 
intorno a Genova i monti si coprono di anemoni, di narcisi, e 
più tardi di vaghe orchidee, e quelli della valle del Bisagno 
hanno praterie verdi, con una bella flora montana di genziane, 
asfodeli, arniche, narcisi. Nei boschi della villa Doria a Pegli 
si trova Viris foétidissima, ed in questi e negli altri giardini 
più sontuosi v'è ogni più rara e preziosa specie, in piena terra 
o nelle serre, educata con ogni arte. Sopra Voltri la centanrea 
alpestris, tra Noli e Yarigotti la rarissima anagiris foetida, ed 
a Borghetto San Spirito la non meno rara anchusa tinctoria, 
dalle cui radici si estraeva una volta l'alizarina. Presso Ber- 
geggi si dispiega nella maggior pompa e nella più grande va- 
rietà di forme la flora delle rupi marittime, con alcune specie 
affatto locali come la ferula nodiflora, con esemplari di erica 
arborea tra i più grandi d'Europa, col cyperus globosus, che 
cresce in tutti i fossi della strada provinciale. 

La flora marina, che era bellissima specialmente a Se- 
stri Ponente, è stata in gran parte distrutta dall'operosità li- 
gure, ma ancora ne restano traccie, come presso Alassio il 
pancratium maritimum, e le piante che crescono intorno al 
capo delle Mele. Ohe se poche sono le paludi, vi cresce in 
cambio una flora importante e varia, ninfee, giunchi, e carici 
presso, Albenga, al capo d'Arenzano, presso il Bricco dell'Uomo, 
trovasi l'unica futrena pubescens, ed in certe umide depressioni 
cresce nascosta Visoetes duriacei; nell'Arroscia dovunque impa- 
luda, si trovano ninfee, carici, otricolarie, eleocarie, rarissime 
altrove. Sui monti dell' Armetta, al Fascia, siili' Antola, sul 
Penna e su tutte le cime più elevate crescono edelweiss e 
fiori di grande fragranza, valeriane, aconiti, arniche, genziane, 
nigritille, gigli martagoni, e infinite piante medicinali ; sul- 
l' Antola fiorisce nel maggio il daphne mezereum, sul monte 



448 



L'ITALIA 



(razzo ed in altre colline sopra Multedo V erica cinerea, e su 
tutte le falde del Penna fragole fresche, fragranti, abbondanti 
come non ricordo in aleun'altra montagna. La flora diventa 
veramente meravigliosa a Monte Carlo, a San Remo, a Nizza, 
dove sono i più bei giardini del mondo; ulivi, cipressi, pini, 
carabi superbi, lentischi, coronano le alture, mirti, terebinti, 
rosmarini, quercie sempre verdi, gigantesche euforbie, poten- 
tine e scolopendri sorgono dovunque, e la flora più tropicale 
sposa il verde intenso e i colori spiccati a quella dei nostri 
climi, come Tunica palma europea si unisce alle varietà dei 
tropici, splendide sopratutto a Bordighera che deve all'audacia 
sapiente spiegata da un suo concittadino innanzi a Sisto V, 
quando s'innalzò l'obelisco di San Pietro, l'onore di provve- 
dere a Roma le palme per le sacre cerimonie del culto. 

Come la vegetazione, anche la fauna è scarsa. Il mare può 
dirsi relativamente infecondo al par della terra; esso con- 
tiene poche specie di pesci , in causa della quasi totale 
mancanza di bassi fondi, d'isolotti e di foreste d'alghe; la 
spiaggia, che scende a picco fino ad una profondità di parec- 
chie centinaia di metri, offre poco ricovero agli animali ma- 
rini; le strette spiagge che si stendono a semicerchio da pro- 
montorio a promontorio sono composte di sabbia fine, senza 
nessun detrito di conchiglie: da Portofino a Laigueglia, sovra 
una estensione di 140 chilometri, De Saussure non ne trovò 
una sola. Perciò i marinai genovesi sono costretti ad andare 
a pescare su coste lontane; quelli d'Alassio, sulla riviera di 
Ponente, vanno in Sardegna, quelli di Camogli, sulla riviera 
di Levante, nei paraggi della Toscana. Poche specialità della 
fauna meritano una menzione ; sopra Borzoli trovasi una rara 
specie di ghiro, e nelle numerose caverne pipistrelli di di- 
verse e talora rarissime specie; intorno al Colle di Tenda 
ed in qualche altra montagna non mancano camosci, ermel- 
lini, lepri bianche, che però si vanno diradando, come scom- 
parirono i lupi, tanto numerosi una volta, che scendevano 
non solo al Bracco, ma presso Portovenere, dove ne descrive le 
recenti stragi Eranco Sacchetti. Nella caverna di Santa Lucia 
si trova un rarissimo batrace, il pelodytes punetatus, in quelle 
della Taragnina e di Lunea vivono coleotteri, lepidotteri, miria- 
podi, aracnidi rari, come Vanophtalmus apenninus, Vatractosoma 
coecum, il polidesmus Barberii, Voòisium italicum. A Busalla, 
sotto le foglie secche, nei luoghi umidi, si trovarono il tro- 
gaster Dorine ed altri coleotteri, e importanti chirotteri fu- 
rono tratti dagli oscuri silenzi delle grotte del Drago, delle 
Tre Tane e dal Balou, presso Isoverde, come di sotto i mucchi 



FAUNA, ABITANTI DELLA LIGURIA 



449 



di concime e le fascine, i musaragni. Sotto le nude foglie dei bo- 
schi sono pure frequenti i musaragni; al Bricco, sopra Borzoli, 
si trovano specie particolari di uccelli, che qui, come dovunque, 
vanno scomparendo di fronte alla caccia sterminatrice dell'uomo, 
ed appena da qualche anno trovano un po' di ricovero sulle 
pendici che si vanno faticosamente rimboscando sul Bricco, 
alla punta di Portofino ed altrove. Coleotteri numerosi e rari 
si trovano anche sui monte Eascia, nelle grotte presso Spezia, 
nelle sabbie marine di Sturla, e Santa Margherita ha la spe- 
cialità d'una grossa lucertola. 

I Liguri serbano i caratteri degli scheletri preistorici sco- 
perti in così gran numero nelle caverne ossifere della loro 
terra. Ma certo a quei tempi erano assai più diffusi, se i Greci 
medesimi li trovarono anche lontano dalle loro sedi presenti. 
Da quegli antichi progenitori ebbero forse il nome, ma l'ori- 
gine rimane oscura, e solo è certo che non erano affini coi 
Celti, come parve a Cluverio ed a Grotefend, uè agli Sciti, 
insieme ai quali li nomina Esiodo, nè ai Siculi, sebbene ad 
essi commisti per ragione di commercio o come mercenari 
arruolati dai tiranni greci sino ad Agatocle. Traccie della 
presenza dei Liguri si trovano nelle palafitte e terreuiare di 
Euiporedia, sui laghi lombardi, nella valle dell'Enza, presso 
Imola, ed il loro profilo fisico e morale spicca assai bene in 
mezzo a quello dei Celti e degli Iberi. Ma gli antropologi 
non sono d'accordo sui loro caratteri antropologici, se V. Ni- 
colucci trova nel loro teschio elementi turanici, mentre Lom- 
broso e Giuseppe Sergi li connettono alla grande famiglia 
Ibero Libica, che precedette Semiti ed Ariani sul Mediter- 
raneo \ 

Certo i Liguri vennero la prima volta a contatto coi Ro- 
mani nel 231 avanti Cristo, quando Lentulo Caudino celebrò 
su di essi il primo trionfo 2 . E fu breve trionfo, perchè i Li- 
guri si ritrassero nelle montagne, dilagarono nuovamente du- 
rante la guerra punica, sempre alleati ai Cartaginesi, e dopo 
quella assalirono le colonie romane sino a Cremona. Allora 
si mandarono contro di essi vere spedizioni, le quali, ad onta 
dei frequenti trionfi e delle vanterie dei fasti consolari, dura- 
rono quasi un secolo a soggiogarli definitivamente. Così fu- 

1 Nicolucci, La stirpe ligure in Italia, Napoli 1884 ; Sergi, La stirpe ligure nel 
Bolognese, Bologna 1882, e Liguri e Celti nella Valle del Po, Firenze 1883. 

2 Livio, XX; Eutropio, III, 2. 



450 



L'ITALIA 



rono vinti gli Apuani, trasportati a mille a mille nel cuore 
del Sannio, i Eriniati, i Genuati, i Veturii e le altre oscure 
tribù che si erano ricoverate a nord dell' A pennino, gli In 
gaunii, gli Statielli, gli Ossibii, che resistettero quasi sino ai 
tempi di Augusto, se Strabone dice che i Romani, dopo una 
guerra di ottantanni, erano appena riusciti ad assicurarsi uno 
spazio di 12 stadii di larghezza pel libero passaggio dei pubblici 
ufficiali. Ligures montani duri et agrestes, dice Cicerone, certo 
così fatti dalla natura loro e dai luoghi che abitavano. Non 
molto alti, di forte muscolatura e corpo asciutto, bruni di tinta, 
con capelli neri, parchi e laboriosi, traevano anche le donne 
alle più dure fatiche dei campi ed a tutti i rischi delle pubbliche 
imprese. E poiché a molti mancò presto la terra da lavorare 
e da sfruttare, si gettarono al mare e diventarono arditi navi- 
gatori o pirati, ovvero correvano al servizio mercenario, ricercati 
per la resistenza, l'audacia e la valentìa nell'uso della fionda, 
udsuetus malo, come li cantò Virgilio, quando i loro marinai 
veleggiavano in tutti i mari circostanti, e Anzio era citato da 
Scilace come un emporio dei Liguri. Eoma li trovò costituiti 
in liberi comuni, nei villaggi, fra dirupi appena accessibili, den- 
tro le grotte e le caverne. Nulla sappiamo della loro lingua, 
e appena ne distrecciamo qualche parola nella confusione delle 
significazioni etniche toponomastiche: forse è ligure il nome stesso 
delle Alpi e quello antico del Po, Bodincum. Esportavano i 
prodotti delle loro mandre, ricevendo in cambio vino ed olio ; 
coltivavano una razza di cavalli e di muli nani molto apprezzati 
dai Greci, e Teofrasto confonde coll'ambra un minerale di cui 
gli antichi Liguri facevano commercio \ 

Nel medioevo, all'epoca della maggiore prosperità della Re- 
pubblica la sua bandiera sventolava in tutti i mari, I Liguri 
si erano piantati sin dal 1100 a Cafra e alla Tana, e per secoli 
fecero e disfecero imperi per allargare i loro fondaci di Loggia 
dei Banchi, costringendo anche barbare popolazioni a rendere 
omaggio ai loro Dogi. La Liguria, col mezzo di uno dei più 
gloriosi suoi figli, inaugurava poco appresso la storia moderna 
colla scoperta del Nuovo Mondo. Anche Giovanni Caboto, che 
scoperse per primo le coste dell'America del Nord cinque se- 
coli dopo i navigatori normanni, era genovese, come resta ac- 
certato in seguito alle dotte ricerche del D'Avezac: erronea- 
mente Venezia ascrive fra i suoi figli, e gli Inglesi si ostinano 



1 Serra Gerolamo, Storia dell'antica Liguria e di Geno va, 4 voi., Capolago 1885; 
Celesia Emanuele, Bell'antichissimo idioma dei Liguri : Teogonie dell'antica Li- 
guria ; Porti, vie, strade dell'antica Liguria, ecc. 



LIGURI MODERNI? 



451 



a farne un loro compatriota soltanto per una meschina e chi- 
merica vanità nazionale. Vero è che Colombo e Caboto non 
compirono le gloriose scoperte per conto della loro patria; le 
navi da essi comandate appartenevano alla Spagna ed all'In- 
ghilterra e queste nazioni si divisero le ricchezze del nuovo 




CONTADINI DI SAN REMO. 
Da una fotografia dello stabilimento Alinari di Firenze. 

continente. In ogni tempo i valenti marinai genovesi, montati 
sui loro piccoli e solidi navigli, corsero il mondo in cerca di 
guadagno ; per citare un solo esempio, anche oggidì essi 
possedono il monopolio della navigazione nelle acque delle 
repubbliche della Piata : quasi tutte le imbarcazioni che na- 
vigano sul Paranà, sull'Uruguay e nell'estuario della Piata 
hanno equipaggi genovesi. Così pure in Europa si trovano 

L'Italia. 55 



452 



L'ITALIA 



abili giardinieri genovesi nei dintorni di quasi tutte le prin- 
cipali città delle rive del Mediterraneo. 

Dei moderni Liguri così scrive Davide Bertolotti: « Il Li- 
gure è osservantissimo dei precetti che fanno la morale dei 
popoli. Esso è obbediente alle leggi, gratissimo ai benefìzi, ma 
facile a scordarli; fiero ed inesorabile con chi gli nuoce nel- 
l'interesse, e l'offende nell'onor patrio, del quale è più tenero 
che dell'individuale. E pazientissimo al lavoro ed in esso in- 
stancabile; intraprendente ad un tempo e circospetto; sobriis- 
simo, animoso, svegliato d'ingegno ; non agevolmente vinto 
dagli ostacoli, atto assai a vincerli ; costante nel proposito ove 
riesca vantaggioso, pronto a dipartirsene ove torni in danno. 
Nessuno gli va innanzi nell'arte di adunare la ricchezza coi 
lenti guadagni e con gli assidui risparmi L'uso che regna 
altrove di cercare il lieto ozio dopo le ammassate dovizie, 
giace incognito al Ligure : il negoziante che ha guadagnato 
milioni, continua nell'estrema vecchiezza l'applicazione della 
sua gioventù. Sempre bramoso d'acquistare, tenace nell'acqui- 
stato, nulla reputando aver conseguito se alcuna cosa resti a 
conseguirsi, odia il Ligure le spese ch'egli chiama superflue, 
e che altrove si direbbero inservienti al facile e piacevole vi- 
vere. Imperciocché il danaro è l'anima dei traffichi, e l'utile 
che coi traffichi si ricava dal danaro è la vita di un popolo 
privo di ricchezza territoriale. Questa massima fondamentale 
col giro dei secoli si è fatta un nazionale istinto. Per essa 
Genova, in seicent'anni di strane e spesso crudeli vicende, 
sempre conservò i capitali che aveva raccolti nei primi tempi 
della sua gloria navale. Laonde Venezia perdette ogni cosa, 
perdendo la potenza; Genova rimase sempre la stessa. Ma 
questo danaro di cui il Ligure è conservatore sì geloso, più 
nulla diventa ai suoi occhi, se più alte considerazioni da 
lui lo richieggono. L'istoria c'insegna con che larghezza i Ge- 
novesi lo profondessero nei gravi casi della patria. Le loro 
istituzioni di carità sopravvanzano ogni paragone europeo ; 
le chiese, i palazzi, le ville loro, splendenti d'oro, di marmi, 
di opere d'arte, attestano con che liberalità gittassero i tesori 
pel lustro della religione o per l'adornamento del luogo natio » . 
Dall'unione di queste qualità degli uomini colle qualità dei 
luoghi, è derivata nei Genovesi la suprema attitudine alla vita 
del mare, alla navigazione ed al commercio; di guisa che lo 
spirito commerciale è per il Genovese una seconda natura l . In 
nessun altro paese d'Italia anche coloro che hanno accumulato 



1 Viaggi nella Liguria Marittima, pag. 17; Spinola, op. cit., pag. 36. 



LIGURI, DIALETTO LIGURE 



453 



ingenti ricchezze continuano a lavorare senza riposo ed a 
questo modo Genova è diventata seconda soltanto a Milano, 
nel mercato finanziario d'Italia. 

Pochi serbano ancora costumi originali, sotto la pialla li- 
vellatrice della civiltà moderna. In un villaggio microscopico, 
a 1175 metri sul livello del mare, a Pey, le donne vestono 
ancora abiti pittoreschi, assai ricchi e veramente originali. 
In molti villaggi usano ancora antichi scialli stampati, che 
danno al viso molta grazia; diffusissimo poi è l'uso di por- 
tare sui capelli almeno una veletta nera o bianca. Singolari 
costumi durano ancora in occasione di funerali, di nascite, 
specialmente di matrimoni. Ma più che altrove il Ligure è 
originale nelle feste, che celebra con grande solennità di lu- 
minarie, con spari interminabili di mortaretti, con baldorie 
pantagrueliche. Nelle festività più solenni accorrono anche da 
lontano numerosi pellegrini ai santuari più remoti, che negli 
altri 361 giorni dell'anno restano silenziosi e per lo più chiusi. 
Da quello, fra tutti celebre, della Madonna della Guardia, presso 
Genova, cui si accederà tra non molto con una funicolare, 
tutti tornano colla resta (una corona di nocciole) e col cane- 
strello avvolto alla cintola, recando un mazzolino di fiori, 
composto di ealluna vulgaris e di carlina acaulis, ed il ramo 
di castagno coi gusci semiaperti. 

Il dialetto ligure, sebbene abbia molta affinità col corso, col 
sardo meridionale, col toscano e con quello di alcune parti del- 
l'Apennino emiliano, è però distinto per vari caratteri proprii, 
tra i quali prevale la conservazione abbondante delle vocali 
protoniche, e più specialmente delle atone finali n ed e, che 
danno al dialetto genovese la sua fisonomia caratteristica. Da 
un lato va a confondersi colle favelle occitaniche, dall'altro 
col toscano, e si potrebbe dividere in due sezioni, denominate 
come le due Riviere, se il dialetto di levante non si estendesse 
dalla Magra fino oltre Genova e nei pressi di Einalborgo. Qui 
si avverte una modificazione notevole, che supera i confini po- 
litici, e si modifica con mescolanze provenzali specialmente 
nella contea di Mzza e nella valle della Vesubia. In alcuni 
punti le colonie del ligure si avanzano dentro il provenzale, 
come a Biot, Mons, Escragnoles, mentre, per le valli superiori 
del Tanaro, della Bormida e della Scrivia, il dialetto piemon- 
tese guadagna qualche terreno anche sulle falde meridionali 
dell' Apennino. 

Il Ligure, già si è detto, non può vivere nel breve spazio 
in cui si è ridotto nei moderni tempi, ed emigra con mag- 
gior fortuna, se non con maggior frequenza, degli altri italiani. 



454 



L'ITALIA 



Xel 1898 emigrarono 3292 abitanti e 3473 nel 1895, quasi 
tutti per un tempo indefinito, il che dà una proporzione di 
330 a 350 emigranti su centomila abitanti, inferiore e non di 
poco alla media del regno. Vanno quasi tutti nell'America del 
Sud, a raggiungere i parenti o gli amici che vi si sono già 
stabiliti, spesso a sostituirli nei negozi, negli affari, nelle spe- 
culazioni già avviate, e che assicurano loro ormai una grande 
influenza economica in tutto il bacino della Piata. In nessuna 
altra regione d'Italia sono più numerosi gli « americani », 
cioè quelli che sono ritornati al luogo natio con una fortuna 
più o meno grande, ma tale che permette loro di vivere una 
tranquilla vecchiaia \ 

Le condizioni del suolo della Liguria, quasi in ogni parte 
simili, sviluppano meglio le piante legnose, piuttostochè le er- 
bacee. Formano una vera eccezione gli orti industriosamente 
lavorati nelle spianate intorno alle città; fuor di questi, sono 
coltivati dovunque con gran cura gli ulivi, le palme, il carrubo, 
mentre la vite adorna festosamente dei suoi tralci le colline 
amenissime. Più su diminuiscono le piante legnose, sono limitati 
i boschi, e tranne alcune cime, ancora vestite delle antiche selve, 
le montagne si mostrano denudate, coi dossi rotondeggianti ca- 
ratteristici dell' Apennino ligure, dove brevi macchie erbose se- 
parano tra loro aspre roccie : aspetto ben diverso da quello del- 
l'antico tempo, quando i Liguri traevano dalle selve alberi ac- 
conci alla costruzione delle navi e Genova era anche un grande 
emporio di legnami. Nella prima zona che si distende sul 
mare si coltivano prodotti primaticci, agrumi, piante orna- 
mentali, ortaggi, uve prelibate e frutta, che danno a quei ter- 
reni un grande valore e contribuiscono alla ricchezza degli 
abitanti. Segue la zona delle colline, la più importante ed 
estesa, che si spinge verso i 300 metri d'altezza e nella quale 
crescono i due prodotti economicamente più importanti della 
Liguria, la vite e l'olivo ; ivi sono numerosi i campicelli e gli 
orti sostenuti da muricciuoli a secco o sulle roccie, dove cre- 

1 Vi è una grande diversità tra le due provincie. Nel ventennio 1876-1895 emi- 
grarono dalla provincia di Genova 75,000 abitanti, superando in qualche anno i 
5000 (1884, 5085; 1888, 5208); mentre da Porto Maurizio non arrivano nel ventennio 
a 1500. Al porto di Genova convengono emigranti di tutta l'Italia superiore, di 
guisa che ha un movimento maggiore degli altri (in terza classe : 

Genova Xapoli Palermo Totale 

1890. . . . 67,810 40,258 3,093 111,161 

1895. . . . 138,779 69,635 811 209,225 

1899. . . . 67,651 80,162 1,656 149,476 

cui bisogna aggiungere, specie per le partenze da Genova, un quattro per cento nelle 

classi superiori. 



COLTIVAZIONE DEL SUOLO 



455 



scono i cereali, le leguminose ed altri prodotti. Succedono più 
in alto pochi boschi di pini e di quercie, qualche macchia di 
castagni, ed i prati sui quali si passa quasi dovunque senza 
avvertire la differenza tra la zona delle colline e la montana, 
dove ancora si coltivano in parecchi siti il grano, l'orzo, la 
patata \ 

L'olivo è coltivato in tutta la Liguria, ma più special- 
mente nella provincia di Porto Maurizio, dove raggiunge un 
prodotto che nessun'altra provincia italiana eguaglia. Là sua 
coltura copre ben 35,000 ettari; la fuggiasca ad occidente del 
Capo Mele dà i prodotti più squisiti, mentre ad oriente la 
colomòara, la merlina, la pignora ed altre qualità danno un 
prodotto meno squisito, ma più abbondante. La pianta, di cui 
si contano ben 25 qualità, vegeta meglio nei terreni argillo- 
calcari, asciutti, bene scassati, sulle pendenze soleggiate o nei 
ripiani sostenuti da muricciuoli : ma troppi nemici, specie da 
alcuni anni, insidiano questa produzione, sebbene costituisca 
pur sempre una delle maggiori ricchezze della Liguria 2 . La 
vite, favorita da un terreno sassoso e ricco di calce, esposta 
ad un clima tepido e uguale, cresce sui colli, e sulle rive del 
mare, a pergolati, a filari, più di raro a cespugli, sui pioppi, 
insieme ai cereali, ai legumi, ai frutteti. La coltura si andò 
diffondendo e migliorarono i tipi, perchè si comprende che la 
vite sia più rimunerativa dell'olivo ad onta della fillossera, che, 
specialmente intorno a Ventimiglia, ha recato danni gravis- 
simi 3 . Godono maggiore rinomanza i vini delle Oinqueterre, 

1 La produzione agricola della Liguria secondo le ultime notizie è la seguente : 

Area nel 





"~1874"" " 


1894~" 


Prodotto nel 1894 


Frumento . . 


. 72,899 


25,072 


222,002 


Granturco . . 


. 22,508 


8,890 


61,207 




714 


408 


1,343 


Orzo .... 


| 2,045 


809 


3,450 




921 


5,401 


Leguminose . . 


6,859 


5,237 


30,736 


Canapa . . . 


2,500 


29 


97 




1,114 


29 


113 




1,148 


9,910 


313,659 


Castagne . . . 


. 43,810 


63,774 


189,064 



2 Nel 1874 gli olivi coprivano un'area di 81,289 ettari, nel 1894 di appena 50,000, 
ed il prodotto da oltre 100,000 ettolitri scese a 80,000. Altre notizie darebbero 
nel 1888 un prodotto di 60,000 ettolitri per la sola provincia di Genova. Da una 
notizia del 1846 pare che allora si producessero più di 200,000 ettolitri d'olio. 

3 L'area coltivata a vite nel 1874 era di 37,008 ettari, nel 1894 di 41,002, che pro- 
dussero 289,280 ettolitri, 184,389 bianco e 102,733 rosso. Vedi Notizie e studi intorno 
alle uve e ai vini d'Italia, Roma 1896. 



456 



L'ITALIA 



della Polcevera, di Albissola, di Taggia, ina in generale i 
vini ordinari sono leggieri, scarsi di materia zuccherina, di 
gas acido carbonico e di alcool, per la troppo lunga fermen 
tazione; abbondano invece di tannino, sono sani, ma non reg- 
gono al trasporto di mare, se non debitamente alcoolizzati. La 
produzione è d'altronde scarsa al bisogno degli abitanti, clie 
devono ricorrere ai prodotti di altre regioni. Invece si fa 
un gran consumo di patate per l'alimentazione in tutta la re- 
gione montuosa. Assai notevole è la coltura degli agrumi, 
che, insieme ai frutteti, ai prodotti degli orti ed ai fiori, 
accresce notevolmente il valore delle terre liguri e dà luogo 
ad una esportazione rapidamente crescente. La canapa ed il 
lino si coltivano in misura sempre più scarsa, e scarso è pure 
il prodotto del frumento; il resto si trae dalla Rumenia e dalla 
Russia. Il gelso vegeterebbe meravigliosamente sulle colline, 
ma è poco curato, se si producono appena 160 mila chilo- 
grammi di bozzoli un anno sull'altro. I prati artificiali sono 
pochissimi, sebbene l'irrigazione riesca su molte pendici facile 
ed abbondante ; anche i prati naturali sono stati diminuiti ed 
esausti, dagli abusi delle comunanze e dall'abbandono delle 
alture, dove si vedono gerbidi, terreni secchi con erbe dure, 
rari cespugli fra le roccie, su vaste superfìcie, che potrebbero 
essere coperte di pascoli \ 

L'importanza economica delle foreste è molto scarsa, seb- 
bene la Liguria sia il solo compartimento del regno dove la 
terra soggetta al vincolo forestale (181,347 ettari) è maggiore 
della terra arabile (156,058). Il vincolo era meno esteso nel 
1893, essendovi soggetti 85,776 ettari sopra la zona del ca 
stagno, e 80,348 sotto di essa. Circa 65,000 ettari di questa su- 
perficie sopra la zona del castagno e 75,000 sotto — trattasi 
però di cifre poco attendibili — erano coperti di boschi per 
lo più assai radi, più di 900 ettari di cespugli e 17,000 ettari 
erano nudi di vegetazione. I principali prodotti dei boschi 
sono il legname d" opera e da fuoco, il carbone, le scorze per 
concia, le castagne, i funghi, le foglie secche, le ghiande, lo 
strame, le eriche. Nel quinquennio 1879-1883 si sarebbero 
ottenuti da questi prodotti quasi nove milioni di lire, con un 
medio reddito per ettaro di circa 10 lire; quale differenza 
dai terreni coltivati ad orti, a giardini ed a vigneti sulle 
rive del mare ! \ Assai estesa è la coltura del castagno, di cui 

1 Si hanno notizie del 1887-88 per la sola provincia di Genova dove si sarebbero 
avuti 370 mila quintali di erbe foraggiere, 657 mila di erbe dei prati naturali, e 
565 mila quintali di fieno. 

2 Boschi d'alto fusto 2,723,262 : boschi cedui 570,781 : prodotti secondami 5,559,263. 



FORESTE, ECONOMIA AGRARIA, MINIERE 



457 



si utilizza il legno per lavori di falegname e per far carbone, 
e con maggior cura anche il frutto che non solo contribuisce 
in gran parte all'alimentazione del montanaro ligure, ma si 
esporta in Francia ed in America. 

La suddivisione della proprietà, spinta in Liguria come forse 
in nessun' altra regione d'Italia, crea un gran numero di pic- 
coli proprietari che risiedono quasi sempre nei loro poderi, per 
cui buone sono le relazioni esistenti tra i proprietari, i coltivatori 
delle terre ed i pochi i giornalieri, che menano più dura vita. Per 
i prodotti principali è quasi da per tutto diffuso il sistema 
della mezzadria, mentre per gli altri si ricorre anche in Liguria 
al sistema dell'affitto. Il numero del bestiame è scarso e quindi 
poco importanti i suoi prodotti, sebbene alcune razze di bo- 
vini (Bardineto, Chiavari) siano molto pregiate. Il Ligure 
preferisce alla vacca la capra, di cui è ora costretto a disfarsi, 
come per i lavori agricoli e i trasporti preferisce il mulo e 
l'asino al cavallo, che non si produce quasi affatto. Anche l'al- 
levamento dei pesci, dei polli, delle api è poco diffuso e ge- 
neralmente trascurato, sì che la Liguria ha bisogno di una 
notevole importazione da altre regioni d'Italia. 

La Liguria ha invece non comune ricchezza di minerali di 
pregio, marmi e lavagne. Nel comune di Ventimiglia si trova 
calce carbonata in cristalli, in quel di Taggia altre calci ricer- 
cate, e intorno a Triora ferro solforato in cristalli cubici nello 
schisto marnoso. Nei comuni di Terzorio e Pompeiana vi è una 
miniera di galena argentifera e in molti punti si lavorano depo- 
siti di calce carbonata, strati di pietra litografica, cave d'argilla 
marnosa. A Portoro, presso Portovenere, si trovano marmi 
neri screziati in giallo, che ricompaiono nei monti di Por- 
nassio e di Mara; presso Vessima, su quel di Voltri, si sco- 
prirono i resti di una miniera d'oro antichissima, aperta in 
una roccia serpentinosa, e tutto intorno a Celle e ad Albis- 
sola si scavano le terre che servono a far stoviglie, laterizi, 
vasi ed anfore : in essa si scoprirono denti di pesci, con- 
chiglie e coralli che arricchirono parecchi musei. A Màllare 
si segnalarono importanti sfioramenti di antracite, con traccie 
di piante fossili: ma i minerali più utili della Liguria sono 
le piriti di rame e la lavagna. Le prime si scavano in vari 
siti, ma specialmente nel monte di Libiola, sopra Conscienti, 
dove si costruì nel 1901 anche una speciale strada d'accesso; 
dal 1866 si trassero di là oltre a cento mila tonnellate di 
rame, del valore di otto milioni di lire; e fra il minerale si 
trovano cupriti, epidoti, e si scoprirono utensili di pietra e di 
legno antichissimi. Le ardesie o lavagne si traggono special- 



458 



L'ITALIA 



mente dai monti di San Giacomo sopra Lavagna e da altri 
che dominano la valle di Eontanabnona ; vi lavorano sparsi 
più di 1000 operai, che scavano le lastre, le dirozzano, sì che 
poi le donne ed i fanciulli le portano sulla testa sino alle 
rive del mare. Anche le roccie serpentinose forniscono marmi 
per utensili domestici e per decorazioni, notissimi i lavezzi e 
il verde di Polcevera. 

Una grande importanza hanno in questa regione le indù 
strie, e specialmente le navali. A Sestri, Sampierdarena, Ge- 
nova, Spezia, sorgono cantieri navali della maggior iinpor 
tanza, ed altri minori a Riva Trigoso, Varazze, Loano, Oa- 
mogli, Pegli, Voltri, Arenzano, Rapallo, Chiavari, Lavagna. 
Da questi escono soltanto bastimenti in legno e minori bar- 
che; ma quelli costruiscono anche grandi piroscafi, secondo gli 
ultimi progressi della scienza e dell'arte navale, che più d'una 
nazione straniera acquistò da noi con crescente profitto. Nel 1890 
furono costruiti in Italia 357 bastimenti di 26,774 tonnellate 
e del valore di 8,290,265 lire : nella sola Liguria se ne costrui- 
rono 50 di 18,514 tonnellate e per 5,966,650 lire. Nel 1894 
i soli cantieri di Genova e di Sestri vararono sette bastimenti 
in acciaio ; e nel 1899 uscirono dai cantieri liguri 25 navi, di 
28,573 tonnellate, per un valore di 15,060,165 lire \ Meravi- 
glioso lo sviluppo delle industrie metallurgiche, che formano 
più della metà di tutta la produzione siderurgica italiana. Sam- 
pierdarena, Sestri Ponente, Pra, Voltri, Savona sono centri 
importantissimi di tali industrie; esercitate da grandi società o 
da privati, e che producono rotaie laminate, barre profilate, 
chiavarde, chiodi, bolloni, arpioni, filo di ferro, molle a spi 
rale ed altri ferri per la marina, per le ferrovie, per le pri- 
vate costruzioni, occupando più di 5000 operai e disponendo 
di una forza superiore a 10,000 cavalli. Altre officine mecca- 
niche e metallurgiche esercita il governo alla Spezia per la co- 
struzione e la riparazione di navi e loro accessori, di cannoni di 
medio e piccolo calibro e di ogni altro congegno relativo al mate 
riale d'artiglieria ed al servizio della marina da guerra. Oltre a 
7000 operai sono impiegati in gran parte alla Spezia, alcuni 
alla fonderia di Genova, ed importanti officine ha pure a Ri- 
valsolo la Società delle ferrovie mediterranee. Numerose offi- 
cine di minor conto, più di 60, sono disseminate in tutta la 

1 « Sulle condizioni della marina mercantile italiana al 31 dicembre 1895 ». I cantieri 
più importanti diedero: 

Muggiano .... 8 navi 10,674 tonnellate 4,990,000 lire 
Sestri Ponente. . . 5 » 7,931 » 4,882,215 » 

Genova (Foce). . . 3 » 7,912 • 4,500,000 » 



INDUSTRIE LIGURI 



459 



riviera, dove circa 500 operai lavorano il ferro per gli usi do- 
mestici, mentre oltre a 1000 attendono alla fusione della ghisa, 
del bronzo, dell'ottone, per caratteri da stampa, campane ed 
altri prodotti. A questi si devono aggiungere 60 stabilimenti 
privati che attendono a svariate industrie meccaniche, con un 
personale di poco inferiore a 10,000 operai, e si avrà un'idea 
della febbrile attività di lavoro che ferve sulle due riviere e 
risale la valle della Polcevera, innalzando frequenti i suoi fu- 
maioli, fra il verde dei monti e nel più incantevole sorriso 
del cielo. Lo sviluppo di queste industrie ha subito da due anni 
un fiero colpo per le incertezze durate intorno alla questione dei 
premi della marina mercantile, ma ora, sebbene la soluzione 
legislativa non consenta di sperare la febbrile attività del 
triennio 1896-1899, giova confidare in una qualche ripresa. 

L'industria vetraria è importante, non solo a Savona ed a 
Sarzana, ma specialmente ad Altare, celebre da antico tempo 
per questa produzione, che ora si esercita da una delle più 
riuscite cooperative d'Europa e dà prodotti che gareggiano coi 
più ricercati. Assai importanti sono anche le industrie della 
macinazione dello zolfo, della fabbricazione dei combustibili 
agglomerati, le industrie che trattano prodotti chimici, con le 
fabbriche di biacca, minio, litargirio, acido solforico, candele 
steariche, sapone, fiammiferi, dinamite ed altri prodotti. Le 
industrie alimentari sono sviluppate e diffuse, e per la fabbrica 
della pasta da minestra, la Liguria non ha rivali, ed alimenta 
una cospicua esportazione ; più di 300 fabbriche sono sparse 
in 80 comuni, con circa 1500 operai ed un prodotto medio 
che supera i 20 milioni di chilogrammi. La macinazione dei 
cereali si fa in più di mille opifici, la maggior parte assai 
piccoli, che impiegano 2500 operai, con una forza di 1250 ca- 
valli, ed un prodotto che si ragguaglia a due milioni di 
quintali metrici di farina. L'estrazione dell'olio d'oliva si fa 
quasi dovunque, e vi sono connesse fabbriche di sansa e di sa- 
poni. La raffineria dello zucchero di Ri vai olo impiega circa 
1500 operai e molti più attendono alla preparazione delle 
conserve alimentari, tonno, acciughe, carni in conserva, le- 
gumi, delle frutta candite, delle confetterie, di liquori di- 
versi, acque gasose, birra, cicoria, glucosio, cioccolatta ed altri 
prodotti alimentari. 

Le industrie tessili serbano in Liguria antiche tradizioni, se 
ancora nel secolo XIV avevano grande rinomanza in tutto il 
Levante e persino in Africa i damaschi, le sete liscie ed ope 
rate, i velluti che ora si esportano di preferenza nell'America 
del Sud. Ma l'industria serica è in notevole decadenza, men- 

V Italia 56 



460 



L'ITALIA 



tre ha uno sviluppo considerevole quella del cotone, importante 
anche prima che salisse in gran fiore nella stessa Inghilterra. I 
maggiori centri del cotonificio ligure sono nella provincia di Ge- 
nova, a Yoltri, Varazze, Rivarolo, Rossiglione, Campo Ligure, 
Cornigliano, Masone, Savignone, con circa 8000 operai, i quali 
dispongono di 36 motori a vapore e più di 50 idraulici, con 
una forza complessiva di circa 4000 cavalli. A Sestri Ponente 
e a Cornigliano alcune fabbriche attendono alla lavatura mec- 
canica del cotone; altrove si fabbricano maglierie, cordami, si 
filano la canapa, il lino, la juta, e sono numerosi i telai do- 
mestici, più numerose le donne e le fanciulle che lavorano i 
merletti ed i pizzi, specie su tutte le rive del golfo di Ra- 
pallo, dove l'industria ha antiche e gloriose tradizioni \ La 
concia delle pelli, che trae la materia prima dalle regioni pla- 
tensi, dall'Africa, dagli Stati Uniti, dalla Cina, ha una ec- 



1 Secondo una statistica industriale pubblicata nel 1890 e che è tuttavia la sola 
clie dia notizie complessive, essendo tutte le altre parziali e di fonti diverse, vi 
erano in Liguria 60,696 operai così divisi : 

i Officine meccaniche e fonderie . . . 21,370 operai 

Industrie \ * P er l'illuminazione 565 » 

minerarie, meccaniche i Cave e industrie relative 2,042 » 

e chimiche. j Fornaci 3,216 » 

f Fabbriche di prodotti chimici .... 869 » 

/ Macinazione dei cereali 2,508 » 

I Fabbriche di paste da minestra . . . 1,395 » 

1 Brillatoi di riso . . . . . , . . . . 136 » 

Industrie ! Torchi da olio, frantoi, sanse .... 3,561 » 

alimentari \ Raffinazione e macinaz. dello zucchero . 1,826 » 

| Fabbriche di spirito 72 » 

[ » di acque gasose 213 » 

1 » di altre sostanze alimentari. 455 » 

Industria della seta 337 » 

» della lana 891 » 

l » del cotone 7,723 » 

Industrie » del lino e della canapa . . . 222 » 

tessili ; » della juta 515 » 

I » dei passamani e tessuti elastici 22 » 

» dei pizzi e merletti .... 4,675 » 

' Altre industrie tessili 1,101 » 

Concerie di pelli 1,462 » 

i Fabbriche di calzature 100 » 

» di cappelli, feltri e guanti . 104 » 

Cartiere e paste di legno 612 » 

Industrie / Tipografìe e litografìe 1,124 » 

diverse i Mobili e lavori in legno 1,385 » 

I Fabbriche di veicoli 77 » • 

I Lavori di corallo e filigrane .... 550 » 

[ Manifatture dei tabacchi 776 » 

* Altre iudustrie diverse 49(5 » 



INDUSTRIE, STRADE, FERROVIE, PORTI 



461 



cezionale importanza e fiorisce in più di 20 comuni, specie a 
Genova, Sestri Ponente, Savona, Ventiniiglia ; mentre è in 
decadenza l'industria della carta, una volta fiorente. Altre in- 
dustrie notevoli sono le tipografiche, le litografiche, e quelle 
che lavorano il legname, fabbricano turaccioli di sughero, mo- 
bili, specie le sedie rinomate di Chiavari, ed hanno pure gran 
nome le industrie gentili del corallo e dei lavori di filigrana, 
che si esportano in tutto il mondo. 

Le comunicazioni stradali lasciano a desiderare in Liguria, 
a cagione delle naturali difficoltà del terreno e della relativa 
povertà dei comuni che dovrebbero sostenere le maggiori spese. 
Alla fine del 1900 la Liguria aveva appena 1200 chilometri 
di strade ordinarie, poco più della metà di quelle che dovrebbe 
avere per trovarsi nelle condizioni d'altre provincie dell'Italia 
superiore, ed ultimare la sua rete stradale, Vi sono in media ap- 
pena 22 chilometri di strade per 100 chilom. di superfìcie, mentre 
la media del regno supera i 28, e la provincia di Porto Mau- 
rizio è in condizioni ancora inferiori a quella di Genova. Le 
principali strade nazionali uniscono Oneglia alla valle del Ta- 
naro per il colle di Nava, Savona a Oeva per quello di Ca- 
dibona, Genova a Piacenza per Torriglia, Nizza e Ventimi- 
glia a Cuneo per la valle della Roja, la Spezia ad Aulla per 
la Cisa. Una strada principale segue tutto il litorale, dalla 
Spezia a Nizza, ed è la più bella che esista forse al mondo ; 
altre congiungono Pontedecimo a Novi per la Bocchetta, 
e per il passo dei Giovi, Voltri ad Ovada, Albissola ad Acqui, 
Pinalmarina a Calizzano, Albenga a Garessio, Chiavari e 
Sestri a Borgotaro. Sulle due riviere si dilungano da Genova 
tramvie elettriche, che si estendono di continuo, e una ferrovia 
con le gallerie infinite congiunge Spezia a Nizza. Altre strade 
ferrate valicano l'Apennino, da Savona a Cairo Montenotte, da 
Genova ad Ovada ed a Busalla, dalla Spezia a Borgotaro ; e 
vi è gran contrasto per quella che da Cuneo giunge ora a 
Limone Piemonte e si vorrebbe proseguire su Nizza, su Ven- 
timiglia, su Porto Maurizio, con un conflitto acuto d'interessi, 
che non sarà facilmente risolto, mentre già si prevede che le 
due linee dei Giovi non basteranno ai crescenti traffici del 
porto di Genova quando sarà aperto anche il nuovo valico 
alpino del Sempione. 

Il roccioso litorale ligure, tutto seni, golfi e approdi, ha 
procurato a questa regione numerosi porti, se solo dal confine 
francese alla Magra se ne noverano 41, ripartiti nei 4 com- 
partimenti marittimi di Porto Maurizio, Savona, Genova, Spe- 
zia. In questi erano iscritti al 31 dicembre 1894 ben 1239 



462 



L'ITALIA 



navi, di 434,847 tonnellate, che al 31 dicembre 1895 erano 
scemate a 987, di 366.095 tonnellate. Le navi a vapore atten- 
dono alla navigazione di lungo corso, mentre le altre servono 
per lo più a minori viaggi, al cabotaggio o alla pesca \ L'e- 
quipaggio di servizio di questa flotta contava, nel 1884, 42,953 
individui, dieci anni dopo 44,686, compresi costruttori, capitani, 
padroni, marinai, fuochisti e macchinisti, maestri d'ascia, ca- 
lafati, barcaiuoli, piloti, operai addetti alle costruzioni navali 2 . 
La navigazione dei vari porti, che visiteremo più innanzi, 
era rappresentata nel 1894 da un movimento di 27,826 navi, 
stazzanti 9,452,826 tonnellate, con un equipaggio di 361,118 per- 
sone. Genova in primo luogo ed a gran distanza dagli altri, 
Savona, Spezia, Pertusola, Sestri Ponente ed Oneglia ebbero 
la maggior parte in questo movimento, venendo a notevole 
distanza gli altri minori porti ed approdi di cui daremo sin- 
golari notizie. 

Sin dal 1500 la Liguria è una delle regioni più fittamente 
abitate, non solo d'Italia, ma dell'intera Europa. Sul principio 
del secolo decimosesto il territorio della Repubblica compren- 
deva, oltre le due provincie, il circondario di [Novi Ligure o paese 
d'oltre Giogo, misurava più di 6000 chilometri quadrati ed ac- 
coglieva 400,000 abitanti. La popolazione e la densità sua aumen- 
tarono costantemente negli anni successivi ; la città di Genova 
aveva nel 1788, 77,563 abitanti, 95,130 nel 1828, 116,450 
nel 1838, 125,339 nel 1848, 129,978 nel 1858, e ne ha ora 
237,436. La popolazione della Repubblica era nel 1797 di 

1 Ecco la statistica dei varii compartimenti a 5 anni di distanza : 

Navi a vela Navi a vapore 

numero tonnellate numero tonnellate 





1894 


1899 


1894 


1899 


1894 


1899 


1894 


1899 


Genova . . . 


571 


485 


241,121 


243,585 


133 


65 


116,523 


69,126 


Spezia . 


375 


332 


39,536 


29,493 


9 


4 


4,939 


4,863 


Savona . . . 


51 


35 


21,301 


11,615 


4 


2 


3,696 


2,731 


Porto Maurizio 


92 


73 


5,542 


4,507 


4 


1 


3,189 


128 


Totale gen . 


1629 


925 


306,110 


289,200 


150 


72 


47,953 


76,847 



2 La gente di mare divisa per compartimento ebbe il movimento seguente al 31 di- 
cembre : 





1884 


1894 


1899 




. . . 25,091 


27,943 


25,135 




. . . 8,340 


9,536 


10,387 


Savona 


. . . 6,506 


7,180 


6,025 


Porto Maurizio . . . 


. . . 3,016 


3,294 


3,139 


Totale .... 


. . . 42,953 


47,953 


44,686 



ABITANTI DELLA LIGURIA 



463 



603,457 abitanti, e in tutto il territorio ligure, che fu poi an- 
nesso agli Stati Sardi, e comprendeva anche Nizza, Novi e 
Bobbio, vi erano nel 1819, 732,597 abitanti, 787,771 nel 1824, 

N. 60. — PORTO DI GENOVA. 




Dalla Carta dell'Ufficio idrografico della Regia Marina. 

Scala di 1 : 25,000 



905,906 nel 1838, 1,028,270 nel 1848, quando le era stata 
tolta la provincia di Bobbio ed unita quella di Acqui. Nel 1861 
la Liguria è invece limitata alle due provincie di Genova e 
Savona, con 771,473 abitanti, cresciuti nel 1871 a 843,812, 



464 



L'ITALIA 



nel 1881 a 958,584. La maggior parte di questa popolazione 
abita le rive del mare, cioè una zona che dal livello di esso 
va fino a 50 metri ; in questa si trovano 74 comuni con 
558,000 abitanti. Coll'allontanarsi dal mare diminuiscono i 
centri abitati, ed alle attive borgate, ridenti in mezzo ad una flora 
lussureggiante, succedono poveri villaggi, assai più frequentati 
nel medioevo, quando gli abitanti, avvisati dalle numerose 
torri di vedetta, fuggivano su pei monti le sorprese dei Sara- 
ceni e dei corsari. Sino a 500 metri si trova quasi tutta l'altra 
popolazione, 285,769 abitanti, mentre sopra ai 500 metri ne 
vivono appena 58,700, e di essi 5280 sopra i 1000 metri, nei 
villaggi altissimi di Propate (1357), Pey (1175), Porto 
(1051), e nelle osterie di Oosola (1490), Oarega (1341) e 
d'altri valichi apenninici. 

Nell'epoca barbara, quando l'uomo non aveva ancor vinto 
l' Apennino a mezzo di facili strade, Genova, sprovvista di mer- 
cati d'approvvigionamento all'interno, non aveva vantaggi 
naturali sopra gli altri porti della costa ligure. Abbassata più 
tardi dall'arte la muraglia delle montagne, quando le pianure 
del Piemonte e della Lombardia si trovarono in libera comuni- 
cazione col golfo, la posizione geografica di Genova acquistò 
tutto il suo valore. Posta sul fianco della penisola italiana, 
nel punto più vicino alle ricche campagne dell'interno, essa 
doveva impadronirsi del monopolio commerciale di quella 
parte d'Europa. Fra tutte le repubbliche delle coste occiden- 
tali d'Italia, Pisa fu la sola che abbia potuto contrapporsi ad 
essa ; ma dopo lotte sanguinose, Genova finì per trionfare della 
rivale. Essa s'impadronì della Corsica, di cui duramente sfruttò 
le popolazioni ; prese Minorca contro i Mori ed anche alcune 
città della Spagna, che restituì poi in cambio di privilegi com- 
merciali. Xel mar Egeo i suoi patrizi diventarono proprie 
tari di Ohio, di Lesbo, di Lemno e d'altre isole; a Costantino- 
poli i suoi mercanti ebbero tanta autorità da condividere spesso 
il potere cogli imperatori. Essi possedevano quartieri impor- 
tanti di codesta capitale dell'Oriente, di cui avevano fatto una 
succursale di Genova ; perciò la perdita di Pera e del Bosforo 
segnò per essi il principio della rovina. In Crimea occupa- 
vano la ricca colonia di Catfa ; forti castelli e fondachi genovesi 
sorgevano su tutte le strade commerciali nell'Asia Minore, e 
persino nelle alte vallate del Caucaso si trovano di tratto in 
tratto torri da essi costruite e che conservano il loro nome. 
A mezzo del Ponto Eusino, delle campagne della Georgia e 
del mar Caspio essi dominavano le vie dell'Asia centrale. 
Tutte queste colonie lontane della repubblica genovese valgono 



GRANDEZZA DI GENOVA 



465 



a spiegare la presenza di un certo numero di parole arabe, 
turche, greche, mescolate al provenzale, allo spagnuolo e spe- 
cialmente al sardo, nel dialetto dei marinai liguri , ma nel 
suo complesso la lingua è italianissima sebbene la pronunzia 
di qualche parola s'avvicini alla francese. 

Più potente di Pisa, Genova non era però tanto grande da 
vincere Venezia nella lotta per la preponderanza co ni merci ale. 
Essa non aveva l'immenso vantaggio di quest'ultima, la libe- 
ra comunicazione coll'Europa germanica e scandinava a mezzo 
d'un passo delle Alpi. Così nel 1379, sebbene i Genovesi fos- 
sero riusciti ad impadronirsi di Chioggia ed anche a bloccare 

X. 61. — GENOVA E DINTORNI. 



5° 35' 




{ . ■ 

j 5 J 55 ' Ovest di Roma 

Scala di 1 : 100,000 

momentaneamente i propri rivali, l'inliuenza di Genova nella 
storia politica fu assai minore di quella di Venezia. Il suo 
posto nel movimento generale delle scienze, delle lettere e 
delle arti fu pure relativamente molto inferiore ; Genova vanta 
meno scrittori, pittori, scultori di parecchie piccole città della 
Lombardia e del Veneto. I Genovesi avevano una volta fama 
di violenti ed ingannatori, avidi di lusso e di potenza, noncu- 
ranti di tutto che non procurasse loro danaro o potere. « Mare 
senza pesci, monti senza alberi, uomini senza fede, donne 
senza pudore, ecco Genova ! » , diceva un antico proverbio, ri- 
petuto dai nemici della città ligure e dimenticato nella fra- 
terna unione delle genti italiane. Le vivaci discordie fra le 
nobili famiglie genovesi che tendevano ad impadronirsi della 
cosa pubblica erano quasi continue, sebbene sopra le lotte 



466 



L'ITALIA 



dei partiti l'immutabile Banco di San Giorgio, vera repub- 
blica nella repubblica, continuasse a maneggiare tranquilla- 
mente il commercio, e l'oro e le ricchezze non cessassero di 
affluire nella città. A cotesto modo Genova potè fabbricare i 
sontuosi palazzi, i colonnati di marmo, i magnifici giardini 
pensili, che le valsero il nome di « Superba ». 

Tuttavia anche il Banco andò in rovina: esso ebbe il torto 
di prestare non per le imprese del lavoro, bensì ai principi in 
guerra e, come era naturale, il fallimento ne fu la conseguenza. 
Alla metà del secolo XVIII la bancarotta ridusse Genova 
ad una vera impotenza politica. Cadde così facile preda della 
Erancia, e fu poi unita alla monarchia sabauda nel 1815. 
Diede tuttavia nella sua storia prove d'eroici ardimenti indi 
viduali e collettivi, e si ricordano con onore un Giacomo Lo 
niellino che resistè solo al popolo insorto dopo la prima cac- 
ciata degli Austriaci, Gian Battista Perasso, il Balilla che fu 
l'anima dell'insurrezione del 1746, le eroiche resistenze op- 
poste da tutto il popolo a Barbarossa, e l'ardimento dei ma- 
rinai genovesi che nel 1290 segavano e rapivano la catena che 
chiudeva Porto Pisano, trofeo memorando, restituito ai fratelli 
nel 1860. 

Genova è diventata in questi ultimi anni una delle più 
belle città d'Europa, ed appena restano poche viuzze, strette 
come fessure, con le case altissime ed alcuni quartieri popo- 
lari ad attestare l'antico disagio, che era cresciuto specialmente 
nella prima metà del secolo XIX, quando anche bellissimi 
edifici cadevano in rovina e le mura ed i forti la aduggiavano 
tutta quanta. Situata quasi nel centro del suo bel golfo, dalla 
marina sale gradatamente ad anfiteatro sulle colline, dove 
aumentarono rapidamente le ville e i giardini, ora che vi si 
ascende a tutto agio con le funicolari elettriche ; dietro si ele- 
vano i nudi monti coronati dai forti che la difendono, e sul 
cui dorso si svolge per 14 chilometri, la lunga e grigia linea 
della cerchia militare. Dal forte dello Sperone si dipartono le 
due catene del contrafforte apenninico che termina al Capo di 
Earo, su cui sorge la Lanterna, e alle batterie della Strega : ba- 
luardo formidabile, insieme agli altri forti staccati, sebbene 
non più adeguato ai potenti mezzi d'offesa, che consentono di 
assalirla facilmente dal mare. Infatti alcune di queste fortifi- 
cazioni, che arrestavano lo sviluppo edilizio della città, sono 
state abbattute, come furono abbattute Porta Pila e parecchie 
altre delle ventuna porte che davano accesso in città. Eurono 
costruiti due acquedotti colossali, traendo l'acqua non solo per 
gli usi domestici ma per le industrie, dai laghi del Gorzente 



GENOVA 467 

e dalle sorgenti del Bisagno ; e la stazione principale di Prin- 
cipe sarà tra breve unita con un'altra galleria a quella di 
Brignole, ampliata e corredata di tutto quanto è necessario 
all'immenso e cresciuto movimento commerciale. Altre sta- 
zioni furono erette pel servizio esclusivo delle merci a Santa 
Limbania e a San Benigno, lunghesso le calate del porto ; sul 
ponte Eederico Guglielmo si costruì l'ampia e comoda stazione 
marittima per i passeggieri che partono ed arrivano per via 
di mare. 

Il porto di Genova si componeva sino alla nostra genera- 
zione dell'antico bacino limitato dal molo vecchio, costruito 
forse nel 1134, lungo 450 metri, e del molo nuovo, lungo 
660 metri ed opera del secolo XVI K Bai 1877 al 1878 fu- 
rono compiuti grandi lavori d'ampliamento con un legato di 
20 milioni lasciati a tal fine da Raffaele De Ferrari duca di 
Galliera; venne prolungato il nuovo molo a sud-est di 1680 m., 
col molo denominato dal munifico duca; si costruì ad est il 
molo orientale, lungo circa 500 metri, creando così un nuovo 
porto e un avanporto destinato alle navi da guerra. Si spe- 
sero in tutto 65 milioni, e si ottenne una superficie utile di 
222 ettari, con più di otto chilometri di banchine. La navi- 
gazione ebbe un grande sviluppo, specie nell'ultimo de- 
cennio, perchè da 3,393,612 tonnellate di stazza nel 1890, si 
giunse nel 1899 a 4,557,430, e da 2,943,091 tonnellate di 
merci a 4,373,318 2 . Le merci principali d'importazione, che 
costituiscono il carico completo di molte navi, sono il carbon 
fossile, il grano, il cotone, il vino, il ferro, cui tengono dietro 
il petrolio, la pozzolana, i marmi, i legnami. Cospicuo è anche 
il movimento dei passeggieri, che superano i 100 mila all'anno 
in arrivo e i 150 mila in partenza, computando i numerosi 
emigranti per l'America. Ohe se continuerà uno sviluppo che 
da alcuni anni tocca quasi il 40 per cento, è facile prevedere 
che il porto non basterà ai bisogni del commercio, come certo 
non basteranno le linee ferroviarie ; infatti ha buon fondamento 
il disegno di fare del porto un ente autonomo, il quale possa 
con mezzi propri provvedere acconciamente ad un così grande 
sviluppo d'affari. Imperocché a Genova fanno capo non solo 
velieri e piroscafi di commercio, ma importanti linee postali 
italiane e straniere, tedesche, olandesi, francesi, spagnuole, 

1 Rovereto G., Note sul porto di Genova, 1896; Malnate, Storia del porto di 
Genova, dalle sue origini al 1892, 1892 ; Bressan C, Il porto di Genova e le sue 
questioni economiche e le relazioni ufficiali sui lavori del porto ; Von Scherzer, Die 
wirthschaftlichen Verhàltnisse Genua's, Vienna 1895. 

2 Movimento della navigazione nei porti del regno, relazione al 31 dicembre 1899. 
V Italia 57 



468 



L'ITALIA 



portoghesi, inglesi, che mettono il maggior nostro emporio in 
comunicazione con tutti i porti del mondo. Il porto è illu- 
minato da vari fari e dominato dalla Lanterna, eretta al po- 
sto di un'altra più antica nel 1543 da un ignoto costruttore, 
che la leggenda vuole precipitato dall'alto di essa nel mare, 
affinchè non potesse mai, come s'era vantato, costruirne una 
più eccelsa \ 

La città interna, divisa in sei sestieri, occupa 35 milioni 
di metri quadrati, e comprende i comuni di San Francesco 
d'Albaro, San Fruttuoso, Marassi, San Martino d'Albaro, Eoce 
e Staglieno, annessi nel 1873. La parte antica, che si stende 
in riva al mare, è tutta angusta, povera di piazze, colle vie 
anguste e tortuose, dove, come narra Enrico Heine, « le co- 
mari chiacchierano sedute sui gradini ai due lati della via toc- 
candosi colle ginocchia », piena di odori sgraditi e non di 
rado sucida. La città nuova sorge sulle alture, e nelle due vie 
che passano traverso a quelle, specie lunghesso i grandi 
corsi di circonvallazione a monte ed a mare, signorile e ma- 
gnifica, con i frequenti giardini ed i grandiosi caseggiati in cui 
dimora il medio ceto, le allegre palazzine ricche di marmi, 
di dipinti, di ornati, fornite di tutte le comodità moderne. 
Molte e belle sono le piazze, dell' Acquaverde, colla stazione 
ferroviaria ed il monumento a Cristoforo Colombo, dell'An- 
nunziata, dove si tiene la mattina il mercato d'erbe e di 
frutta, delle Eontane Morose, che la signora De Stael chiamava 
la Jxue des Rois, tutta circondata di palazzi sontuosi. Vero 
centro di Genova è la piazza De Eerrari, dove fanno capo 
quasi tutte le linee tramviarie, e sulla quale sorgono il mas- 
simo teatro, l'Academia Ligustica ed il sontuoso palazzo dei 
Galiera; da esse la via Roma sale a piazza Corvetto, fra le 

1 Movimento del porto di Genova nel 1900 per gli arrivi : 

Piroscafi Velieri Totale 

Bandiera ital. . 1,796 tonn. 1,670.347 2,378 tonn. 270,690 4,174 tonn. 1,941,037 
stran. . 1,847 » 2,588,262 86 » 28,131 1,933 » 2,616,393 



Totale . . 3,643 tonn. 4,258,609 2,464 tonn. 298,821 6,107 tonn. 4,557,430 
e per le partenze : 

Piroscafi Velieri Totale 

Bandiera ital. . 1,771 tonn. 1,621,515 2,336 tonn. 264,790 4,107 tonn. 1,886,305 
stran. . 1,820 » 2,542,019 71 » 21,660 1,891 » 2,563,679 

Totale . . 3,591 tonn. 4,163,534 2,407 tonn. 286,450 5,998 tonn. 4,449,984 
Nel 1895 si era avuto il seguente movimento complessivo : 

Piroscafi Velieri Totale 

Arrivati . 3,412 tonn. 3,643,979 2,671 tonn. 328,394 6,087 tonn. 3,962,373 
Partiti. . 3,317 » 3,637,358 2,636 » 326,617 6,013 » 3,963,973 



GENOVA 



469 



villette Di Negro e l'Acquasola, col monumento a Mazzini e 
la grandiosa statua equestre di Vittorio Emanuele II; e di 
nuovo salendo per via Assarotti si riesce a piazza Manin, 
con una veduta ampia e magnifica. Centro degli affari sono 
le piazze di Campetto e dei Banchi, dove si trovano armatori, 
capitani marittimi, banchieri, tutti gli uomini d'affari ed hanno 
sede le Banche e ferve il tumulto della Borsa nella Loggia 
dei Banchi, mentre a poca distanza il palazzo delle Compere 
di San Giorgio, che pur sarebbe sacrilegio rimuovere, ingombra 
la maggior arteria del commercio genovese. 

Come in quasi tutta la Liguria, sono in Genova sontuose 
e ricche di marmi e d'insigni opere d'arte le chiese; tra esse 
vuol essere messa in primo luogo la cattedrale di San Lo- 
renzo, eretta certo sul sito di un'altra più antica, in uno stile 
misto di gotico, di lombardo e di bizantino. L'Annunziata, 
vasta e splendida basilica, ha un'imponente facciata, con 14 co- 
lonne di marmo rossiccio, e nell'interno spiega una straordi- 
naria magnificenza di colonnati, dorature, fregi, affreschi, cu 
pole e cappelle piene di quadri e di statue: uno splendore di 
ricchezze, una vivacità di colori, un folgorio di luce che sor- 
prende, abbaglia, confonde. Le chiese delle Vigne, di San Siro, 
di San Filippo, dell'Assunta di Carignano ed altre molte sono 
tutte ricche di marmi e di pregevoli opere d'arte. La chiesa 
dell'Immacolata, affatto moderna, è celebre per il suo grande or- 
gano elettrico; a quella di Oregina traggono ancora le autorità 
del comune in votivo pellegrinaggio per ringraziare Mostra Si- 
gnora di Loreto della cacciata degli Austriaci. Se Genova è 
ricca di chiese, lo è assai più di palazzi per cui va celebre 
nel mondo, e sono specialmente quelli dei Doria, dei Durazzo, 
dei Gropallo ora Raggio, dei Doria-Tursi occupato dal muni- 
cipio, dei Serra conosciuto anche col nome di palazzo Verde, 
dei Podestà, degli Spinola, dei Tessagno, dei Pallavicini e 
molti altri, a non contare il palazzo Ducale ricostruito dopo 
l'incendio del 1777, che rispettò l'antica Torre del Popolo, ed 
il palazzo Reale, acquistato nel 1817 dai Durazzo. Non minor 
lusso dei palazzi dispiegano le ville d'Albertis, Milyus, Gruber, 
Rosazza, ed altre, ricche specialmente di opere d'arte moderne. 

La città superba ha una meritata rinomanza per i sontuosi 
edifìci consacrati all'istruzione o alla beneficenza; l'Università, 
il museo pedagogico, e quello di storia naturale, l'Acadeniia 
di belle arti, gli ospedali di Pammatone e dei Cronici, e spe- 
cialmente quello costruito per munificenza della duchessa di 
Galliera, con tutti i più recenti perfezionamenti dell'ingegneria 
sanitaria, farebbero onore a qualunque capitale. E come prov- 



470 



L'ITALIA 



vide ai suoi malati, ai vecchi, ai fanciulli, agli impotenti con 
generosa munificenza, Genova ricordò con monumenti insigni 
i suoi più illustri figli, Cristoforo Colombo, Giuseppe Mazzini, 

Goffredo Mameli, il Ba- 
lilla, e serba con reli- 



n. 62. 



VALLE DELLA POLCEVERA. 



gioso culto le case dove 
dimorarono Santa Cate- 
rina da Siena, Cristoforo 
Colombo, Giuseppe Maz 
zini, Daniele O' Connell. 

Amenissimi sono i din- 
torni di Genova, sia che 
si salga a contemplare 
dal Righi distesa ai piedi 
l'intera città ed il porto, 
con la sua fitta selva di 
navi, sia che dalle Mu 
razze si contempli l'im- 
mensa distesa azzurra del 
Mar Ligure, sia che si 
percorra tra le ville splen- 
dide la collina di San 
Francesco d'Albaro. Ti- 
meo al mondo si vanta 
il cimitero monumentale 
di Staglieno, vera città 
dei morti, dove tra le aiuo- 
le profumate ed i monu- 
menti insigni dell' arte 
moderna, nei verdi bo- 
schetti e sotto le arcate 
magnifiche lo stesso pen- 
siero della morte è vinto 
e fugato dallo sfarzo d'u- 
na ricchezza senza pari, 
dallo splendore di un'arte 
sempre viva, che si per- 
petua nell'ammirazione e 
nell' entusiasmo dei po- 
steri. I lavori dell'immensa necropoli, che ricopre una super- 
ficie di 130,000 metri quadrati, cominciarono nel 1844 su di- 
segno di Carlo Bambino e vi profusero insigni opere d'arte a 
ricordo di illustri od oscuri morti, i più insigni scultori 
moderni. 




Ovest di Roma 3° 32' 



Scala di 1 : 100,000 



immnr 



DINTORNI DI GENOVA, SAMPIERDARENA 



473 



La città di Genova si prolunga di fatto sulle due riviere e 
lunghesso la valle della Polcevera, dove troviamo numerosi e 
cospicui comuni che, per quanto amministrativamente divisi, 
vivono della vita stessa di Genova e costituiscono una vera con- 



X. 63. — SAMPIERDARENA. 



































7; £*/> - ; 


















































.> ^5 '• 





















Dalla Carta dell' Ufficio idrografico della Regia Marina. 

Scala di 1 : 25,000 



tinuazione della grande città; e prima di tutti Sampierdarena, 
che più d'una volta si tentò di unire anche amministrativa- 
mente a Genova, da cui la divide uno sprone di montagna 
composta di buone pietre da costruzione e che si va di con- 
tinuo assottigliando. Sampierdarena ha qualche palazzo note- 
vole, ma è importante specialmente per le numerose industrie 



474 



L'ITALIA 



ili cui è occupata la maggior parte della sua popolazione. Si 
può chiamare un altro sobborgo di Genova tutta la valle della 
Polcevera, Bivarolo Ligure con raffinerie di zucchero, cotoni- 
* tici e fabbriche di cordami, di candele steariche, di concimi, 
di sapone ; Bolzaneto, dove gli opifici cominciano ad alternarsi 
con le numerose ville nascoste tra i boschetti, oltre ai quali si 
ascende al Santuario della Madonna della Guardia sulla vetta 
del monte Fisogna (817 metri); in una borgata di Bolzaneto 
fu scoperta nel 1506 la celebre tavola di bronzo che reca la 
decisione di Eoma per definire i confini dei pascoli fra le va- 
rie genti liguri nel 117 avanti Cristo. Industrie importanti 
hanno ancora San Quirico e Pontedecimo, mentre a Migna- 
nego, per il colle dei Giovi, sino a Busalla, non si trovano più 
ohe ville amenissime, le quali continuano a Savignone, a 
Casella, a Ronco Scrivia, dove mette capo la nuova galleria 
dei Giovi. A Croce Fieschi fu distrutto nel 1779 il castello 
quasi inaccessibile della Pietra, e a Sant'Olcese sorgeva pure 
la fortezza di un Adorno, smantellata nel 1395 dai Montalto. 
L'ultimo comune ligure della valle è Isola del Cantone, poco 
oltre il quale si entra nella provincia d'Alessandria. 

Lungo la Riviera di Ponente è tutto un succedersi di città 
€ borghi industriali tra ville e giardini amenissimi. Oltrepas- 
sato il torrente Polcevera, si trova dapprima Cornigliano, che 
vuoisi fondato da un esule della gente Cornelia ; i dintorni 
sono tutti sparsi di ville signorili : su di uno scoglio sporgente 
in mare si ammira il castello Raggio coi giardini incantevoli 
<3he attraverso la strada provinciale occupano anche l'antica 
badìa dei monaci Cistercensi. Borzoli è già un sobborgo di 
Sestri Ponente, tutto coperto, nell'angusto territorio, da can- 
tieri, da fabbriche, da edifìci altissimi o da sontuose ville sì 
<3he ha bisogno di estendersi ad ogni costo sul vicino comune 
rurale di San Giovanni Battista 1 . Così Pegli ha assorbito il 
comune di Multedo ed è tutto un succedersi di opifìci, di giar- 
dini e di ville, tra le quali quella dei Pallavicini Durazzo, 
una delle più incantevoli del mondo per le meraviglie della 
natura ed i miracoli dell'arte 2 . Prà e Voltri formano una sola 
oittà industriale, mentre ad Arenzano prevalgono di nuovo le 

1 Movimento del porto di Sestri Ponente nel 1900 : 

Piroscafi Velieri Tot alt- 
Arrivati 27 tonn. 1936 140 tonn. 4778 167 tonn. 6714 

Partiti 27 » 1996 141 » 4797 168 » 6733 

2 Movimento del porto di Pegli nel 1900 : 

Arrivati 89 velieri 1349 tonnellate 

Partiti 89 » 1368 



DINTORNI DI GENOVA, SESTRI PONENTE, QUARTO 



475 



ville e la catena dell' Apennino si accosta, come in nessun al- 
tro luogo, al mare, intercedendo appena 5350 metri tra il ver- 
tice di quella e la riva del mare \ Sulla ferrovia da Genova 
ad Ovada, oltre la galleria del Turchino lunga 6431 in., sorge 
il villaggio di Masone, coll'antico castello e le fabbriche di 
chiodi e di coltelli, che sono ancora più numerose a Campo 
Ligure ed a Rossiglione, ambedue nella valle della Stura, fra 



N. 64. — SESTRI PONENTE. 




Dalla Carta dell'Ufficio idrografico della Regia Marina. 

Scala di 1 : 25,000 . 



sterili e sassose montagne. Il comune di Mele è celebre per 
le giuncate, che sono ricotte avvolte in giunchi, e ricco di 
pascoli e di bestiame. 

Sulla Riviera di Levante si succedono altri comuni, nei 
quali non sai se più ammirare lo sviluppo industriale, la bel- 
lezza dei giardini o l'amenità della spiaggia. San Martino 
d'Albaro e Sturla sono frazioni di Genova; a San Desiderio 
di Bavari fu allattato Giuseppe Mazzini, che vi cospirò più 
tardi per l'unità italiana, e presso Sturla fu avvelenato nel 1363 



1 Movimento dei porti di Pra e Voltri nel 1900 : 

Pra Voltri 

Arrivati ... 59 velieri 1403 tonnellate 50 velieri 1403 tonnellate 

Partiti .... 54 » 1108 » 50 » 1403 » 



476 



L'ITALIA 



Simon Boccanegra, primo doge della Repubblica; su queste 
colline amenissime fu eretto il grandioso manicomio provin- 
ciale. Apparizione, abitato da gente sobria e attivissima, ha la 
specialità del commercio dei latte e il vicino monte Eascia fu 
teatro di frequenti combattimenti. Di Quarto basta il nome 
glorioso, dopo che <^ capitanati da Garibaldi, s'imbarcarono i 
mille per la Sicilia la notte del 25 maggio 1860 » dal fati- 
dico scoglio. Quinto ha numerosi mulini da grano e fabbriche 
di paste, al pari di Nervi, che già conosciamo come uno dei 
« sanitarii » più frequentati della riviera ; ivi soggiornarono in- 
fatti regine e principi, Massimo D'Azeglio, Giulio Michelet, 
Alfonso Karr ed altri illustri. Seguono, lunghesso la Riviera, 
Bogliasco, Pieve di Sori, Sori, saccheggiata nel 1584 con 22 
grosse navi da un sultano d'Algeri. A Recco nacque quel 
Mcoloso che scoprì le Canarie ; Oamogli, col suo antico can- 
tiere, ebbe sino ad 800 capitani marittimi ed è ristretto in così 
angusto spazio che le case vi s'innalzano fino a 9 e 10 piani: 
la maggior chiesa è tra le più splendide della Liguria per 
i marmi e le dorature perchè i naviganti la associavano ai be- 
nefìzi dei loro commerci 1 . Meno importanti sono i villaggi che 
si trovano sui monti: Bargagli, co' suoi gruppi di case sparse 
fra i castagneti; Montoggio, con un esteso territorio tra gli 
affluenti superiori della Scrivia; Struppa, presso le origini 
dell'acquedotto del Bisagno ; Torriglia, in un altipiano del- 
l' Apennino, dominata dagli imponenti avanzi del castello che 
fu dei Mescili e poi dei Doria, presso il quale si rinvennero 
sepolti nel terreno colossali tronchi di conifere; di là si sale 
al monte Antola e al ricovero costruito a 1535 metri, dalla 
Sezione ligure del Club Alpino Italiano. 

Due circondari della provincia di Genova si distendono 
sulla riviera di Levante, Chiavari e Spezia, due altri su quella 
di Ponente, Savona ed Albenga. Chiavari è seriamente mi- 
nacciata dal mare, ma si eleva con le ultime case fra colli co- 
perti di viti ed oliveti, dietro ai quali sorgono le montagne 
dominate dal superbo monte Zatta; il suo castello, edificato 
nel 1167 dai consoli di Genova, era uno dei più belìi, e nel- 
l'antico stile fu l'istaurato nel 1886 il palazzo di giustizia. La 



Movimento dei 


velieri in 


questi porti 

Arri vati 


nel 1900: 






Partiti 


Nervi . . . 


. velieri 


87 tonnellate 1568 


velieri 88 


tonnellate 1590 


Bogliasco . 




39 » 


648 


» 


39 


648 


Sori .... 




57 


980 




56 


980 


llecco . . . 




33 


438 




33 


438 


Camogli 




40 


934 




41 


886 



CHIAVARI, LAVAGNA, BORZONASCA, RAPALLO 479 

città, ove ebbe origine la famiglia Garibaldi, è centro del traffico 
di formaggi, e fa commercio di tele dì lino, ardesie, seggiole e 
macramè, tessuti dalle contadine dei dintorni \ A poca distanza 
sorgono gli avanzi di un monumentale palazzo dei Eieschi e 
dell'abbazia fondata da Innocenzo IV e compiuta da Adriano V, 
che furono dei conti di Lavagna. Da questo grosso borgo, che 
è quasi unito a Chiavari, tolsero titolo i Eieschi, come la terra 
l'ebbe dalle lavagne che vi si estraggono abbondantissime, se 
pure non diede ad esse il suo. Oogorno si compone di nume- 
rose ville nascoste tra le viti, gli ulivi e i castagni; al pari 
di Ne, che ha parecchie torri, nelle quali si rifugiavano gli 
abitanti del litorale per sottrarsi alle incursioni saracene. 
San Colombano Certenoli, nella valle di Fontanabuona che 
così eroicamente seppe resistere ai Francesi da essere chia- 
mata la « valle del Diavolo » , ha parecchie fabbriche di « tela 
di Chiavari » . Risalendo la valle della Sturla, si riesce a Borzo- 
nasca, con le rovine dei castelli e della celebre badìa dei Be- 
nedettini, mentre la valle di Eontanabuona conduce a Cicagna, 
un villaggio tutto sparso sulle pendici, come ^seirone, Lu- 
marzo e gli altri minori della valle. Santo Stefano d'Aveto, col 
borgo da cui ha nome, a 1017 metri sul livello del mare e le 
numerose parrocchie sparse nell'ampio territorio, è bagnato dal- 
l' Aveto, alle falde del Penna ; Varese Ligure, col castello del 
Piccinino, ha bellissime chiese e fa grande commercio di fun- 
ghi disseccati; la strada montana sale da esso al Colle di 
Cento Croci, che tolse il nome dalle numerose croci poste a 
ricordo degli infelici ivi assassinati da una banda di malan- 
drini, che vi signoreggiò per lungo tempo. 

Scendendo a quello che fu l'antico golfo Tigullio, troviamo 
Rapallo, antica e fiorente città, con le rovine della rocca 
distrutta dai Longobardi di Rotari, le bellissime chiese e i 
moderni opifici; ha ville ed alberghi amenissimi, ed è uno 
tra i più frequentati soggiorni della Riviera, mentre si gloria, 
come poche altre terre liguri, di illustri figli. All'estremità 
del golfo di Rapallo si trova Portofino, con gli antichi castelli 
l'istaurati dal Brown, le belle case degli armatori, ed i din- 
torni tra i più ameni della bellissima Riviera. Santa Mar- 
gherita Ligure è quasi una continuazione di Rapallo, agiata 
del pari, in territorio feracissimo, sì che profìtta di tutte le 
ricchezze della terra e del mare. Zoagli ha fabbriche di seta 
e fichi prelibati, che si conservano disseccati al sole; Sestri 



1 Conissoli G-., Geografia della provincia di Genova e del circondario di Chiavari 
in particolare, 1888. 

L'Italia. 58 



480 



L'ITALIA 



Levante ha un centro principale, con un frequentatissimo 
stabilimento balneare e numerose parrocchie sparse, ma godette 
in altri secoli di importanza e ricchezza anche maggiori. A 
Moneglia si ammirano due vetuste fortezze e la sontuosa 
chiesa costruita al posto di quella precipitata nel 1625 sui fedeli 1 . 

Il Golfo della Spezia è uno dei più bei porti del mondo, 
chiuso dalla diga che lo protegge e coi seni, le cale, le anse 
che lo completano di Portovenere, d'Oliva, dei Corsi, delle 
Grazie, del Varignano e di Panigaglia, colle isole della Pai- 
maria, di Tino e del Tinetto, che ne agevolano l'accesso. I la 
vori di difesa che da molti anni vi si vanno costruendo, i 
forti, le dighe, le offese subacquee lo rendono un porto mili- 
tare di primo ordine, ma la potenza d'offesa delle artiglierie 
moderne è tale che neppur la Spezia si può più dire intera- 
mente sicura. Nei monti che circondano il golfo ad ovest git- 
tansi in mare le sprugole, nome dato ai rigagnoli che sgor 
gano al piede del monte ed alle piccole caverne che li inghiot- 
tono. Il disegno d'un gran porto militare era vagheggiato da 
molto tempo, ma fu iniziato da Camillo Cavour; l'arsenale ha 
una superficie di 90 ettari, con 10 bacini e 9 scali per costru- 
zione e riparazione di navi. Più di 30 opere militari, con oltre 
300 cannoni, ed altre difese innumerevoli costarono somme 
enormi. La città è stata in gran parte rinnovata nei tempi 
moderni, abbattendo le alte mura, costruendo bei quartieri 
popolari per i numerosi operai, ed accogliendovi importanti 
opifìci. I dintorni sono amenissimi, ma di non facile accesso 
a cagione delle opere militari 2 . 



1 Ecco il movimento dei porti suaccennati nel D900: 

Entrati Usciti 



Chiavari. . . 


velieri 101 


tonnellate 2097 


velieri 


103 tonnellate 


2175 


Lavagna. . . 




164 


2> 


4057 


» 


166 


4069 


Zoagli . . . 




40 




503 


» 


40 


503 


Rapallo . . . 




90 


» 


1439 




92 


1492 


S. Margherita . 




100 




1924 




101 


1993 


Portofino . . 




47 


» 


732 




46 


702 


Riva Trigoso . 




206 




3299 




192 


3088 


Sestri Levante . 


pirosc. 


1 




111 




1 


772 




velieri 


202 




6501 




198 


6288 




Totale . 


2 3 




7273 




199 » 


7060 


Ecco il movimento delie navi nel porto della 


Spezia nel 1900: 








Entrati 






Usciti 





Piroscafi . . 243 tonnellate 197,490 piroscafi 242 tonnellate 194,348 
Velieri ... 538 » 30,356 velieri 557 » 80,878 



Totale . . 181 tonnellate 227,845 



779 tonnellate 225,226 



GOLFO DELLA SPEZIA 



481 



Pochi sono i comuni del circondario che abbiano un'impor- 
tanza eccezionale. Ad Arcola vi erano fortezze temute e sca- 



N. 65. — GOLFO DELLA SPEZIA. 




turiscono sorgenti poco frequentate, che una volta si credeva 
facessero impazzire chi vi si abbeverava; a Beverino è una 
importante miniera di rame; Lerici è celebre pel castello dove 
fu prigioniero Erancesco I dopo la battaglia di Pavia e per 



482 



L'ITALIA 



i marini svariati ; in una sua frazione, Pertusola, sorgono un 
grande opificio per la lavorazione del piombo e un cantiere; 
in un'altra, a San Terenzio, dimorò Shelley e vi sono ville 
amenissime; Portovenere fu per molto tempo feudo dei re 
d'Aragona ed è paese di pescatori se altro mai pittoresco. 
Biomaggiore è la principale fra le Oinqueterre, rinomate per 
V amabile loro vino, in una fessura dove è soggetta insieme ai 
venti nordici ed alla furia degli australi, che ne sconvolgono 
il piccolo porto; Vezzano è pieno d'antiche torri. Ai circon- 
dario appartengono ancora Le vanto, coi frequentatissimi bagni 
e le belle chiese; Sarzana colla storica cattedrale, e il reli- 
quario che contiene il sangue di Cristo, Sesto Godano, in un 
ricco e ferace altipiano, alle falde del Gottero, con una se 
gheria ora quasi abbandonata dopo la distruzione delle foreste, 
e le importanti fabbriche per la conservazione dei funghi, per 
la lavorazione delle pipe, e per la preparazione del ce- 
mento \ 

Savona, forse di origine cartaginese, è il secondo porto delia 
Liguria, e appunto per ciò considerato in ogni tempo con molta 
gelosia da Genova, che nel 1525 vi affondava due vecchie 
navi colme di pietre e nel 1684 vi innalzava la fortezza che 
è ora ridotta a reclusorio militare 2 . Diede i natali a Leone 
Pancaldo e a Gabriello Ohiabrera; accolse prigioniero papa 
Pio VII, ed oggi si è ampliata e rinnovata, mentre vi sor- 
sero opifìci importanti per le industrie del ferro, dei frutti 
canditi, delle stoviglie, delle concerie. Le montagne cir- 
costanti sono assai rinomate per le frutta prelibate ed inco- 
ronate di moderne fortificazioni, oltre le quali s'innalza il ricco 
e venerato santuario delia Madonna di Misericordia. Vado, 



1 Ecco il movimento dei porti suaccennati nel 1900: 

Entrati Usciti 

Levici . . piroscafi 63 tonnellate 1971 piroscafi 63 tonnellate 1971 
» . . velieri 115 » 2677 velieri 115 » 2710 



Totale 178 tonnellate 4618 178 tonnellate 4681 

Entrati Usciti 

Pertusola . piroscafi 181 tonnellate 68,407 piroscafi 188 tonnellate 75,484 

» . . velieri 165 » 9,488 velieri 165 » 9,488 



Totale . 346 tonnellate 77,889 348 tonnellate 84,967 

Portovenere . . velieri 59 tonnellate 2278 velieri 59 tonnellate 227.8 
Vezzano ... » 66 » 2751 » 66 » 2751 

Levanto ... » 45 » 426 » 45 » 476 

Monterosso . . » 48 » 1398 » 49 » 1403 

A. Cougnet, Descrizione del circondario di Savona, 1880. 



UBWWW 



SAVONA, VADO, NOLI, ALTARE, ALBENGA 



485 



unito a Savona da tutto un succedersi di palazzi, di ville e 
di opifìci, domina un ampio e sicuro golfo, già frequentato dai 
Romani; Spotorno gode di un clima eccezionalmente salubre 
e da Quiliano doveva incominciare un canale navigabile che 
Napoleone I voleva costruire tra Savona e la Bormida 1 . N'oli 
è antica città vescovile colle mura medioevali e ricordata da 
Dante per l'arduo sentiero che ad essa conduce. Il circondario 

N. 66. — SAN REMO. 



4 3 40 




Ovest di Roma 4° 40' 



Scala di 1 : 100,000 

si estende per buon tratto oltre FApennino, dove si trovano 
Cairo Montenotte, presso il quale si combattè la memorabile 
battaglia del 10 aprile 1796 che iniziò le vittorie di Napo- 
leone in Italia; Altare, dove fioriscono da secoli le rinomate 



1 Ecco il movimento del porto di Savona nel 1900, per gli arrivi : 



Piroscafi 

Bandiera italiana . 101 tonn. 742,22 
» straniera 310 » 423,072 



Velieri 

681 tonn. 56,910 

5 » 2,635 



Totale 

782 tonn. 131,192 
315 » 425,707 



Totale. . . 411 tonn. 497,294 
e per le partenze : 

Bandiera italiana . 100 tonn. 73,180 

» straniera. 305 » 415,405 



686 tonn. 59,645 1097 tonn. 556,839 



691 tonn. 58,017 
4 » 2,288 



791 tonn. 131,197 
309 » 417,693 



Totale. . . 405 tonn. 488,585 695 tonn. 60,305 1100 tonn. 548,890 
mentre nel 1895, senza distinzione di bandiera, si erano avuti: 

Arrivi 319 tonn. 362,914 693 tonn. 59,621 1012 tonn. 422,519 

Partenze. ... 318 » 363,178 690 » 58,181 1008 » 421,359 



486 



L'ITALIA 



vetrerie 1 ; Carcare, col primo collegio convitto fondato in Ita- 
lia dagli Scolopi ; Dego, celebre per altre battaglie, al pari di 
Millesimo, dove Bonaparte compì la vittoria di Montenotte. 
Sassello è quasi perduto fra i monti dove gli abitanti dei suoi 
nove borghi esercitano la pastorizia e Tiglietto andò rino- 
mato per il primo monastero dei Cistercensi fondato in Italia, 
che papa Eugenio IV fu costretto a sopprimere per dissolu- 
tezze famose. Lungo il litorale, in situazione amenissima, sor- 
gono Celle Ligure, Varazze, il primo cantiere della Liguria 
sino a che le navi si costrussero in legno, e Cogoleto, dove 
una iscrizione ricorda la nascita di Cristoforo Colombo ; « Pie 
cola casa per il grande uomo, che mentre il mondo era uno 
solo disse: siano due e due furono » 2 . 

Albenga sorge in uno dei punti dove la riviera ligure mag- 
giormente si allarga, per cui fu a lungo funestata dalle paludi 
del Centa, oggi prosciugate; sulle sue montagne sono costruiti 
numerosi forti di sbarramento, uniti da strade militari di 
grande importanza. I comuni del circondario sono quasi 
tutti assai piccoli e non acquistarono rinomanza se non per 
produzione di olii prelibati o per le battaglie che vi furono 
combattute nei secoli. A Garlenda vi è una chiesa con un 
celebre quadro del Domenichino ; Villanova d' Albenga è cinta 
di mura merlate, con porte e torri che si specchiano curiosa- 
mente nelle acque; Alassio è diventata una florida colonia in- 
vernale e una stazione balneare frequentatissima per cui è 
tutta piena di alberghi e di ville 8 ; Einalborgo ha un forte 

1 Brondi, Gli operai di Altare, Savona 1882 ; Bordoni, L'industria del vetro in 
Italia, 1884. 

2 Ecco il movimento dei porti suaccennati nel 1900 : 



Velieri Entrati 



Usciti 



Albissola 64 tonnellate 2333 

Varazze 18 » 288 

Cogoleto 6 » 1179 

Vado 21 » 326 



64 tonnellate 2333 

18 » 288 

6 » 1179 

21 » 326 



- 3 Ecco il movimento dei porti suaccennati nel 1900 : 
„. _ \ pir. 4 tonnellate 1406 



Finalmarina. . j ^ 



4 tonnellate 1406 
8 d 646 



Alassio 



Totale 



. . 10 tonnellate 2035 
pir. 16 tonnellate 4403 
vel. 47 » 3332 



12 tonnellate 2052 
16 tonnellate 1403 
48 » 3394 



Totale ... 63 tonnellate 7785 64 tonnellate 7797 

Albenga . . velieri 3 tonnellate 128 vel. 3 tonnellate 128 
Loano ... 24 » 843 » 24 » 843 



PORTO MAURIZIO, SAN REMO, ONEGLIA, VENTIMIGLIA 487 



dove sono ora rinchiusi ottocento detenuti, mentre Einalma- 
rina si trova in posizione amenissiroa sul mare ed è celebre 
per le vicine caverne ossifere e per le sue industrie. Loano 
ebbe celebri cenobii e più tardi cantieri per costruzioni in le- 
gno ora deserti, ed industrie che trovarono invece operosi 
continuatori; presso Loano, Massena iniziava le campagne del 
Bonaparte. Anche Pietra Ligure ebbe cantieri importanti, 
vanta grotte vastissime, marmi ed alabastri e possiede indu- 
strie importanti 3 . 

La provincia di Porto Maurizio, una delle più piccole del 

N. 67. — ONEGLIA. 



4° 25 




4°Z5' Ovest di Roma 



Scala di 1 : 100,000 

regno, si compone di due soli circondari; oltre al capoluogo, 
a San Remo, ad Oneglia, a Ventimiglia, a Bordighera e a 
qualche altra città, ha pochi luoghi notevoli, tra i 106 co- 
muni che essa contiene. Porto Maurizio, come altre città della 
Liguria, si divide in vecchia e nuova : la prima è una catasta 
di antiche case, con avanzi delle mura e dei bastioni, tra i 
quali già furono compiuti importanti sventramenti che mi- 
sero in maggior luce i palazzi e le case signorili ; la città 
nuova è tutto un succedersi di giardini e di costruzioni mo- 
derne. A Porto Maurizio sorge la più insigne chiesa delle 
due riviere, nel luogo dove predicò San Leonardo; il porto 



488 



L'ITALIA 



ha una grande importanza ed è il centro del commercio olea- 
rio della Liguria r , e la città è frequentata anche da stranieri 
per il suo mite clima. Ma nessuna più frequentata di San Remo 2 , 
abbellita d'alberghi, di ville, di giardini senza numero tra gli 
aranci ed i mirti in una perpetua primavera. Oneglia è quasi 
unita a Porto Maurizio, con un penitenziario che è tra i mi- 
gliori del regno; è la città più industriale della riviera di 
Ponente dopo Savona. Ventimiglia è l'ultima città del regno, 
in una superba posizione, con le antiche case affollate sul pro- 
montorio, e le costruzioni moderne tra gli alberi e i giardini, 
presso l'importante stazione internazionale 3 . 

Pochi paesi della valle della Roja appartengono al Regno, 
€Ìoè Airole colle sue fabbriche di pasta e Piena, già forte ca- 
stello dei Genovesi ; Breglio e Saorgio, i due centri prin- 
cipali della valle, che rivelano un progresso assai più note 
vole, appartengono alla Erancia. I paesi che sorgono lun- 
ghesso il corso della Nervia ricordano, come pochi altri, coi 
ruderi dei frequenti castelli, delle mura, delle trincee, gli an- 
tichi signori feudali, le lotte contro i pirati, le guerre tra 
Piemontesi e Francesi. Oamporosso sorge tra cespugli d'olean- 
dri; Dolceacqua, divisa in due dalla Cervia, fu già sede del 
marchesato dei Doria; Pigna è un borgo caratteristico colle 
vie anguste e ripide, e Oastelvittorio conserva torri e rovine, 
che parlano di fiere e lunghe battaglie. Altri villaggi spor- 
gono dai colli, in mezzo agli agrumi e agli olivi, colle torri 



1 Ecco il movimento del porto Maurizio nel 1900 : 

Entrati Usciti 

Piroscafi ... 123 tonnellate 74,830 123 tonnellate 78,830 

Velieri ... 126 * 6,703 193 » 6,846 



Totale . . 249 tonnellate 81,533 253 tonnellate 81,676 

2 Da Prato, Guida di San Remo, 1876 ; Maineri B. C, La Liguria occidentale, 
Eoma 1895. 

3 Ecco il movimentò dei porti suaccennati nel 1900 : 



Entrati 



Usciti 



Ventimiglia . . 


. velieri 


61 


tonn. 


2,766 


61 


tonn. 


2,766 


San Kemo . . . 


j pir. 
' \ vel. 


20 
164 


tonn. 

» 


4,284 
7,983 


20 
161 


tonn. 


4,284 
7,742 


Totale . 




184 


tonn. 


12,267 


281 


tonn. 


12,026 


Armo di Taggio 


. velieri 


58 


tonn. 


3,529 


59 


tonn. 


3,577 




\ pir. 
f vel. 


60 

254 


» 
» 


36,978 
17,194 


60 
251 


» 
» 


36,978 
16,121 


Totale . . . 




314 


tonn. 


54,127 


311 


tonn. 


53,099 



BORDIGHERA, MONTECARLO, MONACO, NIZZA 



489 



e le castella che ricordano scorrerie di Saraceni e di pirati, 
sì che hanno aspetto severo e ferrigno, dove non si sono al 
largati, come a Bordighera, fnor della cerchia antica ; qnesta 
città è tra le più celebrate per la vegetazione tropicale e il 
saluberrimo clima, e per due secoli si governò con proprie 
leggi, formando, sotto il protettorato di Genova, la Repubblica 
degli Otto Luoghi. Sopra Oeriana, grosso borgo di case ag- 
glomerate nella valle dell'Arma, si trova Bajardo, che nel terre- 
moto del 23 febbraio 1887 ebbe 220 persone morte e 60 ferite 
sotto le volte della chiesa, quando fu quasi completamente 
distrutta la vicina Bussana. Nella valle dell'Argentina, dopo 
il porticciuolo d'Arma, si incontra la melanconica Taggia, co- 
ronata di torri e di bastioni medioevali, che tanto soffrì nel- 
l'ultimo terremoto da esser quasi abbandonata, sebbene centro 
agricolo importante, come sono Badalucco e Triora. Borgo- 
mare fu il più importante castello della valle dell'Impero, e 
perciò Genovesi e Spagnuoli lo rovinarono nel 1614 ; Pieve 
di Teco è centro d'importanti commerci e celebre per l'indu- 
stria dei calzolai : in tutti questi villaggi le acque sono inqui- 
nate a cagione delle fabbriche di sansa. Nella conca ridente, 
dominata dal pizzo d'E vigno, solcata da rivi perenni, ridente 
di olivi, di viti, di agrumi, si trova Diano Castello, in mezzo 
ad una corona di altri Diani, tra i quali emerge Diano Ma- 
rina, il porto di tutta questa regione ; poco lungi da questo 
comune fu il centro del terremoto del 23 febbraio 1887, che 
ne rovinò in gran parte le case, dalle cui macerie si estrassero 
191 morti e 102 feriti; Diano Marina fu poi ricostruita a 
nuovo ed è un ridente paese, dove pare che la spiaggia si 
vada lentamente abbassando \ 

Oltrepassato al Ponte San Luigi il confine del regno, si tro- 
vano per lunga tratta del litorale altre terre italiane. È prima 
Mentone, dove, su grandi massi di puddinga, sorgono palazzi, 
ville, alberghi disseminati fra i giardini; la via della Cor 
nice sale su per il monte della Turbia, con stupende vedute 
pittoresche, e solo nei moderni tempi fu costruito un altro 
tronco presso il litorale. Montecarlo, se anche non fosse trista- 
mente celebre per i suoi giuochi, lo sarebbe per i giardini, le 
ville, per tutte le pompe dell'arte, che, unite alle bellezze ih 
comparabili della natura, ne fanno un vero paradiso terrestre. 
Il casino dei giuochi sovrasta alla stazione ferroviaria, adorno 



1 Dotto De Dauli C, Nizza o il confine naturale d'Italia ad occidente; Liègeaud S., 
La Góte d'Azur ; Reclus, II, France ; Durante, Corographie du comté de JSficc, 
Turin 1S74. 

L'Italia 59 



490 



L'ITALIA 



di rabeschi, sculture, mosaici, e ancora più ricco è l'attiguo 
teatro, costruito col maggior lusso. Scendendo verso Monaco, 
si gode la più incantevole veduta della marina, e del monte, 
su cui sale alla Turbia una ferrovia a dentiera di 2338 inetri; 
attraversata La Oondaniine, soggiorno climatico delizioso, si rie- 
sce alla rupe sporgente nel mare su cui sorgono il castello del 
principe, costruito nel 1245, e gli altri edifìci del microscopico 
governo dei Grimaldi. A Yillafranca fu costruito uno dei forti 
più strategici della Erancia e la città stessa domina un golfo 
amenissiino, mentre la Turbia, su in alto, attrae alle rovine 
della torre d'Emilio Scauro, con una delle più ampie e ma- 
gnifiche vedute del litorale paradisiaco. Nizza, alle foci del Pa- 
glione, è la patria di Massena e di Garibaldi, la metropoli 
del lusso e dei piaceri di tutta la riviera, cogli alberghi son- 
tuosi, i frequenti convegni sportivi, i carnevali fioriti. Ceduta 
con la Savoia alla Erancia in compenso all'aiuto prestato nelle 
guerre dell'indipendenza nel 1860, si sviluppò come capoluogo 
del dipartimento delle Alpi Marittime, e fu maestra a tutto 
il litorale nell'esercizio dell'industria dei forestieri. La deno- 
minarono forse i fondatori Eocesi dalla vittoria conseguita sui 
Liguri indigeni, e già dal tempo dei Romani era celebrata pel 
mite clima. A Grosse si fabbricano profumi ed essenze, più 
che a Nizza ed in altri luoghi del litorale, a San Martino di 
Lantosca, Roquebilliere, San Dalmazzo. Isola e gli altri vil- 
laggi dell'alta valle del Varo, ad eccezione del triste borgo 
di Puget-Theniers, sono deliziosi soggiorni alpini, rifugi sempre 
più frequentati nei calori estivi. 



CAPITOLO V. 
L'Emilia e le Romagne. 



Il console romano Marco Emilio Lepido dal 192 al 182 
avanti Cristo costruì, forse solo sistemò la grande arteria, 
lunga 260 chilometri, che da Piacenza a Rimini divide quasi 
per metà la regione cui diede il suo nome. L'Emilia si distende 
fra il Po e l'Apennino, risalendo dalla destra sponda del mas- 
simo fiume italico su per le valli e le terrazze digradanti 
della catena sino a raggiungerne, dalle vette del Penna alle 
forre del Reno, il crinale supremo. Non è una regione geogra- 
fica a rigore di termini ; per distinguerla dalle finitime, le 
Marche, la Toscana, la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, 
la Venezia, è necessario non solo seguire il litorale dalle foci 
della Eoglia e quella di Coro e risalire il Po che in questa 
foce si versa sino al torrente Bardonezza ; bisogna seguire a ri- 
troso quest'ultimo, serpeggiare lunghesso le estreme falde dei 
monti, risalire la Trebbia sino alle sue fontane e, pel giogo 
di Viamaggio, scendere a Sestino e alla valle della Eoglia. A 
questo confine non corrisponde l'amministrativo ; la provincia 
di Mantova si estende anche sulla destra del Po, forse per ano 
spostamento del corso del gran fiume ; della provincia di Pia- 
cenza fanno parte anche alcuni lembi di terra lombarda ; la 
riva sinistra del Eoglia, con tutta la Eeltria, forma parte della 
provincia di Pesaro, ed una ragguardevole parte di Romagna 
si trova in provincia di Eirenze, con Rocca San Casciano, 
Eirenzuola, Marradi, con un lembo in provincia di Arezzo 
intorno a Badia Tedalda. La Romagna è parte dell'Emilia, ma 
si distingue da essa ; il Po di Primaro, ed il Sillaro, coi de- 
clivi che s'inerpicano su alla vetta del Citerno traverso il 
circondario di Imola, dividono le due sottoregioni \ 



1 Rosetti Emilio, La Romagna, geografìa e storia, Milano 1894. 



492 



L'ITALIA 



Negli epigrammi di Marziale ed in un editto di Valenti- 
niano III del 426 trovansi le prime menzioni della regione che 
certo il gran Costantino non donò alla chiesa, ma forse divise in 
due, ed una, nel corso dei secoli, fu la Romagna. Il nome non le 
derivò dall'apocrifa donazione del codice carolingio, ma da 
una divisione allora già accolta fra l'Italia longobardica e la 
romana, onde la terra fu poi detta Romania 1 . Neppure al 
tempo di Dante erano ben chiari i suoi confini, se li confon- 
dono del pari umanisti e legati papali. Certo Bolognesi e 
Eerraresi non si considerarono mai Romagnoli ; il ducato di 
Ferrara tenne Lugo in sua balìa come terra romagnola, 
allo stesso modo che oggidì chi da Bologna va ad Imola suol 
dire « andiamo in Romagna » . Romagnoli sono invece per 
lingua, usi, costumi, la repubblica di San Marino, una parte 
di quel Montefeltro, che tenne sempre i suoi parlamenti in 
Romagna, e la Romagna toscana, come dal nome che durò 
attraverso i secoli ed anzi si usa per ciò appunto al plurale: 
le Romagne. Il nome d'Emilia pareva invece scomparso dal- 
l'uso comune quando rivisse coi ducati e venne confermato 
a tutta la regione traversata dalla via Emilia da un decreto 
del dittatore Earini del 22 dicembre 1859. Secondo il Rosetti 
la Romagna, nei suoi confini geogralìco-storici, avrebbe 630,724 
abitanti, sopra 6350 chilometri quadrati (1881) 2 . Un'altra re- 
gione emiliana ha un nome speciale, il Frignano, ma com- 
prende, si può dire, il solo circondario di Pavullo. Inutile 
tener conto delle terre che in varii tempi sono state annesse 
anche fuori di questi confini alle Legazioni e ai Ducati, e 
subirono violenze di tiranni, senza che giammai ne riuscisse 
modificata la natura. 

Lungi dal vantare i colossi delle Alpi, l'Emilia non ha 
una vetta che raggiunga i 2200 metri, laonde è priva di ghiac 
ciai, e di nevi perpetue, non ha orridi dirupi e guglie inaccessi- 
bili, per quanto presenti varietà notevoli nella grande e tal- 
volta desolata uniformità. Le sue colline mioceniche e plio- 
ceniche sono rese in gran parte squallide dal prevalere delle ar- 
gille scagliose e delle marne turchine, travolte da continui 
e spesso disastrosi scoscendimenti del terreno, ma qua e là 
rivestiste di vigne e di frutteti, coperte da qualche avanzo di 
foreste, popolate di casali e di ville. Qualche montagna ha 

1 Emilia e Bomagna, nota del socio G. Rosetti, nel « Boll, della Soc. geogr. », 
1899, XXXVI, pag. 57. 

2 Le provincie di Forlì e Ravenna, 7 comuni della provincia di Bologna con 
46,056 abitanti, 15 di Firenze con 69,672, un comune e parte d'un altro d'Arezzo con 
3100, e 18 (alcuni solo in parte) di Pesaro e Urbino con 37,945. 



MONTAGNE DELL' EMILIA 



493 



pascoli ridenti, sopra i quali, nelle arenarie e negli schisti, si 
disegnano vette ardite ed attraenti, e masse calcari argillose 
meno elevate, la cui monotonia è rotta dai cocuzzoli nerastri 
delle serpentine. 

Noi sappiamo come la linea idrotermica dell' Appennino Li- 
gure corra assai vicino al mare, se a soli 14 chilometri da 
Rapallo sgorgano le sorgenti dell' A veto, affluente della Treb- 
bia. Ma la catena spartiacque non è la più elevata ; le cime 
più alte appartengono a una catena che le valli del Taro* 
dell' Aveto, della Trebbia hanno spezzato in blocchi isolati. 
L'erosione di questi fiumi e dei minori corsi d'acqua, tra roc 
eie friabili, ha smembrato le varie catene in gioghi trasversali, 
la cui altitudine scema quasi ad occhio veggente, e le cui ul 
time propaggini non solo sono lambite dal Po, ma lo attra- 
versano colla collina di San Colombano. La montagna consta 
quasi esclusivamente di terreni eocenici calcari e schisti, con 
numerosi e potenti spuntoni di serpentine. In tutto questo Appen- 
nino, come in quello che continua col nome di etrusco emiliano, 

10 spartiacque si sposta grado a grado verso levante, e la dire- 
zione maestra di tutta la montagna non dipende da quella 
di una catena principale, ma da tutte le singole catene, colle- 
<jate tra loro da sbarre trasversali, orientate per lo più da set- 
tentrione a mezzogiorno. Una catena funge per un tratto da 
spartiacque, poi diventa secondaria, s'interna, s'adima mentre 
la linea idrotermica trapassa su di un'altra catena più esterna 
che fin da poco emergeva dal rilievo ed era intersecata da 
corsi fluviali. I bacini dei tributari dell'Adriatico sono costi- 
tuiti da lunghe valli trasversali come nell'Appennino ligure \ 

Una prima sbarra trasversale che riparte le acque della Ma- 
gra da quelle del Taro corre fra il Gottero e il Molinatico, 
per civea venti chilometri. Seguono le due catene distinte del 
Ousna e del Oimone, dopo le quali l'Appennino, coi monti 
del Palterona s' addentra nella Toscana. La catena del 
Ousna, in questo tratto, è la più alta di tutto l'Appennino, 
avendo tre vette superiori a 2000 metri, il Ousna, il Prado, 

11 Succiso, ed essendo attraversata da strade che raggiungono 
1040 metri alla Oisa, 1261 al Cerreto e 1528 alle Radici. Al 
Monte Rondinajo la linea di displuvio segue una delle solite 
sbarre trasversali, spostandosi di 10 chilometri a settentrione, 
sul blocco d'arenarie eoceniche del Oimone, e calando al monte 
Albano, che forma la fronte occidentale della conca fiorentina. 
La sbarra è traversata dal passo dell' Abetone, che, tra il fìtto 



1 Fischer, La penisola italiana, trad. it. 7 pag. 220. 



494 



L'ITALIA 



delle foreste, collega Modena a Firenze \ riallacciandosi alle 
strade che provengono da Pescia, da Lucca, dalla Grarfa- 
gnana 2 . 

La catena principale del Oimone funge da spartiacque per 
25 chilometri, poi, rapidamente adunandosi, va a morire dietro 

N. 68. — RIMINI E SAN MARINO. 



0° 




0° Meridiano di Roma 



Scala di 1 : 500,000 

Pistoja, formando il margine settentrionale della conca fio 
rentina. A soli 7 chilometri da questo margine nasce il tor- 
rente Lini entra, affluente del Reno, le cui sorgenti distano da 
Pistoja appena 12 chilometri. In questo tratto i circhi di 



1 Le altitudini principali delle catene e d'altri luoghi notevoli della regione sono 
le seguenti : 





. . . 2121 


m. 




. . 1086 






. . 2054 


» 


Ligoncliio 


. . 1025 


» 




. . 2017 




Boccolo dei Tassi . . . 


925 




Rondinajo 


. . . 1964 






. . 841 


» 


Libro Aperto. . . . 


. . 1937 


» 


Borgotaro * . 


411 






. . . 1640 


» 


Bettola 


329 


D 




. . . 1639 


» 




54 












. . 52 




Molinatico 


. 1549 






. . 34 






. . . 1097 












1485 











* I valichi più notevoli della catena sono i seguenti : 

Le Radici, fra Modena e Lucca 1528 m 

L'Abetone, fra Modena e Firenze 1368 » 

Il Cerreto, fra Reggio e Spezia 1261 » 

La Cisa, fra Parma e L'on treni oli 1041 » 



CATENE DEL CUSNA E DEL CIMONE 



4D5 



sprofondamento, che caratterizzano il fianco interno dell'Ap- 
pennino proprio, penetrano bene addentro nella montagna, la 
quale vi perde sensibilmente in larghezza e si restringe fino 
a circa sessanta chilometri. La catena principale è anch'essa 
tagliuzzata dai fiumi, avendo perduto della sua altezza sotto 
l'azione degli agenti denudanti. Tra il Monte dell'TTccelliera, 
l'ultima sommità della massa delOimone e monte Calvi, la prima 
vetta del Palterona, corrono poco più di 18 chilometri. La ca- 
tena è attraversata da varie strade: due da Pistoja e da Prato, 
convergono a Porretta; una terza, da Firenze, biforcandosi 
nell'alta valle della Sieve, adduce per la Puta a Bologna e 
per il Giogo di Scarperia ad Imola; ed altre a Paenza per il 
passo di Marradi, ed a Porli per quello di San Godenzo, a 
non parlare delle due importanti linee ferroviarie che attra- 
versano l'Appennino, l'una con una galleria di 2725 metri e 
43 minori, la più alta a 617 metri, l'altra tra Pirenze e 
Paenza \ Queste ultime strade si trovano già sui gioghi set- 
tentrionali della catena del Palterona, che funge da linea di 
displuvio con altezze assai modeste, perchè nessuua cima sotto 
la principale raggiunge i 1500 metri. 

La profonda intaccatura percorsa dall'alto Reno prova che la 
valle è incisa trasversalmente alla direzione delle pieghe, fra strati 
corrugati e pendenti a settentrione od a mezzogiorno, sebbene 
dovunque, nelle parti più elevate, il macigno, affiorando sotto 
al terziario superiore, costituisca da solo la montagna co' suoi 
strati talora inarcati a cupola, talora costipati in pieghe mi- 
nute. La catena del Cimone continua oltre l'intaccatura del 
Reno, ma diventa secondaria, con cime inferiori a 1600 metri. 
Il Mugello, il Casentino, l'alta valle Tiberina la separano 
dal Palterona, tra antiche conche lacustri che noi ritrove- 
remo, colle sbarre che congiungono i tronchi meridionali della 
catena del Cimone con quella del Palterona. Sulla vetta do- 
minante del Cimone, la quale pareva tanto alta al Tassoni : 

Che su la fronte sua cinta di gelo 
Par che s'incavi e si riposi il cielo, 

sorge un osservatorio-rifugio, che alcuni anni or sono trovai 



I passi più notevoli delle catena sono i seguenti : 






Passo di Collina, fra Pistoia è Bologna . . . 


. 932 


m. 


Passo di Marradi, fra Firenze e Faenza ... 


. 908 


» 


Passo della Futa, fra Firenze e Bologna . . . 


. 903 


» 


Passo di San Godenzo, fra Firenze e Forlì . . 


. 892 


» 


Giogo di Scarperia, fra Firenze e Imola ... 


. 879 


» 


Montepiano, fra Prato e Castiglione dei Pepoli 


. 797 


» 



496 



L'ITALIA 



alquanto trascurato, e potrebbe rendere importanti servigi alla 
scienza. Questa montagna presenta un grande interesse anche 
sotto altri punti, perchè fu sovente visitata da secoli, come 
attestano le iscrizioni scolpite sovra i massi d'arenaria eocenica 
che ne costituiscono la cima; fa anche una delle vette, la cui 
altitudine venne determinata trigonometricamente con una certa 
esattezza dal 1668 e la prima misurata sin dal 1671 col ba- 
rometro per merito di Geminiano Montanari. Il Corno alle 
Scale è un'altra vetta attraentissima, dove Giuseppe Giusti era 
lieto d'esser salito anche tra le nebbie. « Il trovarsi lassù, non 
vedendo altro che pochi palmi di terreno davanti e dintorno, 
non udendo voce nè d'uomo nè d'altro animale, cinti da un 
oceano di nebbia, come una famiglia che scampi dal diluvio 
universale, ci compensò d'ogni perdita » I contrafìorti del 
Oarpegna, coi loro numerosi e fantastici picchi, isolati, o se- 
minati qua e là come sentinelle, spesso coronati da pitto- 
reschi avanzi di roccie medioevali danno all'estrema Roma- 
gna un aspetto originale e pieno d'interesse 2 . 

Sul versante settentrionale degli Appennini si estende una 
zona corrispondente alle regioni vulcaniche del Veronese e del 
Vicentino, la quale è ancora teatro di curiosi fenomeni. A sud 
di Modena e di Bologna sfuggono qua e là dalle fessure del 
suolo getti di gas idrogeno, che in alcuni luoghi si poterono 
persino utilizzare per la preparazione della calce, per l'illu- 
minazione e per altri usi industriali. Questi getti di gas, a 
Barigozzo, a Pietra Mala, a Porretta e in altri luoghi sono 
le « fontane ardenti » , famose nell'antichità e nel medio evo, 
a causa delle combustioni spontanee che determinavano, e non 

1 Lettere, I, 231. 

Le vette principali delle due catene e le altitudini di alcune località notevoli 



sono le seguenti : 














2165 


m. 


Monte Carzolano .... 


. 1175 


ni 




. 1945 


» 


Monte della Terrazza. 


. 1083 


>> 


Monte dell'Uccelli era." . . 


. 1797 


» 




1018 


» 




. 1785 


» 




992 






. 1619 


» 


Monte Venere 


966 


» 




. 1531 


» 




841 


» 


Santuario di Bocca di Rio . 


. 1500 




Monte Titano (San Marino) 


. 755 


» 


Monte Tresca 


1474 


» 




617 


» 


Monte Carpegna 


. 1411 




Bagni di Porretta .... 


. 351 


.» 


Monte Fumaiolo .... 


1401 


» 




50 


» 




. 1350 


)) 




9 






. 1283 


» 




4 


» 


Monte della Scoperta . . . 


. 1276 


» 


Cesenatico 


•? 


» 


Sasso di Castro 


. 1259 


» 


Coniaceli io 


0,78 






1200 


» 









FONTANE ARDENTI E VULCANI DI FANGO 



499 



di rado atterrivano i viaggiatori durante la notte. Parallela 
mente a questa zona di terre ardenti, ma molto più basso, 
sull'orlo della pianura, un'altra fessura del suolo è segnalata 
da una serie di bombe, o vulcani di fango, il più celebre dei 
quali è quello di Sassuolo, presso Modena; il più grande 
quello di tirano, con un cratere di un chilometro di giro, le 
cui pareti di argilla azzurrognola hanno in un punto 70 chi- 
lometri d'altezza : il circo interno non ha meno di 40 bocche 
secondarie, e se ne ricordano le celebri e paurose eruzioni. 



N. 69. — SALSE E SORGENTI TERMALI NEL NORD DELL'APPENNINO. 




"ET j2l ■ W 

StTcfroycn-i. S. Salse S.T~r„,c.li 

Scala di i : 1,160,000 



Plinio il vecchio narra, che nel 003 di Roma un portentoso 
avvenimento gettò il terrore nella campagna di Modena. Tra 
lo scuotersi e il rimbalzare dei monti, si videro in pieno giorno 
fiamme e fumo levarsi al cielo; le ville dei dintorni si di- 
roccarono, e molti animali rimasero schiacciati. A una di 
queste eruzioni accompagnata da terremoti è attribuita la 
rovina di Sassuolo nel 1501. ^Tel 1592 la salsa, dopo una 
serie di terremoti, arse per più giorni, eruttando ceneri, terra 
e sassi ; una volta balestrò lontano un masso di due o tre 
quintali ed altre eruzioni giunsero a scuotere fino città delle 
Romagne. Il 4 giugno 1835, dopo scosse violenti, precedute 
da un forte odore di bitume e di zolfo, si levò con veemenza 
una colonna di denso fumo sino a 50 metri, e vomitò per un 

L'Italia. 00 



500 



L'ITALIA 



milione e mezzo di metri cubi di fango sulle campagne cir- 
costanti, terre bituminose e salate, una maledizione che troveremo 
anche in altre parti d'Italia. Nel 1881 un'altra salsa a Quer- 
zola vomitò da tre crateri un torrente di fango lungo 400 me- 
tri ; l'eruzione, come suole, era stata preceduta da rombi di 
terremoto 1 . A Salsomaggiore si utilizzano da antichissimi 
tempi le sorgenti salate, tra le quali sprizzano bitumi e gas 
infiammabili, che servono a tutti gli usi di quell'importante 
stabilimento balneare. Nei dintorni di Montegibbio, a Miano, 
nella piccola valle del Rio Campanaro ed altrove vi sono 
anche pozzi di petrolio, che peraltro non acquistarono mai una 
vera importanza industriale 2 . 

Tutto questo Appennino, per la sua costituzione geologica, 
per il dissennato diboscamento, per le forze interne e gli 
agenti esterni che lo dissolvono, va soggetto a franamenti, che 
furono talvolta cagione di grandi ruine. Nei tempi remotissimi 
dell'epoca pliocenica grandiosi scoscendimenti seppellirono, 
sotto grossi strati di terreno, boscaglie gigantesche, i cui tronchi 
immani vengono anche oggidì messi allo scoperto dalle forre 
che i torrenti vanno scavando attraverso le plaghe più fertili 
e pianeggianti della montagna. La storia ricorda la rovina 
delle chiese di Cotroni, Treggiara, Valdalbero, quelle della 
chiesa di San Michele presso Renno, di Acquaria, di Magri- 
gnana. Nel 1130 fa così distrutta la rocca di Gombola, 
nel 1400 Castel Tagliato, nel 1495 diroccò tutta la grossa 
villa di Dismano, e gli abitanti andarono divisi tra i comuni 
di Monteforte e di Riva. Il 12 aprile 1590 una frana poco 
lungi da Sestola distrusse chiese e case e formò nel Leo un 
ampio lago, con strage grandissima d'uomini e d'animali ; 
nel 1728 un'altra frana distrusse l'Arsicciola ed arrestò per 
più giorni il corso del Eellicarolo ; un altro lago si formò 
nello Scoltenna nel 1879 con grandi rovine del territorio di 
Vaglio, e nel 1896 una frana spaventevole ha quasi intera- 
mente distrutto l'ameno paesello di Sant'Anna Pelago. Queste 
frane, determinate quasi sempre da grandi pioggie, non solo 
formarono laghi, ma ne distrussero : quella di Groppo, dis- 
seccò completamente il lago di Borra Scura, e allo stesso 
modo scomparvero i laghi di Acquaria, di Lama, di Pian 
dei Lagotti ed altri segnati sulle antiche carte. Grandiose fra 
tutte sono le frane di Sassatella, lunghesso il Dragone e di 

1 Stoppani A., Corso di Geologia ; Luigi G atta, L'Italia, sua formazione, vulcani 

e terremoti. 

2 Stoppani, Il bel Paese, specialmente a parte XIV a XVIII. 



FRANE APPENNINICHE, LAGHI EMILIANI. 



501 



Lama di Mocogno, enormi fiumane di materiali incoerenti, 
che compromisero e rovinarono più volte interi tronchi della 
strada nazionale, distrussero vasti terreni coltivati, e lascia- 
rono vaste distese nude, coperte di materiali incoerenti, solcate 
da numerose e varie fenditure, che rendono impossibile qua- 
lunque vegetazione e, per l'acqua che vi penetra, diventano 
cause di nuovi movimenti \ Non meno vasti franamenti sono 
avvenuti a Pioppe di Salvaro e in tutto il bacino del Eeno, 
uno dei più devastati dell'Appennino 2 . 

I laghi emiliani, se non sono pochi, hanno pochissima im- 
portanza. Ricco di specchi d'acqua è il gruppo del Ousna, 
specie l'Alpe di Succiso ; tra le quote di 1800 e 1500, di rado 
al disotto, si incontra una plejade di piccoli laghetti al- 
pestri, dalle acque chiare e verdastre. Alcuni abbondano di trote 
e sono circondati di faggeti, ma la più parte è attorniata da 
un paesaggio poco attraente. I nomi dei principali sono molto 
espressivi : lago Nero, lago Lungo ; il più grande è il lago 
Santo parmense, che copre un'area di 72,500 metri quadrati. 
Circa 40 sono permanenti, altri si formano dopo abbondanti 
pioggie. Hanno tutti origine glaciale, e si raccolsero in se- 
guito ad ostruzioni, per mezzo di barriere moreniche, sull'a- 
renaria dell'eocene medio, la quale costituisce le parti più ele- 
vate della catena. Uno soltanto, quello di Sassalbo, giace sul 
versante tirreno, ma assai vicino allo spartiacque. Anche il 
Fischer opina che una volta erano moltissimi, e poi sono 
spariti a . Il più alto di questi laghi è il lago Piatto (1800 in.), 
nel bacino dello Scoltenna, i più bassi sono quelli dell'Olmo 
e di Monte Binaghi nel bacino del Taro (771 m.), e il lago 
Verde in Val di Magra (1055) ; il più vasto, dopo il lago Santo 
parmense, è il lago Santo modenese. Pochissime notizie si 
hanno della loro profondità, e in generale sono più impor- 
tanti per lo scienziato che pel curioso, restando a comprovare 
che questa parte dell'Appennino ha traversato un periodo gla- 
ciale, con deposito di morene, striamento di ciottoli, ed altri 
fenomeni. Nella provincia di Modena è specialmente degno di 
menzione il lago Scaffajolo,del quale già narrava messer 
Giovanni Boccaccio che è « più per miracolo che per la copia 
dell'acque memorabile ; perocché, come danno testimonianza 

1 Santi Venceslao, Le frane dell' Appennino modenese; Bombicci Luigi, Sui frana- 
menti del territorio bolognese ; Uzielli, Le frane nelle opere pubbliche. 

2 D. Pantanelli, L' Appennino modenese, Rocca San Casciano 1895, pag. 2!). 

3 Op. cit., pag. 223. 



502 



L'ITALIA 



tutti gli abitatori, se alcuno da per sè, over per sorte sarà 
che getti una pietra, o altro in quello che l'acque mova, su- 
bitamente l'aere s'astrigne e nasce di venti tanta nerezza, che 
le quercie fortissime e li vecchi faggi vicini, o si spezzano o 
si sbarbano dalle radici » K Nel Modenese si segnalano ancora 
il lago Pratignano, a sud di Fanano, a 1340 metri; il lago 
Piatto, i laghetti Turchino, Boccio, e il lago o stagno di Pa- 
vullo, che si va prosciugando per risanare le circostanti cam- 
pagne. Nella Romagna stanno a ricordo di laghi scomparsi il 
nome di una frazione di Modigliano colla parrocchia di 
San Giorgio in Lago, il Fosso del Lago, affluente del Lamone, 
la Madonna del Lago, antico santuario del Comune di Ber- 
tinoro, ed altri nomi. Il laghetto di Quarto, formato da una 
frana nel 1811 in una frazione del Comune di Sarsina, aveva 
tre chilometri per quasi due, ma ormai il Savio, che esso 
aveva arrestato, riprese il suo corso e il lago è quasi scom- 
parso 2 . 

A mezzodì delle foci del Po continuano le lagune, che si 
vanno continuamente modificando. La vasta laguna di Co- 
macchio è stata spezzata in più parti dalie linee alluvionali 
innalzate dai fiumi nell'errante loro corso, e quasi tutta la 
sua distesa consiste in valli o banchi di terreni alluvionali; 
vi si trovano però, specie nell'angolo sud-orientale, anche 
profonde cavità o ciliari, avanzi dell'Adriatico non ancora 
colmati di alluvioni. La laguna di Comacchio, spazio inter- 
medio tra la terra e le acque, si prolungava una volta ad una 
grande distanza verso il sud, formando l'immensa laguna di 
Padusa, che circondava colle sue acque Ravenna ; infatti 
Strabone, Sidonio Apollinare, Procopio la descrivono sorgente 
dalle lagune, come oggi Venezia e Chioggia. La Padusa è 
da lungo tempo colmata, ma gli spazi non ancora prosciugati 
della laguna di Comacchio occupano più di trentamila ettari, 
con una media profondità di uno a due metri. 

Come quelli di Venezia, i lidi di Comacchio, spezzati di 
tratto in tratto da breccie che lasciano entrare le acque vive 
del mare e le barche, sono gli avanzi dell'antico cordone lito 



Firenze 1588 ; e cfr. Giusti, Lettere, Firenze 1887, I, 253. Inutile 

dire che il fatto non ha fondamento, come dimostrò lo Spallanzani, Viaggi, Milano 
1826, III, pag. 164. 

2 Ecco le dimensioni di alcuni di questi laghi : 

Altitudine Area Perii'. Prof. 

Lago Santo modenese. . . . 1,501 58,125 1,250 20 

Lago Santo parmense. . . . 1,507 72,500 1,075 18-15 

Lago Scaffajolo 1,775 5,000 325 14-3 



LAGUNE DI COMACCHIO, LA TEEBBIA 



505 



raneo. Altrove hanno presa la forma di dime, che continuano 
appunto in tutto lo stagno di Comacchio. Dall'Adige a Cervia 
queste antiche spiaggie, che datano almeno dal tempo dei Ro- 
mani, sono qua e là coperte di pini, cupi e solenni, i cui rami 
sempre curvi sembrano mandar gemiti sotto le percosse dei venti 
marini. In alcuni luoghi le quercie si sostituirono ai pini ; 
per lo più poveri cespugli di ginepri e d'altre piante coprono 
il suolo e nascondono ancora qualche cinghiale. 

A misura che le lagune protette da questi baluardi contro 
l'alto mare vengono a colmarsi, e le alluvioni si estendono, 
il mare afferra le sabbie per formare nuove lingue curvilinee 
uguali alle antiche ; immediatamente a sud del ramo maestro 
del Po tre di coteste catene di dune, dipartendosi dallo stesso 
punto, divergono a ventaglio verso il sud Così ad oriente di 
Ravenna la duna principale, rivestita dalla pineta, su di un 
tratto di 35 chilometri, per una larghezza che varia dai 50 a 
3000 metri, è accompagnata da due altre striscie di dune, una 
già formata, l'altra in via di formazione : il vento e l'onda 
collaborano ad occuparla. Secondo Pareto, cotesto tratto del li- 
torale ha uno sviluppo di 230 metri per secolo, molto più 
notevole vicino alle bocche fluviali. Nondimeno Ravenna, co- 
me Venezia, discende lentamente, secondo lo stesso Pareto, 
di 15 centimetri per secolo : le porte dei suoi monumenti 
sono quasi tutte al di sotto del selciato delle strade. 

I fiumi della regione si dividono in due distinte categorie: 
i maggiori sono ancora tributari del Po, gli altri versano le 
loro acque direttamente nell'Adriatico. Alla prima apparten- 
gono la Trebbia, il Xure, l'Adda, il Taro, il Parma, il Cro- 
stalo, la Secchia e il Panaro ed altri minori. La Trebbia 
nasce al monte Prelà, presso la ligure Torri glia ; da una 
vasta conca montana tra 1000 e 800 metri, accoglie le acque 
di numerosi affluenti, scesi dall' Antola e da altre vette ; tra 
essi il Rio Avagnone che nasce a 1494 metri, ed il Boreca, 
sceso da 1642, presso Carrega e le sorgenti della Borbera. 
A 320 metri d'altitudine, quando è già fiume poderoso, la 
Trebbia accoglie l'Aveto, che scende dalle alture del Penna 
e bagna le Cabanne (884 m.), uno dei più alti luoghi peren- 
nemente abitati. I due fiumi uniti corrono in una tortuosa e 
talora angusta valle, che per qualche chilometro forma il con- 
fine tra le provincie di Pavia e Piacenza, accogliendo il tor- 
rente omonimo, e poi il Dorba, il Perino, coi numerosi subaf- 
fluenti, ed altri ancora. A Rivergaro la Trebbia comincia ad 
avere un corso ampio, dentro al quale, specie sino a Rivalla 
e più giù, si formano molte isole, sino a che assottigliato dai 



506 L'ITALIA 

numerosi canali d'irrigazione e per lo più povero e persino 
spoglio di acque entra nel Po, quattro chilometri sopra Pia- 
cenza. Le rive della Trebbia sono celebri per la grande bat- 
taglia che Annibale vi diede ai Romani nel 218 avanti Cristo, 
e per la vigorosa resistenza che nel letto stesso nel fiume 
Macdonald oppose nel 1797 ai Russi. Minore importanza ha 
il ]^ure che scende dal lago Nero, accoglie varii confluenti 

N. 70. — PIACENZA ED IL PO. 




45°5' Est di Roma 



Scala di 1 : 100,000. 

venuti dal monte Ragola (1710 m.) e dopo aver toccato Penerà 
a 918 metri, e dato vita alle prime industrie della valle, scende 
rapido per oltre 300 metri, per formare un vasto plesso d'acque 
al confluente del Lavaiuna, del Lardana e d'altri minori tor- 
renti. Dal Ponte dell' Oglio s'allarga, forma isole vaste, erra 
in bracci morti e canali, assottigliandosi e scendendo al Po 
poverissimo d'acque. Ancora meno importanti sono il Riglio, 
che, sceso da 1096 metri, traversa rapidamente una deserta e so- 
litaria valle e scende nel Po a poca distanza dal confluente del 



NURE, ARDA, TARO, ENZA 



507 



Ohero e del Chiavenna, uniti presso Cadeo. L'Arda nasce 
verso i 1400 metri, accoglie il Lubiana ed altri affluenti, e 
presso Mignacco è trattenuto da una diga artificiale, che forma 
un vasto serbatoio. Diviso dal Ohiavenna da una piccola emi- 
nenza, tocca Lugagnano e poco oltre comincia a disperdersi 
in canali e rivi, sì che presso Castell'Arquato è già povero 
d'acque. Corre tuttavia quasi sempre su ampio letto, formando 
due o più braccia, sino a che, bagnata Firenzuola, mette foce 
nel Po. L'Ongina nasce sotto Bernasca, a poca distanza dal 
corso dell'Arda, e si arricchisce di molti affluenti; due scen- 
dono dai serbatoi artificiali di Manaro e Mastaro, i quali 
crescono la benefica potenza del fiume per le irrigazioni, che 
in tempo di magra ne consumano tutte le acque. 

Un fiume importante pel vasto bacino, uno dei maggiori 
dell'Appennino, e pel tortuosissimo corso è invece il Taro, che ha 
le sue sorgenti sul versante meridionale del monte Penna, 
presso i confini della Liguria. Corre dapprima verso il sud, 
sino a S. Maria del Taro, dove accoglie la Tarola, accennando 
più volte a scendere in Liguria. Ma, volgendo al nord, forma 
il piccolo lago di Perosa, e ne nasce per volgere ora ad est 
ora a nord-est con tortuosissimo corso, arricchito da piccoli, 
ma numerosi affluenti. Unito al Gotra bagna Borgotaro, e 
volge più decisamente a nord-est; sulle sue sponde, talora nel 
suo stesso letto, corre la ferrovia Parma-Spezia, che il fiume 
minaccia di ruine ad ogni piena. Continua ad accogliere le 
acque e più delle acque le possenti alluvioni di molti affluenti, 
fra i quali il Ceno, nato a poca distanza dalle sue stesse fontane, 
e trattenuto presso Vianino dalla diga di Malsappello per ac- 
crescerne la potenza irrigatoria. Sotto Pornovo, celebre per la 
battaglia nel 1455, si dirige al nord, traversando con lenti 
meandri e infinite braccia la pianura che bagna tutto intorno 
con canali e navigli. Prima di entrare nel Po, accoglie il 
Recchio e lo Stirone, scesi dai monti di San Pellegrino Parmènse 
per San Donnino, dopo aver accolto numerosi affluenti. Il 
Parma si forma di molte parme, scese dal lago Santo, dal 
pizzo di Badignano, dai laghi Scuro e Gemio ; tocca Langhi- 
rano, e presso Parma accoglie un affluente di poco ad esso 
inferiore, il Baganza, trattenuto sotto Calestano dalla pode- 
rosa diga di Ronzano. Come i confratelli anche il Parma 
sembra riluttante a confondere le sue acque a quelle del Po, 
perchè le trattiene in vasti meandri, le disperde in canali, 
sino a che presso Colorno si decide e volge al maggior fiume. 

L'Enza nasce a 1500 metri da infiniti rivi, accoglie il Cedra, 
sceso dai laghi di Ballano, di Palo e Verde, ed il Tassobbia, 



508 



L'ITALIA 



che alle Gazze forma un serbatoio naturale, lungo quasi sino 
al confluente del Cedra. Presso San Polo d'Enza confluiscono 
in esso le due Termina, poi si divide e suddivide in canali 
infiniti che appena se ne discerne il ramo principale, che 
scende al Po, presso un ramo morto del Parma. Altri fiumi- 
celli solcano la provincia di Reggio, ma pochi importanti 
fuor del Orostolo, mentre nella parte inferiore è tutto un ag- 
grovigliamento intricato di canali, di navigli, di gore, che 
fecondano la terra, giovano all'agricoltura, ma danno all'aria 
una costante umidità. Della giogaia dello spartiacque fra 
l'Enza e la Secchia forma parte quella Pietra di Bismantova, 
una modesta vetta (m. 1047) a scirocco di Oastelnuovo nei 
Monti, ricordata dall'Alighieri 1 : 

Montasi su Bismantova in cacume 
Con esso i piè .... 

La Secchia nasce nell'Alpe di Succiso, a circa mille metri, 
nell'Appennino reggiano, e scorre per un'alpestre e tortuosa 
valle, seguendo il confine delle provi noie di Modena e Reggio 
sin presso a Marzaglia. In questo tratto superiore accoglie il 
Dragone che viene dal passo delle Radici, il Dolo, nato al 
monte Prado, la Rossenna, copioso torrente formatosi d'altri 
presso il ponte di Brandola. Sotto Sassuolo la Secchia riesce 
alla pianura, conservando sempre il suo letto ghiajoso e tor- 
rentizio di una grande ampiezza ; ma entrata in provincia di 
Modena al disotto di Ereto, comincia a correre fra solide ar- 
ginature e sponde incassate, diventando per 60 chilometri na- 
vigabile con piccole barche. Entra in provincia di Mantova 
e si scarica nel Po di faccia a Sustinente, dopo un corso di 
157 chilometri. 

Il Panaro è formato da varii corsi d'acque scendenti dal 
versante settentrionale della catena appenninica. Nasce dal lago 
Santo modenese, a 1500 metri sul livello del mare, e da altri 
rughi che solcano le falde del Rondinajo. Conservando sempre 
il nome di Scoltenna, riceve a destra il Rio delle Pozze, sceso 
dall'Alpe delle Tre Potenze, ingrossato dal Motte dell' Abe- 
tone ; l'Acquicciola e il Pistone, quest'ultimo sceso a preci- 
pizio, con numerose cascate, dal Oimone ; il rio Canale, il 
Vesale ed altri minori, mentre sull'opposta riva accoglie nu- 
merosi affluenti e cascate, tra altri il fiume di Sant'Anna, 
che attraversa la stretta e sinuosa valle, spesso funestata di 

1 Purgatorio, canto IV, verso 



SECCHIA, PANARO, RENO 



509 



rovine. A sei chilometri a ponente di Montosa lo Scoltenna 
riceve il Leo, sceso dallo Scafiamolo, ingrossato già dal Fellica- 
rolo che gli reca le acque della sua alpestre e solitaria valle, 
ed a Montespecchio troviamo il vero Panaro, il quale dilaga 
tortuosamente per la valle, e sempre più s'allarga sino a sboc- 
care in pianura, tra Vignole e Savignano ; in qualche punto 
ha sino a tre chilometri di larghezza, ricordando i fiumi 
friulani. Presso Modena perde il suo carattere torrentizio e 
corre fra argini od alte sponde ; sotto Bomporto comincia ad 
essere navigabile per barche di piccola portata e per un corso 
di 45 chilometri. A Finale si divide in due rami, del Cava- 
mente (chil. 10,5) e della Lunga (17 chil.), che con miti pen- 
denze si uniscono di nuovo a Santa Bianca, donde il Panaro rag- 
giunge Bondeno e il Po della Stellata La media portata del fiume 
si stima di 37 metri cubi, ma è una media che da un metro 
cubo sale ad un minimo di 700 al minuto secondo. In tutto 
il suo percorso, di circa 160 metri, il Panaro muta più volte 
di direzione, dominando però sempre quella da libeccio a 
greco. La pendenza media è generalmente di poco inferiore 
al 10 per mille ; però all'uscire dalla pianura è già ridotta 
al 5; nell'ultimo tratto, "coli' aggiunta delle acque del Naviglio di 
Modena, che lo raggiunge a Bonporto, il Panaro è facilmente 
navigabile. La forte pendenza, la grande erodibilità delle valli 
e i diboscamenti, ne hanno accresciuta la potenza distruttiva, sì 
che mutò più volte di corso. Nel suo tratto pianeggiante superior- 
mente alla via Emilia ha seguito la legge generale di cotesti 
fiumi appenninici, abbandonando a destra il vecchio alveo; 
ma altri suoi mutamenti sarebbero assai istruttivi. Le piene 
del bacino superiore sono rapide e disastrose, e segnano un 
costante aumento : sino al 1852 non avevano mai superato al 
segno di guardia i 2 metri, mentre in quell'anno toccarono 
i 2,27 e nelle successive piene superarono anche questa quota. 
I rigurgiti del Po sono anche più pericolosi, specie dopo che 
il Panaro vi venne definitivamente immesso dal cardinale 
Capponi col canale della Stellata, che è un tratto dell'antico 
alveo del Po di Ferrara. Il Tiepido, affluente del Panaro a 
Eossalta, e il Gruerra che vi entra a nord di San Vito sono 
i più importanti del suo corso inferiore. 

Di tutti questi fiumi dell'Appennino, il Beno è il più er- 
rante e pericoloso. Lo strato di detriti che esso ha trasportato 
nella pianura non misura meno di 30 chilometri dall'ovest al- 
l'est e quando infrange le sue dighe in qualche punto debole 
si riversa tanto a destra che a sinistra di quella specie di 
scarpa che egli stesso si è costruita colle sue proprie alluvioni. 

L'Italia. 61 



510 



L'ITALIA 



Si capisce quali debbano essere i capricci imprevedibili di un 
torrente, la cui portata varia a seconda delle stagioni da uno 
a circa 1400 metri cubi d'acqua al secondo e che in certi punti 
scorre a più di 9 metri sopra le campagne rivierasche. Nel 
corso di questo secolo il danno si è anche accresciuto in se- 
guito allo spostamento, quasi completo, delle pendenze del ba- 
cino torrenziale. Gli ingegneri, fuorviati dalla irregolarità delle 
inondazioni, hanno intrapreso i lavori più svariati, e proposero 
progetti di riforma i più contradditori nello intento di domare 
questo nemico più terribile dell' Acheloo abbattuto da Ercole. 
Lo si gettò nel Po, poscia lo si rivolse verso est per ver- 
sarlo direttamente nel mare; si è pure progettato di abbando 
nargli la laguna di Oomacchio per farne durante uno o due 
secoli il suo bacino di colmata ; ma ogni nuova derivazione 
ha i suoi inconvenienti ; mentre v'ha chi crede d'essersi sba- 
razzato dell'incomodo vicino, altri lamenta le inondazioni e le 
febbri che apporta, e i danni che arreca alle pescaie e ai 
tratti d'acqua navigabili. Alle alluvioni del Reno è dovuto 
in gran parte il totale insabbiamento del Po a Ferrara. 

Il Reno nasce nel cuore dell'Appennino, tra il colle delle 
Piastre e il colle del Oeruglio e corre quasi sempre da sud 
a nord, seguendo per breve tratto il confine tra le provincie 
di Firenze e Bologna. Accoglie il tributo di molte valli, tra 
le quali i corsi rapidi e precipitosi delle due Limentre, sopra 
e sotto i Bagni della Porretta, del Sette, del Sella, della Vez- 
zola. La ferrovia lo segue, spesso lo attraversa, soffrendone 
non di rado gravi danni ; più volte la piena portò via non 
solo minori ponti, ma anche una parte di quello lunghissimo 
presso Bologna (1893), dove il Reno ha un letto di oltre 
mezzo chilometro e pure insufficiente a dar sfogo alle piene 
irruenti. Girando intorno alle colline di Bologna, il Reno 
forma, tra altre, l'isola dove, nel 43 avanti Cristo, convennero 
i triumviri Ottaviano Augusto, Marc' Antonio e Lepido, per 
spegnere la libertà di Roma e dividersi le spoglie della Re- 
pubblica Sotto Bologna il Reno piega a nord-nord ovest ; tra 
Cento e Pieve di Cento, fa un altro gomito, dirigendosi ad est 
sulle valli paludose di Malalbergo A Traghetto, per bonitì- 
fìcare il paese sottostante e preservarlo dalle devastatrici allu- 
vioni del fiume, il Reno venne immesso nell'antico letto del 
Po di Primaro, fiancheggiando all'uopo questo canale con 
solidi ed alti argini. Così imprigionato, pur serbando il suo 
nome, il Reno volge decisamente ad est segnando il confine 
della provincia di Bologna con quelle di Ferrara e Ravenna, 
e sbocca infine in mare al porto di Primaro o di Ravenna. 



RENO, SAVENA, IDICE, SILLARO, SANTERNO 



511 



Il suo maggior tributario di sinistra è la Samoggia, che 
scende dai monti soprastanti a Zocca, ed è arricchito dal La- 
vino e da altri minori affluenti. Sulla destra il Reno accoglie 
numerosi ed importanti affluenti, i principali corsi d'acque 
della Romagna, la Savena, ridice, il Sillaro, il Santerno. La 
Savena nasce al Sasso di Castro (1277 m.) sull'Appennino toscano, 
a circa 770 metri sul livello del mare, corre da sud a nord 
incontro all'Idice, per gittarsi con quello nel Reno ; sul con- 
tratforte montuoso che divide la sua valle da quella dell'Idice, 
corre la strada della Euta, tra Bologna e Eirenze. L'Idice 
nasce a 1200 metri, fra le gole del monte Oggioli, presso il 
villaggio fiorentino di Eiligare; percorre il fondo di una an- 
gusta e selvaggia valle in direzione di nord, poi piega ad est, 
e sotto la ferrovia e la Via Emilia che lo attraversano si 
unisce alla Savena. I due fiumi uniti continuano nella cassa 
di colmata di Idice e Quaderna, per gittarsi traverso a terreni 
ormai bonificati nel Reno. 

Il Sillaro nasce a Monte Taverne (950 m.) e Tre Poggioli, 
e dopo un tortuosissimo corso di 73 chilometri, quasi senza 
uscire dalla provincia di Bologna, si scarica insieme al Qua 
derna abbandonato nel Reno Primaro alla Bastia, segnando il 
confine di Romagna, prima col territorio bolognese, poi, nei 
34 chilometri del Reno-Primaro, col Eerrarese. Entrato nella 
pianura a Castel San Pietro, il Sillaro, Salarus di Plinio, è 
arginato nel suo corso inferiore per 23 chilometri, e talora 
gli argini sovrastano di otto o dieci metri sulla campagna. 
Sulla destra accoglie i rivi di Cuna, di Sassatello, di Montemerlo, 
il Sillustra, il Oorrecchio, e sulla sinistra il fosso di Monte- 
renzo, ed i rivi di Rignano, di Frassineto e di Castellazzo, 
alcuni dei quali, anche nei tempi storici, modificarono note- 
volmente il loro corso. Il Vaternus degli antichi, modificato 
in Santerno dall'errore d'un copista del V secolo, nasce al 
monte Citerna (1200 m.) sul confine tosco romagnolo, per di- 
rigersi ad oriente verso Firenzuola, indi al nord, toccando 
Castel del Rio ed a Greco passando per Eontana Elice e Ros- 
signano. Entrato nella pianura, tocca Imola, Mordano, e volge 
al nord, traversando una parte della provincia di Ravenna 
per unirsi dopo un corso di cento chilometri al Reno-Primaro. 
Prima del 1460 si scaricava nella Padusa, poi nelle valli ra- 
vennate, e vi fu di nuovo condotto nel 1613 con la vana spe 
ranza di restituire a coltura i terreni di San Lorenzo in Selva. 
Perciò nel 1626 fu restituito al Po, deviandolo al passo del 
Gatto, sì che il vecchio letto si chiama tuttora Santerno ab- 
bandonato. Per 35 chilometri corre fra argini alti sino a 



512 



L'ITALIA 



15 metri sul fondo e 7 sulle campagne, sì che ha rotte ter- 
ribili quando le piene ne portano il modulo normale di 
14 metri cubi a 218 e persino a 896, come in quella del 1851. 
Accoglie sulla destra i borri del Eortio, della Canaria, di Fon- 
tana Elice, il rio Sanguinario, ed i torrenti Violla e Rovigo; 
sulla sinistra le due Diaterne, i borri di Castro, Vincaruto, 
Eiletto, il rio dell'Aquila, il torrente di Casal Eiumanese ed 
altri minori. 

Il Senio, tristamente celebre per le numerose battaglie com- 
battute sulle sue rive, specie al ponte San Procolo, nasce a Pie- 
diinonte (1174 m.), corre per 16 chilometri in provincia di 
Eirenze, per altri 16 in quella di Ravenna toccando Casola 
Valsenio, Castelbolognese, Eusignano, le Alfonsine e sfocia 
nel Reno-Priniaro ad Umana. Prima del sesto secolo entrava 
nella laguna ravennate, poi si formò un alveo e un proprio 
delta nel mare; nel 1687 si aprì una nuova via tra le Al- 
fonsine e la valle del Passetto, sino a che se ne accorciò il 
corso col drizzagno d'Umana ; ha 40 chilometri d'argini, parte 
in froldo, parte in golena, e le sue piene diedero luogo tal- 
volta a rotte e inondazioni disastrose. Accoglie a destra il borro 
d'Ozzole, il torrente di Salecchio ed il Sintria; a sinistra i 
borri di Ortali, Sant'Apollinare, Riolo ed altri ; nel suo ba- 
cino sono stati progettati, come in altri, serbatoi, che ne utiliz- 
zerebbero le acque e ne scemerebbero le piene, ma sinora in- 
vano. Il Lamone, Anemo, poi Amone con l'articolo, derivatogli 
dai boschi che attraversava (nemus) o dall'antichissimo culto 
prestato sulle sue sponde a Giove Aminone, nasce al passo 
di Casaglia, forma la pittoresca cascata di Valbuja, entra in 
provincia di Ravenna a San Martino in Grattara, tocca Bri 
sighella, Eaenza ed alla rotta delle Ammonite volge a scirocco, 
nel tronco d'allacciamento di Lamone, costruito nel 1851, per 
condurlo a bonificare la cassa del Lamone. Ivi le acque si 
chiarificano ed entrano nell'Adriatico con tre emissari arti- 
ficiali. Nel medio evo, dopo le Ammonite, correva al mare 
traverso le valli ravennate, e più volte modificò il corso per 
opera delle piene o dell'uomo; compiuta la colmata, il che si 
presume avverrà nel 1920, sarà di nuovo condotto a gittarsi 
pel Lamone abbandonato nel Reno-Primaro. Oltre ai 34 chi- 
lometri d'argini della riva destra e ai 40 della sinistra, 52 chi- 
lometri sono stati costruiti intorno alla cassa di colmata, al 
cani altipiani a 7 metri. Tra i suoi affluenti sono notevoli il 
Campigno, e il Marzéno sulla destra, il borro di Oamurraiio 
e il Rio di Collecchio sulla sinistra. 

Il Montone scende dall'Alpe di San Benedetto, passa per 



SENIO, LAMONE, MONTONE, RUBICONE 



513 



Rocca San Casciano, Oastrocaro e Terra del Sole e si unisce 
presso Forlì al Rabbi, a tre cliilometri a libeccio di Ravenna 
col Ronco, per gittarsi dopo altri 12 chilometri nel mare col 
nome di Eiumi Uniti. Molto si disputò sull'origine del suo 
nome, e molto si lavorò a modificare il corso inferiore, ora 
per fortificare Ravenna, ora per difenderla dalle sue piene. 
Dante lo fa scendere da Monte veso col nome di Acquacheta, 
che è dato infatti al Montone prima 

Che si divalli giù nel basso letto 

dove accoglie numerosi affluenti sopra ambe le rive. Il più no- 
tevole è il Rabbi o Schiedo, nato nel monte dei Tramiti, che 
ha un proprio corso di 60 chilometri, ed è a sua volta alimen- 
tato da torrenti, rii, fossi assai numerosi. A questi, come dissi, 
si unisce il Ronco che nasce col nome di Bidente dal Fal- 
terona ; Tito Livio l'avrebbe chiamato Uteus o Viteus, e lo 
troviamo ricordato con molti altri nomi; sino a che prevalse 
il presente, che significa strada impacciata e senza uscita, in 
memoria, forse, delle foreste tra le quali correva un tempo, 
tutte distrutte, s'intende, mentre si sono dovuti costruire 
14 chilometri di argini in froldo o in golena sopra ambe le rive. 
Tre altri Bidenti affluiscono in esso, e poi rii, torrenti e fossi 
in gran numero, tra i quali il Voltre, lungo ben 34 chilo- 
metri. Il Bevano, che sfocia in mare alla torre di guardia, 
nasce presso Oollinello e accoglie alcuni affluenti, tra i quali 
la Torrecchia lunga 23 chilometri, di soli 12 superata dal fiume 
che la accoglie. Seguono il Savio, che come il Tevere scende 
dal Fumaiolo, tocca Cesena ed ha un corso di circa 100 chilo- 
metri ; il Pisciatello o Rubicone cesenate, che si getta in mare 
col Fiumicino o Rubicone di Savignano, poco lungi dalle foci 
dell'Uso o Rubicone di Sant'Arcangelo. Imperocché non si sa 
bene, e non si saprà forse mai qual sia dei tre il Rubicone 
passato da Giulio Cesare ; i Cesenati sostengono con Strabone 
alla mano, che il fluvius Bubico, quondam finis Italiae di 
Plinio sia il loro Pisciatello; mentre quei di Savignano par- 
teggiano per il Fiumicino e i Riminesi per l'Uso, perchè 
Cesare arringò i suoi a Rimini, appena passato il Rubicone e 
per le altre ragioni che indussero l'arciprete Griovanardi a porre 
sul ponte, dove la via Emilia traversa l'Uso, una lapide, e il tri- 
bunale romano della Sacra Rota a sentenziare il 4 maggio 1256 
che senza pregiudicare la questione, i Riminesi potevano con- 
servare la predetta iscrizione. 

La Marecchia scende dal Fninajolo e dal Poggio dei Tre 



514 



L'ITALIA 



Vescovi e inette foce a Riniini, dopo un corso di 80 chilo- 
metri; 37 è lunga l'Ausa che sfocia lì vicino scendendo 
da San Marino ; mentre hanno breve corso il Marano (25 chil.), 
il Melo o Maranello (14 chil.) e l'Ugine (10 chil.) che scen- 
dono da Fiorentino, Montescudo e Oastelleale ed entrano in 
mare alla Torre della Trinità, a Riccione, alla Torre delle 
Fontanelle II Conca reca al mare presso Cattolica le acque 
della montagna di Carpegna, e poco lungi sfociano del pari 
il Ventena nato in Tavolato ed il Tavollo sceso da Saludecio, 
che segna il confine tra le provincie di Eorlì e Pesaro-Urbino 
ed è perciò l'ultimo fiume della Romagna \ 

Oltre a questi fiumi e ad infiniti altri minori, esistono nella 
regione scoli, casse di bonifica, canali, navigli, che non è pos 
sibile enumerare se non affermando che in poche altre re- 
gioni ha dovuto esser più energica e continua la lotta del- 
l'uomo contro la natura. Al sud delle bocche del Po, la 
grande laguna di Comacchio venne suddivisa, come si è detto, in 
parecchie parti dalle alluvioni che elevarono il corso errante 
dei fiumi, e quasi tutta la sua estensione è formata da vasti 
banchi di terreni alluvionali; tuttavia vi si riscontrano an- 
che, specie nell'angolo sud-orientale, alcune profonde cavità 



Ecco i dati principali dei più notevoli fiumi emiliani: 





Origine 


Altezza 


Profondità 


Lungk. 


Bacino 


Trebbia . . 


M. Prèlo, presso Torri- 












glia ...... 


1100 


Po a monte di Piacenza 


115 


1011 


Nure . . . 


M. Nero, Piacenza . . 


1600 


» a valle di Piacenza. 


80 


628 


Taro . . . 


M. Penna 


1600 


» a valle di Pescaroli. 


150 


2083 


Parma . . 


Lago Santo P. . . . 


1507 


» alla bocca di Parma 


115 


720 


Enza . . . 


M. Acuto 


1700 


» a N. O. di Brescello. 


91 


1004 


Crostolo . . 


P. Cassina 


500 


» ad O. di Guastalla. 


55 


479 


Secchia . . 


Alpe di Succiso . . . 


1000 


» a valle di Breda . 


157 


1250 


Panaro . . 


M. Rondinaio e Lago 












Santo M 


1600 


» a sud di Stellata . 


166 


2292 


Reno . . . 




1130 


presso Primaro . . . 


220 


46£8 


Ilice . . . 




1161 


Cassa di colmata d'I- 














64 


411 


Sillaro . . 


Monte Taverna . . . 


950 




107 


360 


San temo 


Passo della Futa . . 


800 


Reno, ad E. di Lavez- 












zole 


100 


465-684 


Senio . . . 


Piè di monte .... 


1174 


Reno, ad O. di Sant'Al- 














92 


266 


Lamoue . 


Alpe di Casaglia . . 


900 


Cassa di bonifica del 














100 


537 


Montone . . 


Alpe di San Benedetto 


800 




90 


549 


Ronco . . 


M. Mozzicone .... 


963 


Fiumi Uniti e Adriatico 


78 


600 


Savio . . . 


Poggio del Bastione . 




Adriatico aN. di Cri via 


100 


624 


Maree eh La . 


Picco dell'Aquila . . 


1148 


Adriatico a Rimini . . 


60 


472 



LAGUNE, NAVIGLI, CASALI 



515 



o chiari, resti dell'Adriatico non ancora colmati dalle materie 
apportate dai fiumi. La laguna di Comacchio, spazio inter 
medio fra il suolo eie acque, si prolungava un tempo a grande 
distanza verso il sud e formava la laguna di Padusa che cir- 
condava coi suoi canali la città di Ravenna, attualmente in 
terraferma: le descrizioni che Strabone, Sidonio Apollinare, 




Procopio ed altri danno di quell'antica città si adatterebbero 
perfettamente ad una città lagunare, come Venezia e Chioggia. 
La Padusa è colmata da lungo tempo, ina l'estensione non 
ancora prosciugata del mare di Comacchio è di circa 30,000 
ettari ; la profondità media non giunge che da uno a due metri. 

Il naviglio Zanelli, derivato dal Lamone, da Eaenza va al 
Reno con un percorso di 34 chilometri, ed il canale Corsini, 
con un percorso di 10 chilometri, unisce Ravenna a Portocor- 
sini. Il canale di Burana, solo in parte compiuto, è una delle 
più grandi opere idrauliche costruite nel nostro paese, e con- 



516 



L'ITALIA 



tribuirà a risanare una vasta regione. Ma a conseguire ri- 
sultati veramente efficaci, a preservare dalle rotte e da enormi 
danni una vasta regione, e provvedere nel tempo stesso anche 
ad un avvenire non immediato, fu chi propose la costruzione 
di un gran « fiume appenninico », ideato sono già molti 
anni dall'ingegnere Manfredi, che raccoglierebbe gli affluenti 
della riva destra del Po, almeno gli inferiori, e ne convoglie- 
rebbe le acque al mare intorno a Ravenna, scemando in pari 
tempo il deflusso di queste acque con vaste opere di rimboschi- 
mento, e con dighe o chiuse nelle valli superiori dei fiumi. Il 
vasto ed audace progetto appena tracciato, a quando a quando 
rivive, ma poi, allontanato il pericolo, si dimentica, di fronte 
all'ingente spesa ed ai vantaggi che a taluno sembrano pro- 
blematici o inadeguati. 

L'Emilia è abbastanza ricca di acque termali, e possiede 
in Rimini uno dei più celebrati stabilimenti balneari dell'A- 
driatico. Tengono il primato gli stabilimenti di Salsomaggiore, 
i quali vennero di recente i-istaurati ed ampliati così da cor- 
rispondere a tutte le moderne esigenze. Sorgono ai piedi della 
varia e pittoresca catena di montagne che da mezzodì a po- 
nente fiancheggia le provincie di Parma e Modena, circondati 
da colli amenissimi ricchi di frutteti, di vigneti, di olivi, e 
qua e là sparsi di rovine di castelli feudali. Le sorgenti sa- 
line erano note da antichissimi tempi, ed anzi si ha memoria 
che per effetto di frane e terremoti andarono perdute dal 589 
al 798 ; le acque madri jodate estrae vansi una volta a gran 
fatica coi cavalli, poi con una ruota mossa da forzati. Nel 1867 
il marchese Della Rosa vi scavò il primo pozzo artesiano, da 
cui uscì in gran copia idrogeno carbonato, e l'esperienza fatta 
dal dottor Valentini nel 1841 e gli esempi della vicina Ta- 
biano condussero ad usare le acque madri delle saline a scopo 
curativo. Tabiano, a pochi chilometri, sorge infatti sopra una 
ridente collina, con un castello che fu già uno dei più forti 
dell'età di mezzo. Le acque si usavano, pare, da gran tempo 
per certe malattie del bestiame, ma nel nostro secolo vennero 
indicate per tutte le malattie della pelle. A tre chilometri da 
Sassuolo, in quel di Modena, sgorga un'acqua iodurata, la 
Salvar ola, usata certo dai Romani, se in fondo ai pozzi si 
trovano oggetti del tempo di Antonino Pio. Ai dì nostri vi 
fu eretto un capace stabilimento balneario e il luogo è at- 
traente per gli ameni dintorni, per lo spettacolo del vicino 
castello di Montegibbio, per i fenomeni delle salse e dei 
pozzi di petrolio che poco lungi si manifestano. Anche a 
Oastell'Arquato si utilizzavano alcune polle d'acqua minerale, 



SORGENTI MINERALI 



517 



cariche come poche altre di zolfo. Numeróse sorgenti costitui- 
scono i bagni della Porretta, che si vantano scoperti in seguito 
alla guarigione di un bove abbandonato su quei prati nel XIII 
secolo. Vacca Berlin ghieri scrisse che « in tutta Europa non 
vi è un luogo tanto provvisto dalla natura, riguardo ad acque 
minerali salubri quanto la Porretta », e certo sono attrattive 
d'uno dei più frequentati luoghi di cura. Numerosi stabili- 
menti termali sorgono in Romagna : Bertinoro, colle acque 



N. 72. — LA PORRETTA. 




Scj/a di 1 a Soo.ooo 

0 5 10 15 20 25 30 35 



della Eratta, della Loreta, del Tettuccio, di Meldola e della 
Panighina; Brisighello possiede, nei dintorni amenissimi, acque 
marziali, saline e solforose, che ancora non si seppero utiliz- 
zare abbastanza ; Bagno in Romagna, cantato da Marziale, 
possiede le terme di Sant'Agnese, che sgorgano con una tem- 
peratura di 41 a 44 centigradi, e possiedono una notevole effi- 
cacia curativa. Conosciute ed utilizzate da molto tempo sono 
le acque minerali di Oastrocaro, che sgorgano nei dintorni e 
dalla Rupe dei Gozzi, con stabilimenti pei bagni o per la 
raffinazione dei sali iodoiodati. A poca distanza le stesse acque 

L'Ilaìia. 02 



518 



L'ITALIA 



sgorgano a Dovadola, e come altrove sono guardate a vista 
dalla finanza per impedire che se ne estragga il sale ; seb- 
bene romagnolo, il comune appartiene già alla provincia di 
Firenze. 



La regione emiliana non ha un proprio clima, ma piuttosto 
partecipa di quelli delle regioni finitime alle quali, sotto que- 
sto aspetto più che per qualsiasi altro, la unisce il corso del 
Po. Così nella sua parte orientale presenta le caratteristiche 
del clima della pianura lombarda, colla medesima prevalenza 
di venti di sud-est e di nord-ovest, la grande umidità inver- 
nale, e le pioggie relativamente non molto abbondanti. Invece 
scendendo verso l'Adriatico, partecipa delle qualità del clima 
veneto, con ^venti di nord est abbastanza frequenti, ed aria 
molto più asciutta, tranne nelle regioni più o meno bonificate 
ed in quelle più prossime all'estuario, dove le nebbie sono 
molto frequenti, e l'umidità relativamente grande \ Il clima è 
generalmente temperato e salubre, sebbene nella state si no- 
tino grandi deferenze di temperatura. Così mentre a Bologna, 
a Modena, nella pianura di Mirandola e altrove domina un caldo 
soflbcante, un'afa insopportabile, fra le colline il clima è più 
mite ed arieggiato, e sulla montagna, od almeno in quelle 
parti di essa che non sono state affatto denudate di alberi, o 
non si trovano troppe esposte al sole, si gode di una frescura 
primaverile e di un'aria pura, leggiera, vivificante. Bologna, 
Modena ed altre città emiliane sono tra le più fredde nell'in- 
verno, e diedero temperature più basse d'altre località, anche 
situate a maggiore altitudine. Basti notare, che in uno spazio di 
dieci anni d'osservazioni il termometro scese più volte a 15 gradi 
sotto zero a Modena, mentre a Sestola, che si trova a 1064 metri 
sul mare, giammai toccò i 12. Nell'estate non sono rare le 
giornate nelle quali il caldo a Bologna, a Modena, a Pia- 
cenza supera anche i 35 gradi. Le pioggie non sono troppo 
frequenti, ma molto abbondanti, segnandovi i pluviometri, un 

1 L'umidità relativa di alcuni centri più importanti, secondo le osservazioni di un 
decennio, è la seguente: 

Gennaio Aprile Luglio Ottobre Anno 



Piacenza 84 64 59 77 71 

Parma NI 60 50 71 64 

Modena 82 61 52 72 67 

Bologna 71 58 50 65 62 

Ferrara 87 66 53 66 65 

Forlì 89 60 59 71 69 

Ravenna 88 65 60 73 73 



CLIMA DELL'EMILIA 



519 



anno sull'altro, da 600 ad 800 millimetri 1 ; durante l'inverno 
sono invece frequenti ed abbondantissime le nevicate, di tale una 
abbondanza che ben difficilmente si riscontra dall'altra parte 
del Po, in Lombardia e persino sulle Prealpi 2 . « Abbastanza 
regolare, scriveva Luigi Tanari, vi è il succedersi delle sta 
gioni. Infatti le piovose e le secche si prolungano spesso oltre 
misura, con gravi danni della produzione agraria e le intem- 
perie hanno sempre carattere più o meno violento ; mancano 
le necessarie gradazioni e questa mancanza è forse uno dei 
più dannosi effetti del clima locale. Le grandini, i geli, le 
nevi sovrabbondanti, le brine talvolta premature o tardive, i 
venti impetuosi e le nebbie diverse recano gravi danni, perchè, 
sebbene non estese, sono frequenti. Ne i soverchi alidori estivi 
tornano a vantaggio: il sole e il calore, che alle piante prò 
noterebbero, favoriscono anche lo sviluppo degli insetti e delle 
muffe che le divorano e le guastano » 3 . 

Nel suo complesso, il clima della regione emiliana è piut 
tosto vantaggioso alla salute degli abitanti, sebbene cominciamo 
a trovare qui alcune delle condizioni che andranno crescendo 
nell'Italia peninsulare e non sono molto confacenti al buon 
regime igienico degli abitanti. Infatti uno degli elementi più 
importanti per l'igiene è l'abbondanza e la bontà delle acque, 
e queste, salvo in alcuni paesi appenninici, sono scarse e per 



1 La quantità di pioggia caduta in un certo numero d' 


anni e 


la frequenza della 


pioggia medesima risultano 


dalle seguenti cifre : 










Inverno 


Primavera 


Estate 


Autunno 


Anno 


Piacenza. . . 164.4 21.9 


222.7 27.0 


127.8 16.9 


219.5 


23.1 


734.1 


88.9 


Parma . . . 126.4 22.0 


179.7 24.9 


110.5 15.7 


219.3 


25.3 


635.9 


87.8 


Reggio . . . 164.6 18.3 


228.2 25.8 


173.6 17.6 


241.4 


23.1 


807.9 


84.9 


Modena . . . 145.4 22.2 


188.4 24.7 


149.0 16.2 


233.0 


23.4 


715.8 


86.5 


Bologna . . . 127.2 21.1 


163.7 26.6 


129.6 18.8 


214.1 


25.3 


634.6 


91.7 


Ferrara . . . 123.3 25.1 


206.2 31.6 


162.2 24.2 


211.6 


27.4 


697.3 


108.3 


Forlì .... 118.2 25.9 


282.5 31.0 


125.0 20.0 


220.9 


31.0 


646.6 


107.9 


- La media annua dei giorni nevosi fu 


di 12 a San Giovanni 


in Galilea, 8 a Bo- 


logna, 6 a Forlì e Ravenna, 


5 a Ferrara, 


ecc. A San Giovanni 


in Galilea caddero. 


nel 1888 7 488 centimetri di neve, nel 1882 


, 191 a Forlì. 










a Ecco i principali osservatori dell'Emilia, colle loro altezze : 










2162,2 










62,5 




1270 










62 






Reggio Emilia 








61,6 




. 670 










55 




562 


Forlì . . . 








49,8 


San Giovanni in Galilea . 


. . 441,7 










37 




89,5 


Vignola . . 








15,8 














14 




• 71,8 














64,2 













520 



L'ITALIA 



10 più non molto potabili; ben ottocentomila abitanti sono 
costretti a bere acque cattive e persino insufficienti, e non più 
d'altrettanti sono quelli che hanno bastevole copia di buone 
acque. Girli scoli naturali ed artificiali del territorio, specie 
nelle sue parti più depresse, sono molto numerosi, e si vennero 
risanando, con grande vantaggio dell'agricoltura e dell'igiene, 
vasti tratti di territorio. Quasi tutte le città hanno poche 
fogne, ideate senza un piano prestabilito, rivelate in troppi 
luoghi soltanto dal puzzo ributtante che ne emana; ancora 
nel 1885 ben 122 comuni dell'Emilia, cioè il maggior numero, 
erano privi di qualsiasi fognatura ed appena 21 avevano fogne 
per tutte le necessità in più che metà delle vie. I lavatoi pub- 
blici, dove esistono, lasciano molto a desiderare: in generale 
si lava in famiglia, e le acque luride vanno dove loro piace. 

11 consumo del sapone, appena abbiamo oltrepassato il Po, 
incomincia ad essere più scarso che nella sua grande vallata 
alpina, e in troppe città si trovano nei sobborghi e negli stessi 
centri abitati, fabbriche di candele, tintorie, concerie di pelli, 
perfino maceri da canapa, e quasi dovunque i macelli, dicono, 
per una miglior sorveglianza, che viceversa facilmente si elude. 
Le strade di molte città sono selciate con ciottoli a cunetta 
centrale scoperta per lo scolo delle acque, e la loro pulizia 
lascia molto a desiderare. Le latrine pubbliche sono scarse, 
lusso signorile i cessi inodori, i bagni pressoché sconosciuti, 
gli immondezzai per lo più scoperti, presso le case, sulla strada 
pubblica, infettando le acque. 

Le abitazioni rurali in generale sono ampie e ben costruite, 
salvo nella regione appenninica, ed anzi, specie in Romagna, 
potrebbero servire di modello ad altre parti d'Italia, tutte in 
pietre o mattoni cementati, con calce, coperte per lo più di 
tegole, rare volte di ardesia. Le poche grotte abitabili rimaste 
dai tempi preistorici servono per cantina, e le case di fango 
e di legno con tetto di paglia, dove ancora esistono, sono sem- 
plici accessori delle case rustiche. All'aspetto esterno troppe 
volte però non corrispondono la pulizia e le altre condizioni 
igieniche dell'interno, come avviene un po' del vestire, assai 
g migliore all'apparenza che in realtà. Il vitto del popolo è piut- 
tosto buono ed abbondante, ma di regola male preparato e 
peggio servito. Il pane non sanno ancora farlo bene, salvo 
nelle città più occidentali della regione, che molto appresero 
a tale riguardo dalla vicina Lombardia. Altrove, anche in 
città, vige ancora il costume di preparare il pane in casa, e 
mandarlo poi a cuocere al forno pubblico per una intera set- 
timana; ed in campagna il pane di mistura, preparato e cotto 



IGIENE PUBBLICA, FLORA E FAUNA 



521 



orribilmente, finisce coli' ammuffire ed essere la causa prin- 
cipale della pellagra e di tanti altri inconvenienti. 

Grande è il consumo del frumento, scarso quello delle frutta; 
il consumo della carne, per quanto sia maggiore che nel Ve- 
neto e nella Liguria, è inferiore alla Lombardia ed al Piemonte ; 
in 114 comuni si fa notevole consumo di vino, scarso in 208,. 
e Talcoolismo vi è meno diffuso che in altre regioni. Ma il 
vino, salvo poche eccezioni, si fabbrica ancora come ai tempi 
di ^oè, e quello che si beve è spesso inacidito. Il servizio 
medico è sufficiente; le farmacie sono piuttosto scarse e non 
fornite di tutto il necessario, gli ospedali si trovano per lo più nel 
centro dell'abitato, di costruzione antica, sì che fanno ai 
pugni coi dettati dell'igiene: si cerca di migliorarli, ma si 
devono vincere ostacoli infiniti, il minore dei quali è talvolta 
la mancanza dei mezzi. Fin dal principio del secolo si allon- 
tanarono i cimiteri dalla chiesa e dall'abitato, e sono state 
soppresse le fosse comuni, che ancora si trovano persino nei 
centri più remoti dell'Appennino ligure. Il gozzo è quasi sco- 
nosciuto, la sifilide relativamente scarsa; v'è invece in al- 
cuni centri delle Romagne una speciale malattia, l'anemia 
dei minatori di zolfo, provocata dall'anchilostoma duodenale^ 
come è frequente l'afta epizootica dei bovini, facilmente co- 
municabile all'uomo \ 



La flora e la fauna della regione presentano poche diversità 
da quelle della pianura padana che già conosciamo. Sebbene 
ancora non manchino del tutto le conifere, queste non costi- 
tuiscono quasi mai una zona boschiva superiore, ad eccezione 
dell'abete bianco {abies pedinata) che, piantato da non molti 
anni sull'Appennino modenese e pistoiese, dove già formava 
antiche ed estesissime selve, costituisce oramai boschi consi- 
derevoli, sostituendosi alla primitiva vegetazione del faggio 
che copriva, ancora a memoria di chi scrive, tutta la regione 
sorgentifera del Taro, e forse altre. Il pino di Scozia dalle 
Alpi si è sparso anche in qualche parte dell'Appennino emi- 
liano, come del ligure, e scende di raro sino ai 300 metri, 
come non supera i 1800. Il faggio primeggia intorno ai 1000 
metri, colle sue belle foreste, di gran lunga più lussureg- 
gianti di quelle delle Alpi, per la natura geologica e mine- 

1 Ciechi, sordomuti, idioti, cretini e pazzi in alcune Provincie nel 1891: 

Ciechi Sordomuti Idioti e cretini Pazzi 

Forlì 195 50 89 273 

Ravenna ... 219 56 93 377 



522 



L'ITALIA 



ralogica delle stesse montagne, dove trovò un sustrato pro- 
pizio al suo sviluppo. Il cerro scende anche più basso, come 
il rovere e il castagno, che si trovano fra 800 e 300 metri, 
e costituiscono in qualche luogo l'unica produzione, a non 
parlare dei funghi, che crescono e si raccolgono in tutti questi 
boschi. La regione dei pascoli non è molto estesa, chè troppi 
sona nell'Appennino i terreni incolti, o dove crescono magri 




ed ingrati cespugli od erbaccie non gradite al bestiame ed 
inutili all'uomo, quando se ne tolgano l'odorata ginestra, abbon- 
dantissima, ed altre piante che la coltivazione potrebbe mi- 
gliorare. Ivi crescono centauree ed achillee, che col gnapha- 
litim ed alcune piante congeneri orride e spinose servono di 
ornamento; il dictamus fraxinella esala un odore fortissimo dal 
suo flore che s'accende nelle quiete sere estive; e nei luoghi 
acquitrinosi dei monti la drosera rotundifolia attira nell'u- 
more viscoso delle sue foglie i moscerini. Altrove i pressi delle 



FLORA E FAUNA DELL'EMILIA 



523 



vie, i muri e le incolte piaggie sono popolate, in molti luoghi 
addirittura coperte, dai bianchi tappeti del cerasticum alpinum y 
variati col rosso della saponaria ocymoides e col giallo della 
violaciocca selvatica. 

Nella pianura continua la vegetazione arborescente di tutta 
la valle del Po. Da lungi pare talvolta un bosco, specie vicino 
alle estreme falde dei monti, ma da presso si vedono lunghi 
filari o gruppi d'alberi, ove ad ogni passo si riconosce la 
mano dell'agronomo ; il clima e il suolo propizio permettono 
di avere insieme una rigogliosa messe e una lussureggiante 
vegetazione arborescente. Ma come già ho avvertito per la 
Lombardia, la varietà che allegra l'agricoltore e l'economista, 
non interessa il naturalista botanico, che trova quasi dovunque 
le stesse piante, le stesse erbe, e quasi in nessun luogo quella 
vegetazione spontanea che attrae i suoi studi. La destra, come 
la sinistra pianura padana possedeno un miscuglio di forme 
vegetali appartenente ad altre regioni, una transizione tra la 
regione mediterranea e le zone forestali dell'Europa centrale. 
L'esposizione nordica delle valli dell'Emilia fa sì che, ad onta 
della più bassa latitudine, vi si trovano meno che in molte 
valli e pendici delle Alpi il fico, il melagrano, l'alloro, il 
cipresso, e la vite stessa in alcuni inverni assai rigidi gela 
sino al piede; rari sono gli agrumi e appena troviamo 
qualche olivo sporadico, tra frequenti ginestroni, avornielli 
e scope. In complesso, allignano nell'Emilia tanto le piante 
nordiche, quanto le mediterranee, purché siano suscettibili di 
un certo adattamento climatico, rimanendovi però assoluta- 
mente prevalente la vegetazione arborescente a foglie caduche 
della regione montana inferiore. 

La flora delle valli e delle paludi è l'unica formazione ve- 
getale spontanea sulla destra, come sulla sinistra del Po; essa 
comprende circa 60 specie di piante acquatiche, e 140 di pa- 
lustri. Le valli, vaste estensioni di terreno sommerso nell'in- 
verno e non di rado asciutto nell'estate, accolgono giunchi, 
carici, schianti e dalle lunghe foglie, ombrellifere e litiane, 
valeriane, giaggioli palustri, talora commisti a salici, pioppi, 
ontani, piantati in queste valli o lunghesso le vie a filari 
interminabili, e, come nelle valli venete, l'industria, utilizza 
la canna, i giunchi, i necchi, i carici e gli stessi rami del sa- 
lice. Nella Romagna e nelle provincie di Ferrara e Bologna 
cresce, meglio che in qualsiasi altra parte d'Italia, la canapa 
ed è, come vedremo, una delle più proficue colture. N~è meno 
importanti sono le pinete del litorale, specie intorno a Ra- 
venna, sebbene si possano dire appena un'ombra del passato. 



524 L'ITALIA 

In molti luoghi dell'Appennino abbondano più che altrove 
le male erbe, cicute, gladioli, lingue di cane, gramigne ed or- 
tiche. 

I fiumi ed i laghi, questi assai pochi e piccoli, sono scarsi di 
pesci. In alcuni bacini superiori abbondano la trota rossa, la 
lasca ed il barbio, in basso l'anguilla, una delle principali 
industrie delle valli del Oomacchio. La costa adriatica invece 
è molto ricca di pesci, insidiati di continuo da una numerosa 
popolazione, colle reti maneggiate dalle piccole barche costiere. 
Sardine, sogliole, anguille, cefali, merluzzi, rombi, razze, agu- 
selle, seppie, calamai, sgombri, gamberi, ostriche, cappe, 
canocchie della costa di Romagna si smerciano non solo nella 
regione, ma in tutta l'Italia. Nell'Appennino vivono ancora allo 
stato selvaggio donnole, faine, ghiri, puzzole, ricci, scojattoli, 
talpe, tassi, qualche volpe, e varie qualità di lepri. Come sulle 
Alpi e nella regione padana, troviamo del resto sorci montani 
ed agresti, la mustela erminea e la capra, il canis cmreus e Var 
vicola arvalis, oltre a tutti gli animali domestici comuni nelle 
altre parti d'Italia. Gli uccelli non sono molto numerosi ; una 
metà circa delle specie emiliane si può ritenere sedentaria, l'al- 
tra metà di passaggio regolare, irregolare, o di più lunga di- 
mora estiva od invernale. Infiniti sono gli insetti, alcuni nocivi 
alle piante come il zabbro, la forbicella, molte rughe, non però 
speciali alla regione, come non ha alcun rettile proprio; nep- 
pure molto numerosi sono quelli comuni con altre. 

Nessuna regione dell'Italia superiore conservò, come l'Emilia, 
traccie della dominazione romana. Si direbbe che per la gran 
via aperta dal console Emilio Lepido, che dall'arco trionfale 
di Augusto in Rimini attraversa tutta la regione sino a Pia- 
cenza, le altre dominazioni siano soltanto passate, con poche e 
brevi soste, sulle terre disadatte a servire loro di ricovero; vi 
passarono le orde barbariche, gli eserciti invasori che mira- 
vano a Roma, o tornavano carichi delle sue spoglie opime. 
Così l'Emilia conservò di Roma la tradizione, l'impronta, il 
carattere ed in parte perfino il nome. Intorno a Modena, a 
Bologna, nelle valli ferraresi, erano sorte da secoli le città 
ed i villaggi sulle palafitte, e dei villaggi delle vetuste età della 
pietra e dell'osso lavorato ci parlano ancora le terremare, che 
si trovano qua e là sparse, specie sulle estreme colline del- 
l'Appennino. La scienza non ha potuto sino ad ora dirci con 
sicurezza se quei primi progenitori fossero Liguri, od altre genti 
venute dall'oriente asiatico per penetrare la fitta selva pala- 



ABITANTI DELL'EMILIA 



525 



dosa che era allora l'Europa centrale. Certo dei Liguri par- 
lano i primi monumenti di carattere storico, come essi la- 
sciarono nell'etnografia emiliana le prime traccie ; le succes- 
sive conquiste li confinarono nella montagna appenninica, 
dalla quale opposero così fiera resistenza ai consoli Flaminio 
ed Emilio Lepido, quando da due opposte parti, per le valli 
del Serchio e della Magra, cercarono di penetrare nella re- 
gione. Liguri erano certamente gli Apnani, che tenevano tutta 
l'alta valle del Serchio, come i Friniates, che lasciarono il 
nome loro ad una bella e importante plaga dell'Appennino 
modenese, dove più che altrove molti nomi e molte voci ri- 
maste vive nel moderno dialetto attestano l'antica presenza 
della stirpe. 

Ai Liguri seguirono, come cantò Giosuè Carducci, il più 
grande illustratore poetico della regione dopo Dante Alighieri, 
gli « avi Umbri » , 

che ruppero primi 

a suon di scure i sacri tuoi silenzi Appennino 

e pare che lasciassero anch'essi traccia in qualche nome mo- 
derno, sebbene non vi avessero forse una grande estensione : 
si scoprirono però numerose tombe, con decorazioni geome 
triche, grafite o dipinte in rosso, stampate o figurate, con ciste 
ed altri vasi fittili, sui quali è rappresentata talvolta tutta la 
vita civile del tempo. Invece vi crebbero a grande impor- 
tanza gli Etruschi 

discesi co'l lituo con l'asta con ferini 

gli occhi ne l'alto a' verdi misteriosi olivi.... 

che trapiantarono nella regione una vera e bene ordinata ci- 
viltà, di cui possiamo apprezzare l'alta importanza ammirando 
i cimelii trovati nelle necropoli, le armi, le statuette di bronzo, 
gli specchi, le fibule, le armille, gli strigili, i doni votivi, le 
stele sepolcrali, con le rappresentazioni relative alle anime 
uscite dai corpi. Molte volte la religione della morte ha riu- 
niti Umbri ed Etruschi, e scavando nei terreni alluvionali si 
trovano commisti i loro ricordi. Vennero gli Etruschi quattro 
o cinque secoli avanti Cristo, tre o quattro dopo gli Umbri, 
che ci riconducono già oltre il millennio, di là dal quale si per- 
dono i Liguri e si confondono con altri autoctoni. A tutti 
questi si sovrapposero i Galli, 



i grandi Celti rossastri correnti a lavarsi la strage 

ne le fresche acque alpestri ch'ei salutavan Reno, 

U Itali u. 



63 



526 



L'ITALIA 



ai quali Roma tolse le terre; più esattamente su tutti gli 
abitatori dominarono le legioni ed i coloni di Roma, certo 
senza distruggerli, eh è la terra ampia ed ancora ferace e co- 
perta di foreste e paludi consentiva ai crescenti suoi abitatori 
facile alimento. 

I Romani lasciarono, già dissi, traccie profonde di monu- 
menti, di memorie, di tradizioni, e basterebbe quella via Emilia, 
che, innestandosi in Rimini colla Flaminia, accennava da Pia- 
cenza alle campagne di Lombardia ed all'Appennino ligure, tra- 
versando da un capo all'altro, con un rettifilo quasi costante, che 



N. 74. — NECROPOLI ETRUSCA DI MARZABOTTO. 




Scala c/i f.J 1 o o.o oo 



ben poche mutazioni subì nei secoli in tutta la regione. Ohi 
segua questa via meravigliosa tra Cesena e Bologna, ed anche 
in molte località delle tre provincie di Modena, Reggio e 
Parma, ammira per lunghi tratti sentieri e fossati uguali, 
tutti perfettamente paralleli, equidistanti e perpendicolari 
alla grande strada, dirigersi a ponente verso la bassura pa- 
dana, tagliati ad angoli retti da altri viottoli, sentieri, fossati 
ugualmente regolari, per modo che i campi hanno la stessa 
superficie. Dai contrafforti dell'Appennino o da qualche vecchia 
torre urbana sembrano immensi scacchieri di verdura e di 
messe, e furono appunto le antiche centurie romane, che Tito 
Livio narra come, tolte ai Galli, venissero misurate, cadastrate, 
divise fra i coloni romani, per modo che a ciascuno toccarono 
circa 50 ettari. Le guerre e le invasioni, che hanno nei secoli 



COLONIE ROMANE E CASTELLI BARBARI 



527 



distrutte tante città, rovesciati tanti monumenti, sconvolti 
interi territori, non spostarono quivi i sentieri, non alterarono 
i solchi confinali dei campi, segni evidenti dell'antico lavoro 
censuario, come si vedono sull'antica via Postumia, fra Pa- 
dova e Treviso, e in pochi altri luoghi. Tutta la regione venne 
sempre tenuta in grande considerazione da Eoma ; a Ra 
venna, dove eransi rifugiati gli imbelli Cesari della decadenza 

PT. 75. — COLONIE ROMANE IN ROMAGNA. 



— — ; 

(11° 50' 12° E. de Or 




i — 1 i , __, 

o & io i5 soEU. 



imperiale, fa spento da Odoacre, con Romolo Augustolo, 
l'Impero romano. 

I barbari di Odoacre e di Teodorico continuarono a tenere 
in gran conto l'Emilia, governando il regno loro da Ravenna 
o da Parma; ed a Ravenna si stabilì l'esarcato, che nell'E- 
milia irradiò tutta la sua forza di resistenza al nuovo domi 
natore longobardo, in due secoli di lotta continua. E quando 
alla monarchia longobarda pare d'aver conseguito il trionfo 
finale, dal fatto medesimo scaturiscono le ragioni che condu- 
cono alla catastrofe inevitabile, perchè Pipino re dei Eranchi, 
chiamato in Italia dal Pontefice, toglie a re Astolfo la Pentapoli 
e ne fa donazione, con la marca d'Ancona, alla Chiesa, come 
non aveva fatto Costantino. Indi quel distacco che doveva 
durare tra la Romagna e le altre parti di questa regione, ag- 



528 



L'ITALIA 



giunte alla prima donazione da Carlo Magno. Le due parti 
furono poi strette dall'intimo legame del diritto romano, che 
durò traverso i tempi, superò l'affastellamento delle leggi bar- 
bariche, la violenza delle soperchierie bizantine, come più 
tardi i placiti regi e imperiali, le usurpazioni feudali, le am- 
bizioni papali e le prepotenze teutoniche. A Ravenna prima, 
poi a Bologna, il diritto romano venne mantenuto, osservato, 
difeso coll'entusiasmo e coll'affetto di un ideale ; lo studio 
di Bologna diventò per opera di esso il faro che illuminò la 
marcia dell'umanesimo verso più miti ideali, verso più alti 
destini. 

La popolazione dell'Emilia è dunque costituita da diversis- 
simi elementi etnici, come quella di gran parte dell'Italia 
specie nel settentrione. Ricordai quelle genti, di alcune delle 
quali si hanno testimonianze nei nomi, nel linguaggio, nel 
tipo, che in tempi e in misura diversa e non tutte negli stessi 
territorii concorsero a formare, fuse nel crogiuolo dell'italia- 
nità, la presente popolazione emiliana, Liguri, Umbri, Etruschi, 
Galli, Romani, Germanici vecchi e nuovi, un po' di Greci, di 
Francesi, di Spagnuoli, d'Ebrei, con spruzzi di schiavi d'ogni 
razza e d'ogni lingua, e nei moderni tempi con Italiani d'ogni 
altra parte d'Italia, specie funzionari e soldati. Minore è la me- 
scolanza di tipi, se non di popoli, sui monti e nella pianura 
romagnola, ma tuttavia sempre notevole, e di leggieri si com- 
prenderà come siffatta popolazione non possa essere per ca- 
ratteri fisici omogenea. E la varia origine si tradisce anche 
nelle varietà del dialetto e dell'accento, delle tradizioni, degli 
usi e costumi. Però non è possibile dividere la popolazione 
emiliana in gruppi distinti ; quando si tratti a parte dei Ro- 
magnoli, gli altri hanno pressoché tutti un tipo, che sempre 
meno si distingue dagli Italiani delle finitime provincie, col- 
legate ormai all'Emilia da relazioni infinite e da tanti e così 
facili mezzi di comunicazione. 

« Nei campi ben coltivati vedrete ovunque la gioventù 
bella e gagliarda dar dentro alla terra con dei grandi aratri, 
tirati sino da sei gioghi di bianchi buoi; vedrete attendere ai 
lavori men gravi dei fiori di contadine, ben vestite, fresche 
come rose, modulanti canzoni che vanno al cuore; vedrete le 
loro case semplici e linde come i loro costumi, e nelle città 
troverete una gente aperta, sincera nell'odio e nell'amore, in- 
telligente, che parla un dialetto forte, misto ad una certa 
mollezza di vocaboli e di pronuncia, già notata da Dante, ma 
che interrogata risponde cortese in bell'italiano; troverete 
nelle loro famiglie affabilità ed ospitalità che altrove si desi- 



EMILIANI E ROMAGNOLI 



529 



dera » ~\ I montanari dell'Appennino, da Piacenza a Bologna, 
sono sobri, bnoni camminatori, resistenti alle fatiche alle in- 
temperie. Amano le sagre e il giuoco, specie la morra, le 
boccie, le carte, che non di rado sono prestate dai curati per 
aumentare le rendite del beneficio; in molte città, specie di 
Romagna, sono assai diffuse la passione per il giuoco del 




RUDERI DEL CASTELLO DI CANOSSA. 



pallone e quella delle corse dei cavalli, sì che vantano gli sfe- 
risteri e gli ippodromi più belli. 

Il modenese ha il fare più largo, più bonario, meno arguto 
e compassato, del montanaro toscano; è un prototipo di po- 
polare bonomia, con una pacatezza d'animo diffìcilmente alte- 
rabile, con una grande facilità di piegarsi ai desideri altrui, 
senza prendersi mai soverchie preoccupazioni, botava già lo 
Zuccagni-Orlandini, che gli abitatori del Modenese e del Reg- 
giano riuniscono il carattere allegro dei veneti e l'austera 
gravità dei lombardi; operosi, intelligenti, hanno dato alla 
patria largo contributo di uomini valorosi nelle armi, nelle 

1 Bellini Massa, nella Geografia per tutti. 



530 



L'ITALIA 



arti, nelle lettere. Il parmigiano ha mente aperta, indole vi 
vace, è spesso appassionato per la musica e per la pittura, e 
le donne aggiungono non di rado alla coltura e allo sveglia- 
tissimo ingegno, non comuni bellezze. I piacentini si accostano 
più degli altri emiliani ai liguri; tenaci, riflessivi, sobrii, 
amanti delle ricchezze più per possederle che per goderle, 
dotati d'ingegno meditativo, e volto piuttosto alle cose pratiche 
della vita. 

Distinti caratteri hanno i romagnoli, abitanti di una re- 
gione isolata, sino ad un passato non molto remoto, tra il 
mare, le valli dell'Appennino e le paludi vaste di Padusa. 
Ben si può dire che questa terra vulcanica più d'ogni altra 

simili a sè gli abitatori produce. 

Rinvigoriti nella lotta contro le acque e contro una delle 
peggiori oppressioni che la storia ricordi, serbarono fiero ed 
indomito carattere, fede agli antichi usi, e una certa ruvi- 
dezza di modi, compensata da una grande sincerità e inge- 
nuità di natura quasi primitiva. Come tutte le nature schiette 
e franche, hanno grande facilità all'entusiasmo, s'appassio- 
nano presto e a quando a quando trascendono ; sui loro animi 
focosi la politica fa gran presa, sì che il concorso alla vita pub- 
blica è generale e tumultuario. Sono stati molto peggiorati 
dal governo papale, che nulla di buono ha mai saputo fare 
per essi e per il paese, ina la libertà ha in gran parte sanata 
questa triste eredità del passato \ Guglielmo Ferrerò considera 
la Romagna come « uno degli ultimi e meno imperfetti esem- 
plari che rimangano in Europa di società a tipo di violenza. 
La società è ancora, specialmente in campagna, pochissimo 
differenziata in classi; lo spirito borghese comincia ad alitare 
nelle città, ma più debole che altrove » . Hanno una grande 
energia che si dimostra del pari nelle funzioni della ripro- 
duzione e nei lauti e abbondanti pranzi, sì che vanno famosi 
del pari per gli stomachi fortissimi ed i matrimonii precoci 

Il dialetto ritrae dal carattere del popolo più che altrove. 
« Non è infiorato di rose, ma brulicante di scorpioni ; per espres- 
sioni pittoresche e crudissime, per bestemmie esplodenti, per 
ingiurie che bruciano la pelle, pochi possono rivaleggiare con 
lui » 3 . Il dialetto emiliano è ascritto dai glottologi alla famiglia 
dei gallo-italici ed i confini dialettali non si scostano di molto 



1 Roselli, La Romagna. 

2 11 mondo criminale italiano: violenti e frod olenti in Bomagna. 

3 Ferrerò, op. cit. 



DIALETTI EMILIANI, AGRICOLTURA 



531 



dai confini geografici dell'Emilia; ma come si avvertono pro : 
paggini celtiche a sud dell'Appennino, ve ne sono di toscane a 
settentrione di esso, mentre nelle alte valli del Taro e della 
Trebbia si sente nella parlata l'influenza ligure, specie dove 
le insellature rendevano più agevoli le comunicazioni, e più 
sono notevoli di qua che di là, per la maggior ripidezza del 
versante toscano. 

Il dialetto, nei suoi caratteri dominanti, appartiene al 
gruppo italiano, ma la pronuncia e il timbro delle vocali mo- 
strano che gli Italiani stabiliti nell'Emilia serbarono più 
degli altri affinità linguistiche col linguaggio celtico. Infinite 
sono, del resto, le varietà e le sfumature del dialetto e del- 
l'intonazione col mutare dell'ambiente, come dal piano al 
monte, dall'interno alla riva del mare, dalla città alla cani 
pagna, da un rione all'altro della stessa città. A Parma è 
notevole la differenza di dialetto tra le due parti del fiume, 
ed in non poche città si notano differenze fra l'operaio e il 
borghese, l'agricoltore e il pescatore. Hanno qualche maggior 
varietà tra loro il piacentino, il parmigiano, il borgotarese 
largamente spruzzato di ligure, ed i tre dialetti più affini, 
di Reggio, Modena e Bologna. Il veneto introduce qualche 
sua voce, ina subito si tronca, come il dolce sì toscano di- 
venta l'aspro se romagnolo ; e sono notevoli le due opposte 
tendenze del ligure a sopprimere consonanti e del romagnolo 
a mangiar vocali 1 . Il dialetto sammarinese tiene del roma- 
gnolo, e tutte le parlate della Romagna toscana sebbene lie- 
vemente modificate dal contatto fiorentino serbano il natio 
carattere 2 . 



L'Emilia è una delle regioni d'Italia dove l'agricoltura ebbe 
sempre un grande sviluppo ed è oggi una tra le più fiorenti, 
anzi, quando si pensi alla sua naturale inferiorità rispetto alla 
Lombardia, potrebbe per certi riguardi contenderle il primato. 
Imperocché i suoi monti non hanno quei serbatoi d'acque 
che sono i ghiacciai alpini ; nel giugno ogni traccia di neve 
scompare anche dalle più alte cime dell'Appennino, e non vi 
sono laghi che serbino le acque per la siccità, quando i fiumi 
mostrano il nudo greto o la vasta distesa di sabbie, ed i ca- 

1 Così l'italiano Ha le ali diventa in genovese a a e aie, in romagnolo ali 
agl'eli ? e il cosa Ve stato genovese diventa es' el sté. 

2 M. Placucci, Usi e pregiudizi dei contadini della Romagna ; Baglio, Saggio dì 
novelle e fiabe in dialetto romagnolo ; Guerrini 0., Canti popolari romagnoli. 



532 



L'ITALIA 



nali di irrigazione ne traggono sin l'ultima goccia. I terreni 
irrigui sono pochi in provincia di Piacenza, per lo più prati, 
e non molti più nelle provincie di Parma e Modena, dove è 
del pari impossibile irrigare le terre arate. Nel Bolognese sono 
più estese le risaie e quindi meglio regolata e più abbondante 
l'irrigazione, mentre nella bassa pianura e più nel Ferrarese 
non solo le irrigazioni sono quasi dovunque superflue, ma oc- 
corrono drenaggi e bonifiche. La Romagna, che potrebbe avere 
fecondi serbatoi montani, appena conosce le irrigazioni. Sono 
state compiute invece, come in nessun'altra regione d'Italia, 
vaste bonifiche, specie servendosi delle piene dei fiumi o co- 
struendo grandi canali artificiali \ 

« La pianura, scrive il Viezzoli, intersecata in tutti i versi 
da canali, da cavi, da roggie d'acque correnti, è data ai fo- 
raggi, al mais, al frumento e per la rota